Perché Fomez fa ritratti
di sapienti e bacalari
incollati pari pari
sugli ambigui manufatti
dei pittori di maniera
così che nel nuovo impasto
essi assumano la cera
di fantastico ectoplasto?
In quest’insalata al Greco,
scaglie di Parmigianino
inserisci, sì un Eco
assomoglia a un Bellarmino
o che un Dorfles si presenti
col profilo suo affilato
e con gli occhi grigi e assenti
di un Asburgo trasognato
o che Lea, vergine e prava,
come notte opposta al dì,
dica come sfolgorava
la Belle Dame Sans Merci.
Fomez, Fomez malandrino
che dipingi sui dipinti,
quali mostri il tuo giardino
mostra, e che fantasmi estinti!
Con che gioia disfiguri
non si sa se Palma il Vecchio
o i narcisi morituri
che si specchian nel tuo secchio…
Così popolan l’interno
dei tuoi quadri intertestuali
gli abitanti di un inferno
di congressi culturali.
E non so se tu li danni
a partir dalle tue arti,
o in effetti tu condanni
te, pur ospite a quel party.

Umberto Eco

Racconti trasversali 2019

Racconti Trasversali 2019

Un kiebitz racconta

Kiebitz

ARTICOLI

Sui Poeti

 

Dall’ottobre 1974 a tutto il 1975, ho eseguito un ciclo di opere ispirate ad alcuni poeti. Perché i poeti? Una prima ipotesi potrebbe essere che ho voluto saccheggiare un’area –quella dei poeti- non ancora sfruttata dai colleghi. O che l’atmosfera tipica del clima poetico dell’autore rappresentato, sia stato il pretesto per variare e quindi arricchire i miei temi. O che anche mi piacesse il loro fare poesia che poteva essere congeniale al mio fare pittura, con tutte le accezioni che si possono fare su questo temine.

Un’altra ipotesi potrebbe essere che mi sia divertito ad usare e ribaltare gli ingredienti poetici in una sorta di assemblagismo dada con aggiunte ludiche dai colori belli e squillanti.

O che abbia voluto schedare i poeti, come il “Majakovskij 2“, qui riprodotto ( c.f.r.Campania proposta uno, ediz.della Regione Campania 1976) e descritto così: Poeta russo nato nel 1893 e morto nel 1930.Questo quadro misura centimetri ottanta per cento ed è ispirato ad un  celebre manifesto di Majakovskij eseguito in collaborazione con Rodcenko:” Non ci furono e non ci sono succhiotti migliori di questo. Sono pronto a succhiare fino alla vecchiaia. In vendita ovunque”. Le  barche ed il mare sono desunti da un altro manifesto di Majakovskij ( c.f.r.catalogo di Majakovskij , alle pagg. 56 e 73 della Editrice Electa di Milano, 1975).

Detto questo si potrebbe allora dire che ho voluto schedare dei poeti di un certo tipo, per essere a mia volta felicemente e  finalmente classificabile, in un calderone concettuale.

Ma, ci potrebbero essere anche delle altre ipotesi: non ultima quella che ho detto un sacco di bugie, sulle ipotesi.

 

 

Napoli Marzo 1976                                                                    Antonio Fomez

Il cimitero di Valdichiana

Il viaggio fino a Napoli è stato ottimo, grazie anche alla mia nuova e fiammante Fiat Uno.Laggiù sono stato solo qualche giorno, appena il tempo per caricare i quadri per una mostra, ivi comprese alcune tempere su carta del ciclo”Di ritorno da Cuba”, che ho adagiato sui vergini tappetini dell’auto.Sull’autostrada verso il Nord, approfittando del bel tempo, decido di fermarmi per qualche ora nella zona etrusca della Toscana, per rivedere il bellissimo “Canopo di Chiusi” (famoso vaso di bronzo e d’argilla col coperchio interamente a foggia di testa umana), e la necropoli. Altri e maggiori cimiteri etruschi, com’è noto, si trovano ad Orvieto, Tarquinia e Cerveteri.A Chiusi l'architettura delle tombe è particolare e molto diversa da quelle affrescate e stupende che si trovano a Tarquinia, purtroppo lontana dal mio itinerario.

Più avanti decido di concedermi un’altra sosta, non per motivi culturali, ma per un doveroso obbligo nei confronti di “una creatura”che si trova in un cimitero toscano, situato tra Bettolle e Sinalunga. Esco a Valdichiana e m’incammino verso la tomba, con in mano un mazzo di fiori appena comprato in uno dei soliti e anonimi autogrill, finchè non me la ritrovo davanti, come “Il Cristo morto” del Mantegna, inscheletrita ed arieggiata nella sua essenzialità.Sul piazzale, unto d’oli e di rottami nonché privo d’alberi, di fianco ad un distributore automatico di benzina, finalmente rivedo i resti della mia amata e defunta Fiat 128, senza gomme e portiere, mentre hanno resistito allo spoglio e alle intemperie, un paio di cataloghi di mostre ancora al loro posto sulla mensola del parabrezza (c.f.r. pag.26 Catalogo Mostra Antologia, Museo di Gallarate, 1985).

Dopo aver deposto i fiori ammosciati sul tetto della 128, riguadagno l’ingresso dell’autostrada provato dall’emozione mentre, dopo Firenze comincia a farsi buio ed il tempo è freddo e nebbioso. Si accende la spia rossa del liquido dei freni e terrorizzato chiedo un consulto ad un benzinaio, il quale, dopo aver controllato tutto, arriva alla conclusione che si è trattato di un falso contatto.Infatti, dopo un’altra ora di viaggio, la spia si accende ancora, per poi rispegnersi definitivamente.Intanto la mia auto viaggia a non più di 100 chilometri l’ora, perché questo tipo di macchina, come mi è stato detto da un tecnico di un’officina Fiat milanese, soffre molto il freddo e bisogna proteggerla, mettendo sopra il paraurti anteriore una striscia di cartone!

Arrivo a Milano dove, sotto il mio studio, per via di uno sciopero, mi aspettano ordinatamente ammucchiati ma anche sparsi, numerosi cumuli d’immondizia, che hanno la stessa conformazione delle “tombe a tumulo”etrusche.Compio da solo tutta l’operazione di scarico, facendo molta attenzione nell’appoggiare i quadri e le scarpe, cercando gli spazi liberi dalla monnezza.Le tempere ed il golfino di cachemire, scivolato sul tappetino, li raccolgo per ultimi: i dipinti su carta sono ancora recuperabili, mentre il golfino che in parte li ha protetti, grondante d’acqua ed olio, finisce sul “tumulo”.Sgomberata la roba dal mio mezzo di trasporto, guardo esterrefatto sotto il sedile anteriore destro, e scopro un’enorme pozzanghera formata d’acqua, dal liquido dei freni e forse anche dall’olio dei pistoni.Il mio garagista mi ha assicurato che la causa di questo guaio, potrebbe essere la rottura del rubinetto che porta l’aria calda e inquinata, all’interno dell’abitacolo.Io so solo che, sebbene abbia vinto molti premi e sia l’auto più venduta e fortunata della Fiat, quest’Uno mi ha fatto venire la nausea, anche perché i suoi tecnici, quando l’ho portata nella loro officina, ritenendo che l’inconveniente fosse dovuto all’ingresso dell’acqua dall’esterno, hanno iniettato e cosparso in modo visibile tutte le guarnizioni del parabrezza, applicandovi un mastice nero che non asciuga mai.Che sia giunto il momento di comprare una bella macchina straniera?

 

Milano Giugno-Luglio 1992.                                                                             Antonio Fomez

 

Questo testo (che in parte ho rivisto nell’agosto 2006) è stato già pubblicato nel Notiziario Dars di Milano nel giugno 1992, ma mi è sfuggito quando pubblicai (Articoli Saggi) .Ed anche non ricordo in che mese e in quale anno l’ho scritto, mentre  la Fiat Uno la comprai nel 1989.

Arte del servizio

 

 

Ci piace molto vivere in una gran città come Milano perché è molto efficiente ed attiva.Lungi da noi è però l’intenzione di mitizzarla più del dovuto, perché in questa gran metropoli, vera capitale della cultura e del lavoro, ci sono difficoltà col suo orribile clima, estivo e invernale, e per il costo della vita. Ma, a cominciare dal settore artistico a quello dell’editoria e dello spettacolo, tutto funziona bene. Pensiamo che sia difficile trovare di meglio nelle altre città italiane, specie nel campo dell’arte del servizio.

Qui non vogliamo dilungarci sulla bontà, la qualità, la fedeltà e la dedizione della maggior parte delle collaboratrici domestiche che circolano nelle nostre case: la gente se le tiene, ove possibile, per lungo tempo.Ma quando come la nostra, hanno bisogno di assentarsi per un certo periodo, come si risolve il problema? E’ molto semplice: anzitutto non bisogna scoraggiarsi. Basta chiedere in zona, al barbiere, al lattaio o a chicchessia e, alla fine a Milano si trova veramente di tutto.

Ci bussa alla porta la supplente della donna che è andata in ferie a Rimini. Entra una signora milanese di mezza età, piccola bionda e dagli occhi azzurri., ma anche energica e decisa. E’ elegantissima col suo cappotto scuro in tinta unita che le copre un’appariscente gobba sulla spalla destra.: ma è bella lo stesso col civettuolo foulard marrone a quadri.Mentre ci prepara il caffè, ci osserva quasi per studiarci, col suo sguardo concupiscente e malizioso ricco di non celate significazioni. Dopo aver rotto una tazza di porcellana dipinta a mano dalla nostra amica Laura, concordiamo di ritrovarci il giorno dopo, per l’inizio dei lavori.

Arriva puntualmente: con molta professionalità, rifugiandosi dietro una gran tela in lavorazione nello studio, cambia il suo vestito con una vaporosa vestaglia di seta tailandese e comincia a lavorare alacremente. In tre ore di fatiche però, ne combina di tutti i colori.Fa scorrere troppo energicamente il nastro della tapparella della stanza da letto, scardinando alcune doghe che causano strappi ai lembi della tenda. Subito dopo brucia la copertura dell’asse del ferro da stiro, facendovi attaccare sopra la velina della stoffa plastificata e calpesta il telecomando del televisore, dopo averlo fatto cadere.

Ma forse pensava ad altro; è lo stesso molto dispiaciuta per l’accaduto ed è talmente mortificata per quanto è successo che ci chiede perdono piangendoci sulla spalla.Non vuole una lira per le tre ore di lavoro e vuole persino risarcirci del ferro da stiro, ormai irrimediabilmente perduto. Al nostro rifiuto ci offre una prova della sua disponibilità e gentilezza, telefonando immediatamente al figlio idraulico per sistemarci il rubinetto capriccioso della doccia.

Se ne vanno entrambi lasciandoci nell’appartamento allagato.

 

 

Milano10 Dicembre 1994                                                   Antonio Fomez

 

 

 

 

 

Cellulare artistico

 

Con i tempi che corrono cominciano a sparire alcuni narcisismi che andavano dall’esibizionismo dell’abbigliamento firmato ed il consumo sfrenato delle pellicce, fino alla moda dei viaggi a Santo Domingo e alle Seychelles.

IL vero status simbol d’oggi è il telefonino, oramai non più patrimonio di pochi; sebbene il costo del suo mantenimento non sia irrilevante. Questo poco ingombrante oggetto tecnologico, tenuto saggiamente nascosto dal possessore, oppure esibito in mano o alla cintura a mo’ di pistola, andrebbe però usato con parsimonia.Ad esempio per cercare urgentemente le persone in caso di bisogno o per motivi di lavoro: sarebbe molto utile a tutti, ivi compresi gli artisti, ma anche agli imbroglioni che lo clonano

In realtà adesso è diventato un vero feticcio che è portato dovunque: il suo squillo indiscreto si sente al mare su qualche meraviglioso scoglio sperduto, al cinema, in banca, al ristorante e persino nei tram.Presto il telefonino in chiave kitsch, sarà utilizzato da Anna Karenina, la famosa eroina di Tostoi, in una miniserie televisiva, ambientata a Roma anzicchè a Mosca, dove la bella protagonista, tra strade intasate di traffico, cerca col cellulare i suoi amanti nelle alcove della Toscana.

L’aggeggio è in ogni caso diffuso in tutto il mondo; un amico scacchista di ritorno da Buenos Aires, ci ha raccontato che i lustrascarpe argentini armeggiano col telefonino ad ogni angolo di strada. Da noi l’abbiamo visto usare, tra una scopata e l’altra, da più di un operatore ecologico. Espressiva, poi, è la recente sequenza televisiva dagli spalti insanguinati dello stadio di Brescia, quando il fanatico tifoso scatenato raccoglie dalle gradinate il suo apparecchio cadutogli dopo una sua prodezza contro i poliziotti.

Per non parlare dell’uso indiscriminato che se ne fa sui treni durante i lunghi percorsi, anche di notte: ogni ora la persona comunica dove si trova e che tempo fa all’altra appesa al filo. Ma anche sui tratti brevi, come sulla Napoli-Sorrentoi, la musica non cambia. Una mattina, viaggiando sulla comoda Circumvesuviana, dopo aver superato la stazione di Castellammare Terme (soprannominata quella dei Vichinghi per via del perenne degrado e delle strutture devastate), squillarono circa contemporaneamente più apparecchi: immerso nella lettura, pensammo in quel momento di essere a Milano in Piazza degli Affari.

In ogni caso viva la modernità, il progresso e la comodità, anche se ci venisse voglia di dire: gente e proletari di tutto il mondo rilassatevi…senza cellulare.

 

 

 

 

 

Milano 3/Dicembre 1994                                                                  Antonio Fomez

 

 

 

Domenico Manzella (1)

 

 

 

 

Non è da noi celebrare con un elogio funebre la perdita di una persona cara come Domenico Manzella, al quale eravamo legati da una lunga amicizia.Le parole talvolta sono inutili.Quello che possiamo fare è divulgare dell’autore la nostra incompleta ricerca bibliografica, conquistata da fonte certa. Ma anche un primo tentativo d’indagine critica degli scritti, e sull’attività letteraria in generale di Manzella.

Domenico Manzella è nato a Messina il 3 Dicembre 1925, dove si laurea in Lettere.In seguito si trasferisce prima a Roma e poi, agli inizi degli anni sessanta, definitivamente a Milano, dove continuerà a svolgere la sua attività di scrittore e di giornalista.Collabora con racconti, novelle e articoli letterari a vari periodici e quotidiani fra i quali: ”Ausonia”, ”La Fiera letteraria”, ”L’Italia”, ”Corriere della Sicilia”, ”L’Eco del Sud”, ”Unione Sarda”, ”Artecultura”, “Prospettive d’Arte”.Negli anni sessanta e settanta dirige per la Mondatori la collana di scrittori”L’Airone”.

Sebbene non si fosse mai considerato tale, è stato un attento critico teatrale, diventando Caporedattore della rivista “Sipario”e Direttore di “Sipario Edizioni”.Ha scritto servizi giornalistici dalla Francia, Grecia, Svizzera e Spagna, racconti e scritti critici su Hemingway, Buzzati, Saviane, Silone, Verga, e tanti altri importanti autori.

Nel periodo giovanile Manzella scrive tre romanzi, nei quali c’è una sorta d’esercitazioni e d’approfondimenti dei propri mezzi, pubblicate sui periodici americani “The thougt” e “The american citizen”.L’autore considerava “Una passione per vivere” (Ceschina Milano) il suo primo vero libro d’impegno. In quest’opera Manzella esprime uno degli stati d’animo più diffusi nei giovani, lo spreco d’amore e l’impossibilità di trovare un punto d’appoggio ed un’intima giustificazione alla vita d’ogni giorno.In questo libro l’autore manifesta anche uno struggente amore per certi luoghi di Milano trascurati e destinati a sparire del tutto. Alla luce di ciò cita alcuni caratteristici posti come la Darsena, i Navigli e il quartiere di Brera con le sue vecchie case e, la gente semplice dei rioni popolari e periferici.In questo bellissimo libro dove troneggia il giovane Aldo, personaggio più abulico che perverso, Manzella descrive anche affettuosamente la milanese “Piazza Grande”del 1960, “fresca e verde d’alberi e d’aiuole, accogliente i taciturni vecchietti seduti sulle panchine, i bambini educati ed eleganti che giocano sotto l’occhio vigile delle donne e delle cameriere, quadretti d’ambienti che Aldo paragona alle pastellose tele parigine di Zandomenghi”.

A questo volume ne seguiranno altri: ”Tutta la sua superbia” (Ceschina Milano, 1961 e Ponte Nuovo Bologna, 1963); “Donne e Artisti” scritto con Gino Traversi e Vittoria Palazzo (Istituto Europeo di Storia dell’Arte, Milano 1965); ”L’incontro giusto” (Bietti Milano, 1968); “I Teatri di Milano”scritto con Emilio Pozzi (Mursia Milano, 1971) che gli valse il Premio Campione e che fu ampliato in due poderosi volumi nel 1985; ”Lattanzi un illuminista scettico” (Scheiwiller Milano, 1980); ”Orfeo Tamburi” (Prospettive d’Arte Milano, 1980).

Ma sulla monografia di quest’ultimo pittore, su altre presentazioni e scritti in cataloghi per mostre, che talvolta erano rari motivi di disaccordo tra noi e Manzella quando scriveva d'arte, non è qui il caso di approfondirne l’argomento. Per lui gli scritti sull’arte erano solo un’attività marginale.Ci preme invece rilevare il suo insolito contributo all’arte, con una serie di servizi giornalistici, molto originali e creativi, pubblicati sulla rivista “Sipario”.Sulla stessa testata pubblica le scenografie realizzate o ipotetici bozzetti, di vari artisti di qualità, come Depero, Baj, Cavaliere, Giò e Arnaldo Pomodoro, solo per citarne qualcuno.

Manzella è stato un lavoratore instancabile che non andava mai in ferie.Al limite del sovrumano, negli ultimi giorni d’agosto ha scritto delle pagine in condizioni di salute impossibili.Ma già qualche tempo prima, quando avvertiva malesseri, si curava con l’unica terapia che gli consentiva di stare bene: lo scrivere.La sua felicità era consegnare puntualmente il lavoro, a tutti i costi. Negli ultimi istanti della sua vita fu persino raggiante quando ricevette la copia di una rivista, che curava tutta, appena fresca di stampa.

Sempre impegnato nel suo lavoro, Manzella era un uomo veramente modesto, ma anche schivo e silenzioso e per niente legato ad un qualsivoglia carrozzone politico e mercantile.Andare avanti con coraggio, diceva spesso Mimmo.

 

Milano Ottobre 1994                                                                         Antonio Fomez

 

 

 

 

 

 

1) Scomparso a Milano il 5 Settembre 1994.Quest’articolo è apparso su “Artecultura “Milano n°9 Novembre 1994, dov’ è pubblicato il dipinto d’Antonio Fomez”Ritratto di Domenico Manzella”, 1985, tela, cm.60x70.

Una favoletta artistica

 

 

C’era una volta un giovane pittore molto bravo, onesto ed idealista che lottava per la patria, la libertà e la famiglia. Non ancora completamente affermato, vive quasi poveramente con l’anziana mamma in una casa di ringhiera. Un bel giorno il nostro è finalmente baciato dalla fortuna: stringe una sincera amicizia con un critico d’arte, dal forte piglio imprenditoriale, che apprezza le sue opere e le divulga scrivendogli qualche articolo.

Ma il ragazzo raggiunge il culmine della gioia quando il giornalista gli propone di allestire una mostra personale in una galleria d’arte, della qual è consulente. Il titolare, simpatica persona bonacciona, tifoso della nazionale italiana di calcio, sebbene trasporti a fatica la sua obesità, è un uomo molto attivo e dinamico: svolge con entusiasmo il proprio lavoro coadiuvato da due formidabili segretarie, e riesce a vendere molti quadri. Dopo pochi convenevoli è sottoscritto un contratto molto vantaggioso per entrambi, che prevede l’acquisto d’alcuni quadri da parte della galleria per qualche decina di milioni, dei quali un quinto pagabili prima ancora dell’apertura della mostra e con la possibilità di comprare tutti gli altri, alla fine dell’esposizione.

Al sorgere del sole, accompagnato dal dolce canto degli uccellini che giulivi cinguettano sulla ringhiera, l’artista ritorna a casa felice e contento, abbraccia la madre ansiosa e malata, alla quale promette, a mostra ultimata, uno scialle di cachemire.

Intanto passa qualche mese, ma dell’anticipo non c’è traccia perché nel frattempo il gallerista è colpito da una fastidiosa paresi facciale e, subito dopo da un trauma cranico a seguito di un incidente stradale.Volano altri giorni.Finalmente lo sfortunato ciccione, irreperibile telefonicamente perché a suo dire gli era saltata la linea per un fulmine a ciel sereno, riesce ad incontrare il pittore ed a consegnargli la prima somma.

Arriva infine la sera dell’inaugurazione della mostra, che si tramuta in un vero trionfo; ma il picco è raggiunto a cena, date le numerose testimonianze a favore dell’artista, completate da autografi, musica, video, foto, ecc.A notte inoltrata, con la sua nuova auto presa ottimisticamente a cambiali, il pittore un pochino “bevuto” accompagna a casa il suo amico critico, e si lascia andare a qualche considerazione sul comportamento del gallerista; il quale saputo ciò dal suo fedele collaboratore, si vendicherà col pittore in modo bambinesco, non corrispondendogli più il dovuto e trattenendo due quadri a fronte dell’anticipo sborsato.

E come tutte le belle favole, anche questa ha una conclusione felice, con la mamma dell’artista che gratta e vince un biglietto da cento milioni, guarendo sul colpo e comprandosi lo scialle. Purtroppo gli altri due personaggi della vicenda subiranno entrambi infarti non decisivi, dopo le violenze subite nei gabinetti di un motel, da parte di una comitiva di tifosi ubriachi, di ritorno da una partita di calcio.

 

 

Antonio Fomez

Milano Ottobre 1994

Arte dell’imbroglio

 

 

C’è tutta una letteratura sulle opere d’arte falsate, che qui tralasciamo, come pure di quei manufatti firmati con cognomi somiglianti a quelli di grandi artisti, o in ogni caso di nomi noti (1).

Né c’interessa porre l’accento su cosa portano a casa, quei collezionisti sprovveduti, di ritorno dalle vacanze, reduci da una vendita all’asta.

Ci preme invece raccontare un episodio realmente accaduto, vissuto in prima persona in una città italiana sede di una Fiera d’arte, dove’eravamo stati invitati ad allestire una mostra personale.Gli operatori del settore sanno com’è pesante essere presenti per circa una settimana, all’interno del proprio stand.Così per rilassarci, un giorno chiedemmo al portiere dell’albergo della città fieristica, di metterci in contatto con un palleggiatore per giocare a tennis nella prima mattinata. Arrivati su posto vedemmo passare un Maestro di tennis con in mano una serigrafia: gli chiediamo di mostrarcela meglio e, a sua richiesta, rispondiamo che non conosciamo il valore dell’autore.Il Maestro capisce che non ne siamo rimasti entusiasti, ma c’incalza affermando che a casa sua ha in collezioni opere più note.Con una punta d'orgoglio afferma di possedere quadri d'autore del calibro di Guttuso, Cantatore e Rousseau, del quale ha appena comprato due disegni per L.6.000.000. Al che ribattiamo che per il famoso Rousseau detto il”Doganiere”, artista di fama mondiale, è impensabile avere opere per quella cifra. Dopo tre giorni di tampinamenti e di suppliche, alla fine non abbiamo più il coraggio di rifiutare di andare a casa sua, per vedere la raccolta.

Sulle pareti vediamo quadri orrendi dipinti dai pittori della domenica ed alcune buone opere litografiche dei soliti artisti di mercato.  Ma non riusciamo a riconoscere i due disegni di Rousseau, finchè non li mostra. Sono due nudini su carta, di cm.30x40, molto brutti: la firma è seminascosta dalla cornice. Mentre togliamo il vetro, notiamo dietro di entrambi i disegni, il timbro di una galleria francese che autentica le opere come originali di un certo Russò. Gli assicuriamo che è tutta una farsa consigliando al boccalone di restituire i manufatti a chi glieli aveva dati (per fortuna non li aveva ancora pagati), senza fare alcun commento sulla qualità degli stessi, ma dicendogli semplicemente che non piacevano alla moglie.Il tennista ci ringrazia promettendo di visitare il nostro stand espositivo e che, per un debito di riconoscenza sulla perizia gratis, acquisterà una litografia.Non l’abbiamo più visto.

 

1)Un tale a Portici un giorno ci disse di possedere in casa un quadro importante di Picazio, un altro quello di Gentilino, ecc.classico esempio di nomi camuffati, che rimandano a quelli di artisti noti, come Picasso e Gentilini.

Antonio Fomez

Milano Settembre 1995

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arte degli scacchi (1)

 

Il dilemma se una bella partita a scacchi può assurgere ad opera d’arte, sussiste sempre. Si può parlare d’arte scacchistica? E’ un’opera d’arte una gran partita combinativa del mitico Fischer o un incredibile finale vinto da Petrosian dopo cento mosse? Francamente nutriamo qualche dubbio, già espresso in un Convegno sull’argomento,presenti poche anime, che si tenne alcuni mesi orsono al Palatrussardi di Milano,all’interno del Festival dell’Unità.Allora come adesso,  siamo convinti che in una partita a scacchi ad alto livello,rientra sì la bravura ed il talento di chi gioca,ma anche lo studio delle aperture, mentre la  razionalità, ed il calcolo hanno poco a che fare con l’arte.L’arte è una sola, senza categorie e  punteggi come nel tennis e appunto negli scacchi, dove tra l’altro, chi conquista più punti Elo ha la possibilità di partecipare a Tornei scacchistici più importanti,e magari guadagnare di più, se rientra tra i premiati.

In altra occasione, cercheremo di approfondire l’affascinante argomento.Adesso ci preme rilevare un eccezionale evento scacchistico verificatosi alla fine di maggio.

Come artista appassionato “del nobil giuoco”, siamo stati invitati con altre persone, alla conferenza stampa tenuta al Museo della Scienza e della tecnica, dal Campione del Mondo Anatoliy Karpow, di passaggio a Milano, per disputare il giorno dopo a Castellanza un Torneo semilampo di scacchi che poi ha vinto.Numerose sono state le presenze di scacchisti e d’operatori del campo interessati: come quella d’Adolivio Capace, direttore della rivista”L’Italia Scacchistica”,del giovane emergente Maestro Internazionale nonché attuale Campione Italiano Ennio Arlandi, noto in tutto il mondo e per questo molto invidiato in Italia forse perché è tra i pochi che ha i numeri per conseguire il titolo di  Grande Maestro.C’era anche il forte scacchista cubano Ortega, lo scarso Maestro napoletano Astengo coi suoi colleghi più forti, tipo Mario Lanzani, Paolo Gomez, Pietro Cautiero e Cividali (che ancora piange quando ci vede perché perse una partita con lo scrivente per via di un sacrificio di torre sul suo Re), il Grande Maestro Sergio Mariotti, l’unico che abbiamo in Italia inserito in tale alta categoria, ed il promettente baby Borgo.

