Mag
05
2010

Vestaglia giapponese

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Dopo il trasloco nella casa nuova, non vediamo l’ora di sballare i pacchi e collocare gli indumenti e i quadri al posto giusto. Per tale progetto chiediamo alla nostra giovane brasiliana, collaboratrice domestica, di fermarsi da noi per la notte per aiutarci a riordinare le cose disseminate dappertutto.

 La ragazza accetta e ci chiede in prestito la nostra amata vestaglia giapponese che, a malincuore, le concediamo. Alle sei del mattino siamo svegliati da un urlo terribile: Cida, discesa dal letto per andare in bagno, è scivolata sul pavimento allagato procurandosi una slogatura a causa dell’acqua oleosa che scende abbondante dal rubinetto della vecchia caldaia. Prestiamo le prime cure alla ragazza ma in realtà ci preme di più verificare che la vestaglia è in condizioni pietose ed è ormai da buttare, insozzata com’è dall’olio e dall’unto dell’acqua oleosa e sporca, insieme al materiale cartaceo sparso sul pavimento.

Nel frattempo, mentre piangiamo in coro, facciamo un flashback sulla provenienza della vestaglia e i nostri pensieri arrivano a una nostra mostra personale a Tokio d’alcuni anni fa, in occasione della quale il gallerista Kino ci ospitò in un albergo della sua città. Ogni sera cenavamo insieme e dopo lui ci accompagnava fin sotto l’hotel perché, con le scritte delle vie in lingua giapponese, per noi sarebbe stato impossibile orientarci. Sul letto della camera trovavamo tutti i giorni una bellissima vestaglia bianca e blu piegata ad arte che c’ingolosiva non poco e a fianco un paio di ciabatte. Poiché non ne trovammo un’altra simile in un grande magazzino, ne comprammo una di un tessuto più pesante che, però, non ci soddisfaceva pienamente. Quando arrivò il giorno della partenza, dopo otto notti trascorse male per via del fuso orario, decidemmo di appropriarci dell’indumento desiderato, ponendolo in valigia. Arrivati in Italia, il primo pensiero fu di scrivere una lettera al buon Kino, comunicandogli dell’appropriazione della vestaglia, la cui sottrazione non era però da considerarsi un furto ma una nostra sbadataggine dovuta alla confusione procurata dal fuso orario. Chiudemmo la missiva con una postilla nella quale gli specificammo che, nel caso in cui la direzione dell’albergo gli avesse addebitato il costo dell’indumento, noi gli avremmo restituito la somma non appena fosse arrivato in Italia di lì a due mesi. Una settimana dopo il nostro rientro a Milano, da uno dei tanti artisti giapponesi che lavoravano nella città lombarda e facevano la spola col Giappone, apprendemmo che Kino, alla ricezione della lettera, aveva riso come un matto.

Ritornando invece al disastro della valvola del bruciatore, c’è poco da stare allegri: alle sei e trenta ci bussa la proprietaria dell’appartamento sottostante al nostro che ci fa entrare in casa sua per constatare che, dal lampadario e dalle pareti del suo soggiorno, scende acqua sporca che danneggia la sua orribile tappezzeria.

5 Maggio 2010        Antonio Fomez

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