Finita la conferenza ed il rituale dei convenevoli, tocca allo scrivente, tra i quattro privilegiati, giocare con Karpow una partita blitz di cinque minuti.Intanto Arlandi e gli altri tre avevano già perso velocemente.Così, tra i flash dei fotografi e dei numerosi cineoperatori presenti, apriamo col bianco il pedone e4, non senza un pizzico d’emozione. Il G.Maestro risponde con la difesa Caro Kann, proseguendo con una linea di gioco a noi ignota.Non sappiamo come abbiamo fatto a rispondergli correttamente ad ogni sua mossa.Eravamo particolarmente ispirati quella mattina? Forse sì perchè non avevamo niente da perdere contro un tale avversario.Chi lo sa! Resta che nel corso della partita eravamo sempre in buona posizione.Karpow, mentre forse pensa più del dovuto, si accorge improvvisamente che è a corto di tempo e che la bandierina del suo orologio sta per cadere.Così, tra la sorpresa generale, ci offre la patta che gli concediamo sportivamente per la sua disponibilità a giocare con noi, ben consapevole che nessuno scacchista al mondo, in quella situazione favorevole l’avrebbe accettata.

Antonio Fomez

Milano 15 Giugno 1995

1) Antonio Fomez dal 1972, dai tempi della mitica sfida Fisher –Spasky per il Campionato del Mondo di Scacchi, è un socio della S.Scacchistica Milanese.Dopo aver raggiunto la I categoria Nazionale, nel 1987 non ha più partecipato a Tornei di promozione per aspirare al titolo di Maestro, perché considera tali competizioni troppo impegnative e stressanti.Ha avuto però la fortuna di giocare in Italia e all’estero alcune partite amichevoli con grandi giocatori, ottenendo talvolta buoni risultati (c.f.r. A.Fomez.”Articoli saggi” Ediz.S.Erasmo Milano 1994, dove sono pubblicate undici sue partite con il commento del M.I. Mario Lanzani).Negli anni 90 ha disegnato diverse copertine per la rivista “Italia Scacchistica”, diretta da Adolivio Capece. Lo stesso Direttore nel 1994 in occasione del passaggio a Milano di Karpow, per una conferenza al Museo della Scienza e della Tecnica, invitò l’artista-scacchista a giocare una partita con l’allora Campione del Mondo.

 

FOMEZ-KARPOW

Milano 1994.

Difesa Karo Kann

 

  1. e4 c6 2.  d4 d6 3. Cc3 g6 4. f4 Ag7 5.Cf3 Ag4 6.Ae3 Db6 7 .Dd2 Axf3 8. gxf3 Cf6 9.0-0-0 Cbd7 10.Ac4 e6?

(diagramma)

 

  1. h4 ? (una mossa debole.Bisognava giocare 11. d5! entrando in una variante forzata favorevole al Bianco. 11….. Db4 12.dxe6 DxA 13.ex C +  Cxd7 14.Dxd6 0-0-0 15. Dd3 con vantaggio) ….. d5!   12. Ab3 (meglio Ad3 secondo Karpow) 0-0-0 13. Ca4   Dc7 14. e5? Ch5 15. Tg1 Cb6 16. Rb1 Rb8 17.Cc5 Af8.Dopo questa mossa, il Campione del Mondo si accorge che è a corto di tempo e che la bandierina del suo orologio sta per cadere.Così, tra lo stupore del pubblico specializzato, tra i quali c'era il M.I. Campione Italiano che aveva appena perso col G.Maestro russo, offre la patta al Bianco che gliela la concede (1/2-1/2).

 

Arte dei conti fraterni

 

 

 

C’era una volta un pallottoliere usato dai bambini nelle scuole per fare i conti: oggi non si usa più e, anche per le piccole operazioni, si ricorre alla calcolatrice. Ma ci sono anche quelli che i conti non li fanno, preferendo affidare agli esperti, per esempio, le questioni ereditarie. In questo campo se ne sono viste di tutti i colori: genitori mandati all’ospizio il giorno dopo che costoro hanno intestato ai figli tutti i propri beni, per non parlare delle interminabili liti fratricide, finite a schioppettate, per un metro di terra contesa.

Sul tema dell’eredità una nostra amica ci ha raccontato un’incredibile storia. Valeria, d’origini meridionali, vive nel Piemonte, dove ha un ottimo lavoro.Qualche tempo fa era riuscita a salvare dal fallimento uno dei suoi quindici fratelli (un uomo rozzo e incivile, dedito al gioco del lotto e alle prostitute) che si era appropriato la ditta del padre, dilapidando buona parte del patrimonio della famiglia. Valeria, col suo denaro riesce a sanare il fallimento ed a salvare solo due appartamenti, uno abitato dallo stesso fratello coi cinque figli minorenni, e un altro occupato dai genitori, situato su uno scoglio circondato dal mare inquinato. Alla morte dei genitori, Valeria, dopo aver liquidato quei fratelli che a suo tempo accettarono l’eredità, diventa proprietaria dell’appartamento al mare.

Qualche anno dopo, al momento di fare la denuncia di successione, si accorge però che il suo legale consigliò una procedura irregolare (non si può rinunciare ad un’eredità dopo averla a suo tempo accettata).Alla luce di tuttociò, Valeria, i suoi fratelli e i nipoti si trovano nuovamente ad essere tutti eredi, ma con varie quote. La malcapitata deve così rintuzzare gli assalti vampireschi dei suoi congiunti; i fratelli senza alcun rispetto né gratitudine per quanto avevano già avuto (e col fratello imbroglione in prima fila), assalgono Valeria con nuove richieste di denaro. La donna per alcuni mesi non ha pace, sola a lottare con i parenti e una ventina di legali.

Finché una notte d’estate fingendosi in casa, fa saltare in aria l’invidiato appartamento. Al mattino tutti i fratelli ed i nipoti, senza i loro legali, decidono di tuffarsi nel mare in apnea, cercando di recuperare dal fondo qualcosa (soldi, gioielli, coperte, quadri, sculture, ecc.). Ma tutto fu vano: quel giorno il mare era agitato e particolarmente incarognito di rifiuti e di topi morti.Così i voraci parenti piansero a lungo, non certo per il colera o per qualche escoriazione che qualcuno si beccò a seguito del tuffo, né per la morte della sorella.

 

 

 

Portici Dicembre 1995

Antonio Fomez

Arte del rifugio

 

Filiberto e Bianca Menna ci ricevettero di buon mattino nella loro abitazione romana.Il marito in pigiama, rise moltissimo per quanto c’era capitato e ci disse: ”E’tutta colpa dei tuoi Ciechi a Marechiaro”.

Un lettore di queste colonnine, una volta ci ha chiesto stupito se le storie degli avvenimenti che raccontiamo, sono o non frutto di fantasia.Gli rispondiamo in quest'occasione.Sono tutti veri gli incontri fortuiti con i ladri sui treni, le auto fuse durante i viaggi, i quadri volati sull’autostrada insieme al portapacchi, le vicende poco edificanti di galleristi imbroglioni o dei capitoni che scivolano nel water.Tutto ciò può accadere a qualsiasi persona.Gli operatori artistici, poi, non vanno mai in pensione, e sono spesso in giro. Anche adesso che c’è una crisi economica nel settore delle arti figurative, alcuni continuano a fare mostre, anche se molti di questi sono costretti a succhiare i chiodi.

Ma, ritorniamo al compianto studioso d’origini salernintane, Menna. Agli inizi degli anni 1980, in compagnia dell’altro critico d’arte Antonio Del Guercio, dopo aver presentato un libro dello scrivente (1) in una galleria romana, ci offrì generosamente il pernottamento in un suo monolocale, sito alla periferia di Roma.Dopo la manifestazione, finita oltre la mezzanotte, una cognata di Filiberto ci fece vedere la camera e se n’andò, lasciandoci le chiavi.

Entrammo al pianterreno di una camera molto bella, tinteggiata di bianco, arredata con molto gusto e di cose essenziali.Poche le opere d'arte presenti, ma tutte di gran qualità.Ma, appena messo piede in quell’ambiente piuttosto asettico, fummo assaliti da un forte senso di disagio.Così decidemmo, per non intaccare l’ordine e la pulizia che regnava, di non usare il bagno e forse dormire per terra sulla moquette blu e che il mattino successivo non avremmo preparato il caffè.Ma, per ovviare a quest’ultima dolorosa rinuncia, mentre tiravamo indietro la porta, uscimmo furtivamente in mutande per riprendere dalla Giulietta Alfa Romeo alcune arance napoletane, dono affettuoso della nostra povera mamma che le aveva fatte portare per l’occasione. Purtroppo la capatina per quelle buonissime arance ci portò una sfiga bestiale, perché non riuscimmo più a rientrare in casa, giacché la porta, con all’interno la chiave nella toppa, non poteva più aprirsi dall’esterno. Che fare? Alberghi in quella zona a noi sconosciuta non ce n’erano.D’altra parte, andare in giro seminudo a cercare una stanza, o piombare alle due di notte in casa di Menna, così conciato, non era neanche il caso di pensarlo. Così ci rifugiammo nell’auto, dove dormimmo per cinque ore, in pieno inverno, coperti solo da uno sporco telo di plastica, usato per avvolgere i quadri.

 

 

Antonio Fomez

Milano Ottobre 1995

 

 

 

 

 

 

 

1) Fomez, lettere a “Da Ruoppolo a me”Ediz.Annunciata, Milano, 1982. In questo volume sono pubblicate “lettere vere”di Menna, Del Guercio, Eco, Sanguineti, Argan, ecc.Le nature morte esposte, una specie d’ironica rivisitazione da Ruoppolo ed il libro, furono presentate al “Lavatoio Contumaciale”di Roma, gestito da Menna.

Arte del trasporto e della battaglia

 

Oggi è possibile, grazie all’efficienza d’alcuni corrieri espressi, far arrivare a destinazione anche sulle lunghe distanze, tutta la merce che si vuole, nel breve giro di un giorno. Per non parlare delle ditte che si occupano di traslochi, dotate d’attrezzature e di personale specializzato, capaci di trasferire da chiodo a chiodo, qualsiasi oggetto o mobile che sia, nella nuova destinazione decisa dal cliente.

E gli artisti? Come si regolano costoro nei trasporti delle loro opere? Quelli dal mercato fortunato utilizzano il loro furgone ed il personale di studio, altri hanno la possibilità di pagare lautamente un imballatore e un corriere, oltrechè un assicuratore, se non di accollare queste spese al gallerista o al Museo che esporrà le sue opere.Ma la maggior parte degli artisti è per lo più ardita e non priva d’iniziative creative: moltissimi, vuoi per pigrizia, oppure per eccessivo amore per il proprio lavoro, preferiscono viaggiare in auto in compagnia delle loro opere, anche per guadagnare tempo, una volta raggiunta la meta, in fase d’allestimento.

Recentemente, facendo anche noi parte della categoria del fai da te, abbiamo imboccato con un cospicuo carico di quadri l’autostrada del sole da Milano, diretto a Napoli, per presentare una mostra personale nelle sale dell’Istituto Francese. La giornata invernale è molto bella, guidiamo tranquilli anche perché abbiamo alleggerito il gravame (qualche mese prima sulla Milano- Bergamo avevamo trasportato più opere) spedendo due giorni prima della partenza, tramite corriere, altri lavori.

Dopo aver percorso alcune centinaia di chilometri in scioltezza, poco dopo Bologna siamo affiancati da un automobilista che ci fa capire con un’inequivocabile gesticolare, che il nostro carico è volato via dal tetto.Ripercorriamo in retromarcia sulla corsia di emergenza circa 300 metri, fermandoci sul luogo dell’impatto, sbigottito e furibondo, senza tuttavia perdere la calma, osservando con trepidazione lo slalom cui erano costrette le auto per scansare il pericoloso ingombro, prima di detestare il camionista del TIR che schiaccia metà dell’involucro comprendente gli ultimi cinque quadri della nostra produzione, ancora ancorati alle barre metalliche del portapacchi.Poi, con accurata destrezza, permeata da sicura incoscienza, riusciamo a tirar via dalla carreggiata i resti semidistrutti dei manufatti, legandoli in qualche modo con una corda molto tesa, passante per i due finestrini delle portiere, per ancorare meglio i quadri al tetto nudo della Fiat Uno.Viaggiamo fino a Napoli con un capo della corda che ci sfiorava la nuca ed un altro la gola, (1).

Ma, come in tutte le favole (anche se quanto capitatoci corrisponde assolutamente al vero), c’è una conclusione felice: al casello d’uscita di Napoli non paghiamo il pedaggio per via di uno sciopero.Poi, nelle grandi sale dell’Istituto Francese complice il Direttore J.Noel Schifano, abbiamo creato su una parete di 40 metri quadrati l’opera “La battaglia dei quadri sull’autostrada”con il residuato dei lavori, dei legni e dei telai divelti.Abbiamo aggiunto in basso un successivo lavoro: ”Madonna con altarino”del 1966, reperito nella nostra abitazione di Portici, quasi come un’ex voto per il pericolo scampato (2).

 

 

1)I quadri danneggiati e poi restaurati sono: a) ”Interno con Van Gogh e demoiselles”1992, cm.140x120; b)”Atelier a Venezia”!992, cm 140x100; c) “Cagnolino nello spazio1992, cm.82x202x10; d) “Atelier en plein air”1992, cm.125x 164; e)”Calcio d’inizio con Courbez”, 1990, cm.170x130.I quadri b, c, d, e, sono pubblicati nel volume di A.Fomez”Articoli saggi”1994.

2)La foto dei quadri danneggiati durante il trasporto è pubblicata alla pag.106, nel volume: ”Benvenuti a Portici”del 1998, con testi di Dorfles, Eco, ecc.                      

Antonio Fomez

 

Portici 10 Marzo 1995

Arte e Giustizia

 

 

 

 

Alcuni decenni orsono era d’uopo (ma forse in misura minore lo è anche oggi) Che quando una persona del Sud rientrava nella sua abituale residenza al Nord, doveva farsi carico di voluminosi fardelli da far recapitare ad amici e parenti, contenenti prodotti mangerecci o indumenti.

Recentemente anche a noi, che per motivi di lavoro stiamo facendo settimanalmente il pendolare tra la Calabria e la Lombardia, c’è stato offerto, da una brava scenografa di Catanzaro, un incarico di corriere espresso. Non ci ha però fornito di un provolone burroso, né di un qualsiasi cappotto da consegnare in città, ma di una sua AGFA usa e getta, onde poterle fotografare il Palazzo di Giustizia di Milano, nel caso non avessimo trovato alcun’immagine dell’edificio stesso, che avrebbe poi utilizzato per un suo progetto artistico.

Purtroppo, del colossale e brutto edificio (in alcune sale di udienza ci sono dipinti, sculture e mosaici di A.Martini, C.Carrà, G.Severini, ecc.) costruito in stile littorio tra il 1935 e 40 dall’architetto Marcello Piacentini per accogliere la nuova sede dei Tribunali, non abbiamo trovato alcuna riproduzione. Così decidiamo di riprendere al più presto lo storico Palazzo col nostro giocattolino. In quel momento nevicava e c’era foschia, mentre alcune lastre di ghiaccio, sciogliendosi sul calpestio, tenevano a dura prova il nostro equilibrio artistico-fotografico.Terminato il lavoro, in quelle condizioni climatiche e con le scarpe nuove rese inservibili dalle pozzanghere e dalle piccole voragini gelide, siamo ritornati a casa delusi, raffreddati e senza la nostra Fiat Uno, portata via da un carro attrezzi del Comune di Milano.

Fortunatamente una domenica, alcune ore prima della partenza per il meridione, abbiamo avuto la desiderata immagine del Palazzo, che un amico aveva trovato pubblicata su una vecchia e ponderosa pubblicazione milanese. Alla ricerca di un negozio aperto nei giorni festivi, dove poter fare delle fotocopie a colori del libro, abbiamo vagato per Milano e provincia invano, prima di poter ottenere quanto promesso alla giovane, in un ospedale svizzero, che ci ha fornito vieppiù d’alcune aspirine per la nostra galoppante influenza.

Ma, la domanda che sorge spontanea (che non rivolgeremo a Caterina, ) è questa: giacchè siamo nel clima di “Mani Pulite”non potresti fotografare tu il Palazzo vista la varietà d’inquadrature che ogni giorno ci offre la TV?

 

 

 

 

Milano Febbraio 1995

                                                                                                        Antonio Fomez

 

Arte e sponsor

 

 

 

 

Ancora sull’argomento dopo dieci anni dalla “Pagella”1985”. Ora però i tempi sono più maturi affinché i media mettano da parte certe immagini effimere prese dal mondo dello spettacolo, in favore di quelle più durevoli che vivono nel settore dell’arte.

La domanda che sorge spontanea potrebbe essere questa: signori sponsor, avete mai pensato cosa vi potrebbero rendere pubblicitariamente i volti di una Lea Vergine o di una Daniela Palazzoli, sicuramente più belle della Carrà e della Cuccarini? E di un Eco, di un De Grada? Riprendere in Tv i loro gesti, con in testa un cappellino rovesciato alla Jovanotti con il vostro logo in bella vista, mentre illustrano le opere d’arte, le Logge di Raffaello o le Avanguardie storiche? O scoprire gli artisti mentre dipingono i nuovi generali della politica (Baj), oppure ironiche forme geometriche (Del Pezzo) sullo sfondo di uno scatolone di detersivo che rimanda allo studio dell’arte pop? Che ne direste di un delizioso formaggino che sciogliendosi si trasforma in un bianco dipinto di Fontana? Che effetto farebbe, nello stacco pubblicitario di una trasmissione politica di Berlusconi che dall'opposizione al Governo chiede le elezioni anticipate a Giugno, veder volare una pesante scultura sferica d’Arnaldo Pomodoro che via via s’ingrandisce fino ad occupare tutto lo schermo?

Senza contare che gli artisti sono creativi, capaci in altre parole di inventare con i registi nuove dissolvenze e sottili giochi di campi e controcampi. Nascerebbero così altri programmi con inedite sequenze d’operatori visivi, critici e galleristi del calibro d’Inga-Pin o della Pilat, contrattare in diretta di quadri, di saggi, di cataloghi, di denaro. Tutto ciò creerebbe un nuovo spettacolo dove il pubblico da casa potrebbe attivamente partecipare col non più vituperato telefono. L’abbonato conoscerebbe finalmente, dal produttore al consumatore, quanto vale una cartella dattiloscritta da Dorfles, di Guardoni o di Teodosio Martucci, o quanto costa realmente un quadro di Dorazio, di del Vecchio, di Venditti o di De Filippi, magari impegnandosi a pagare con un fax, o subito dopo col Bancomat, o con la Carta di credito, tecnologia permettendo.

Infine: vista la mancanza della RAI che non trasmette quasi nulla sull’arte (dati i bassi indici d’ascolto), ma mette insieme nei programmi d’informazione la soubrette Alda Parietti e un giornalista serioso come Arrigo Levi, perché non creare una trasmissione culturale sull’arte con Valeria Marini in compagnia di qualcuno del nostro settore?

 

 

 

 

Milano Aprile 1995                                                                     Antonio Fomez

 

Arte in proprio della TV

 

Tutti sanno che nelle TV commerciali l’arte figurativa è bandita ancora di più che alla RAI: giro lo stesso i canali sperando lo stesso di trovarla.Subito sono sommerso da una pioggia di pubblicità che interrompe qualsiasi programma, spesso senza preavviso, compreso l’arrivo allo sprint di una corsa ciclistica, com’è avvenuto su Canale 5, all’ultimo Tour de France.

D’altra parte i privati che gestiscono le reti devono pure campare senza poter usufruire del canone che la RAI invece riceve: alcuni imprenditori sono venuti dal nulla, e col loro lavoro hanno costruito un impero. Mi viene in mente la storiella del lustrascarpe che, grazie alla sua bravura, diventa Presidente degli Stati Uniti. Ciò significa che in un regime di competizione, chiunque se è bravo e fortunato può sfondare, com’è avvenuto all’idiota di genio protagonista del film “Forrest Gump”.Nelle TV private, grandi o piccole che siano, si fa tutto in proprio come nelle scuole non pubbliche: si utilizzano parenti e amici per insegnare, poco importa se alcuni di loro non hanno il titolo specifico.

Alla ricerca dell’arte m’imbatto nell’arte della noia in “Buona Domenica”su Canale 5, dove il conduttore Scotti intende catturare gli spettatori durante i pasti, prima che facciano la pennichella. Mentre faccio zapping col telecomando, scorro infiniti cantanti dai volti rapiti dalle loro canzonette (altri c’informano delle fatiche e drammi esistenziali per la costruzione del nuovo disco come se avessero appena finito di dipingere la Cappella Sistina), apprendo che Berlusconi in un’intervista cita l’aneddoto: ” Ho visto la mamma pregare nella nostra cappella d’Arcore.Era in collegamento diretto con Lui e rimproverava papà di non aiutarmi dal cielo”.1)

L’espressione più artistica, da body art, insomma, l’ho vista su Telelombardia e dintorni dove si pubblicizza in varie ore del giorno una macchina massaggiatrice di glutei femminili, molto carnosi, con due fasce e trattamento dimagrante, al prezzo scontato di L.280.000.Poi un canale bresciano, Telemarket che manda in onda orrende immagini di quadri dilettanteschi, seguiti talvolta da qualche discreta lito.

Dopo l’incidente avvenuto a “Datimedia”sull’exit pool (2), ecco finalmente un talk show su Telemontecarlo, dove vedo il conduttore Rispoli molto garbato.Questa trasmissione è molto più tranquilla rispetto a quella di Costanzo, che ospita spesso esibizionisti e pazzi furiosi.Intanto un altro presentatore di un programma d’Italia 1, afferma che non c’è par condicio alla RAI, perché quest’Ente ha trasmesso in diretta la manifestazione del 1 Maggio, con tante bandiere rosse.

Sempre procedendo con lo zapping m’imbatto in film fiction ed in telefilm con orribili bambini bianchi e neri, col sottofondo del pubblico precotto che applaude o ride a comando registrato, e nei filmati taroccati di Castagna.Poi, su Telenovela c’è l’imbonitore con una voce rauca e sgradevole che vende gli aspirapolvere: lo stesso personaggio lo ritrovo, girando su RAI 3, qui però, con gli autori è intento a vendere romanzi e poesie, sempre urlando e smanettando rumorosamente.

Finalmente trovo qualcosa sull’arte, ma quella del kitsch: apprendo che quest’anno il primo Premio del Teleratto (un anti premio per le trasmissioni più brutte) è stato vinto da Emilio Fede per il suo TG4, il secondo da “I fatti vostri” (presentato da Ma galli, con Antonio e Marcello che talvolta ragliano invece di cantare), il terzo è andato al “Processo di Biscardi” e il quarto a “Domenica in” (quando andranno in ferie le varie Venier?).Particolari premi alla carriera sono andati a Mike Buongiorno, detto mister prosciutto, per via di una pubblicità che propone, e ad Ambra.

Milano 15 Maggio 1995                                                          Antonio Fomez

 

 

 

1) La nota che segue l’ho aggiunta il 3/8/2002.Mentre ribattevo”Arte in proprio”per salvarla sul P.C., l’occhio è caduto su un articolo uscito oggi sulla”Stampa” dal titolo: ”Berlusconi merita il Nobel per la Pace”.Trattasi di un’iniziativa dei deputati calabresi di Forza Italia, che hanno cominciato la raccolta delle firme per il riconoscimento (per la Pace) al loro leader, per via di aver favorito l’ingresso della Russia nella NATO e per l’intervento sulla vicenda degli ostaggi palestinesi asserragliati a Betlemme.In questi stessi giorni, tra l’altro, il Senato ha già approvato la nuova legge “sul legittimo sospetto sui giudici”.Mentre intorno alla seconda quindicina di Luglio2002, c'è stata un’interessante dichiarazione del Cavaliere, pubblicata da tutti i giornali.L'attuale Presidente del Consiglio affermava che al momento non aveva ancora deciso, quando si presenterà l’occasione, se candidarsi o no per la Presidenza della Repubblica

2) Nei conteggi dava erroneamente vincente il Polo sull’Ulivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arte non vista

Dalle trasmissioni Rai sull’arte abbiamo memoria di due programmi degli anni 1960: ”L’approdo”che trattava d’arte e letteratura e le “Tre arti Tv”, su mostre, interviste e notiziari specifici sull’arte figurativa.D’altro, se si escludono alcuni servizi amicali e qualche paludata mostra celebrativa, trasmessi in orari impossibili buoni solo per gli insonni o per i disoccupati, ricordiamo ben poco.Senza però dimenticare i telegiornali che citano l’arte, magari informandoci della morte di qualche artista, oppure indugiano, sebbene meno frequentemente rispetto al passato, sulla presenza del tale politico o sindaco al vernissage di una mostra personale di qualche sconosciuto senza qualità.Tuttociò ci rimanda ai tempi sospetti in cui i telegiornali si occupavano spesso delle mostre personali dell’onorevole democristiano Amintore Fanfani  pittore,o della modestissima pittrice Novella Parigini.

Così, alla ricerca dell’arte perduta ci affidiamo allo smanettamento del telecomando.Poiché l’arte è una, speriamo di beccare con l’aggeggio, non solo com’è trattata l’informazione televisiva, ma anche com’è adoperato il mezzo stesso per assurgere ad arte. Intanto in Rai, dopo la “par condicio”ci sarà la “par conduco”: per limitare le apparizioni televisive dei conduttori (dopo il successo politico di Pietro Badaloni alle elezioni regionali dello scorso aprile), i mezzibusti ruoteranno per sei mesi.

L’Oscar del cattivo gusto non è detenuto dalle reti commerciali, bensì dalla Rai (altroché Teleratto di cui forse ci occuperemo in altra nota) per lo sciacallaggio sulla disgrazia d’Alfredino avvenuto a Vermicino nei pressi di Roma nel 1981, con numerose ore di riprese in diretta, finchè non si spense il suo grido nel pozzo. E’ di ieri 7 maggio la notizia che la Rai, pressata dai giornali, ha ritirato dal commercio, in nome della sua Presidente Moratti, la cassetta video da lei edita dal titolo “Emozioni Tv”, al costo di L. 19.000, che riprendeva quei disperati momenti.

Sempre illusi di trovare qualcosa sull’arte, mentre ci adoperiamo allo zapping, troviamo l’arte dello stillicidio dei politici, di cantanti rapiti dalle stupide canzonette, i talk show, i giochi, le buste numerate, le telefonate in diretta, le statue di Madonne che piangono, i trucchi dell’ipnotizzatore sui carboni accesi.

Dopo la berlusconizzazione della Rai, specie nelle prime due reti, l’azienda pubblica dedica sempre meno spazio alla cultura: pare però che adesso abbia più audience ed un bilancio leggermente attivo. Forse ciò è dovuto al presentatore Baudo,che ha deciso di sanremizzarci per tutto l’anno (la Fininvest proprietaria dell’attuale Presidente del Consiglio Berlusconi, ha risposto all’attacco con la karaochizzazione su alcune sue reti, d’Italia uno e di Canale 5.

Vermicino continua lo stesso con la Tv del dolore nella”Cronaca in diretta”, dove sono intervistati i genitori e i parenti delle vittime assassinate e dove le domande migliori a loro rivolte sono:”se n’è fatta una ragione per la perdita di suo figlio?”E giù lacrime su tutto lo spazio del teleschermo, il cui dettaglio ci ricorda l’ironico dipinto del pop americano Litchestein.Lo stesso programma aveva uno scoop, fortunatamente bloccato dalla denuncia del comico Beppe Grillo, di una ragazza tossico che si bucava in diretta (per la sua prestazione aveva ricevuto un compenso di L.300.000).Tutto questo ovviamente per fare audience e catturare un maggior numero di telespettatori.

Ma la Tv non è solo voyeurismo e spazzatura, perché per fortuna la Rai trasmette anche film senza stacchi pubblicitari e produce buoni programmi come: ”Mi manda Lubrano”, “Quark”, “Quelli che il calcio…” (dove c’è un surreale Everardo della Noce), ed altri ancora.
Finalmente, sempre facendo zapping, abbiamo pescato qualcosa d’interessante in quel “Blob” su Rai tre d’Enrico Grezzi & soci, che qualcuno vorrebbe sopprimere perché pare che costi troppo. “Blob”, quando non eccede in qualche volgarità di troppo, è un programma piuttosto creativo, basandosi sull’attualità e il collage d’eventi particolarmente buffi, incollati ad altri volutamente discordanti.Tra le tante, ricordiamo la straordinaria la sequenza in bianco e nero di due disperati sullo sfondo di una discarica.

Antonio Fomez

Milano 7 Maggio 1995

 

Gli artisti e quelli fasulli della Tv

Nel campo delle arti figurative il termine artista è da sempre molto inflazionato forse perché costoro diminuiscono sempre di più; alcuni muoiono, altri non ce la fanno a reggere al lavoro poco riconosciuto, difficile e stressante.Aumentano invece quelli che si ritengono o sono ritenuti tali e che si avventano su tutti gli spazi espositivi, pubblici e privati che siano, ben sostenuti dagli sponsor e dai critici dalla parcella salata.

Tralasciamo l’approfondimento della parola ARTISTA per motivi di severità e per non ingenerare confusione con chi crede di esserlo.Affermiamo invece che esistono molti buoni od ottimi pittori, scultori, registi, musicisti, poeti, scrittori, ecc.D’artisti invece come Fellini, o di quelli rivoluzionari come Giotto, Caravaggio e Picasso, che produssero il nuovo, non ce ne sono molti e tanti forse sono ancora da scoprire. Ma la cosa più buffa è che molte persone considerano impropriamente artisti quelli che possiedono una certa bravura tecnica o interpretativa, come gli attori, i presentatori televisivi, i cantanti di canzonette e quelli dei melodrammi, le spogliarelliste, i disegnatori di vignette umoristiche, i fumettari, i calzolai che cuciono le scarpe a mano, i circensi, i grandi calciatori, ecc.Nel campo dell’arte pura, l’artista può essere paragonato ad un gran ricercatore scientifico silenzioso; se gli va bene, ne trarrà dei vantaggi in tarda età.

Tutt’altra cosa avviene invece nel settore dello spettacolo, pullulante di pseudo artisti, dove, sebbene la concorrenza non è meno agguerrita rispetto ai vari campi, è pur vero che basta un passaggio televisivo, una canzonetta ben arrangiata, uno schiaffo in diretta o una foto su un rotocalco scandalistico per rendere popolari e protagonisti una qualsiasi Ambra o Fiorello che sia. Subito dopo, mentre gli artisti e gli sperimentatori sono lì a succhiare chiodi, quelli dello spettacolo avranno successo in giovane età; fioccheranno per quest’ultimi i contratti pubblicitari che hanno resi miliardari i vari Baudo, la Carrà e tanti altri, ai quali vanno aggiunti una certa quantità di giornalisti specie delle TV commerciali, che scrivono libri o conducono trasmissioni sportive, come Biscardi e Maurizio Mosca, non essendo certamente artisti, ma bravi professionisti dell’intrattenimento e dell’effimero.

Infine un’appello a quelli che lavorano nello spettacolo”: lasciate a noi dello specifico il termine artista, illusorio e difficile.Voi tenete pure i soldi augurandovi che i vostri spettacoli ed i quiz registrati e magari mandati in onda dopo l’anno 2000, facciano ancora ridere.

Milano febbraio 1995                                                                 Antonio Fomez

Arte culinaria

 

 

La nostra è un’età di grande appetizione; nel frattempo è anche caratterizzata da diete e tabù alimentari.Nel 1600,la scuola napoletana,con Recco e Ruoppolo soprattutto, creò dipinti sul tripudio del cibo e della frutta. Nel cinema l’orgia gastronomica è stata già rappresentata, tra gli altri, in due splendidi film: “La grande abbuffata” di Marco Ferreri, e “Il cuoco, il ladro, l’amante e la cameriera”dell’inglese Peter Greenaway. In TV, per non parlare dei libri e delle dispense nelle edicole sull’argomento mangereccio, furoreggia su Telemontecarlo la rubrica mattiniera, condotta dall’ex cantante Wilma De Angelis, che insegna ai telespettatori come preparare succulenti piatti, saporiti secondi e favolosi dolci.

Alla luce di tutto questo, c’è anche chi si pone il solito ed irrisoluto problema: si mangia per vivere o si vive per mangiare? Nell’attesa di trovare una risposta, cercheremo d’essere propositivo, sperando di trovare qualche consenso tra i lettori, fornendo così una ricetta culinaria. Sebbene uno scritto in bianco e nero sia meno accattivante e convincente di un rutilante filmato televisivo a colori, possiamo fin d’ora assicurare che quegli a mici che l’hanno già sperimentata, sono rimasti talmente contenti, da richiedercene un’altra, per noi improponibile (siamo come Paganini…).

“Le patate alla effe”, anche se create per caso nel 1986, e già pubblicata (1), è una nostra esclusiva ricetta che non richiede alcuna particolare attenzione. L’unico inconveniente di tale ricetta, dandone per scontata la bontà sulla fiducia, è che alla fine è leggermente costosa.

Ingredienti: 1 Kg. di patate, acqua, whisky, una sedia a sdraio, un qualsiasi deodorante, una pentola.

Cottura: lessare le patate in una pentola contenente acqua fin quasi all’orlo.

Degustazione: bere un bicchierino d’ottimo whisky sulla sdraio.Addormentarsi per almeno un’ora e mezzo.Al risveglio non ci sarà più acqua nella pentola. Le patate avranno un profumo formidabile d’affumicato ed un ottimo sapore. Non è uno scherzo. Provare per credere.

Riassetto: buttare via la pentola e profumare l’ambiente con un deodorante.

 

 

 

Milano 27/1/1996                                                             Antonio Fomez

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  • Fomez: ”Articoli saggi”Ed.S.Erasmo Milano 1994 , pag.109

 

 

 

Arte del colpire i parenti

 

 

Tra realtà e finzione, come ci hanno insegnato i grandi artisti e gli scienziati, spesso non c’è un confine netto. Così nel film “Parenti Serpenti” di Monicelli del 1992, appena uscito nelle edicole in videocassetta, c’è una trama quasi simile a quella, se il lettore di questa colonnina ricorderà, vissuta realmente da Valeria. (1)

            Le due storie hanno incredibili analogie: raccontano quelle di famiglie numerose che vivono nel Sud, ma potrebbero essere ambientate ovunque. Nuclei familiari legati da affetti, veri o presunti che siano, finché sono viventi i genitori. Nel finale del film, questi ultimi ormai piuttosto vecchi, chiedono ai figli di vivere con loro. La risposta, dopo che costoro non avevano trovato alcun accordo per il loro affidamento, è un pacco regalo dei figli stessi, contenente una stufa a gas, in cui è attivato un micidiale meccanismo che farà saltare in aria i due poveretti.

Dal canto suo Valeria, già da qualche tempo orfana, sogna invece, pur di non farsi estorcere dai suoi quindici miserabili fratelli che pretendono ulteriori quote ereditarie sulla sua casa al mare, valutata al prezzo di mercato in duecentocinquanta milioni di lire, di distruggerla con la dinamite. Al risveglio la donna ha due possibilità: intraprendere una causa civile contro i serpenti e forse vincerla dopo molti anni, oppure cedere al ricatto familiare con l’esborso di oltre cento milioni. Sceglie la seconda soluzione, più rapida, che le permetterà di vendere la casa contesa e di ricavarne del denaro con il quale, previa altra integrazione, potrà finalmente acquistare un appartamento a Torino, dove lavora.

Sebbene Valeria non creda alle frasi stereotipate tipo quella che“ i napoletani hanno un cuore generoso”,mentre quelli del Nord “sono freddi e calcolatori”,mette a frutto quella torinese “dei falsi e cortesi”.Infatti, dopo aver liquidato quelli che lei considererà per sempre presunti fratelli, li inviterà ad un sontuoso banchetto, fingendo di voler festeggiare l’avvenuto acquisto di una cascina sul Po e di una piccola villetta a Positano, Assolda un killer e prepara l’ultima cena con ogni dovizia.

Alla tavolata tutti sono allegri ed increduli per tanta insperata bontà della sorella. Mangiano come maiali profferendo frasi convenzionali, come avviene nel film “Parenti Serpenti” e sono prodighi di complimenti e d’auguri verso Valeria.Arrivati alla frutta, tutti hanno le pance piene: entra così in scena il killer, ben appostato, che mitraglia tutti. Non muore nessuno perché l’arma non è stata caricata con proiettili di piombo ma con delle rasche (2) raccolte in un tubercolosario, aventi nel nucleo centrale un rivolo di sangue infetto. Le urla, i lamenti e le vomitate si sprecano: quasi tutti i conviviali impazziranno, mentre tre di quelli che si erano particolarmente distinti durante le estenuanti trattative ereditarie, vivranno gli ultimi giorni della loro vita, lebbrosi, impidocchiati e abbandonati dai figli, sullo sfondo di una discarica.

 

 

Portici 19 Giugno 1996

                                                                                                    Antonio Fomez

 

 

 

 

 

 

 

1)” Arte dei conti fraterni”dic.1995

2) Sputi raggrumati.

 

 

Arte dell’io

 

 

 

Qualche mese fa il “Corriere della sera”pubblicava un appello al Presidente della Repubblica Scalfaro firmato da 49 artisti, che denunciavano la decadenza della città di Milano, in questo periodo governata dal Sindaco leghista Formentini.Siamo d’accordo con loro quasi in tutto. Ma come si potrebbe non esserlo quando gli stimati colleghi dichiarano che Milano, rispetto a tante piccole città europee, non ha un Museo d’Arte contemporanea? Darmstad con i suoi 120.000 abitanti ne ha tre, mentre Locarno, con appena 12.000, ospita grandi mostre. Gli artisti hanno ragione quando affermano che la mostra “Da Monet a Ricasso”, in questo periodo al Palazzo Reale di Milano, è costata troppo per averla “a pacchetto” dal Muso Puskin di Mosca.Resta però il fatto – di là delle critiche e dei sarcasmi sulla stessa (definita“scatola di cioccolatini” perché l’allestitore ha colorato le pareti con i colori che dovrebbero essere in accordo con quelli dei vari dipinti esposti) – che la mostra sta avendo un notevole successo di pubblico, grazie anche al frastuono della pubblicità che richiama le masse.Tra l’altro anche noi abbiamo dovuto prenotare con molto anticipo la visita, per evitare le lunghe code, con un nostro folto gruppo di studenti dell’Accademia di Belle Arti di Torino.

Ma è anche vero tuttavia che Daverio, attuale assessore alla cultura della giunta leghista, si accorga che questa città dov’è nato il futurismo, meriti anche delle mostre propositive sul contemporaneo.Ci sarebbe anche un’altra considerazione da fare, forse più maligna. Vuoi vedere che in cuor loro alcuni firmatari dell’appello, già beneficiati dalla giunta precedente d’altro colore politico, non aspirino a far fallire e chiudere la mostra per arrivare il giorno dopo a Palazzo Reale con un Tir carico delle proprie opere?

Se qualcuno ci domandasse: ma tu da che parte stai? Tergiverseremmo solo un attimo, rispondendo che non siamo certamente dalla parte di tutti i relatori e gli aderenti al convegno “Spazio all’Arte”, organizzato da Alleanza Nazionale a Roma, con l’aggiunta di una mostra e di un intervento del suo segretario Gianfranco Fini.Scorrendo la lista dei nomi degli aderenti siamo rimasti molto stupiti di leggere, tra i numerosi altri, quelli di Dorazio, Finizio, Belloli, De Santi, De Stefano, Echaurren Matta, Gatt, Orienti.

Infine: coerente col titolo”Arte dell’io”, scriveva nel 1986 sul nostro lavoro Gillo Dorfles ”…Fomez- che proprio in seguito alla sua indole satirica e ironizzatrice è stato spesso tenuto in disparte negli agoni nazionali e internazionali….” (1) Da quella data, ma anche da prima, più di uno avrà capito noi da quale parte stiamo, del nostro scarso opportunismo e l’innata tendenza a schierarci sempre dalla parte….degli scemi.

 

 

 

1) Gillo Dorfles: Catalogo, ”Tavole imbandite di Antonio Fomez”, Sagrato del Duomo, Comune di Milano, 1986.

 

Antonio Fomez

 

Milano 27 Marzo 1996

 

 

 

Arte e computer

 

 

Si stima che oggi almeno trenta milioni di persone siano collegati, tramite computer, alla rete Internet.Ma, accanto a questi sviluppi interessanti, non mancano i rischi.Virus sempre più pericolosi si diffondono nelle reti, mentre i nuovi criminali cibernetici, sfruttando le tecnologie avanzate, s’intrufolano nei circuiti, frugano nei dati e spiano nelle memorie elettroniche, riuscendo a violare così i sistemi più protetti.Gli haker sono i nuovi pirati del 2000 che sferrano micidiali attacchi e poi scompaiono: segreti e informazioni fanno parte del loro bottino.

Per quanto ci riguarda, non abbiamo nulla da temere; sebbene l’informatica faccia ormai parte della vita quotidiana, non usiamo il computer. E’ facile immaginare la nostra sorpresa quando, qualche anno fa, una gentile telefonista ci annunciò che la sua ditta intendeva regalarci un tale apparecchio, corredato dai dischetti con tutta la famosa Storia dell’Arte di G.Carlo Argan. La stessa aggiunse che era desiderio dell’azienda offrire in omaggio il loro apparecchio ad importanti professionisti della città, per scopi pubblicitari. Ai nostri ringraziamenti ed al desiderio di avere al più presto il gradito omaggio tramite corriere, l’impiegata rispose che per la ditta era una gran soddisfazione consegnarlo ad personam.

Raggiante, dopo aver sgomberato un tavolo dello studio per far posto al computer, attendemmo la desiderata visita di un loro rappresentante. Aprimmo la porta ad un uomo molto distinto che ci mostrò subito le foto del nostro computer, facendo scorrere da un album anche quelle con i volti e la dedica di aprrezzati professionisti milanesi, e di noti politici del calibro d’Andreotti, possessori dello stesso tipo d’aggeggio.Ci disse anche, adulandoci, e anteponendo spesso al nostro cognome il titolo di Maestro, che per la sua ditta era un grande onore che il loro computer facesse bella mostra nello studio di un importante artista.

Dopo averlo ascoltato una ventina di minuti, lo autorizzammo a consegnarci il dono promesso, che presumibilmente aveva lasciato nella sua auto. Al che il giovane elegantemente incravattato ci affermò che, per ricevere l’omaggio dovevamo superare una piccola formalità che, per una persona come noi era assolutamente cosa da poco.Cioè per due anni avremmo dovuto impegnarci a comprare un dischetto d’aggiornamento sulla Storia dell’Arte, al prezzo annuale di L.4.000.000, diluibili in dodici comode rate mensili. Gli rispondemmo, ormai completamente convinti dell’imbroglio, che sulla questione avremmo deciso dopo aver interpellato nostra moglie.Il giovane, sempre con cortesia, accusò il colpo senza bere la bugia. Ci fece però capire, quasi per umiliarci, che non era il caso di rimandare l’acquisto per una cifra così bassa: bisognava decidere subito, altrimenti l’offerta del dono non sarebbe stata più valida. Lo accompagnammo educatamente alla porta, rimettendo sul tavolo quanto avevamo accantonato prima.

 

 

 

Milano Gennaio 1996                                                       Antonio Fomez

Arte e Kitsch

 

Scriveva nel ‘600 il poeta napoletano G.B.Marino:”è del poeta il fin la meraviglia”.Nel periodo neoclassico la critica,avversa al barocco, volle condannarne taluni peculiari aspetti, come l’ampollosità e il desiderio di meravigliare a tutti i costi, con spettacolose scenografie e invenzioni stravaganti.Anche il filosofo Benedetto Croce bollò il barocco con “le sue architetture che non sorreggono nulla”.

Chissà se il termine tedesco “kitsch”, o del cattivo gusto,possa risalire in qualche modo al filone più deteriore del barocchismo (è di triviale gusto kitsch la miniaturizzazione di un’architettura trasferita in altro contesto,il modo errato di fruire di un’opera d’arte cercando nella medesima solo le impressioni gradevoli e zuccherose,ecc.).E’ kitsch anche la volgare cronaca in diretta (la TV del dolore), con l’intento più che informare, di meravigliare.Così come i litigi in diretta, seguiti da lanci di oggetti come fece Sgarbi con un tal D’Agostino, la clonazione di programmi, la promozione di libri e di canzonette, sfruttando il passaggio o la notorietà televisiva.

Esaurito il capitolo Sanremo, col suo Festival noioso come sempre e fortunatamente con un notevole calo di audience,forse molte persone del settore Arti Figurative seguite da altri, hanno fatto zapping alla ricerca di qualche programma televisivo sperimentale o artistico.Ma è noto che i persuasori occulti (termine molto di moda trent’anni orsono)considerano artistici e culturali solo le romanze di Pavarotti, le canzonette di alcuni cantanti rapiti dalla loro musica, cui vanno a aggiunte le artistiche e belle vallette scosciate e quei comici che non siamo sicuri se fanno o meno ridere.

Un giorno ci siamo imbattuti in una discreta trasmissione di critica alla Tv (Telesogno su RAI Tre):ospite in studio il critico d’arte Bonito Oliva,creatore di artisti e di movimenti, con un collegamento esterno in diretta con l’imitatore Gigi Sabani.Lo studioso salernitano attacca ferocemente Sabani ,per via del suo insulso programma su una rete commerciale,”Re per una notte”,dove prendono parte dei bambini che imitano i cantanti famosi.Ognuno di costoro scimmiotta un divo dell’etere.Oliva dice cose giustissime e parla di sosiologia.Rivolgendosi poi al garbato conduttore Ferretti,eccede dicendo:”Non voglio dare risposte troppo intelligenti per non mettere in difficoltà Sabani”.E’un atteggiamento kitsch anche questo,sebbene dopo la zuffa iniziale degna di una sceneggiata napoletana,sia finita a “tarallucci e vino”, con attestati di reciproci di stima e di auguri, da parte dei due rissaioli.

 

                                                                                                                         Antonio Fomez

 

 

 

 

Milano 1 Marzo 1996   

 

 

Arte trash o dell’immondizia

 

Dal titolo di questa colonnina forse qualcuno potrebbe essere tratto d’inganno; non scriveremo dell’oggetto trovato e poi riscattato in forma artistica, come i famosi”ready made”del dadaista Duchamp.Piuttosto ci preme porre l’accento una nuova forma di pensiero: per taluni tutti ciò che ci circonda è “trash”, in altre parole spazzatura.

Il mensile”Gulliver, a proposito della filosofia dell’emulazione e della sottocultura, ha pubblicato i risultati di un particolare sondaggio effettuato tra i frequentatori dei locali.Gli elenchi dei nomi pubblicati sono molto divertenti: quello sui “trash Vip”annovera tra i primissimi posti la Lambertucci (per il programma “Sani e belli”su Rai 1, Emilio Fede, Maurizio Mosca, l’attore Alvaro Vitali (quello di Pierino degli anni ’80), Marta Marzotto, e la cantante Nilla Pizzi.Nella classifica dei dischi c’è la Carrà con la “Maga Maghella”; ”Omaggio alla mia terra” di Mino Reitano e “Felicità”d’Albano e Romina.Noi aggiungeremo anche qualche disco di Arbore con la sua orchestra, che recentemente in Australia ha rimbecillito una platea d’immigrati italiani, col sole, il mandolino, l’amore e l’allegria, esportando il volto obsoleto di Napoli. Nell’elenco dei film al primo posto figura “L’esorciccio”di Ciccio Ingrassia, ”Mia moglie”è una bestia”con Massimo Boldi, ”La bestia in calore”con S. Baccaro”e “Napoli serenata calibro 9” con Mario Merola.

Purtroppo anche in quest’occasione, quella rivista, in sintonia cogli altri organi di stampa, ha dimostrato una totale ignoranza e disinteresse per la cultura, trascurando il settore delle Arti Figurative dove i pittori trash.Non sono da meno di quelli degli altri settori.D’altra parte bisogna anche riconoscere che gli artisti, pittori, scultori o architetti, validi o meno che siano, lavorano spesso con discrezione.Le loro opere sono pubblicate in libri e cataloghi, che forse sono i veicoli più giusti per farli conoscere.Raramente appaiono in video e pertanto sono noti solo da una certa elite di lettori acculturati.Pertanto, stilare una classifica dei peggiori manufatti artistici circolanti oggi in Italia, avrebbe interessato un numero limitato di persone.Ma, tuttociò non è per niente sicuro.Infatti, nel 1985, quando inventammo la “Pagella dei critici” (alle cui valutazioni in voti si è ispirata recentemente “Il Giornale dell’Arte “di Torino) con i punteggi coraggiosi dati dagli artisti sui critici, in base al loro impegno, notorietà, coerenza, velocità, e perfidia, i grandi quotidiani, ma anche il compianto Vincitorio su Radio 3, ne pubblicarono ampia notizia.La "Pagella dei critici"uscì clamorosamente in occasione dell’Arte Fiera di Bologna.

Un amico, docente in un’Accademia di Belle Arti, sarebbe invece interessato alla pubblicazione di una “Trash Assistant”, essendogli capitato un assistente velleitario che non collabora con lui e combina”guai estetici”agli allievi.Alla sua richiesta siamo rimasti perplessi.Ma, se un importante editore ci strappasse l’assenso sotto tortura, preferiremmo per una spiritosa e ludica “Pagella Artistica dei Titolari di Cattedra”.Almeno costoro, di chiara fama o meno, sono pur sempre dei nomi più noti ad un certo pubblico che non gli assistenti che, tra l’altro con le vigenti leggi, non sono abilitati ad insegnare.

 

 

 

 

 

 

 

Torino 30 Aprile 1996                                                               Antonio Fomez

In treno

 

 

Sul tema dei viaggi in treno, molto è già stato scritto e filmato, al cimena come in Tv.Qui citeremo solo il famoso giallo, ”Assassinio sull’Orient Express” d’Agata Christie ed il film”Caffè express” di Nanni Loy del 1980, con una grande interpretazione di Nino Manfredi.In questa nota trascureremo l’interessante fenomeno della mutevolezza continua del paesaggio che scorre dal finestrino.Né c’interessa descrivere, tra i passeggeri che intraprendono un lungo viaggio lungo le rotaie, alcuni sguardi complici o i “piedini” galanti.che talvolta s’incontrano.

Preme invece intendere alcuni reali flash, vissuti in prima persona e scattati ad orari differenti, su una linea a percorrenza breve, che trasporta migliaia di pendolari: la Milano Torino andata e ritorno.Alle 7,20 a Milano, dopo aver dribblato a fatica i soliti elemosinanti, finalmente si parte.Quelli che faranno l’intero tragitto proveranno a dormire, perché c’è silenzio e tranquillità.Ma non sempre il tentativo ha buon esito, perché talvolta ci sono delle interruzioni al sonnellino supplementare, dovute alle contestazioni tra quei viaggiatori che hanno dimenticato di convalidare il biglietto, secondo le recenti normative, e il capotreno che pretende le 10.000 lire per l’infrazione.Arrivati alla stazione di Novara e a quella dopo di Santhià, il convoglio si anima con l’arrivo degli studenti.Spesso qualche vagone è invaso dai bambini delle scuole, che si recano al Museo Egizio di Torino, dove arriveranno alle ore 9.

Più interessante è invece il viaggio di ritorno per Milano, con partenza da Torino Porta Susa delle ore 18. Talvolta il treno è stracolmo: si trova però posto 15 minuti dopo che saranno scesi i viaggiatori diretti a Chivasso.Quelli rimasti, dopo una giornata di lavoro sono stanchi; non lo sono invece le pendolari del sesso, lucciole di notte. Sono lì rumorose, allegre e vispe, con i loro caratteristici nasi schiacciati sopra una bocca dalle labbra grandi. Vestite con abiti per lo più sgargianti, le avvenenti nigeriane, alcune provviste di walkmen, altre con improponibili scarpe a spillo argentate, riescono così a trovar posto come gli altri.Spesso si sistemano nel reparto fumatori, camminando avanti e indietro per i corridori.Certune cantano a piena gola e stonano; altre si mettono a loro agio allungando le gambe a piedi nudi, sfiorando così l’ignaro passeggero dirimpettaio che dorme. Arrivati a Magenta, alle porte di Milano, la musica cambia.C’è tranquillità.Le ragazze assumono un’aria professionale mentre si riordinano. Il rituale giornaliero è sempre lo stesso: look e preparazione del viso cosparso con una crema bianca, ritocco di smalto ai piedi e alle mani ed infine una vestizione più accurata e coerente per la lunga notte di lavoro che le aspetta.

Intanto trilla il solito, indiscreto cellulare.

                                                                                                        Antonio Fomez

 

 

 

 

 

Torino 31 Maggio 1996

Intervista a Fomez del 1996

a cura di Valeria Gobba

 

Fomez è stato tra i protagonisti dell’arte pop in Italia dal 1963/64 e, qualche anno dopo, tra i primi in Europa ad utilizzare singolari rilievi e scalette per immergerli in contenitori trasparenti pieni d’acqua. Dell’artista sono famosi”i Cicli pittorici”, che hanno preso a pretesto opere famose di artisti come Leonardo, Brueghel, Rosso, Courbet e Velazquez; l’ultimo di loro (qui proponiamo qualche opera) è ispirato proprio a questi ultimi grandi Maestri.Fomez si distingue sempre per la sua ironia e vena satirica, riuscendo a ricostruire percorsi decontestualizzanti ed estranianti, in una chiave postmoderna, intrisa ad un certo citazionismo. A tal proposito si può capire perché Umberto Eco gli abbia dedicato tutta la pagina 72 del suo famoso libro”Il secondo Diario minimo”, uscito nel 1992 per conto della Bompiani. Fomez è nato a Napoli.Vive a Milano dal 1963.Attualmente insegna all’Accademia di Belle Arti di Torino.

Ho provato a fare quattro chiacchiere con lui in modo velocissimo, perché era in partenza non so per dove.

 

V.G: A chi interessa attualmente il suo lavoro?

A.F:   Ai giovani e a quelli che fanno funzionare il cervello.

V.G: Perché?

A.F: A leggere le opere superficialmente si potrebbe incorrere nell’errore che siano gradevoli.Se       invece, aldilà della crosta “kitsch”si vuol saperne di più, allora bisogna riflettere.

V.G: Chi è il pittore?

A.F:   Uno che aldilà della sensibilità e della cultura, deve mettere in preventivo di condurre una vita difficile colma di delusioni.

V.G.: Che cosa vuol dire fare cultura?

A.F:    Operare nel proprio tempo, captare le nuove sensazioni, aggiungere, intrigare, creare dubbi. Avere il coraggio di ricominciare daccapo per cercare nuove vie, se non trasmettere idee originali.

V.G:   La più grande soddisfazione?

A.F:    Trovare una persona disposta ad apprezzare un mio quadro e comprarlo al prezzo giusto.

V.G.:   Il complimento più bello che ha ricevuto?

A.F:     Quello di essere un creativo, anche se questo termine è spesso incollato solo ai pubblicitari.

V.G:     Quale la cosa più brutta?

A.F.      Quando più di qualcuno mi ha detto: perché continui a disperdere le energie nell’infinità dei tuoi cicli invece di soffermarti su uno di questi?Penso che il mio lavoro, come quello di tanti altri, più che accettato o respinto, vada giudicato nella sua globalità.

 

 

Quest’intervista è stata pubblicata, corredata da immagini a colori d’alcuni dipinti, sulla rivista “Contemporart”di Nonantola (Modena) nel numero d’aprile 1996 e su Internet.

Intervista all’ombra della pittura

(a cura di Aoristas) (1)

              

“……………………………………………………………………………………………”…

 

D.: quale rapporto c’è nella tua creatività fra l’elemento pittorico/retinico e -per esprimersi in termini duchampiani- quello concettuale?

 

R.: Non vedo nella mia indagine una radicale contrapposizione fra l’aspetto pittorico e quello concettuale, come sosteneva Duchamp, perché a me al di là del gioco e del kitsch intellettualizzato, quello che maggiormente importa, è il gesto pittorico in tutte le sue accezioni.E’esso che in definitiva scopre e legittima il rilievo mentale della pittura.

 

D.: Come si può definire la tua ricerca attuale.Forse citazionista o, meglio ancora, post-moderna?

 

R.: Probabilmente non lo so neppure io.E’ difficile classificare il mio intervento. Se invece si riscontra in quel che faccio una sorta di economia dell’invenzione e la ricerca del già fatto, allora la mia pittura si può pure classificare post-moderna. Quanto al mio personale citazionismo, ti suggerisco di consultare anche la pag.72 che Umberto Eco mi ha dedicato nel suo famoso libro”Il secondo diario minimo” (ed. 1992).La troverai, credo, molto divertente e, suo modo, informativa.

 

D.: In questo periodo sei Docente di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Torino, ed occupi la stessa cattedra che appartenne a Felice Castrati.Qual è il tuo giudizio sui giovani e sul loro rapporto con i docenti?

 

R.: Sull’infinito tormentone di questi rapporti, ma anche di quelli avuti con colleghi, assistenti e modelle, preferirei parlarne più in là e….magari scrivere con te una sceneggiatura per un’Artenovelas. Quando, in altre parole, sarò decrepito con le mani tremolanti, stanco e malato e senza più il supporto dell’entusiasmo che ho in questo momento del mio pendolarismo torinese. Ma un’anticipazione bonaria te la posso anche dare subito.Penso che ieri come oggi quasi tutti i docenti delle Accademie italiane, con la collaborazione degli assistenti, ebbero sempre, nel bene o nel male, influenzato la creatività dei propri allievi, talvolta anche per un semplice riflesso condizionante. Nei casi più subdoli invece, i docenti cercano di imporre le proprie idee ai giovani per farli diventare loro epigoni. Alla luce di tutto questo non mi meraviglia più di tanto l’episodio riportato qualche mese fa dal quotidiano “La Stampa”.Circa cinquant’anni orsono, in occasione di una mostra personale di Burri, oggi artista famoso in tutto il mondo, alla Galleria La Bussola di Torino, un pittore famoso di allora (lo è anche adesso ma solo in Italia), per disprezzare quella nuova pittura, tanto lontana dalla sua di stampo accademico, la definì stracciona e miserabile. E fece cadere una moneta dentro un sacco incollato del pittore umbro.Quel gesto piuttosto infelice, provenne da Felice Casorati.

 

D farebbe piacere se qualcuno dei tuoi allievi percorresse la tua strada o addirittura ti imitasse?

 

R.: Non mi piacerebbe affatto.Anzi sarei molto avvilito, perché significherebbe che gli sforzi da me fatti in questi mesi per tentare di far crescere i giovani sviluppando la loro originaria personalità, sarebbero dei fallimenti.Il mio scopo, al contrario, è quello di offrire loro gli strumenti artistici e conoscitivi, affinché dubitando e confrontando continuamente ipotesi e fatti, possano pervenire ad una loro individuale concezione dell’arte.

 

 

D.: Tu sei inserito in numerose ed importanti pubblicazioni come “Il Dizionario enciclopedico dei pittori ed incisori italiani” (Bolaffi Torino 1973), l”Enciclopedia Universale” (Fabbri, Milano, 1973), ”La pittura del Novecento”di Antonio Del Guercio (UTET, Torino 1980), ”Senza titolo”di Eduardo Sanguineti” (Feltrinelli, Milano 1992), e tante altre ancora. Qual è in proposito il più recente libro di Storia dell’Arte, se c’è, che maggiormente ti ha stimolato riflessioni ed idee?

 

R.: Per quanto concerne l’arte contemporanea non saprei proprio.Anche perché, a mio giudizio, in Italia manca un vero e proprio manuale che descriva, al di là dei mirati interessi mercantili o di pregiudizi di varia natura, la corretta situazione artistica italiana dal 1960 in avanti.Mi diceva lo storico Antonio Del Guercio, alcuni lustri orsono, che la Storia dell’Arte in Italia andava riscritta. Riveduta e corretta aggiungo io.

 

“………………………………………………………………………………………..”

 

 

Milano Aprile 1996

 

 

 

1) cfrArtecultura-MilanoMaggio 1996.Le risposte appartengono a Antonio Fomez

 

Scacchi a “quelli che il calcio”

Questa volta tocca allo scrivente, invitato da Adolivio Capace direttore di “Italia Scacchistica, giocare una partita a scacchi a Torino, sempre sotto gli occhi dei riflettori (c’è una diretta TV di RAI tre di “quelli che il calcio…”), con Boris Spasky, ex Campione del mondo, defenestrato nel 1972 dall’americano Fischer.Ci sediamo nel posto assegnato che non è gran ché, dal punto di vista delle riprese, che puntano invece su quello scioccherello di Brosio e sui vicini che hanno un posto riservato dagli organizzatori.Pare che qualcuno, per avere un tale posto privilegiato abbia speso L.500.000. L’ex inviato d’Emilio Fede, che non fa ridere nessuno, gioca anche lui in simultanea col Gran Maestro russo.In realtà finge di giocare autonomamente, perché durante gli stacchi degli altri collegamenti, ha un Maestro affianco che gli consiglia le mosse.Le scacchiere sono una quindicina; Spasky, alla prima mossa col bianco, apre col pedone e4.Dopo un’ora di gioco, con alle spalle ignaro, come avvenne con la partita con Karpow, il Maestro Giulio Borgo, molti perdono.Resiste alla fine solo lo scrivente, in una posizione eccellente.

                                                                                                                                                Antonio Fomez  

Torino 1996 (settembre?)

SPASKY-FOMEZ

 

Torino 1996
Difesa Siciliana

1.e4 c5 2.Cf3 e6 3. d4 cxd4 4.Cxd4 Cf6 5.Ad3 Cc6 6.CxC dxC 7.00 e5! 8.Cd2 (il Bianco manovra con l'idea di portare questo cavallo in f3 per attaccare il pedone e5) Ae7 9.b3?….Dd4 (il Nero approfitta della lentezza dell'impianto scelto dal Bianco, portandosi in vantaggio e costringendo l'avversario a perdere forzatamente due tempi) 10.Tb1 (diagramma)

Scacchi a “quelli che il calcio”

Questa volta tocca allo scrivente, invitato da Adolivio Capace direttore di “Italia Scacchistica, giocare una partita a scacchi a Torino, sempre sotto gli occhi dei riflettori (c’è una diretta TV di RAI tre di “quelli che il calcio…”), con Boris Spasky, ex Campione del mondo, defenestrato nel 1972 dall’americano Fischer.Ci sediamo nel posto assegnato che non è gran ché, dal punto di vista delle riprese, che puntano invece su quello scioccherello di Brosio e sui vicini che hanno un posto riservato dagli organizzatori.Pare che qualcuno, per avere un tale posto privilegiato abbia speso L.500.000. L’ex inviato d’Emilio Fede, che non fa ridere nessuno, gioca anche lui in simultanea col Gran Maestro russo.In realtà finge di giocare autonomamente, perché durante gli stacchi degli altri collegamenti, ha un Maestro affianco che gli consiglia le mosse.Le scacchiere sono una quindicina; Spasky, alla prima mossa col bianco, apre col pedone e4.Dopo un’ora di gioco, con alle spalle ignaro, come avvenne con la partita con Karpow, il Maestro Giulio Borgo, molti perdono.Resiste alla fine solo lo scrivente, in una posizione eccellente.

                                                                                                                                                Antonio Fomez  

Torino 1996 (settembre?)

SPASKY-FOMEZ

 

Torino 1996
Difesa Siciliana

1.e4 c5 2.Cf3 e6 3. d4 cxd4 4.Cxd4 Cf6 5.Ad3 Cc6 6.CxC dxC 7.00 e5! 8.Cd2 (il Bianco manovra con l'idea di portare questo cavallo in f3 per attaccare il pedone e5) Ae7 9.b3?….Dd4 (il Nero approfitta della lentezza dell'impianto scelto dal Bianco, portandosi in vantaggio e costringendo l'avversario a perdere forzatamente due tempi) 10.Tb1 (diagramma)

 

Benvenuti a Portici

 

In questa pubblicazione il lettore troverà un ordine di catalogazione delle opere piuttosto inconsueto: le ultime realizzate nel 1996/97 compariranno per prime, accompagnate dai testi di Dorfles e di Eco.Subito dopo, nei saggi monografici di Trione e di Eco (quest’ultimo del 1971 riportato perché nella sua attualità ha insperate analogie col mio lavoro recente) scorreranno le immagini delle opere dal 1957 in poi.

 

Il mio ultimo ciclo artistico, imperniato sulle ceramiche e sulle sculture di bronzo “Serpenti & Parenti”, è ispirato alla trama di un film e a una vicenda narratomi da una mia cara amica (cfr. pag. 37).Le opere di questo ciclo sono inedite e le esporrò in anteprima mondiale a Portici. Ma anche altri lavori non sono mai stati inseriti in cataloghi.

Ho evitato di presentare i primi disegnini, ritraenti mia madre o la zia Antonietta, sedute o sdraiate, o piccoli quadri di barchette, o paesaggi porticesi sullo sfondo di un non allarmate Vesuvio, eseguiti quando avevo da poco abbandonato i calzoncini corti.Ambirei ad esporli qui, tra una ventina d’anni, nel Palazzo Reale, oppure in Piazza San Ciro tra meno di un lustro, se il Sindaco attuale comincia con il radere al suolo l’orribile fontana centrale, restituendo dignità alla piazza com’era un tempo, con tanti tavolini come in Piazza San Marco a Venezia. (1)

 

Ho scelto il titolo “Benvenuti a Portici” perché bene augurante, anche se apparentemente banale. Per chi non conosce i luoghi e la storia di questa cittadina e sa solo che da qui è partita la prima ferrovia italiana, la famosa Napoli-Portici, diremo che la nostra città confina con la brutta periferia orientale di Napoli; dopo l’ultimo palazzo napoletano e all’apparire del primo palazzo porticese c’è la scritta: “Benvenuti a Portici”.Entrando nella cittadina record, con la più alta densità di abitanti di Europa, seconda al mondo dopo Hong Kong, colpisce subito il grande e caotico traffico, la cui responsabilità non è certo imputabile agli attuali amministratori, perché loro, in un territorio così piccolo, hanno trovato una città ferita e umiliata dagli scempi edilizi compiuti da alcuni loro predecessori.Hanno però avuto in retaggio le straordinarie Ville Vesuviane, la Reggia Vanvitelliana, un mare da ripulire ed un gran patrimonio culturale creato da persone attive e da artisti. In generale, quando si parla di artisti la gente comune, complice la TV e i media, considera tali anche quelli che lavorano nel campo dello spettacolo, spesso facilmente miliardari. (2). Intendo invece riferirmi agli artisti operanti nel campo delle arti figurative e a tutti quelli che spesso sacrificano la loro vita alla ricerca, talvolta senza approdare a nulla se non a succhiare chiodi.

 

Al momento in cui scrivo non so se la mia Antologia sarà ospitata nella ristrutturata Villa Savonarola o nel Museo di Pietrarsa.So solo che organizzare le mostre negli spazi pubblici comporta sempre dei problemi; d’altra parte mi rendo conto che questa sarà la prima mostra organizzata dal Comune di Portici e quindi non mi  sorprenderà se non troverò arredi, materiali e personale a disposizione. Ma non mi scoraggerò, a costo di venire da Milano con qualche pannello sul portapacchi, sul quale pianterò qualche chiodo (meglio che succhiarli), dopo aver ringraziato il sindaco  e l’Amministrazione Comunale, compagni di viaggio di questa nuova avventura.

 

Infine: ringrazio i turisti giapponesi, americani e di tutto il mondo che, tramite internet, apprenderanno dell’uscita di questo catalogo con le prestigiose firme e magari, intasando le linee telematiche del Comune, chiederanno di visitare i nostri luoghi. In tal caso consiglierei loro di venire da noi, lasciando all’aeroporto i torpedoni, per godersi a piedi il fascino delle nostre ville borboniche, dei boschi e dei lidi; stando però attenti a non litigare durante le estenuanti code per le visite ai palazzi storici.Anche perché a Portici non abbiamo ospedali: la cucina è buona ed il pesce è ottimo.

 

 

 

Portici Luglio 1997                                                                                          Antonio Fomez

 

 

 

  • Portici ieri e oggi, 1992 (A.Fomez, ”Articoli saggi, ediz.S.Erasmo Milano, 1994).
  • E’ di questi giorni l’idea brillante del nostro Governo, di promuovere la musica leggera attraverso sovvenzioni da devolvere in questo settore, anzicchè a più serie manifestazioni culturali (cfr.l’articolo di Gillo Dorfles sul Corriere della Sera dell’8/7/1997).

Nota dell’autore (1)

con“Serpenti&Parenti”

Antonio Fomez “Antologia”, Libreria S.Ciro Editora Portici, febbraio 1998

 

Un racconto fattami da un’amica, prima che vedessi il film di Monicelli “Parenti Serpenti”, ha ispirato forse inconsciamente, questa mia nuova esperienza artistica, nel settore della ceramica e della scultura in bronzo.”…..Le due storie hanno incredibili analogie: raccontano di famiglie numerose che vivono nel Sud, ma che potrebbero essere ambientate ovunque.Nuclei familiari legati da affetti, veri o presunti che siano, finché sono viventi i genitori. Nel finale del film, questi ultimi, ormai piuttosto vecchi, chiedono ai figli di vivere con loro. La risposta è un pacco regalo dei figli, contenente una stufa a gas, in cui è attivato un micidiale meccanismo che farà saltare in aria i due poveretti.Dal canto suo la mia amica, già da qualche tempo orfana, sogna invece, pur di non farsi estorcere dai suoi quindici abominevoli parenti, che pretendono ulteriori ed ingiuste quote ereditarie dalla sua casa al mare, di distruggerla con la dinamite.Al risveglio la donna ha due scelte: intraprendere una causa civile contro “i serpenti”e forse vincerla dopo molti anni, oppure cedere al ricatto familiare con l’esborso di oltre cento milioni di lire. Sceglie la seconda soluzione, più rapida, che le potrà permettere di vendere la casa, e di ricavarne del denaro, con il quale potrà acquistare un piccolo appartamento a Torino, dove lavora.”Le sue intenzioni andranno presto deluse, quando, dopo aver pagato, spunteranno fuori altri pretendenti.

Quando pubblicai due articoli su queste vicende (1) (di uno ho riportato sopra uno stralcio), qualcuno, forse per adularmi, espresse i suoi interessi per i racconti, definendoli degni per un’eventuale trasposizione cinematografica.Uno si offrì persino come sceneggiatore, suggerendomi di arricchirne la trama con particolari effetti spettacolari, come nella sequenza della casa esplosa. S’inventò anche l’eruzione di un cratere in una città del 2500, telecomandata da un ineffabile Giustiziere della notte. Nell’epilogo finale il vulcano avrebbe vomitato spaventose lingue di fuoco, lapilli incandescenti e monete roventi (che si sarebbero tramutate in satiretti vogliosi), che scorrevano di notte come serpenti in rivoli inarrestabili, penetrando attraverso i muri e dai vetri delle case, turbando il sonno dei presunti eredi, lasciando però dormire in pace gli altri cittadini.

Ritornando alle sculturine: non ho mai pensato che un autore debba seguire pedestremente il tema iniziale prescelto, fantastico o vero che sia, perché spesso, tra realtà e finzione, come ci hanno insegnato i grandi artisti e gli scienziati, non c’è un confine netto. Guardando i lavori del ciclo “Serpenti&Parenti”, qualcuno potrebbe chiedersi se sono poi tanto nuove queste sculture policromate. E se forse l’autore ha operato una sorta di flash back, ceramizzando i suoi bambini di plastica, che faceva salire e scendere dalle scale già nel 1966.Posso solo affermare che continuo ad essere affascinatodalle varie tecniche della scultura, prediligendo la progettazione di fontane inutili.Dirò pure, giacché per vario tempo alcuni mi hanno etichettato come “citazionista”, che sono caduta nella trappola dell’autocitazione. Né so avallare la teoria corrente secondo la quale un artista dipinge per tutta la vita lo stesso quadro. Posso ribadire invece che non m’interessa assolutamente costruire o disegnare figure o paesaggi, interpretandone le forme. Continuo ad essere attratto dagli oggetti e dalle cose già fatte, perché credo nell’economia dell’invenzione.Anche per questo motivo in passato ho usato comodi supporti fotografici e adesso degli stupidi calchi di gesso.

 

Portici settembre 1997.                                                          Antonio Fomez

 

 

 

1) “Nota dell’autore”, è pubblicato, col titolo: “Serpenti&Parenti”, sul depliant della mostra omonima presentata allo Studio D’Ars di Milano dal 14 al 27 ottobre 1997e su Artecultura, Milano, Dicembre 1997.

 

2) A. Fomez “Arte dei conti fraterni”, Artecultura, Milano, Dicembre 1995 e A.Fomez “Arte del colpire i parenti”, Artecultura Milano, Giugno 1996.

 

 

Arte dei figli

 

Archiviate le chiacchiere sulle elezioni amministrative, dove, com’è noto hanno vinto tutti, questa volta parleremo d’alcune categorie di figli, con un accenno ad un ripugnante animale: la zoccola. Nella lingua napoletana questa è un grande e scaltro topo di fogna che, intrufolandosi dappertutto, combina spesso molti danni anche alle persone.Questo nome non è usato solo in senso dispregiativo, per mortificare le abitudini vogliose o professionali di una donna, perché quando è preceduto da quello di figlio o di figlia, assume ben altra connotazione.Diventa in pratica persona furba, intelligente giusta (come nel film”Forrest Gump”) perché ha successo nella vita, sa circuire la gente e sa mentire.

Ovviamente, questi “figli di”sono presenti da tutte le parti, ivi compreso il nostro settore delle Arti.Ci sono ad esempio noti artisti baciati da una notevole fortuna mercantile, che pretendono dalle riviste (ma anche dai critici e dai galleristi) la pubblicazione delle loro opere, assolutamente gratis, senza lasciare nulla in cambio, neanche un disegno, o la promozione di un abbonamento.

Ma, per la gioia dei galleristi (agli artisti validi ma squattrinati chiedono se hanno uno sponsor disposto a spendere trenta milioni di lire per coprire le spese espositive) degli editori e dei critici d’arte, ci sono moltissimi pseudo artisti, col” pallino dell’arte” e con molto denaro proveniente da altre attività produttive, disposti a spendere tanti milioni per avere in catalogo un testo scritto da un importante critico.Quest’ultimo per autodifesa, ha spesso un atteggiamento altezzoso e superbo. Ricercato e ambito dai vari addetti ai lavori, rifiuta gli incontri con gli artisti bravi ma senza una lira, cedendo spesso al fascino del contante.Come invece dovrebbero comportarsi costoro?Accettare soldi solo dagli enti o dagli artisti benestanti e seguire quelli indigenti, come già fanno molti di loro da qualche tempo? O anche succhiare i chiodi come fanno in questo momento gli artisti?   In tal modo si eviterebbero esiti risibili di modesti pseudo artisti inseriti in mostre internazionali e cataloghi importanti, solo perché clienti, parenti o amanti del tal dei tali.

Infine, sempre sul tema dei” figli di”: un nostro amico artista lasciò due sue opere ad altrettanti personaggi, in cambio di testi critici, mai ricevuti.In quale categoria di persone potremmo collocare questi due bidonisti?

Antonio Fomez

Milano 30 Aprile 1997

 

Ceramiche inedite

 

Il racconto fattomi da Valeria del tormentone con i suoi fratelli, ancora prima di vedere il film di Monicelli “Parenti Serpenti”, ha ispirato questa mia nuova esperienza artistica nel settore della ceramica e delle sculture di bronzo, cominciata in Puglia nell’estate del 1996.Quando pubblicai due articoli (1) nei quali chiarivo che il nuovo ciclo scultorio” Serpenti & Parenti”era ispirato al film ed alla narrazione di una mia amica, qualcuno, forse per adularmi, espresse il suo interesse per i racconti, definendoli degni per un’eventuale trasposizione cinematografica. (2). Uno si offrì persino come sceneggiatore, suggerendomi di arricchirne la trama con particolari effetti spettacolari, come nella sequenza della casa esplosa.

Guardando i lavori del ciclo” Serpenti & Parenti”, qualcuno potrebbe chiedersi: saranno poi così nuove queste sculturine policromate? Oppure: non è che l’autore ha operato una sorta di fhash back nel tempo ed ha solo ceramizzato i suoi bambolini di plastica che faceva salire e scendere dalle scale già nel 1966?

Per me è difficile rispondere a domande del genere, anche perché in questo momento sono molto impegnato e incuriosito dalle varie tecniche della scultura in terracotta e del bronzo. Chissà perché non realizzai allora certi lavori che adesso, data la mia natura sperimentale, potrei persino considerare ritardatari, visto che altri artisti tra i quali Finotti, Alik Cavaliere e Trubbiani, attinsero alle mie ricerche negli anni 1970.Forse è vero quello che mi disse un giorno Riccardo Barletta, definendomi uno sprecone d’idee!

D’altra parte, non so avallare la teoria corrente che asserisce che un artista per tutta la vita dipinge sempre lo stesso quadro. Posso affermare, adesso come allora, che non m’interessano assolutamente costruire o disegnare figure e paesaggi, interpretandone le forme. Sono invece molto attratto dagli oggetti e dalle cose già fatte, perché credo nell’economia dell’invenzione. Quest’è il motivo perché in passato ho usato comodi supporti fotografici e adesso degli stupidi calchi di gesso.

Ritornando alle ceramiche qui riprodotte, chiudo citando alcune righe d’Umberto Eco sul mio lavoro: ”…….gli innocenti di Fomez, i suoi bambini mutilati, sono immagini di tutti i tempi, venivano scagliati giù dalle finestre anche durante il Sacco di Roma ai tempi di Carlo V, i suoi quadri non sono impegnati più di quanto non siano cinici, a modo suo fa un teatro della crudeltà del tutto a storico e, proprio per questo è giusto che sulle crudeltà occasionali poi trionfi lo stile, e la grazia- ciò che rende più atroce il discorso e più allegra l’opera…”

Il lettore spero mi scuserà dell’ambiguo inganno scherzoso cui l’ho sottoposto, facendogli capire che le righe citate dello scrittore si riferissero alle ceramiche d’oggi .In realtà, quelle le ho stralciate dal più bel saggio che ho sui quadri bianchi, che Eco mi dedicò circa trent’anni orsono. Chiedo perdono a tutti, escluso i parenti e i serpenti.

 

 

  • Fomez “Arte dei conti fraterni”, dicembre 1995 e A. Fomez “Arte del colpire i parenti”, Giugno 1996.
  • Fomez” Depliant di presentazione alla mostra” Serpenti & Parenti”, Milano, Studio D’ars- Ott: 1997.
  • Umberto Eco-Emilio Picco, Antonio Fomez monografia, Ediz.Pareti Milano 1971

 

               Milano Gennaio 1997                                                                             Antonio Fomez

Ceramiche inedite di Antonio Fomez

Con Serpenti & Parenti

 

Il racconto fattomi da Valeria del tormentone con i suoi fratelli, ancora prima di vedere il film di Monicelli “Parenti Serpenti”, ha ispirato questa mia nuova esperienza artistica nel settore della ceramica e delle sculture di bronzo, cominciata in Puglia nell’estate del 1996.Quando pubblicai due articoli (1) nei quali chiarivo che il nuovo ciclo scultorio” Serpenti & Parenti”era ispirato al film ed alla narrazione di una mia amica, qualcuno, forse per adularmi, espresse il suo interesse per i racconti, definendoli degni per un’eventuale trasposizione cinematografica. (2). Uno si offrì persino come sceneggiatore, suggerendomi di arricchirne la trama con particolari effetti spettacolari, come nella sequenza della casa esplosa.S’inventò anche l’eruzione di un cratere in una città del 2500, telecomandata con la punta della spada, da un’ineffabile Giustiziere della notte.Nell’epilogo finale del film, il vulcano vomita spaventose e sottili lingue di fuoco, lapilli incandescenti e monete roventi; Queste, tramutate poi in satiretti vogliosi, penetrando attraverso i muri e dai vetri delle case, turberanno il sonno dei presunti eredi, lasciando dormire in pace gli altri cittadini.

Guardando i lavori del ciclo” Serpenti & Parenti”, qualcuno potrebbe chiedersi: saranno poi così nuove queste sculturine policromate? Oppure: non è che l’autore ha operato una sorta di fhash back nel tempo ed ha solo ceramizzato i suoi bambolini di plastica che faceva salire e scendere dalle scale già nel 1966?

Per me è difficile rispondere a domande del genere, anche perché in questo momento sono molto impegnato e incuriosito dalle varie tecniche della scultura in terracotta e del bronzo. Chissà perché non realizzai allora certi lavori che adesso, data la mia natura sperimentale, potrei persino considerare ritardatari, visto che altri artisti tra i quali Finotti, Alik Cavaliere e Trubbiani, attinsero alle mie ricerche negli anni 1970.Forse è vero quello che mi disse un giorno Riccardo Barletta, definendomi uno sprecone d’idee!

D’altra parte, non so avallare la teoria corrente che asserisce che un artista per tutta la vita dipinge sempre lo stesso quadro. Posso affermare, adesso come allora, che non m’interessano assolutamente costruire o disegnare figure e paesaggi, interpretandone le forme. Sono invece molto attratto dagli oggetti e dalle cose già fatte, perché credo nell’economia dell’invenzione. Quest’è il motivo perché in passato ho usato comodi supporti fotografici e adesso degli stupidi calchi di gesso.

Ritornando alle ceramiche qui riprodotte, chiudo citando alcune righe d’Umberto Eco sul mio lavoro: ”…….gli innocenti di Fomez, i suoi bambini mutilati, sono immagini di tutti i tempi, venivano scagliati giù dalle finestre anche durante il Sacco di Roma ai tempi di Carlo V, i suoi quadri non sono impegnati più di quanto non siano cinici, a modo suo fa un teatro della crudeltà del tutto a storico e, proprio per questo è giusto che sulle crudeltà occasionali poi trionfi lo stile, e la grazia- ciò che rende più atroce il discorso e più allegra l’opera…”

Il lettore spero mi scuserà dell’ambiguo inganno scherzoso cui l’ho sottoposto, facendogli capire che le righe citate dello scrittore si riferissero alle ceramiche d’oggi. In realtà, quelle le ho stralciate dal più bel saggio che ho sui quadri bianchi, che Eco mi dedicò circa trent’anni orsono. Chiedo perdono a tutti, escluso i parenti e i serpenti.

 

 

  • Fomez “Arte dei conti fraterni”, dicembre 1995 e A. Fomez “Arte del colpire i parenti”, giugno 1996.
  • Fomez” Dépliant di presentazione alla mostra” Serpenti & Parenti”, Milano, Studio D’ars- Ott: 1997.
  • Umberto Eco-Emilio Picco, Antonio Fomez monografia, Ediz.Pareti Milano 1971

 

               Milano Gennaio 1997                                                                             Antonio Fomez

Le graduatorie artistiche

 

 

Nel gennaio scorso sono state pubblicate le graduatorie degli aspiranti ad un incarico nelle Accademie di Belle Arti.Molti di questi insegnanti, alla pubblicazione delle stesse, si sono lamentati perché le Commissioni hanno attribuito loro dei discutibili punteggi.Pare che non sia ammessa la possibilità di ricorsi: l’unica scelta sarebbe di rivolgersi al TAR. Sebbene non del tutto esperto, cercheremo in qualche modo di chiarire come vanno compilate tali liste.

Per essere inclusi nella graduatoria nazionale, i partecipanti dovevano inviare la loro documentazione (titoli di studio, curriculum artistico, ecc) nelle sedi delle Accademie, dove erano insediate le Commissioni di Scultura, Anatomia, Scenografia, e d’altre discipline, formate dai docenti interni.Ad esempio a Napoli c’era quella che decideva per Pittura, a Milano quella d’Incisione, a Palermo quella di Decorazione, e altre.Queste Commissioni dovevano anzitutto tener conto del titolo di studio specifico e poi valutare il curriculum artistico dell’aspirante.

Su questi ultimi titoli, generalmente le Commissioni ci sguazzano; avendo la possibilità di decidere, a loro insindacabile giudizio, se un concorrente meriti l’attribuzione di un punteggio, da un minimo di 24 ad un massimo di 40, o l’esclusione per demeriti artistici. In parole povere se presentasse la documentazione un tal Caravaggio, la Commissione, data la notorietà, farebbe fatica ad escluderlo, ma gli potrebbe assegnare il minimo punteggio, mentre un giovane sconosciuto, ma ben ammanicato o ben imparentato, potrebbe averne uno più elevato.Alla luce di tutto questo siamo rimasti stupiti, scorrendo qualcuna di queste famigerate graduatorie, orchestrate in maniera clientelare.I Commissari poi, finito il lavoro, le mandano all’Istruzione Artistica di Roma, che procede alle nomine.Spesso tra i primi abbiamo rilevato nomi di persone scadenti o sconosciute, mentre scorrendo la lista più in basso, penalizzati dal punteggio, troviamo autori di maggiore spessore. Questi ultimi, ovviamente, non sono stati nominati, per via del basso punteggio assegnato.

Baronia come nelle Università? Non sappiamo. Vero è però che le Accademie, oggi vere fabbriche di vanità, d’illusioni e di potere, dove molti titolari agognano che i propri allievi seguano il loro mediocre percorso, o si rinnovano o è meglio chiuderle.

Questo non vuole essere un” pezzullo” moralistico.Ma se lo scrivente fosse il Direttore di un’Accademia ed invece di una n’avesse dieci di figlie, tutte provviste di velleità artistiche, come si regolerebbe? Farebbe di tutto per mettere da parte dei soldi e fondare un’Accademia privata, dove potrebbe impiegare tutta la sua tribù, senza intaccare una lira del denaro pubblico.

Antonio Fomez

Milano 28/3/97

Nota dell’autore (1)

“Serpenti&Parenti”

Antonio Fomez “Antologia”, Libreria S.Ciro Editora Portici, febbraio 1998

 

Un racconto fattami da un’amica, prima che vedessi il film di Monicelli “Parenti Serpenti”, ha ispirato forse inconsciamente, questa mia nuova esperienza artistica, nel settore della ceramica e della scultura in bronzo. ”Le due storie hanno incredibili analogie: raccontano di famiglie numerose che vivono nel Sud, ma che potrebbero essere ambientate ovunque. Nuclei familiari legati da affetti, veri o presunti che siano, finché sono viventi i genitori. Nel finale del film, questi ultimi, ormai piuttosto vecchi, chiedono ai figli di vivere con loro. La risposta è un pacco regalo dei figli, contenente una stufa a gas, in cui è attivato un micidiale meccanismo che farà saltare in aria i due poveretti.Dal canto suo la mia amica, già da qualche tempo orfana, sogna invece, pur di non farsi estorcere dai suoi quindici abominevoli parenti, che pretendono ulteriori ed ingiuste quote ereditarie dalla sua casa al mare, di distruggerla con la dinamite.Al risveglio la donna ha due scelte: intraprendere una causa civile contro “i serpenti”e forse vincerla dopo molti anni, oppure cedere al ricatto familiare con l’esborso di oltre cento milioni di lire. Sceglie la seconda soluzione, più rapida, che le potrà permettere di vendere la casa, e di ricavarne del denaro, con il quale potrà acquistare un piccolo appartamento a Torino, dove lavora.”Le sue intenzioni andranno presto deluse, quando, dopo aver pagato, spunteranno fuori altri pretendenti.

Quando pubblicai due articoli su queste vicende (1) (di uno ho riportato sopra uno stralcio), qualcuno, forse per adularmi, espresse i suoi interessi per i racconti, definendoli degni per un’eventuale trasposizione cinematografica. Uno si offrì persino come sceneggiatore, suggerendomi di arricchirne la trama con particolari effetti spettacolari, come nella sequenza della casa esplosa. S’inventò anche l’eruzione di un cratere in una città del 2500, telecomandata da un ineffabile Giustiziere della notte. Nell’epilogo finale il vulcano avrebbe vomitato spaventose lingue di fuoco, lapilli incandescenti e monete roventi (che si sarebbero tramutate in satiretti vogliosi), che scorrevano di notte come serpenti in rivoli inarrestabili, penetrando attraverso i muri e dai vetri delle case, turbando il sonno dei presunti eredi, lasciando però dormire in pace gli altri cittadini.

Ritornando alle sculturine: non ho mai pensato che un autore debba seguire pedestremente il tema iniziale prescelto, fantastico o vero che sia, perché spesso, tra realtà e finzione, come ci hanno insegnato i grandi artisti e gli scienziati, non c’è un confine netto. Guardando i lavori del ciclo “Serpenti&Parenti”, qualcuno potrebbe chiedersi se sono poi tanto nuove queste sculture policromate. E se forse l’autore ha operato una sorta di flash back, ceramizzando i suoi bambini di plastica, che faceva salire e scendere dalle scale già nel 1966.Posso solo affermare che continuo ad essere affascinatodalle varie tecniche della scultura, prediligendo la progettazione di fontane inutili.Dirò pure, giacché per vario tempo alcuni mi hanno etichettato come “citazionista”, che sono caduta nella trappola dell’autocitazione. Né so avallare la teoria corrente secondo la quale un artista dipinge per tutta la vita lo stesso quadro. Posso ribadire invece che non m’interessa assolutamente costruire o disegnare figure o paesaggi, interpretandone le forme. Continuo ad essere attratto dagli oggetti e dalle cose già fatte, perché credo nell’economia dell’invenzione.Anche per questo motivo in passato ho usato comodi supporti fotografici e adesso degli stupidi calchi di gesso.

 

Portici settembre 1997.                                                          Antonio Fomez

 

 

 

1) “Nota dell’autore”, è pubblicato, col titolo: “Serpenti&Parenti”, sul depliant della mostra omonima presentata allo Studio D’Ars di Milano dal 14 al 27 ottobre 1997e su Artecultura, Milano, Dicembre 1997.

 

2) A. Fomez “Arte dei conti fraterni”, Artecultura, Milano, Dicembre 1995 e A.Fomez “Arte del colpire i parenti”, Artecultura Milano, Giugno 1996.

 

 

 

 

“Serpenti&Parenti”

 

Un racconto fattami da un’amica, prima che vedessi il film di Monicelli “Parenti Serpenti”, ha ispirato forse inconsciamente, questa mia nuova esperienza artistica, nel settore della ceramica e della scultura in bronzo.”…..Le due storie hanno incredibili analogie: raccontano di famiglie numerose che vivono nel Sud, ma che potrebbero essere ambientate ovunque.Nuclei familiari legati da affetti, veri o presunti che siano, finché sono viventi i genitori. Nel finale del film, questi ultimi, ormai piuttosto vecchi, chiedono ai figli di vivere con loro. La risposta è un pacco regalo dei figli, contenente una stufa a gas, in cui è attivato un micidiale meccanismo che farà saltare in aria i due poveretti.Dal canto suo la mia amica, già da qualche tempo orfana, sogna invece, pur di non farsi estorcere dai suoi quindici abominevoli parenti, che pretendono ulteriori ed ingiuste quote ereditarie dalla sua casa al mare, di distruggerla con la dinamite.Al risveglio la donna ha due scelte: intraprendere una causa civile contro “i serpenti”e forse vincerla dopo molti anni, oppure cedere al ricatto familiare con l’esborso di oltre cento milioni di lire. Sceglie la seconda soluzione, più rapida, che le potrà permettere di vendere la casa, e di ricavarne del denaro, con il quale potrà acquistare un piccolo appartamento a Torino, dove lavora.”Le sue intenzioni andranno presto deluse, quando, dopo aver pagato, spunteranno fuori altri pretendenti.

Ritornando alle sculturine: non ho mai pensato che un autore debba seguire pedestremente il tema iniziale prescelto, fantastico o vero che sia, perché spesso, tra realtà e finzione, come ci hanno insegnato i grandi artisti e gli scienziati, non c’è un confine netto. Guardando i lavori del ciclo “Serpenti&Parenti”, qualcuno potrebbe chiedersi se sono poi tanto nuove queste sculture policromate. E se forse l’autore ha operato una sorta di flash back, ceramizzando i suoi bambini di plastica, che faceva salire e scendere dalle scale già nel 1966.Posso solo affermare che continuo ad essere affascinatodalle varie tecniche della scultura, prediligendo la progettazione di fontane inutili.Dirò pure, giacché per vario tempo alcuni mi hanno etichettato come “citazionista”, che sono caduta nella trappola dell’autocitazione. Né so avallare la teoria corrente secondo la quale un artista dipinge per tutta la vita lo stesso quadro. Posso ribadire invece che non m’interessa assolutamente costruire o disegnare figure o paesaggi, interpretandone le forme. Continuo ad essere attratto dagli oggetti e dalle cose già fatte, perché credo nell’economia dell’invenzione. Anche per questo motivo in passato ho usato comodi supporti fotografici e adesso degli stupidi calchi di gesso.

 

Portici settembre 1997.                                                          Antonio Fomez

 

 

 

1)Queso pezzo  è pubblicato, col titolo: “Serpenti&Parenti”, sul depliant della mostra omonima presentata allo Studio D’Ars di Milano dal 14 al 27 ottobre 1997e su Artecultura, Milano, Dicembre 1997.

 

 

 

Arte a Malta

 

 

Quest’isola di 356.000 abitanti, situata a sud della Sicilia, deve molto al suo clima se è molto ambita dai vacanzieri, ed in special modo dai giovanissimi.Costoro in estate, con la scusa di frequentare qui un Corso d’inglese, hanno l’opportunità di star fuori di casa fino all’alba, per via delle numerose discoteche in località Saint Juliens.

Il dialetto maltese è un incrocio tra la lingua araba e quella siciliana: tutti però parlano correttamente l’inglese e l’italiano.Il mare pulito bagna una grande scogliera piatta, per niente gradevole, lungo tutto il perimetro dell’isola, più attraenti i paesaggi delle due isole di Gozo e di Comino.In agosto la popolazione è triplicata, grazie soprattutto ai turisti siciliani (tra costoro e i maltesi non corre però buon sangue) e quelli della vicina Libia.

La gente qui è abbastanza cortese e disponibile, esclusa la maggior parte dei tassisti, capaci di chiedere al cliente, nel breve tratto dall’aeroporto o dall’approdo del catamarano proveniente dalla Sicilia, oltre L.50.000, per portarli in albergo, pretendendo poi dall’albergatore una tangente se il turista è sprovvisto di prenotazione.

In quest’isola leggermente povera di vegetazione e quasi anonima dal punto di vista urbanistico per il turista superficiale, è arrivata da Milano una giovane donna di nome Valeria, per scoprire la cultura maltese. Vuol vedere innanzi tutte  le due opere del Caravaggio, di cui una grandissima

“Decollazione del Battista”del 1608, tela m.3 x m.5,20, custodita nella chiesa di S. Giovanni a La Valletta, la capitale, e i templi neolitici maltesi che pare risalgano a 5.000 anni prima di Cristo, e, se le avanzerà del tempo, le tracce delle molte civiltà succedute, fenici, normanni, ecc. A Malta Ulisse fu trattenuto piacevolmente dalla ninfa Calipso per sette anni, mentre S. Paolo naufragò nel 70 d.c. Nel 1530 Carlo V l’assegnò ai Cavalieri di Malta che la difese contro l’assedio dei Turchi, per poi passare nel 1814 all’Inghilterra.Dal 1975 Malta è autonoma.

Nei pressi del grande Casinò maltese (di fianco è a buon punto la costruzione dell’Hotel Hilton che cementificherà molti scogli liberi), Valeria incontra alcuni ragazzi napoletani per niente abbronzati, per via delle giornate passate tra discoteche e letti.Con loro nasce un’accesa discussione: la giovane alla fine li consiglia per il prossimo anno una vacanza più vicina ed economica a….Rimini. Quindi con qualche moina, riesce a convincerli ad accompagnarla a vedere i due Caravaggio.Mentre si avviano alla fermata del comodo ed economico bus che li porterà a La Valletta in pochi minuti, per sviare le avances dei suoi nuovi soci, racconta loro che Caravaggio arrivò da Napoli a Malta, dopo una serie di peregrinazioni e di drammatiche vicissitudini, dove, caduto in disgrazia del Gran Maestro dell’Ordine per aver offeso un Cavalier Gerosolimitano, fu costretto a fuggire in Sicilia. Il gruppetto arriva alla chiesa di S.Giovanni (bruttina come le altre) e pagano il biglietto all’ingresso della cappella laterale che custodisce i due capolavori del Caravaggio.Ne trovano esposto solo uno, di formato medio, che rappresenta S. Gerolamo”.Dell’altro, la ”Decollazione del Battista”c’è solo una foto su una bacheca che avverte che l’opera ora si trova al Laboratorio di Restauro di Firenze (il custode affermerà che è là da oltre tre anni). Valeria molto delusa, piange dal dolore, anche perché gli altri ragazzi pretendono da lei il rimborso del biglietto.Qualcuno poi termina malignamente: ”Non è che l’Italia dopo aver ripulito il quadro, voglia grattarlo ai maltesi?

 

 

Milano 30 Novembre 1998                                                    Antonio Fomez

Arte della melodia

 

Carmela è una pacifica giornalista sportiva, di ritorno in aereo dal Nord dell’Italia, in compagnia di tanti tifosi napoletani, reduci da una partita di calcio.La ragazza è interessata più che alla risalita della Napoli Calcio dalla serie B all’A, come sperano i tifosi che sono con lei in volo, alla rinascita ed al rinnovamento della sua città.Con l’ingresso al Governo di Bassolino, nuovo Ministro del Lavoro, è sicura che sentirà spesso tuonare la sua voce, con quell’accento”cafonesco afragolese”, come lo definiscono i napoletani doc, a favore dei disoccupati partenopei.La bella giovane bionda dagli occhi azzurri, aspira ad un cambiamento più rapido per quella gente e ad un nuovo assetto urbanistico della città.Sogna di risolvere il problema cercando aiuto nella dinamite, facendo saltare in aria, dopo l’evacuazione degli abitanti, quei quartieri e vicoli inquietanti che tanto hanno attirato il cinema, recuperandone le anime senza lavoro, costrette ad inventarsi i mestieri più improbabili.

L’atmosfera sull’aeromobile di linea zeppo di tifosi, non è molto allegra perché la squadra ha perso in trasferta.Ciononostante Carmela prova ad esprimere le sue utopie su Napoli al vicino di posto, imbandierato con i colori del suo amato club, il quale invece non ha alcuna voglia di imbattersi in argomenti così seri e fantasiosi.La donna, pur di coinvolgerlo, tenta nuove vie: con delle moine si toglie il golfino e gli cinge il collo col suo braccio nudo.Poi, con voce suadente gli dice: la Tv spesso diffonde gli aspetti peggiori di Napoli, il suo folklore con i mandolini d’Arbore, le melodie dei tre stucchevoli tenori (Pavarotti, Domingo e Carreras), per non parlare della pizza e della delinquenza, trascurando i suoi aspetti culturali.Il tifoso, seppure seccato, non reagisce; a quel punto Carmela con un gesto di stizza, si libera della cintura di sicurezza e di un altro indumento e, divampando furore, si piazza provocatoriamente nel corridoio dell’aereo, sfidando tutti con uno strale.”Napoletani, smettiamo di incolpare dei nostri guai al Nord dell’Italia.Smettiamo anche di ritenerci un popolo privilegiato e martirizzato, più intelligente e furbo di tutti gli altri”.Le arriva qualche fischio, ma anche qualche consenso da un passeggero, le fa notare che la sua filippica gli fa venire in mente un’invettiva più pesante del Sindaco di Venezia Cacciari che afferma: ”Veneziani incivili, non meritate questa città”, riferendosi a quelli dei barchini che si erano accoltellati per via delle vongole. (1)

Intanto l’ambiente sull’aereo comincia riscaldarsi quando alcuni tifosi, dopo slogan calcistici, intonano in coro una melodia sdolcinata che fa divertire un gruppetto di turisti giapponesi.           Carmela coglie così l’occasione, appena terminato il motivo, per affermare che la canzone è stata lanciata dai”neomelodici”, un filone in altre parole che pensa solo a fare soldi e con le loro canzonette non rendono un buon servizio a Napoli.Questi discepoli di Nino D’Angelo, afferma, leggendo da un giornale un brano di un’intervista a Peppino di Capri, “parlano di scippi, motorini rubati e coltellate.Gli emuli, con buoni arrangiamenti fingono di legarsi alla fascia popolare.I capiscuola restano Merola, Fierro e Bruni, e i rinnovatori:prima di me Carosone e dopo P.Daniele.(2)

Carmela, per ingraziarsi la platea, ormai ammutolita e stufa di ascoltarla, si sfila di dosso un paio d’altri capi e racconta un episodio realmente avvenuto ai tempi di Maradona, quando la squadra del Napoli capitò il Verona, che all’andata accolse i tifosi napoletani con scritte e cori razzisti. Allo stadio S. Paolo, tutti, compresa la polizia, erano all’erta perché si aspettavano dalla tifoseria locale chissà quali cruenti ritorsioni. Invece, prima dell'inizio della partita, silenziosamente fu srotolato dalla gradinata un grande striscione.Era scritto: ”Giulietta è una zoccola”.Applausi e risate.

Intanto il Comandante dell’aereo rassicura i passeggeri che la brutta turbolenza, appena incontrata nello spazio nebbioso, è passata e, tra venti minuti atterreranno all’Aeroporto di Capodichino.Nello stesso tempo Carmela dopo il vuoto d’aria, interrompe il suo vomito nella tasca del vicino, per guardare l’edizione campana del TG3, proprio mentre l’annunciatrice chiede lumi ad un elegante ospite in doppio petto scuro, circa la sua esperienza acquisita al Corso Professionale di Bressanone, dove è stato disintossicato dalla parte peggiore della sua napoletanità.Il giovane intervistato si esprime in un italiano corretto, con una voce non più sbracata al limite della sguaiatezza, come quando vendeva le sigarette nei vicoli napoletani. A domanda afferma che al Corso ha imparato molte cose. Adesso ha un lavoro in Alto Adige: la sua vita è cambiata ed ha migliorato il suo gusto.Ama sempre la musica napoletana, ma quella più raffinata: cita “Tammurriata nera”.Per quanto riguarda le melodie di differenti autori, assicura che non gli piacciono più le canzoni di Mogol e di tanti altri, perché ha riscoperto in loro una certa componente kitsch, oggi antenato del trash, perché comunicano banali emozioni, per giunta orecchiabili, rischiando comunque di essere ricordate. Così come considera kitsch le celebri romanze d’opera o i surrogati dei racconti tratti dai romanzi famosi.A tal proposito il giovane cita uno spezzone di filmato, visto a Bressanone, mandato in onda dal conduttore televisivo Paolo Limiti per elogiare le capacità interpretative dalla Callas quando pugnala Scarpia nella “Tosca”.Mentre per alcuni ospiti presenti nello studio di “Ci vediamo in TV, come Zeffirelli e il soprano Simionato, la scena suscitò commozione, per il giovane tutto fu molto comico, alla Ridolini.

Carmela intanto, subito essersi ricomposta, gongola felice della maturità raggiunta dal giovane con inflessioni tedesche: alcuni tifosi lo sono altrettanto vedendola scendere dall’aereo.Fuori Carmela è avvicinata da due malintenzionati, fatti arrivare d’urgenza, via telefono cellulare, dal tifoso imbandierato che le sedeva accanto.

 

Milano 29 Ottobre 1998                                                           Antonio Fomez

 

 

 

 

1)” Repubblica” 3 Settembre 1998

2)”Corriere della Sera”16 Settembre 1998

Arte della protesta

 

Un tempo, il dissenso era un’energica dimostrazione di disapprovazione o d’opposizione che si rendeva concreto in modo veemente con lo sciopero dei lavoratori che scendevano in piazza, ”diretti”dai partiti e dagli intellettuali, per chiedere nuove normative o aumenti di salario.

In questi ultimi anni, con al Governo il centro sinistra, le grandi folle sulle strade sono quasi scomparse, così come hanno chiuso i battenti alcuni fogli satirici (con Berlusconi al Governo i vignettisti avevano un bel creare!). Per fortuna oggi la protesta rimane ancora un momento culturale e artistico, quando si pone in modo intenzionalmente polemico nei confronti della tradizione.Spesso però la protesta non porta a nulla: lo sanno gli artisti, i poeti e gli altri operatori culturali, sebbene ci provino lo stesso a farla.

In questo momento vige la protesta miliardaria.Panettoni siringati di topicidi a parte, molti benestanti quando non scendono in piazza, fanno richieste insolite come quelle dell’attore nelle vesti del sequestratore, che pubblicizza le pagine gialle del telefono, che chiede per la sua resa un elettricista, e al quale il maresciallo domanda se ne vuole uno per le riparazioni o per le vendite.Oppure il comico episodio ripreso dal Tg1 del sacerdote italiano in Brasile che, per attirare in chiesa più anime, si sfrena nello stesso luogo in una danza aerobica con i suoi fedeli (tra l’altro il suo compact disc ha già venduto due milioni di copie).Per non parlare delle proteste del Direttore d’orchestra Riccardo Muti e d’Andrea Gaudenzi.Il primo si è infuriato perché la pidiessina Giovanna Melandri, attuale Ministro della Cultura, non era presente all’inaugurazione della Scala per vedere un’opera, forse pallosa, di Wagner durata cinque ore.Il secondo perché la Federazione Italiana di Tennis non aveva accolto le altre richieste economiche dei giocatori e voleva aggiungere al miliardo e più di lire già stanziato, la miseria di poche centinaia di milioni quale premio per la raggiunta finale.Il tennista, dopo aver preteso ed ottenuto una suite ad Assago che affacciava sul campo, con un grande schermo televisivo in camera, ha minacciato inoltre che in futuro non risponderà ad alcuna convocazione in nazionale se non sarà riconfermato il capitano Bertolucci.

Altre proteste giungono dai politici: non importa se in occasione del referendum del 1993 la maggior parte degli italiani votò contro l’abrogazione della legge sul finanziamento ai partiti; loro nel 1997 trovarono lo stesso la scappatoia per incassare 110 miliardi con il quattro per mille ricavato dal modello 740 compilato dai cittadini.E’ di questi giorni la nuova legge che assegna ai partiti 1000 miliardi in cinque anni, e la gran confusione creata dagli onorevoli Fini, Veltroni, Prodi e Casini,  uniti per il sì al referendum per la riforma elettorale.Tralasciamo la protesta pro-Baggio, calciatore fantasista di talento, ma non certamente un grande artista, come afferma erroneamente il violinista Salvatore Accardo, seguito a ruota dai tanti ignoranti giornalisti sportivi.

Sotto l’egida di “Cultura”nel nostro Paese molti ricevono sovvenzioni; tra gli altri quelli del teatro, del cinema, della moda (un tempo chiamati sarti, oggi stilisti di moda), Sovrintendenze al restauro d’opere d’arte antiche, editori di canzonette di musica leggera, ecc.,indipendentemente dalla qualità del prodotto sponsorizzato.Per l’arte contemporanea, difficile certo da stabilire quale, non restano che le briciole, se ci sono.Spesso all’artista, il cui nome dura nel tempo sicuramente più di quello di un tennista, di un calciatore o di un politico, è assegnato uno spazio espositivo pubblico e, dopo inevitabili arrabbiature con funzionari comunali spesso incolti, gli tocca badare a sobbarcarsi alcune spese.Raramente i Comuni fanno mostre propositive dei loro artisti, né comprano qualche opera, preferendo invece mostre-pacchetto già confezionate, come quella sull’impressionismo o sull’espressionismo, presentate al Palazzo Reale di Milano, che costa miliardi.

A tutti non importa niente del faticoso lavoro di ricerca di un artista contemporaneo, perché oggi si preferisce continuare a proporre il già visto, il già affermato, anche se scontato o il”deja vu”alla Biennale di Venezia, magari patrocinato da critici managers.Ai media interessa diffondere la massificazione delle code a Brera per la “Donna con ermellino”di Leonardo, oppure la vendita di un Van Gogh per cinquantacinque miliardi o quella record per un artista contemporaneo, appena battuto qualche giorno fa dalla Sotheby’s di Londra per otto miliardi (cifra sicuramente gonfiata) per un quadro del pittore inglese Lucine Freud. (Il record precedente di sette miliardi apparteneva al quadro “La capriola”di Debuffet, venduto nel 1990).

 

Milano 20 Dicembre 1998                                                      Antonio Fomez

Arte della scena: canto e rinascimento

( i neomelodici napoletani)

Sulla scia di un ritrovato interesse culturale a Napoli, è tornato in settembre al Piccolo Teatro di Milano, lo spettacolo che molti aspettavano, che ora è in giro per l’Italia.”La gatta Cenerentola”di Roberto De Simone andò in scena per la prima volta nel 1977 con la partecipazione del gruppo della Nuova Compagnia di Canto Popolare, oggi purtroppo smembrato.L’edizione attuale ha subito alcune modifiche e risente forse di qualche lungaggine di troppo, ma è sempre godibilissima grazie al contributo dei giovani attori-cantanti, sebbene meno carismatici del vario Peppe e Concetta Barra, Trampetti e Vetere, che li precedé. L’opera, in stile barocco, ha geniali commistioni tra opera buffa, melodramma e musical, ricco di sorprese e di tragicomiche situazioni.Molto coinvolgente la musica, specie verso il finale con lo scatenato” Coro delle lavandaie”in cui primeggiano i costumi seicenteschi delle donne.I testi, in qualche caso, sono ispirati a quelli coevi di G.B.Basile, il noto autore de”Lo cunto de li cunti”, che ancora oggi sono una miniera infinita di materiali novellistici.”La Gatta”ha momenti di grande sensualità anche nel canto degli altri gruppi, come lo sono gli indemoniati girotondi e i divertiti travestimenti.C’è poi Cenerentola (nel 1977 impersonificata dal già citato Barra), che balla tra la perfida matrigna, soldati in costumi spagnoli, in compagnia dei femminielli che giocano a tombola, sullo sfondo della scenografia barocca di un cortile, che diventerà una reggia, immersa in un’atmosfera fantastica. Il ritmo passa dal lento al frenetico, supportato da un tema ricco di citazioni e proverbi, desunti dall’antico repertorio culturale napoletano.

A fare da controaltare alla musica colta di Roberto De Simone sono sicuramente i”neomelodici”che ora impazzano sulle emittenti napoletane, dopo l’esplosione su quelle nazionali, nelle piazze, in occasione delle feste, e nei quartieri popolari della vecchia Napoli.Il principale esponente di questo canzonettare è Gigi D’Alessio.Tra l’altro, dal titolo di una sua canzone “Annarè”, nel 1998 è stato prodotto il film omonimo con lui stesso protagonista, baciato dal successo e da code di tutto esaurito, in molti locali della Campania.In una di queste sale, a Napoli ha incassato più di “Titanic”, grazie a quel pubblico che predilige storie che raccontano d’amanti che si lasciano e si ritrovano dopo un tradimento. O anche grazie a quel pubblico che ama le sceneggiate teatrali, spacciate anch’esse per cultura popolare, con i cantanti che ragliano nei loro lamenti conditi da scontati e torrentizi fiumi di parole lutulenti.

Recentemente un giornalista ha chiesto a De Simone come giudicava il successo popolare di certe canzoni del Festival della Canzone Napoletana, e cosa pensava dei“ neomelodici”.Il Maestro ha glissato così: ”Ma, scusi, ormai non esiste nulla di popolare perché questo termine ha un significato preciso.Vuol dire etnico, linguaggio del popolo.No, Lei intenderà dei prodotti costruiti in dialetto e imposti dal mezzo audiovisivo, i media, che massificano tutto.Non entro nel merito.Ma quello che cita non ha niente a che vedere né col popolare, né col popolaresco, cui appartenevano le canzoni napoletane di un tempo”. (1)

Un tal Valerio, incontrato in treno, ama molto Napoli: vorrebbe uno sviluppo più rapido del problema disoccupazione ed è molto critico con alcuni abitanti della città, ivi compresi certi burocrati ignoranti.Così ha scritto un racconto ispirato a quei cittadini, molti dei quali dei ceti meno abbienti, che non faranno mai decollare la loro città.Il racconto è dedicato a quelli che acquistarono una piccola casa al mare a Scalea o a Cariati ed in altri ex paradisi della costa calabra, contribuendo a renderli invivibili.Il racconto è dedicato anche agli scippatori dei turisti o a quelli che strappano la catenina al fotografo giornalista sul luogo del delitto, e a quelli che non pagano il biglietto sui mezzi pubblici. Senza dimenticare gli adolescenti che d’estate sulla via del mare per Sorrento, fanno gli acrobati sulle barre orizzontali in alto del treno, mentre la loro lunga radio, lunga quanto un siluro, trasmette musica a tutto volume.

Nel racconto Valerio immagina di riunire una prima ondata di un migliaio di napoletani poco acculturati, compresi alcuni fans dei”neomelodici”, in un gran centro di raccolta a Bressanone, ai confini con l’Austria, con l’intento di educarli alla disciplina e all’apprendimento di un mestiere.Il Corso, tenuto da un insegnante bilingue, durerà un anno e rilascerà alla fine un attestato professionale, che darà la possibilità, a chi lo vorrà, di sistemarsi nel Nord o anche all’estero.Il Corso è molto duro; nei primi tre mesi le lezioni verteranno soprattutto sul comportamento da tenere in città; mai fermarsi, ad esempio, all’improvviso per strada per parlare con l’amico passante; né considerare il rosso del semaforo come un consiglio invece che un obbligo.Nel frattempo alcune lezioni sull’ecologia, faranno capire allo studente, che le bottiglie e le lattine vanno buttate nei contenitori giusti e non sugli scogli.Superata la prima fase dei disagi, dormendo in container affollati, il 90% degli allievi promossi sarà alloggiato in un grandissimo college, immerso nel verde dei boschi circostanti; avrà una camera singola, dormirà e mangerà bene, ma studierà molto. Sarà però libero di uscire una volta la settimana dal recinto spinato e sorvegliato. Non potrà mai esprimersi in dialetto napoletano e dovrà cantare solo motivi alpini, meglio se in tedesco. A Corso ultimato gli allievi guariti dal mal di Napoli, potranno decidere del loro futuro: si ritroveranno con meno creatività, ma con notevoli prospettive di lavoro anche subiti in Alto Adige, rendendo felice anche Bertinotti, esponente del partito di rifondazione comunista.

Tutto qui il racconto di Valerio, tra il fantastico ed il serio, dal quale si evince che i mali di Napoli vanno ricercati nella mancanza di sviluppo nel lavoro.La città oggi è in lenta ripresa: né bisogna dimenticare, gli episodi negativi e folkloristici, per i quali i media hanno sempre guazzato, che ha un patrimonio artistico invidiabile di prim’ordine; per non parlare della cultura dei suoi intellettuali, che sono all’avanguardia nelle varie discipline filosofiche, mediche e nelle arti figurative.

Che Napoli possa decollare, se lo augura anche lo scrittore napoletano Miche Prisco, sebbene non nasconda qualche perplessità dichiarando: ”L’attuale rinascimento napoletano che è coinciso con il ritorno dei turisti e la ripresa della vita notturna nel centro storico, è stato enfatizzato proprio per dare ai napoletani un segno di speranza, un’iniezione di fiducia, se non in un futuro migliore, in un concreto cambiamento. E, allora crediamoci anche noi, crediamoci con forza in questo rinascimento napoletano: chi lo sa, magari quando ci crederemo tutti, ma proprio tutti, e ci comporteremo di conseguenza, Napoli diventerà un’altra, la vera Napoli che da anni sogniamo.

 

Milano 1 Ottobre 1998                                                         Antonio Fomez

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1) ”Repubblica”ediz.Campania, 27/8/1998

Arte dell’insegnare

 

 

C’era una volta un giovane artista, bello ricco e famoso di nome Guido: faceva già soldi a palate vendendo le sue opere, quando una propria parente, non serpente, gli lasciò in eredità una gran fortuna, ottenuta col gratta e vinci.Viaggiava spesso in aereo o in lussuose auto, accompagnato sempre da due guardie del corpo provviste di cellulari.

Un giorno ottenne quello che gli interessava di più: un incarico a tempo determinato in un’Accademia delle Belle Arti, per sostituire un docente afflitto da una grave malattia.Si ritrova in un corso completamente allo sbando da mesi, senza neanche la guida di un assistente.Gli studenti si dimostrano subito disponibili al dialogo col nuovo arrivato, un vero addetto ai lavori.I mugugni che Guido avverte al suo arrivo andranno via via scomparendo, quando la Direzione reintegra nel corso alcuni degli allievi già depennati dal titolare, per le assenze (la maggior parte erano lievi ritardi) registrate sui fogli raccolti volenterosamente dal bidello, quando il prof.era latitante.

In tale clima non è stato difficile al giovane esperto entrare in sintonia con i ragazzi, provando a farli crescere o partendo dai loro dipinti o tentando nuove vie.Nelle aule a poco a poco si respira un’aria più libera e serena: persino gli uccelli, appollaiati sui rami del bellissimo giardino di sotto, cinguettano giulivi.Tutti sono felici e contenti, compreso Guido che, intanto, ha avuto ampie assicurazioni che la sua nomina sarà prorogata fino alla conclusione dell’anno accademico, perché il titolare sta sempre peggio ed è al punto di dimettersi.

Nel corso cominciano a circolare importanti riviste d’arte moderna offerte in omaggio e cataloghi contemporanei, mentre nuove immagini artistiche sono riproposte attraverso l’episcopio.Sempre per iniziative di Guido, dieci allievi finiscono su Internet, a costo zero, mentre si susseguono altri impulsi e progetti d’esposizioni, come quella che vedrebbe una mostra personale del docente con uno spazio riservato alle opere dei suoi allievi, e con la possibilità di renderle itineranti con il contributo di una rete televisiva nazionale.

Purtroppo le favole non sono tutte a conclusione felice.Una mattina, sul presto, mentre Guido si trovava nello studio della sua scuola, è raggiunto da un nugolo d’allievi trafelati e spaventati, che gli comunicano che il loro vecchio e odioso insegnante è piombato all’ingresso con fare da padrone col suo foglio delle firme e che ha già convocato una riunione per le ore 10, riguardante la data degli esami.L’atmosfera diventa subito tesa: più di qualcuno sta male, c’è panico e terrore su alcuni volti, specie su quelli degli ex depennati ai quali è già stato affermato che saranno bocciati all’esame.Guido non perde la calma,riflette qualche minuto sul da farsi,ricordandosi all’improvviso che il suo incarico è scaduto il giorno prima: scarta le ipotesi: disturbare i due gorilla in giardino per sollevare per i capelli l’intruso,una civile rissa personale o una regolare denuncia alle autorità competenti per il rozzo comportamento dell’individuo all’ingresso.Tutte e tre le soluzioni avrebbero in ogni modo danneggiato ulteriormente i ragazzi.Guido preferisce invece andarsene in silenzio e con stile.Salutò chi potè con un cenno ed un sorriso,compresa quella ventina d’allievi che scendeva con lui le scale.Erano stati mandati via dal difficile insegnante,perché ritardatari.

Dio,però,esiste ed è misericordioso.Avvenne un miracolo:si dimostrò salutare l’idea del vecchio e scarso docente di rientrare in Accademia per motivi terapeutici,perché infatti guarì subito.Tre giorni dopo,mentre si trovava in montagna nei suoi luoghi d’origine,volò in un burrone con la sua Fiat 500,trascinato da un’improvvisa alluvione.Mentre usciva dalla sua vettura,quasi incolume,ordinò ai pompieri ed ai soccorritori di raccogliere in giro i fogli delle firme,volati dappertutto e giurò al Buon Dio di essere in futuro più disponibile al dialogo con tutti gli esseri umani.

Antonio Fomez

Milano 30 maggio 1998

Artedorfles blu

(arte televisiva)

Il programma Blu, mensilmente in onda su Tele+ per i suoi abbonati, è sicuramente molto più di un tentativo culturale. Rispetto ad altre trasmissioni televisive, qui c’è l’idea di rendere fruibili alcuni temi d’arte e di design, piuttosto ostici per il gran pubblico.Ogni puntata ha come ospite un personaggio famoso (Renzo Arbore, Leo Castelli, Paolo Villaggio, Arnaldo Pomodoro, Mario Monicelli, ecc.), che sceglie cinque soggetti o simboli che a suo parere rappresentano il genio e la peculiarità italiana.

Gillo Dorfles, protagonista della puntata del mese d’aprile, commenta così le sue scelte:. “Ho scelto una lampada “Toio”, creata da Achille Castiglioni nel 1962, come simbolo del design italiano.Un assemblaggio d’oggetti apparentemente estranei l’uno agli altri, che insieme forma un’unità, una lampada originale, senza età, divertente, funzionale.Ho scelto poi un particolare vino della Sardegna, il“Cannonau”, uno dei vini più prelibati della produzione naturale dell’Italia, che ancora oggi è tra le migliori al mondo. Un altro argomento che mi è parso interessante è la mescolanza tra il bello e il brutto in arte: quello che di solito si definisce in kitsch. E ho scelto un artista partenopeo, Antonio Fomez, che nella sua opera sfrutta in maniera originale l’elemento kitsch.Un momento significativo, è sicuramente la televisione, impersonata in maniera positiva soprattutto all’inizio da Ambra Angiolini, enfant prodige del piccolo schermo.Infine ho scelto un film, “Tano da morire”di Roberta Torre, talmente divertente e piacevole, talmente tipicamente italiano, che mi pare possa rappresentare pienamente lo spirito della nostra cinematografia”.

Il magazine Blu, in generale, a parte qualche scelta opinabile tra le cinque, che talvolta indebolisce la puntata, è sicuramente una trasmissione nuova, grazie specialmente alle sequenze d’immagini recuperate dagli archivi storici, o ricreate in studio, che danno solidità al racconto del soggetto prescelto. Così nella puntata firmata da Dorfles, noti personaggi come Baudo, Fiorucci e A. Grasso, intervistati a hoc, compendiano l’approfondimento del soggetto, senza perdere di vista il tema della trasmissione, che ha tra l’altro, un ottimo montatore o regista che sia.

Certo, il coinvolgimento di gente dello spettacolo, in un programma che ha alcuni spunti di creatività artistiche, alleggerisce la pillola amara dell’utente di Tele+ che si abbona soprattutto per il calcio.Ma ben vengano questi rinforzi da parte dei miliardari dello spettacolo o dell’ufficialità.

Bisogna anche ricordare che l’arte nella Tv pubblica non compare quasi mai, se non in orari impossibili; spesso è anche presentata talmente paludata, che il telespettatore cambia subito canale, per la noia. Spesso alla RAI ci sono bufere ed i politici si affrettano a cambiare i direttori. La musica è sempre la stessa: per i nuovi nominati l’arte è Pavarotti, Baglioni e i suoi soci, oppure la rete pubblica riprende con grandi mezzi e poche idee la chiesa d’Assisi o la Galleria Borghese di Roma. Nessun’emittente trasmette novità sull’arte contemporanea perché forse crede che i suoi utenti siano incapaci di comprenderla.

 

 

Milano 25 Giugno 1998                                                     Antonio Fomez

Di ritorno da New York

 

La grande isola di Manhattan, così cara a Woody Allen e collegata con il resto della città con alcuni ponti, compreso quello famoso di Brooklin, è considerata dai più come uno dei quartieri più belli del mondo.Molti restano affascinati dai suoi grattacieli alti più di trecento metri, che monopolizzano qualsiasi altra attenzione, lasciandoli senza fiati.Nel frattempo, e, per fortuna c’è chi ci passa davanti con assoluta indifferenza e chi riceve ben altre sensazioni: li vede come se fossero dei finti modelli architettonici, vuoti, incombenti o fastidiosi.

New York è giustamente considerata la capitale mondiale dell’arte; non ha importanza verificare poi che gli americani, popolo relativamente giovane, non abbiano le stesse conoscenze medie di quello europeo.Loro sono all’avanguardia su tutto; apprenderanno frequentando col tempo le loro attrezzatissime biblioteche multimediali e acquisteranno dall’estero sempre più quadri per il loro Musei.

I newyorkesi sono molto attivi e vivaci, convivono con altre culture e dedicano molto del loro tempo al lavoro o agli affari.Hanno sempre poco tempo da perdere.Al mattino, molti mentre vanno al Metro, consumano per strada un beverone di quello che loro chiamano caffè da un gran bicchiere, o mangiando qualcosa. Di sera, quei pochi che decidono di rimanere a casa, si portano dietro, o se lo fanno recapitare senza sovrapprezzo, un pasto completo chiuso in contenitori trasparenti di plastica, dai quali escono odori che si sommano agli altri aromi dei fast foods, di hot dog e di spezie particolari che si avvertono passeggiando nella gran metropoli.In quasi tutte le ore del giorno e della notte, le vetrine espongono varietà di dolci, di lasagne e di fettuccine cosparse di creme arancione, oppure rosse e viola, che ricordano le sculture di Oldenburg.

Il fumo delle sigarette è però rigorosamente vietato nei posti pubblici: il fumatore deve pertanto sfogare il suo vizio all’aperto, a costo di beccarsi una bronchite.Impossibile è anche fumare nelle camere d’albergo, per fare il furbo, sul cui soffitto è collegato uno speciale rilevatore sincronizzato alla centralina elettronica dei pompieri, pronti a verbalizzare con 1000 dollari l’infrazione.

In albergo la chiave della stanza è sostituita con una scheda magnetica: così come per entrare agli ingressi dell’efficientissima e velocissima metropolitana, che ha però lo svantaggio di apparire molto sporca e fatiscente in quasi tutte le sue stazioni. Alla luce di tutto questo, non stupisce neanche più di tanto che il metrò è animato da numerosi topi, taluni grandi come gatti, che provengono dal sottosuolo acquitrinoso e melmoso.I ripugnanti animali guazzano a loro agio sulle traversine dei binari oleosi e non sempre asciutti, per salire sullo spazio d’attesa dei viaggiatori, alla ricerca del cibo. I più famelici si rifugiano nel bidone della spazzatura, qui sotto, o sopra all’aperto sui marciapiedi colmi d’immondizie, di bicchieri vuoti del caffè o di pranzi non completati.Ovviamente è sconsigliabile al turista scegliere le fermate del Bronx o di Harlem, quartieri dormitorio molto inquietanti.

Straordinari sono invece i polifunzionanti Musei d’ArteModerna e contemporanea come il Gugghenheim,progettato da F.L.Wright nel 1943 e completato nel 1959,che ospita tra l’altro capolavori di Ricasso e di molti impressionisti.E’sicuramente una delle più importanti collezioni d’arte moderna del mondo.L’edificio del grande architetto,il più moderno di N.York ad essere dichiarato monumento storico della città, è di per sé una delle maggiori opere della collezione Gugghenheim,ospita fino a maggio tre mostre:”Cina, 5000 anni”,”Vedute di Parigi di R:Delaunay” e “After Mountains and Sea “della Frankenthaler .Meno moderno,ma molto più grande,è il Metropolitan Musum d’Arte Antica e Moderna, che vanta importanti opere dal periodo egizio a quello del XX secolo.In questo periodo presenta due mostre, anche qui aperte fino alla fine di maggio;una è sull’arte africana,l’altra sullo scomparso stilista G.Versace.Il più attuale del Museiu resta in ogni modo il Moma,che contiene tra l’altro importanti opere degli artisti pop americani:anche qui due mostre di Leger e di A.Alto.

L’America è anche meno rigorosa,più grossolana ,più kitsch ed è colma di contraddizioni.Così al rigore intellettuale dei suoi Musei non poteva mancare una Fiera dell’Arte come l’Arte Expo di New York:situata allo Javis Center, vicino al famoso grattacielo dell’Empire,sul fiune Hudson,quest Fiera è ospitata in una bellissima struttura architettonica moderna,con centinaia di stand e migliaia di espositori.Il livello generale di questa specie di supermercato per persone digiune di arte,è di livello medio basso:la quasi totalità delle gallerie presenti,ammesso che ne facessero,non riuscirebbero ad entrare nelle nostre Fiere di Bologna o di Milano.In questa Expo abbiamo visto vendere di tutto:passi pure il costo eccessivo per una minuscola serigrafia di Haring per 2.900 dollari,ma l’acquisto per 9.000 dollari di uno stupido paesaggio ad olio con la tecnica della spatola, che da noi in uno dei mercati della frutta,può costare al massimo 200.000 lire, ci è sembrato francamente eccessivo.

Ma tant’è.Così per rifarci la vista non ci resta che salutare questa città passando a tarda sera tra le rutilanti luci dei grattacieli della coloratissima e scenografica Broodway,in apnea, ignorando l’odore dei cibi….

Antonio Fomez

Milano 12 Marzo 1998

Arte americana

Di nuovo a New York, dopo un anno, con un altro obiettivo: visitare la città percorrendo l’abituale itinerario preferito dai turisti di massa, che arrivano qua ed hanno poca voglia di ammirare gli importanti musei d’arte contemporanea.Non possiamo però ignorare due grandi manifestazioni artistiche, viste durante la prima gelida settimana di marzo.La prima, più importante è al Museo Guggenheim, che ospita contemporaneamente, la mostra “Picasso and the war years”e quella del pop americano “Jim Dine walking memory, 1959-1969”.La seconda è la Fiera Internazionale dell’Artexpo, dove espongono dipinti di scarsa qualità che da noi si trovano sulle pareti dei bar, così come sono modesti quei manufatti africani, comprati a peso da qualche mercante europeo e venduti qui ai collezionisti ignoranti, come se fossero preziose opere di sculture d’autore

Situata al centro di una baia, cui si arriva dopo quindici minuti di battello da Battery Park, la Statua della Libertà del 1886 si erge maestosa con i suoi circa cento metri d’altezza, compreso l’alto basamento, sulla cui terrazza si può andare usufruendo dell’ascensore: Si prosegue a piedi dentro la cavità della scultura di rame, salendo in compagnia di centinaia di persone e di gradini, per raggiungere l’impervia scala a chiocciola del braccio destro della brutta statua, fino alla sua corona.Quando l’esausto visitatore arriva in cima, trova un piccolo oblò per osservare male il paesaggio dall’alto, per poi brontolare nell’angusto spazio finale con chi aveva raggiunto la meta prima di lui, dovendo rifare il deludente cammino a ritroso.Il battello, prima di raggiungere la terraferma, attracca e si ferma per una decina di minuti ad Ellis Island, oggi Museo, dove erano lasciati in quarantena e disinfettati tutti gli emigranti del secolo scorso.

Una bella veduta panoramica della città si gode invece, dall’alto dei suoi 448 metri, dall’Empire State Building, costruito tra il 1929 e il 1931, nella Fifth Avenue, la via dei miliardari e dei negozi eleganti, pullulanti di limousine orrende lunghe quasi quanto un tram.Si arriva in cima con l’ausilio di un comodo ascensore.Questo grattacielo era il più alto prima della costruzione delle Torri gemelle, simbolo del potere della “Grande Mela”; le gigantesche costruzioni che si vedono dall’alto, possono destare anche stupore e ammirazione oppure rimandare a qualcosa di finto o d’irreale nello stesso tempo.Grazie ai film americani, lo spettatore si aspetta che da un momento all’altro, in quest’incredibile scenario, possa spuntare qualche mostruoso o abnorme King Kong o drago paleolitico, che faccia crollare tutto, come se fossero dei modellini architettonici.

Ridiscesi in basso scansiamo il corpo di un suicida, volato da un palazzone vicino; preferiamo visitare luoghi meno disumani, come il Central Park, grandissimo polmone verde della città. Sebbene in compagnia di due allegre turiste brasiliane, il parco tanto celebrato, circondato completamente dai soliti grattacieli, è molto triste da vedere con i suoi alberi spezzati per via della brutta stagione.Non ci resta che visitare il Grenwich Village, un tempo abitato dagli artisti, come la zona Brera di Milano, per via del basso costo degli affitti.Il quartiere americano è interessante e vivace, anche se adesso, diventato di moda e più caro negli affitti.Infatti si  registra l’emigrazione degli abitanti, che preferiscono spostarsi nel confinante East Village, anch’esso grazioso e animato dalle etnie più diverse, seppure leggermente poco raccomandabili.Percorsi alcuni metri sui suoi marciapiedi, colmi di negozi che vendevano multicolori cianfrusaglie, facevano tenerezze, a poca distanza l’una dall’altra, gli scheletri di due biciclette prive di ruote, forse sottratte dallo stesso furfante, ma ancora legati con la catena agli alberi sfrondati.

A New York la gente mangia a tutte le ore e si avvertono per la strada cocktails d’odori: le tavole calde che espongono cromaticamente una varietà di cibi ed improbabili paste variopinte, ci rimandano alla memoria le ironiche sculture di Jim Dine; forse sarà anche colpa del freddo quest’abitudine mangiatoria degli americani, pertanto non ci meravigliamo più di tanto se in giro ci sono grassoni di circa due metri di diametro, di variegata età e d’etnie. Persone di tale stazza si vedono persino nei due quartieri confinanti di Chinatown e di Little Italy.Qui, poi, sembra di trovarci indietro nel tempo osservando il gusto kitsch d’alcuni negozi e ristoranti italiani, dove si ascoltano nostalgiche canzoni del passato; molti gestori italici hanno venduto il loro esercizio ad altri stranieri, giacché i propri figli si sono integrati nella realtà americana.

Rientrati in albergo siamo fortunati perché in un bar vicino, molto affollato, abbiamo la possibilità di seguire una lunga diretta TV, che ha avuto un record assoluto di cento milioni di spettatori.Dallo schermo la chiacchierona Monica Lewinsky, considerata dalla media la responsabile dell’inpachement presidenziale, strombazzava tutta la sua relazione col Presidente Clinton.Francamente tutto quanto affermava, ivi compresi gli incontri intimi con l’importante statista, descritte nei dettagli nel suo libro autobiografico che stava prommuovendo nel frattempo, non ci c’interessava per niente.La nostra attenzione, col bar ormai stracolmo di gente, era quella più divertente e comica del dialogo con Peter, un teleutente rapito dal video ed innamorato delle virtù di Monica, al punto che era disposto a sposarla subito.

 

 

Milano 16 Marzo 1999                                                                          Antonio Fomez

 

 

 

 

Arte degli sfigati

 

Se domani volessero assegnare la Palma d'oro al Governo più sfigato che abbiamo avuto in Italia,quasi sicuramente andrebbe a quello attuale presieduto da  D'Alema che,oltre all'inutile guerra del Kosovo,ha dovuto sobbarcarsi l'onta corsara della compravendita dei Deputati, utile per corroborare la maggioranza (anche se tutto ciò era forse già avvenuto nel passato).Che sia una ritorsione degli oppositori per rivalersi sul caso Craxi?Intanto il principale dissidente Cossiga è volato ad Hammamet dallo statista augurandosi dai microfoni delle TV che Bettino ritorni al più presto in Italia da uomo libero.

Più sventurate sono state le popolazioni della Serbia che hanno avuto morte e distruzioni da parte della NATO per motivi umanitari (per salvare i kosovari dalla  pulizia etnica),o  della Cecenia ridotta in macerie dai Russi (tuttora potenza nucleare, hanno tuonato al mondo che non avrebbero gradito interferenze occidentali durante la lotta contro il terrorismo ceceno).

Tralasciamo adesso questi grandi avvenimenti,soffermandoci sui comuni iellati, normali cittadini. Che dire di una persona multata di 121.200 perché reo di avere circolato con una vettura non catalitica? O di quel tal altro che, dopo avere comprato tre pacchetti di sigarette da un marocchino se le vede subito sequestrare con l'aggiunta di una salata multa di circa 1.500.000 con l'accusa pubblicata in neretto sul Corriere della Sera, di avere importato sigarette di contrabbando? (Intanto l'extra -comunitario, non avendo fissa dimora, non pagherà alcuna contravvenzione e, qualche tempo dopo, lo si troverà nuovamente fuori al supermarket col suo bancariello).

Più di costoro sono sfortunati coloro che hanno fratelli delinquenti senza scrupoli o pessimi amici che soffiano loro il lavoro o la moglie, o quegli artisti che non possono emergere perché quel tale Ente,Sindacale, Quadriennale, Biennale o Permanente che sia (quella di Milano è nelle mani di  modesti pittori e scultori) sono gestite in maniera clientelare. A tutti gli sfigati citati e agli altri, vogliamo però dare un filo di speranza: non scoraggiatevi perché la sfortuna può anche abbandonarvi. Nell'attesa, ma solo per quelli cronici, possiamo offrire un toccasana per eliminare i loro guai, suggerendo di recarsi a Roma per il Giubileo e, una volta al mese, in pellegrinaggio da Padre Pio o a Lourdes.

 

Antonio Fomez

 

Milano 22 Dic 99

 

Arte degli stupidi

E’ arcinoto che l’arte è un patrimonio godibile da tutti i cittadini del mondo, anche se buona parte di loro non sa quale sia quell’autentica, oppure la confondono con la bravura tecnica di un attore, di un calciatore o di un calzolaio.Molti politici, (escluso qualcuno come l’on. Amintore Fanfani che era molto lieto quando i telegiornali mostravano i suoi modesti dipinti), forse perché consci della loro ignoranza, non si sono mai esposti pubblicamente su argomenti inerenti all’arte, per evitare brutte figure e conseguenti perdite di voti elettorali.

Più coraggioso è stato invece, qualche giorno fa, il Ministro della Giustizia Oliviero Diliberto, dichiarando che per lui il cinema è un’evasione, che Wenders e Antonioni sono noiosi e che non ha mai visto le masse popolari davanti ai film d’Esenstein.L'onorevole, del Partito dei Comunisti Italiani che fanno capo a Cossutta, preferisce i film dove si ride; il miglior comico italiano, secondo lui è Massimo Boldi, ma andrebbe recuperato anche Montagnani (quello delle pellicole con la Fenech e Pierino, al quale andrebbe a misura il celebre verso dantesco dell’Inferno: ”Ed ei del cul faceva trombetta”).

Le stupidate le dice anche la Savignano, ballerina della Scala di Milano, durante il Tg1, ritratta secondo lei da un grande artista che l’ha rappresentata in modo perfetto, come la sua arte danzatoria.L’ignorante speaker, per pubblicizzare di più l’evento, informa l’utenza che alcuni di questi grandi artisti del pennello (sconosciuti da noi e dalla critica d’arte seria), chiedono ai loro clienti narcisisti, per l’esecuzione di un ritratto su tela molto somigliante al soggetto ma senza alcuna qualità, dai trenta milioni di lire in su.

D’altra parte”la qualità della nostra Tv è bassa perché è basso il livello del committente, la politica, cinica, mediocre è interessata a mantenere basso il livello culturale e morale dei cittadini.Nel migliore dei casi, convinta in buona fede, come il buon Diliberto, adoratore dei film porcelloni e spregiatore di Fellini, che i propri gusti piccoli borghesi, coincidano con il nazional popolare e magari, perché no, col servizio pubblico.La Tv italiana è lo specchio fedele del ceto politico, modellata ad immagine e somiglianza nella volgarità, nel provincialismo, nello scarso livello etico e culturale e nella tendenza a distribuire lotterie in cambio di consensi” (Stralcio di un articolo di C. Maltese-Repubblica, 7/1/99, scritto prima che scoppiasse la truffa del lotto con i numeri truccati!).

In ogni caso la televisione non è la sola a fare da cassa di risonanza agli argomenti stupidi e trucidi, perché spesso è in compagnia con gli altri media, giornali, radio e notiziari Internet, che non si tirano certo indietro. La Tv non è però tutta spazzatura o trash (che è l’antenato del kitsch), come si vede nella “Cronaca in diretta”o ancora peggio nel programma di canzoni nostalgiche di Paolo Limiti. In entrambe le trasmissioni c’è il tripudio dell’obsolescenza, perché in RAI ci sono anche autori che si dilettano a pensare al contrario, inventando scherzi e sfottò fini a se stessi e senza qualità, pur di fare audience, com’è successo per la conduzione di Dulbecco a Sanremo.Benissimo ha fatto il Nobel per la Medicina ad accettare l’invito, così potrà pubblicizzare la scienza e divertirsi all’età d’ottantacinque anni, in un ambiente a lui nuovo.Problematiche e stupefacenti restano però alcuni brani di una sua intervista quando afferma: ”La scienza la conosco, l’arte è stata finora lontana, ma ho intenzione di recuperarla”.Pensiamo però che in quel gran carrozzone miliardario, quella boiata che è il Festival di Sanremo, quando Dulbecco presenterà le canzonette, l’arte sarà assente.

Per finire una buona notizia per i cittadini milanesi: il Sindaco di Milano sta approntando delle leggi molto severe per punire i writers o graffittisti che sono, che imbrattano i muri della città.Raramente tra costoro arieggia qualche traccia d’artistico, perché la maggior parte di questi maniaci prova sì un desiderio liberatorio nel lasciare un segno o una firma, ma anche un certo disprezzo della proprietà altrui, intriso di piacere sadico.Lavorano di notte e sono felici della sorpresa che proveranno i cittadini al loro risveglio, trovando “quei manufatti”sulle saracinesche dei negozi o sulle mura della propria casa, appena tinteggiata.

 

Milano 23 Gennaio 1999                                               Antonio Fomez

Arte dei buoni

A pochi giorni dalla fine del 1999 è tempo di consuntivi, di riflessioni, di calendari con le donne nude, di spese natalizie, di cene e di veglioni di fine d’anno con lo spumante.Presto saremo bombardati dai media della carta stampata e dalla TV che c’informeranno sui principali avvenimenti dell’anno.Nel clima delle festività emergeranno tanto buonismo e gare di solidarietà; sapremo anche del più eroico gesto, della mamma più buona, del libro o del disco più venduto e del programma TV che ha sbaragliato tutti gli altri.

Proviamo ad ipotizzare ciò che ci sarà propagandato nell’immediato futuro: su tutte le reti ci mostreranno la spettacolare sequenza del buon pacifista Clinton acclamato dai suoi protetti kosovari, il tormentone Andreotti e Craxi, le denunce dello sfruttamento dei minori spesso vittime degli adulti, la grand’attesa per il Giubileo del 2000.Molti saranno attratti dalla ripresentazione pomposa degli eventi vissuti: altri, saranno in grado di ricomporre quei tasselli di vita, con ben diverse intenzionalità.Costoro valuteranno discordi la bontà della NATO sulla guerra dei Balcani e sull’inutilità della stessa, visto come le primissime vittime sono diventate carnefici, uccidendo per vendetta centinaia di serbi, dopo averne distrutte le case.L’uomo meno massificato riuscirà anche a ridimensionare il cantante Celentano, molto gradito dagli sponsor per via degli alti indici d’ascolto, dovuti più che alla bravura, alle sue sciocche sparate qualunquistiche, con l’ausilio di filmati sulla violenza di pessimo gusto.

La TV è però responsabile di ben più gravi misfatti. Finché continua a mostrare scene scabrose e violente come i sassi che piovono dai cavalcavia o gli adolescenti che uccidono i coetanei per impossessarsi di un motorino, non può che provocare nei giovani, il gusto dell’imitazione.Speriamo che alla fine dell’anno non ci rimostrino quella sequenza del TG2 del 15 novembre scorso, di sapore kitsch perché speculativa sul dolore, ripresa in una scuola media di Foggia, dopo il crollo di un palazzo, quando è inquadrata una bambina con accanto ad un banco vuoto: all’intervistata mentre piangeva con tutta la classe, è chiesto”Dov’è Antonella?”La risposta è”E’ nei nostri cuori”.C’è però da affermare che ci sono altri tipi di ragazzi che non avranno mai il Nobel della bontà, come quel perfido quindicenne d’origine italiana che in Inghilterra ha ucciso a bastonate un ubriaco, per puro divertimento, o come quel bambino di quattro anni, sospeso da un asilo in California perché trovato in possesso di una pistola nel suo cestino della merenda.

Ritornando ai buoni, non possiamo trascurare quelli che lo sono con se stessi, come c’informa il critico d’arte Giorgio di Genova, in un suo articolo sul numero di settembre di Terzo Occhio, nel quale si evince che due pittori (Attardi e Volo), membri del Consiglio d’Amministrazione della Quadriennale di Roma, si sono autoinvitati.Altri buoni, tra politici o governanti che siano, ce ne sono sicuramente: non è il caso di citarli perché i nomi appariranno presto sulle testate dei loro giornali.

Infine: quando sapremo i nomi dei più cattivi?Noi proviamo a citarne uno ipercritico che se la prende sempre con tutti e non gli garba mai niente.Chi sarà?

 

Milano 29 Novembre 1999                                                      Antonio Fomez

ARTE DEL CONFUSIO-NATO

 

Sebbene in questo periodo non si possa non pensare a quanto sta succedendo nei Balcani, abbiamo deciso di concederci in qualche modo un break sulla guerra, segnalando invece episodi spiritosamente confusionari.Secondo un sondaggio di Lega Ambiente, gli italiani ignorano e confondono il patrimonio artistico nazionale.Il 20% degli intervistati afferma che la Galleria degli Uffizi si trova a Venezia, mentre sette persone su dieci dichiarano che Palazzo Pitti è una famosa casa di moda.E che dire di quel 7% che riconosce in Giotto una marca di matite?Eppoi, attenzione a chiedere indicazioni: il 4% spedirebbe un turista voglioso di vedere il noto Palazzo Vecchio, a Roma.Non vi fate venire in mente di domandare dove si può visitare la Valle dei Templi, perché il 35% v’invierebbe in Grecia.

Non s’illuda la TV di contribuire alla crescita culturale del cittadino circuendolo con i quiz milionari: la TV, così com’è strutturata, è solo lo specchio padronale dei politici.”Se non fosse per i continui telegiornali che trasmettono in diretta i sanguinosi scontri con il Kosovo, sembrerebbe che qui la vita sia ferma e che la gente si disinteressi di quanto sta accadendo in altre parti del Paese” (da “ Di ritorno dalla Yugoslavia”-Artecultura n° 5-1989).Chiediamo due volte perdono ai lettori: il primo è per l’autocitazione dello stralcio di una nostra corrispondenza della bellissima cittadina croata di Vukovar, distrutta dalla Serbia qualche anno dopo.Il secondo è che non abbiamo mantenuto la presunta promessa dell’introduzione, comportandoci come un conduttore televisivo che per attirare più audience, annuncia un ospite di riguardo, subito dopo la pubblicità.Ma tant’è!Gli eventi di questi due mesi di massacri, cui dovranno risponderne veramente tutti, sono troppo importanti e non possono essere ignorati.

Elenchiamoli come il solito, in ordine confuso.Blair, in maniche di camicie, ed Hilary Clinton qualche giorno dopo, sono stati accolti con gli applausi in un campo di profughi kosovari in Albania, come due stars.Nello stesso campo tra l’altro, molti di quei disperati sono stati male per via di una partita di salame ucraino, scaduto undici anni orsono.Ma sono tanti anche gli errori della NATO: distruzione all’Ambasciata Cinese di Belgrado con morti, convogli di profughi colpiti dagli aerei, così come le carceri, gli ospedali ed altri civili uccisi. Ai vertici alti della guerra non se ne parla neanche di sospendere i raid, né si accettano proposte di pace dall’Italia, dalla Germania o da altri Paesi meno guerrafondai, perché affermano che non è questo il momento di interrompere le ostilità, perché stanno vincendo!La NATO è in confusione, mentre qualche suo portavoce afferma che non era possibile prevedere la selvaggia ritorsione di Milosevic contro i kosovari.Pertanto quell’organismo, prima dà per scontato l’invio delle forze di terra, poi lo stesso Clinton non è più così convinto dell’intervento degli elicotteri Apaches, mentre serpeggiano malumori dovunque.

Il filosofo Norberto Bobbio che aveva difeso l’intervento NATO,ora scrive sul Corriere del 16 Maggio: ”Assistiamo ad una guerra che trova la propria giustificazione nella difesa dei diritti umani, ma che li difende violando anche i più elementari diritti umani del Paese”Silvio Berlusconi: ”I dubbi sull’azione NATO non sono solo di Bertinotti o di una certa parte politica.Sono di tutti,anche di noi dell’opposizione,che pure abbiamo sostenuto l’azione militare”.La NATO e gli USA sono colpevoli come Milosevic, dice invece Cossutta.Secondo un sondaggio serbo del 24 Maggio, fino adesso ci sono 1200 vittime,specie bambini,e 5000 feriti.Quando saranno sospesi questi disgraziati raid?

L’America, non accettando consigli di tregua da nessuno, si comporta da padrona della NATO perché, impegna più risorse nella guerra.Per quanto riguarda gli italiani,dovremo rimandare di qualche tempo i bagni nelle nostre acque,vista l’enorme quantità di materiale bellico caduto durante questa stupida guerra, vietando ai bambini di costruire castelli di sabbia per motivi di sicurezza,raccomandando ai nostri subacquei di sospendere le loro esplorazioni nei fondali, perché rischierebbero che qualche spuntone bellico, tipo qualche bomba a frammentazione o alla grafite,possa attraversare il loro costumino

Infine una considerazione non certo tenera di un edicolante,ottenuta dopo la sentenza per la strage del Cermis (morirono nel nostro Paese alcune decine di turisti in una teleferica per via di un’aereo che volava a bassa quota),che ha stabilito la completa innocenza dei piloti americani che recisero all’insolita altezza un cavo elettrico,e che non saranno risarcite le vittime.Secondo il giovane,l’umanità si divide in due correnti di pensiero:metà è filo americana e l’altra è antiamericana. Dove non può l’umanità antiamericana e la tecnologia,possono solo gli eventi naturali (tornado ad Oklahoma con cinquanta morti) o i quattordicenni (stragi nelle scuole americane).

 

25 Maggio 1999                                                                      Antonio Fomez

 

 

 

 

 

 

 

Arte della guerra

Il capolavoro”Guernica”di Picasso del 1937, ispirato ai bombardamenti nazisti su una popolazione inerme, ebbe una sua efficacia in epoca non televisiva, se oggi con la guerra in corso nei Balcani avesse dipinto “Kosovo”, avrebbe dovuto fare i conti con la TV, le cui immagini sono sicuramente più persuasive e dirette di qualsiasi opera d’arte.

L’introduzione serve a far capire che nei prossimi giorni dovremo, assuefarci all’idea di vedere libri quadri e videocassette ispirati alla guerra. Da parte nostra non crediamo di essere tra quelli che sanno elaborare happenings politici all’angolo della strada, sotto forma di manufatti intrisi d’utilità sociale, perché riteniamo che l’artista non sempre abbia bisogno di ricorrere all’attualità.Pertanto lasciamo ad altri l’onere di descrivere o di presentare la guerra per immagini, limitandoci ad ipotizzare quanto invece non è stato fatto, rifuggendo il più possibile dai luoghi comuni cui siamo avvezzi, seguendo i megashow televisivi sull’argomento, che mostrano martiri e annientamenti.

In questa quarta settimana di guerra nei Balcani, fortunatamente si è affievolito la voce degli interventisti che, in contrasto con quella dei pacifisti, speravano di porre fine al conflitto con un’invasione delle truppe di terra, tipo quello fallimentare in Vietnam credendo, con l’Italia allora in posizione ambigua, che non fosse coinvolto il figlio.Ora, a costo di essere smentiti dalla prosecuzione detti gli eventi che forse dureranno fino all’estate prossima, azzardiamo due ipotesi.La prima: perché non c’è stato il cessate il fuoco da parte della NATO, proposto dal dittatore serbo Milosevic in occasione della Pasqua ortodossa?Non si potevano sospendere le operazioni militari per qualche giorno e sedersi per una difficile trattativa? Bisognerebbe però capire che Milosevic non può accettare adesso le stesse condizioni di prima del conflitto, con in più un paese invaso e distrutto.La NATO non accogliendo la tregua, forse ha accelerato la soluzione finale del popolo kosovaro, spinto dai Serbi   a fuggire alle frontiere vicine, dopo averne bruciate le case, i documenti e le targhe delle loro auto.Vista l’irresponsabilità di quell’uomo che non vuole arrendersi mettendo a repentaglio vite umane tra la sua gente, non potrebbe il suo avversario, così civile ed evoluto, sospendere i bombardamenti? Sarebbe questa un’umiliazione per la NATO? Una partita a scacchi è anch’essa considerata una battaglia di strategia e di tattica.Oltre alla vittoria esiste anche la patta, vale a dire il pareggio.Questo risultato si avvera quando i due giocatori la concedono per stima, oppure quand’uno dei due non può ottenere o forzare la vittoria.

La seconda ipotesi potrebbe essere: prima di consentire l’operatività sul proprio suolo, come basi e aeroporti militari, l’Italia non avrebbe potuto vieppiù tergiversare tentando una mediazione a tavolino prima di esibire anche lei la sua ricercata tecnologia? Intanto Clinton continua a ripetere: vinceremo! La guerra però com’è noto, non avrà né vincitori né vinti, ma solo vittime.

Infine, segnaliamo alcune curiosità sul conflitto, in ordine sparso.Gioco politico e meschino dei partiti secondo gli schieramenti.I turisti di guerra ad Aviano: guardoni con i loro bambini sulle spalle, bivaccano per vedere gli aerei equipaggiati per il conflitto, che decollano dalla base.Tra l’altro quando è bel tempo si bombarda meglio.Ci hanno assicurato che Tadini ha pubblicato un articolo sul Corriere, corredato dalla riproduzione di un suo brutto quadro che rappresenta la testa di una bambina kosovaro, citando “Guernica”.Un bambino albanese racconta in TV, che si è molto divertito vedendo scappare i soldati serbi, all’arrivo degli aerei americani.Aerei invisibili, bombe intelligenti, difesa integrata.Il pilota ha lanciato gli ordigni sulle colonne dei profughi, ma in buona fede.Due caccia a corto di carburante hanno sganciato sei bombe nel Lago di Garda.

 

Milano 13 Aprile 1999                                                                          Antonio Fomez

Arte della moda a Milano

 

 

Molti sono attratti dal fascino della moda: pochi si sottraggono alle lusinghe del lusso e della sua vacuità.Persino i politici,un tempo così seriosi e malvestiti,chiedono aiuto ad essa per migliorare la loro immagine pubblica.Da un’indagine condotta da alcuni esperti de settore,Fausto Bertinotti,che veste in stile country,è considerato tra i più eleganti;Silvio Berlusconi,secondo Armani abusa troppo del doppio petto (per noi sembra uno appena uscito da un trucco caramelloso); Romano Prodi preferisce uno stile da babbo rassicurante,mentre Arzelio Ciampi,anch’egli elegante è spesso vittima della satira per via della bicicletta.Bene Casini e Veltroni.

Milano, con i suoi valzer di capitali e asettiche modelle strapagate, è considerata la capitale della moda: la città, attraverso l’esportazione in tutto il mondo dei suoi capi, contribuisce non poco a fornire risorse alla nostra bilancia dei pagamenti.Alla luce di tutto questo si può capire perché imperversano gli stilisti di moda, su tutte le TV, quasi ogni giorno, per presentare le loro “collezioni”.

   Anche il cinema di qualità, sempre molto tempestivo, si è occupato recentemente del fenomeno dilagante della moda, attraverso i film di Altman e di Allen, trattando l’argomento con ironia.Su tutti Fellini, già nel 1972 col film Roma,aveva previsto la sua esplosione, regalandoci una sequenza velenosa e divertente su una particolare sfilata.La scena,forse girata in una chiesa, è molto colorata mentre uno speaker annuncia:” Questa rassegna di moda ecclesiastica porge il benvenuto a Sua Eminenza e a tutti i suoi ospiti”Subito dopo,sopra una passerella rosso vermiglione,sfilano modelli vestiti da preti e da suore.Il modello numero sei,annuncia lo speaker,è un vestito per semplici parroci di montagna,confezionato con un tessuto pratico,mentre il tal altro,per alti porporati,è stato eseguito con paramenti leggeri che non si stingono e non si stirano.

Ai tempi nostri, la moda ha elevati picchi in tutte le stagioni,con le sue nuove e vecchie creazioni, veste i VIP danarosi ed attira quei guardoni che non possono permettersi simili spese.Ma, come succede per l’autentica Arte contemporanea che nel frattempo non è effimera,anche la moda non interessa né influenza i ceti poco acculturati.

Tra costoro,pescando un tantino a caso, abbiamo scelto,dopo segnalazioni e nostra personale indagine,alcuni abitanti residenti nel Nord dell’Italia (Milano,Soresina,Cuneo,ecc.) che effettivamente abbiamo incontrato per le strade delle loro città,o durante le vacanze in Grecia od in Egitto.Due nostri amici medici che operano nel cremonese,così ci descrivono l’abbigliamento dei loro pazienti,da maggio a settembre:vestono cortissimi calzoncini talvolta attillati con sopra una canottiera bianca e scarpe con stringhe e calzettoni bianchi ai piedi.Pensiamo che, se Fellini fosse vissuto più a lungo,forse li avrebbe utilizzati per una nuova passerella.

 

Milano 2 Ottobre 1999                                                                                     Antonio Fomez

Arte della pace e delle mummie

( Hurgada e piramidi)

 

La mummia, com’è noto, è un cadavere imbalsamato con un particolare procedimento conosciuto dagli antichi egizi, in senso figurato intendiamo una persona statica e poco attiva, magari piuttosto vecchia e stecchita, dalle idee antiquate e anguste.Non sono considerate mummie, ad esempio, Berlusconi e Agnelli, persone dinamiche con un gran fiuto per gli affari, né Clinton che, ancor prima della fine della guerra balcanica, con indubbio tempismo trova già il modo per rimpinguare le casse dell’industria bellica statunitense.Infatti, per rimpiazzare i missili e le bombe lanciate dalla NATO sui Serbi e nei nostri bellissimi mari, avrà bisogno di quasi un miliardo di dollari.La cifra andrà per intero all’industria Raytheon che ha pronti i contratti con il Pentagono, già da Maggio.Buoni affari per le aziende americane anche con l'amico Egitto, che ha ordinato ventiquattro cacciabombardieri F.16 per oltre 1.800 miliardi di lire.

Per quanto ci riguarda, non abbiamo mai amato le mummie: né c’interessa più di tanto la recente scoperta di un centinaio di queste con i loro arredi, o la mastodontica scultura celebrativa egiziana, così ieratica fissa e stereotipata, forse voluta così dai faraoni.E’ un’arte che in ogni modo apprezziamo poiché suscita emozioni, soprattutto per le nostre reminiscenze scolastiche e per la loro datazione.Sebbene alcuni artisti moderni abbiano attinto dai geroglifici e dalle loro pitture murali, in Europa e da noi l’arte ha subito più varietà di stili e di creatività, nel corso di qualche centinaio d’anni, che non nei vari millenni delle dinastie egizie.

Così, onde evitare sproloqui inutili che lasciamo agli esperti, vista la vasta letteratura sull’argomento, soffermeremo l’attenzione su Hurgada, definita come il paradiso dei subacquei.Questa città è situata a circa 500 chilometri a sud del Cairo e a 400 chilometri ad Ovest da Luxor.Hurgada divenne la prima cittadina turistica del Mar Rosso (prima ancora della più rinomata Sharm-El Sheik posta sull’altra sponda ad Est) una ventina di anni fa e fu subito vittima di un’incredibile speculazione edilizia e di scempi ecologici, non solo da parte dei colossi stranieri.Tutto questo avvenne nel 1978 poco dopo che Sadat ottenne una parziale rivincita militare nei confronti di Israele, attaccando di sorpresa il suo esercito durante la festività ebraica dello Yom Kippur (1973), riprendendosi i territori delle alture del Golan, sopra Sharm, in cambio della pace con l’odiato e scomodo vicino.

Ci sono anche uomini che non sanno cosa vuol dire vivere in pace, come i tanti “Serpenti&Parenti”in circolazione, mirati a pensare e produrre solo per i propri utili, lucrando sulle disgrazie altrui o magari raschiando qualche baia corallina per far posto a spiagge private con isole artificiali con acqua stagnante, a ridosso dei grandi alberghi a cinque stelle.Questo è successo a Hurgada (ed in tanti altri luoghi nel mondo), nata su una zona desertica piena di sterpaglie e bagnata un tempo da un mare bellissimo.Oggi il turista per ritrovarlo deve prenotare un’escursione da trenta dollari, per vedere finalmente l’acqua del Mar Rosso, che non fa certo rimpiangere quella della Sardegna, popolata da una varietà di pesci multicolori, persino compiacenti al passaggio del subacqueo, sul fondo corallino.Oppure bisogna che vada in un nuovo posto a una trentina di chilometri da nord di Hurgada, che non conosciamo, che si chiama El Goona.

L’Egitto vive soprattutto di turismo made in Italy: noi non riusciamo però a capire perché molti nostri connazionali scelgono di trascorrere qui una o due settimane solo per arrostirsi al sole, giocare a tennis o finire nelle grinfie degli animatori con la ginnastica aerobica eseguita in piscina, ignorando il patrimonio artistico di questa civiltà.Gli alberghi, certo sono confortevoli, ma sono lontanissimi dal centro di Hurgada (fatiscente, rumoroso, con strade sterrate, pieno di baracche e di fastidiosi venditori di cianfrusaglie e paccottiglie): fuori offrono la più completa squallidità del niente.Lontani dalla cultura egiziana e dalle tradizioni locali, questo posto è analogo a tanti altri che si possono trovare in Thainlandia come nei Carabi o all’Hotel Fort Crest di Metanopoli. Tanto varrebbe che molti italiani scoprissero com’è la straordinaria “Spiaggia dei conigli di Lampedusa”!

Così, per dare un valore alla nostra stupida vacanza cui eravamo cascati, decidiamo di dare un significato al viaggio, sobbarcandoci due impegnative e faticose escursioni a Luxor e al Cairo, portandoci dietro, dopo un giorno di convincimenti, alcune coppie di turisti lombardi abbrustoliti.

Tebe (la Luxor attuale) si trova nelle vicinanze della riva del rigoglioso Nilo, circondata da una lussureggiante vegetazione: fantastica la “Valle dei Re”, ammirata sotto un clima secco di 47°.Meno interessante un ricostruito tempio in località Eldeir el Bahari, dove tra l’altro circa due anni orsono furono trucidati dagli integralisti islamici una quarantina di turisti svizzeri.Per arrivare a Luxor i pulman dei turisti sono controllati e scortati dalle auto della polizia per paura degli attentati.Stessa solfa anche per arrivare al Cairo: arriviamo di mattina dopo una notte in bus, visita semiveloce all’importante Museo egizio ed un’occhiata alla frenetica città.Ma, le fatiche per la sveglia notturna, i blocchi stradali e quant’altro, compensano pienamente quando si è al cospetto di una delle sette meraviglie del mondo.Le piramidi e la Sfinge, ci lasciano senza fiato.

 

Milano 1 Luglio 1999                                                                      Antonio Fomez

 

 

Arte meccanica revisionata

 

 

Il critico francese Pierre Restany nel 1965 riunì a Parigi sei artisti: Rotella, Bertini, Bury, Jaquet e Beguier (gli ultimi due erano fotografi) e coniò per l’occasione il termine “Mec Art” o pittura meccanica.Questi artisti rifiutavano i mezzi pittorici tradizionali e proponevano delle opere seriali attraverso l’uso del riporto fotografico su tela.Il movimento però ebbe breve durata,anche perché questa tecnica,già nota ai grafici,ai disegnatori e agli scenografi,era stata sviluppata già nel 1961,con ben altra genialità,da un ex disegnatore pubblicitario-reparto calzature-di nome Andy Warhol.Alcuni anni dopo, in Italia, ci fu un proliferare di opere oggettuali ripetitive che ingenerò non poca confusione tra i collezionisti,al punto che Bruno Munari, sulle colonne de “Il Giorno”del 26 Febbraio 1969,chiarì che “i multipli sono degli oggetti a due o più dimensioni progettati per essere prodotti in un numero limitato o illimitato di esemplari,allo scopo di comunicare,per via visiva,una informazione di carattere estetico ad un pubblico vasto e differenziato”.

Attualmente,come nel recente passato,vari autori prediligono ripetere all’infinito una propria opera,fino a sfiancare se stessi e gli altri.Non è difficile intuire che ci riferiamo all’arte”manual meccanica”cui si abbeverano anche grandi autori di qualità come Liechestein, Fontana, Schifano, A. Pomodoro, Dorazio e tanti altri ambiti dal mercato dell’arte.Tralasciamo qui i nomi di concettuali o poveristi che siano,sempre presenti nelle mostre internazionali e gli artisti di moda ogni anno; per non parlare di quelli che dipingono cavalli,Venezie e fiori o che pubblicano un libro ogni settimana,come l’ottimo giornalista Enzo Biagi.Siamo certi, invece, che alcune personalità tra costoro “resteranno”perché gli storici futuri, più che sul lavoro replicato, presteranno attenzione all’insieme della loro opera.

Ma si sa che gli artisti sono anche ingenui, fanciulloni, bonaccioni, perversi, bevitori, erotomani e generosi: che male c’è se poi un De Chirico per far piacere a qualcuno ripete un suo quadro?In fondo si diverte e intasca qualche lira,ritenendosi più fortunato di qualche altro suo collega alla canna del gas.Si pensi invece al lavoro schiavizzante di un operaio travolto dalla  stessa ruota,come nella celebre sequenza di Chaplin in “Tempi moderni”.Oppure al avoro ripetitivo di un meccanico!

Bisogna però aggiungere che oggi questa categoria ha ricevuto dallo stato una vera manna:con l’ingresso, dell’Italia in Europa, giustamente le auto devono adeguarsi a certe norme internazionali ed essere controllate periodicamente.Giacchè la motorizzazione civile non riesce a smaltire le prenotazioni per le revisioni delle auto nella propria sede,queste vanno messe a punto in certe officine private ed autorizzate dall’Ente,provviste di attrezzature elettroniche,Il cliente però raramente se la cava con le 50.000 lire occorrenti per la revisione,perché spesso l’auto viene bocciata.IL tecnico responsabile,spesso figlio o parente del titolare dell’officina, fa di tutto per trovare un certo numero di difetti o mal funzionamenti della macchina che esamina,zelante e scrupoloso come un architetto intento a inventariare i problemi della pendente Torre di Pisa. Così lo sprovveduto avventore, per non pagare un’altra rivisione chissà in quale giorno,lascia l’auto per la riparazione,fino al giorno dopo, pagando una fattura più che raddoppiata, rispetto a quanto avrebbe speso dal suo meccanico di fiducia.Se ne va via però con la soddisfazione di aver superato l’esame tecnologico, senza altre rogne!

Chissà se in futuro, giacchè la revisione dell’auto si deve fare ogni due anni e le auto sono tante,la motorizzazione civile, evitando l’attuale ladrocinio, non inventi qualcosa per coinvolgere i nostri giovani tecnici disoccupati, invece di far incassare a pochi privati decine se non centinaia di milioni di lire al mese.Intanto l’Automobil Club di Milano,solo per la prenotazione in un’officina convenzionata, chiede L:62.000 alle quali vanno aggiunte le solite 50.000 lire per la revisione.

Poi, alcuni dicono che gli artisti sempre a caccia di soldi,ripetendo le loro opere si prostituiscono……

Milano 14 Febbraio 1999                                                Antonio Fomez

Arte dei viaggi a sbafo     (Versione ridotta di Arte dei viaggi a sbafo-per pubbbìlicazione)

 

Questa volta ci addentreremo in un argomento commissionatoci da RUSSING, noto sponsor nel settore degli operatori turistici, specializzato nei viaggi culturali ed ecologici per l'apprendimento della lingua russa ed inglese, col soggiorno in attrezzate famiglie dell'Est europeo e irlandesi.Il profumo dei soldi, che arriveranno quando l'articolo sarà pubblicato, ci ha fatto escogitare nell'aprile scorso un piano diabolico, che ci avrebbe portato a visitare gratis nuove  località per le vacanze estive, seguite da un sontuoso rimborso spese di 10 milioni di lire devoluto da RUSSING.

Non c’è stato difficile convincere il quarantatreenne Turiddu, amico benestante da lunga data e appena divorziato dalla moglie cremasca per motivi di gelosia, di cercarsi un'altra consorte più giovane e bella nei paesi dell'Est, navigando su Internet in qualche sito per cuori solitari.Turiddu,entusiasta dell'idea suggeritagli da un fraterno amico, abbocca subito all'invito; dopo due mesi di ricerche frenetiche e di corrispondenze telematiche e postali, è sommerso da un 'enorme quantità di materiale.Tra le tante foto di ragazze ventenni e mozzafiato,alcune delle quali senza veli,che gli arrivano persino dai paesi più sperduti della Mongolia ,dalla Siberia e dal Kurdistan,sceglie quella  di Katia,una  ventisettenne di Brest,in Bielorussia,carina ma non prorompente come le altre ragazze.

Fingendoci  buon samaritano invece che un perfido calcolatore mirante al guadagno,ci offriamo di accompagnarlo quale secondo pilota della sua bell’auto in Bielorussia,per incontrare la  prescelta.Ci mettiamo in viaggio nella seconda metà di luglio e,dopo aver percorso più di  tremila chilometri  sullo sfondo di una lussureggiante vegetazione incontaminata e dopo aver attraversato paesi  freddi e piovosi come l'Austria,la Repubblica Ceca e la Polonia,nonchè pagando 150 dollari ciascuno per un visto d'ingresso seguite da altre estorsioni per tangenti elargite ai militari corrotti per passare più velocemente le frontiere,  arriviamo finalmente a Brest.Qui in sostanza non c'è nulla di bello o d’antico da vedere se non il verde della natura e dei parchi, spesso violati da orrendi monumenti ai"Partigiani uccisi"del peggiore realismo socialista mai visto prima.

Katia ,senza superbia  appena compare Turiddu,si presenta a noi nel modo migliore; dimostra dignità,serietà e fermezza.Col suo comprensibile italiano frammisto al russo,ci  fa capire con fierezza quanto ami  il suo paese  che lottò contro il nazismo. Oggi però,per migliorare il suo tenore di vita,sarebbe  disposta ad emigrare al più presto in un paese occidentale più ricco,magari in compagnia di Turiddu ,col quale entra subito in sintonia.L'unico suo difetto è che vorrebbe sistemare anche lo scrivente con una delle sue due avventurose amiche che l'acccompagnano a turno (una di queste ,della sua stessa età, sposata e con un bambino piccolo avrebbe volato volentieri da noi a Milano,naturalmente a nostre spese e senza  consorte).

Arriva il giorno della partenza e ci dispiace lasciare gli insegnanti russi di questa città tranquilla dove sembra che la vita sia ferma a 50 anni orsono, nonché quella gente semplice che, rispetto a noi, ha la fortuna in estate di avere sempre una temperatura fresca e piovosa oltrechè i ristoranti a buon mercato.Salutiamo con rimpianto il personale impiegatizio del nostro medio albergo,che ha  il vantaggio di avere accanto ad un comodo Casinò.Tristemente abbandoniamo la nostra camera e quei corridoi animati  dal fruscio di giovani  veneri in minigonne che incrociamo qui a tutte le ore  oppure nell’hall,quando in vestaglia o a piedi nudi, le vediamo impegnate al telefono.Queste bionde ci mancheranno molto perché i loro  dialoghi contribuirono ad acculturarci antropologicamente.Sulle abitudini degli indigeni.

Sulla via del ritorno,dopo sei ore d’attese  a posto di  frontiera,mentre gongoliamo all'idea di concludere il viaggio fermandoci due giorni a Praga, una pattuglia di Vigili  c’intima lo stop per un'ennesima inesistente infrazione.Con l'esborso  di 50 dollari ,senza alcuna ricevuta,il conto delle tangenti  latrateci  sale a circa un milione di lire, facendoci saltare i nervi dalla  rabbia e dal  disgusto per le continue angherie che  non riusciamo più a sopportare.Decidiamo così di rientrare in Italia a tutta birra e,saltando Praga giuriamo di non venire più da queste parti in auto (almeno noi sicuramente).

Ai  primi d’agosto,dopo aver lasciato Turiddu,c’imbarchiamo alla Malpensa in compagnia di trecento studenti su uno dei 10 voli charter noleggiati da RUSSING ,che organizza due o tre settimane di vacanze-studio della lingua inglese con ospitalità nelle famiglie di  Dublino.Il volo purtroppo non è diretto:a Londra: trasbordiamo sull'aereo per Dublino  dopo un'estenuante corsa di 25 minuti tra sottopassaggi,scale, nastri mobili e ascensori.

Gli abitanti dell'Irlanda del Sud sono d’origini contadine ;dopo la rivoluzione di Michael Collins nel 1922 sono un popolo nuovo e libero sempre attento alle novità,pur consevando le loro tradizioni culturali,condite da  una patina di kitsch.Sono anche molto cordiali e simpatici ,portati come sono alla conversazione  senza alcuna riservatezza borghese.Bevono allegramente in compagnia, specie nei pub il venerdì sera, vomitando a tempo di musica  birra da tutte le parti.Non amano gli inglesi né la loro Regina,ma hanno preso da loro tutti  i vizi e  virtù,ivi  compreso quello sciagurato della guida a sinistra,micidiale per le migliaia di studenti stranieri vogliosi  di apprendere a  suon di milioni la lingua britannica,che attraversano le strade centrali e periferiche ,alcune delle quali assolutamente prive di strisce pedonali.Peccato che questo Paese così bello e fresco d'estate,immerso com'è in una stupenda vegetazione esuberante,mai vista prima (è consigliabile data la sua variabilità meteorologica, uscire tutti i giorni con l'ombrello ed il golf nel sacco) ricada spesso nel più volgare kitch!Chi fosse la mente ispiratrice che in una brutta chiesa ad Athlone,ad una cinquantina di chilometri da Dublino,ha collocato calchi di gesso della "Pietà"del Vaticano di Michelangelo e varie copie dei tondi di Della Robbia?

Senza scalo è stato il comodo ritorno a Milano di fine agosto in compagnia delle persone che erano con noi all'andata ,sebbene i volti di una loro trentina apparivano pallidi e denutriti per lo scarso e pessimo cibo rimediato nelle famiglie irlandesi.

Arriviamo a Milano anche noi senza forze,con le ossa rotte e claudichiamo notevolmente per via  del faticoso camminare in Dublino:ci ritornano dolori articolari polidistrettual al cotile femorale ed ai polsi che non avvertivamo più da oltre trent'anni,periodi in cui praticavamo più sport.Questi fastidiosi dolori saranno anche da collegare con i freddi e le piogge subite precedentemente in Bielorussia e in Irlanda?

Completato questo lungo sproloquio siamo assaliti da un dubbio:a pubblicazione avvenuta il nostro amato sponsor ci farà pervenire i 10 milioni pattuiti?Oppure ce ne darà il triplo affinchè non scriviamo più sui Viaggi di RUSSING?

Antonio Fomez

 

 

Milano 6/12/ 2000

 

Arte Cretese

Questa volta tratteremo un argomento leggero e accattivante che riguarda il turismo; è dedicata a quei vacanzieri che prediligono il binomio mare + cultura, laddove appresero che Creta è stata nell'antichità una dei centri più importanti del Mediterraneo nonché culla avanzata di arte e di civiltà.Talvolta però quell'abbinamento non sempre è conciliabile o soddisfacente: è meglio dirlo subito che il mare dell'isola non è sempre al top, come d'altra parte le sue bellezze artistiche. Ma non anticipiamo.

Creta nel corso della sua storia fu occupata dai Romani nel 69 d.c.,subì in seguito all'era bizantina la conquista degli Arabi,poi dei veneziani che le dettero il nome di Candia,dei Turchi, che la tennero per due secoli fino al 1898,finchè fu liberata dalle truppe greche.Attualmente l'isola è in qualche modo autonoma rispetto al potere centrale di Atene.

Non furono frutto della fantasia,tra il IX e l'VIII a.c., le descrizioni omeriche riguardanti bellissimi palazzi e civiltà raffinate che forse erano ispirate ai  palazzi cretesi di Minosse,scoperti dagli archeologi all'inizio del secolo scorso. Si trattava in realtà dei sontuosi palazzi di Knosso e di Festo,costruiti intorno al 2000 a.c.,incendiati e distrutti da un popolo invasore verso il 1700 a.c.,riedificati e ridistrutti intorno al 1400 a.c.Queste due dimore molto regali e senza mura di cinta,furono costruite su una pianta asimmetrica,con grande effetto scenografico.Gli stucchi che ornavano le pareti e quant'altro di molto importante (su tutti "Il principe dai fiori di giglio",la "Tazza di Vafiò" ed i vasi geometrici di stile Kamares),sono adesso nel bellissimo museo di Heraclion,capitale dell'isola,attono al quale si addensano orribili palazzoni e oltre I00.000 abitanti,.con discoteche e supermercati vicini :Oggi il palazzo di Festo è rimasto quasi inalterato,cioè un ammasso delle rovine originali: qui il turista più esperto ha la possibilità di immaginare  gli alzati dei muri come erano.Non così  potrà farlo con il più famoso palazzo di Knosso,diventato adesso una spettacolare  macchina turistica tipo Disneyland;con alcune copie degli affreschi collocate al posto degli originali:qui le colonne,che in origine erano di legno e rastremate verso il basso,sono state sostituite con quelle di cemento armato e verniciate di rosso.Delle macerie originarie c'è rimasto purtroppo ben poco,come la grande gradinata del cortile maggiore che anticiperà lo schema del futuro teatro greco.Intanto qui il cantiere è sempre aperto:gli operai continuano a ricostruire alla presenza delle migliaia di visitatori giornalieri, che contribuiscono a tenere in piedi il grande carrozzone turistico.

Per il turista del binomio algebrico, voglioso di cercarsi le spiaggette meno massificate, consigliamo di prendere in affitto un'auto per girare, perché Creta coi suoi 540.000 abitanti i su oltre 1000 km di coste e i 157 km.di lunghezza e dai 12 ai 61 km.di larghezza, è un'isola molto grande.Sarà bene però rivolgersi ad un'agenzia internazionale, anziché ad una locale, per evitare che al ritiro dell'auto per la gita, saltino fuori altre spese assicurative oltre a quelle già anticipate e concordate.

La cucina è però buona ed i prezzi sono modici.

 

Milano20 marzo 2000

Antonio Fomez

 

Arte dei viaggi a sbafo

 

Questa volta tralasceremo le noterelle strampalate e saltellanti da palo in frasca, per addentrarci  in un argomento più avvincente, commissionatoci da ARUSSING, noto sponsor nel settore degli operatori turistici (specializzato nei viaggi culturali ed ecologici per l'apprendimento della lingua araba, russa ed inglese, col soggiorno in attrezzate famiglie dell'Est europeo, irlandesi ed egiziane del Mar Rosso) e da alcuni lettori della rivista.

Il profumo dei soldi, che arriveranno quando l'articolo sarà pubblicato, oltre al non trascurabile piacere di accontentare i nostri lettori, ci ha fatto escogitare nell'aprile scorso un piano diabolico, degno di uno scacchista che ha pattato con due Campioni del Mondo, che ci avrebbe  portato a visitare gratis nuove  località per le vacanze estive, seguite da un principesco  rimborso spese di 10 milioni di lire devoluto da ARUSSING.

Non c’è stato difficile convincere il quarantatreenne Turiddu, amico benestante da lunga data e appena divorziato dalla moglie cremasca per motivi di gelosia, di cercarsi un'altra consorte più giovane e bella nei paesi dell'Est, navigando su Internet in qualche sito per cuori solitari.Turiddu, entusiasta dell'idea suggeritagli da un fraterno amico, abbocca subito all'invito; dopo due mesi di ricerche frenetiche e di corrispondenze telematiche e postali, è sommerso da una quantità di materiale.Tra le tante foto di ragazze ventenni e mozzafiato, alcune delle quali senza veli, che gli arrivano persino dai paesi più sperduti della Mongolia, dalla Siberia e dal Kurdistan, sceglie quella  di Katia, una  ventisettenne di Brest, in Bielorussia, carina ma non prorompente come le altre ragazze.

Fingendoci  buon samaritano invece che un perfido calcolatore mirante al guadagno, ci offriamo di accompagnarlo quale secondo pilota della sua bell’auto in Bielorussia, per incontrare la  prescelta.Ci mettiamo in viaggio nella seconda metà di luglio dopo aver percorso più di  tremila chilometri  sullo sfondo di una lussureggiante vegetazione incontaminata e dopo aver attraversato paesi  freddi e piovosi come l'Austria, la Repubblica Ceca e la Polonia, nonché pagando 150 dollari ciascuno per un visto d'ingresso, seguite da altre estorsioni per tangenti elargite ai militari corrotti, per passare più velocemente le frontiere, arriviamo finalmente a Brest.Qui in sostanza non c'è nulla di bello o d’antico da vedere, se non il verde della natura e dei parchi, spesso violati da orrendi monumenti ai"Partigiani uccisi", del peggiore realismo socialista mai visto prima.

Katia, senza superbia  appena compare Turiddu, si presenta a noi nel modo migliore; dimostra dignità, serietà e fermezza.Col suo comprensibile italiano frammisto al russo, ci  fa capire con fierezza quanto ami  il suo paese  che lottò contro il nazismo. Oggi però, per migliorare il suo tenore di vita, sarebbe  disposta ad emigrare al più presto in un paese occidentale più ricco, magari in compagnia di Turiddu, col quale entra subito in sintonia.L'unico suo difetto è che vorrebbe sistemare anche lo scrivente con una delle sue due avventurose amiche che l'accompagnano a turno (una di queste, della sua stessa età, sposata e con un bambino piccolo avrebbe volato volentieri da noi a Milano, naturalmente a nostre spese e senza  consorte).

Arriva il giorno della partenza e ci dispiace lasciare gli insegnanti russi di questa città tranquilla dove sembra che la vita sia ferma a 50 anni orso no, nonchè quella gente semplice che, rispetto a noi, ha la fortuna in estate di avere sempre una  temperatura fresca e piovosa oltrechè i ristoranti  a buon mercato.Salutiamo con  rimpianto il personale impiegatizio del nostro medio albergo, che ha  il vantaggio di avere accanto ad un comodo Casinò.Tristemente abbandoniamo la nostra camera e quei corridoi animati  dal fruscio di giovani  veneri in minigonne che incrociamo qui a tutte le ore  oppure nella hall, quando in vestaglia o a piedi nudi, le vediamo impegnate al telefono.Queste bionde ci mancheranno molto perché i loro  dialoghi contribuirono ad acculturarci antropologicamente.sulle abitudini degli indigeni.

Sulla via del ritorno, dopo sei ore d’attese  a posto di  frontiera, mentre gongoliamo all'idea di concludere il viaggio fermandoci due giorni a Praga, una pattuglia di Vigili  ci intima lo stop per un'ennesima inesistente infrazione.Con l'esborso  di 50 dollari,senza alcuna ricevuta, il conto delle tangenti  ladrateci  sale a circa un milione di lire, facendoci saltare i nervi dalla  rabbia e dal  disgusto per le continue angherie che  non riusciamo più a sopportare.Decidiamo così di rientrare in Italia a tutta birra saltando Praga e giuriamo di non venire più da queste parti in auto (almeno noi sicuramente).

Dopo aver lasciato Turiddu alle sue paturnie amorose,restiamo una settimana a Milano dormendo le prime ore della notte sul terrazzo,per via di una calura umidifica.Ai primi d’agosto,sperando di incontrare temperature più fresche,ci imbarchiamo alla Malpensa in compagnia di trecento studenti su uno dei 10 voli charter noleggiati da ARUSSING,che organizza 2 o 3 settimane di vacanze-studio della lingua inglese con ospitalità nelle famiglie di  Dublino.Il volo purtroppo non è diretto:a Londra: trasbordiamo sull'aereo per Dublino  dopo un'estenuante corsa di 25 minuti tra sottopassaggi,scale, nastri mobili e ascensori.A Dublino ci danno il benvenuto due efficienti hostess del nostro sponsor:a quelli come noi che non ritrovano la valigia consigliano di aspettare sei o sette ore fino all'arrivo degli altri voli da Londra.L'attesa è vana perchè le valigie non arrivano,costringendo una ventina di sfortunati a farsi prestare o a comprarsi subito delle mutande o dell'altra biancheria.

Gli abitanti dell'Irlanda del Sud sono d’origini contadine ;dopo la rivoluzione di Michael Collins nel 1922 sono un popolo nuovo e libero sempre attento alle novità,pur conservando le loro tradizioni culturali,condite da  una patina di kitsch.Sono anche molto cordiali e simpatici ,portati come sono alla conversazione  senza alcuna riservatezza borghese.Bevono allegramente in compagnia, specie nei pub il venerdì sera, vomitando a tempo di musica  birra da tutte le parti.Non amano gli inglesi nè la loro Regina,ma hanno preso da loro tutti  i vizi e  virtù,ivi  compreso quello sciagurato della guida a sinistra,micidiale per le migliaia di studenti stranieri vogliosi  di apprendere a  suon di milioni la lingua britannica,che attraversano le strade centrali e periferiche ,alcune delle quali assolutamente prive di strisce pedonali.Peccato che questo Paese così bello e fresco d'estate,immerso com'è in una stupenda vegetazione esuberante,mai vista prima (è consigliabile data la sua variabilità meteorologica, uscire tutti i giorni con l'ombrello ed il golf nel sacco) ricada spesso nel più volgare kitch!Chi sarà la mente ispiratrice che in una brutta chiesa ad Athlone,ad una cinquantina di chilometri da Dublino,ha collocato calchi di gesso della "Pietà"del Vaticano di Michelangelo e varie copie dei tondi di Della Robbia?C'è anche da affermare che molti dei numerosi studenti e turisti italiani che deambulano in Irlanda,invece di apprezzare il verde circostante che da noi manca,sono invece alla ricerca delle opere d'arte che qui non ci

sono,se si esclude il famoso "Book of Kells",uno straordinario libro di miniature medioevali

dell'anno 1000,o poco altro.Per vedere questo libro si paga L.10.000;circa con lo stesso costo si possono visitare le case dei grandi autori Beckett,Shaw e Joyce o qualcuna

di quelle ritardatarie chiese gotiche.

Senza scalo è stato il comodo ritorno a Milano di fine agosto in compagnia delle persone che erano con noi all'andata ,sebbene i volti di una trentina di loro apparivano pallidi e denutriti per lo scarso e pessimo cibo rimediato nelle famiglie irlandesi.

Fuori la porta di casa ritroviamo la nostra valigia data per dispersa:ma c'è poco da essere contenti perchè siamo senza forze,con le ossa rotte e claudichiamo notevolmente per via  del faticoso camminare in Dublino,alla vana ricerca come gli altri,di qualche rudere o castello antico.Ci ritornano dolori articolari,polidistrettuali al cotile femorale ed ai polsi ,che non avvertivamo più da oltre trent'anni,periodi in cui praticavamo più sport.Questi fastidiosi dolori saranno anche da collegare con i freddi e le piogge subite precedentemente in Bielorussia e in Irlanda?

Ma non c'è tempo per facili ironie,perchè quando ci sono di mezzo gli affari bisogna trottare

velocemente,rifare le valigie con l'attrezzatura ed il costumino per il mare e ripartire subito per Sharm El Sheik,per concludere l'ultimo impegno con ARUSSING, specializzato qui,

oltrechè per i Corsi di Arabo nelle tende beduine nel deserto,per le immersioni subaquee.Non riteniamo opportuno soffermarci più di tanto su questa notissima cittadina egiziana del Mar Rosso,meta preferita dei turisti italiani.Attualmente questa località arida

priva di verde,sembra un grande cantiere edilizio;grazie alla dilagante crescita alberghiera ed al pullulare di nuove case,il cemento arriva quasi sugli scogli deturpandone il paesaggio.Le uniche note liete che si trovano qui sono il clima caldo e secco (che è riuscito ad asciugare le nostre ossa in poche ore),la bellezza delle sue acque trasparenti,ricche di barriere coralline e di pesci variopinti che accompagnano sott'acqua il bagnante,nonchè il Corso di immersione,dal quale si uscirà col brevetto internazionale si Sub,rilasciato da ARUSSING.

Completato questo lungo sproloquio siamo assaliti da un dubbio:a pubblicazione avvenuta il nostro amato sponsor ci farà pervenire i 10 milioni pattuiti?Oppure ce ne darà il triplo affinchè non scriviamo più sui Viaggi di ARUSSING?

Antonio Fomez

 

 

Milano 25 Novembre 2000

 

Arte del loft

 

Sonia,medico a Soresina,è una donna ancora piacente nonostante l'età,permeata com'è da giovanili entusiasmi e interessi compreso quello talentuoso per gli affari.In odore di pensione vuole lasciare il piccolo centro agricolo del cremonese in compagnia di suo marito Pietro,un ragazzo albanese ex muratore,per comprare una casa a Milano.Entrambi sono stufi di vivere in affitto in una  villetta bi familiare con accanto un'infernale famiglia con molti amici che,nel giardino adiacente  li impestano tutte le sere con i fumi delle loro grigliate  nauseabonde.Decidono così di visionare alcuni  edifici industriali da ristrutturare in uso abitativo che, oggi, sulla scia di una certa moda americana,li chiamano loft.E'in questi spazi che Sonia fiuta l'affare,forse sbagliando,perchè quelle strutture,un tempo occupate da officine  o capannoni,magari sullo sfondo di ciminiere,gasometri,silos,zone acquitrinose e malsane,andavano acquistate  a buon mercato,qualche decina di anni prima.Adesso alcuni folli agenti immobiliari,in perfetta sintonia con i loro clienti,ne parlano in termini di  recuperi culturali o di "archeologia industriale",da ammirare,specie se,a ristrutturazione avvenuta,si lascino in luce rubinettoni,tubi  o chissà più che cosa.. In realtà oggi ,molti  sembrano avere il gusto dell'orrido o dell'insalubre,pur di speculare qualche metro in più a costo basso vicino ai Navigli,non importa se il posto è maleodorante o pieno di fastidiose zanzare:Così si spiegano il proliferare delle tante paninerie e Bar a Milano,dove tutto costa più caro per via della finta atmosfera storica o compagnesca,alla quale bisogna aggiungere l'affollamento in piccoli locali densi di fumo e di odori di fritto.

Intanto Sonia e il suo amato,mentre stavano per concludere l'acquisto di uno spazio nella zona  della Centrale del Latte,se lo vedono sfumare perché la documentazione dello stesso non era idonea,mancando l'abitabilità.Ne trovano un altro in una zona più centrale:qui però mancano i collegamenti fognari e ci sarebbe da rifare il cortile ed il tetto,quindi non si tratterebbe di ristrutturare,ma di costruire..A questo punto,Sonia è assalita vieppiù da un dilemma esistenziale molto più importante degli affari e di tutti i lofts in circolazione: è meglio comprare una casa in Lombardia e forse perdere il marito,oppure accontentare il mugugnante Pietro che vorrebbe  ritornare al suo paese o trasferirsi in Cecenia dove vive la madre?

Infine,nell'attesa di decidere , Pietro è gongolante perché ha convinto Sonia a fare un salto nei Balcani.Laggiù sicuramente la moglie avrebbe fatto un grande affare acquistando una delle tante case distrutte a basso prezzo e, che avrebbero potuto risistemare,come solo lui saprebbe fare.Pensiamo che laggiù i due ne troveranno a iosa,sullo sfondo di macerie,missili e cannoni in bella vista da qualche finestra divelta.Consigliamo loro,nel caso trovassero lo spazio giusto,di non esternare alcun sentimento al venditore,altrimenti costui lieviterà il prezzo in virtù dell'artistico recupero scultoreo di quel capolavoro di "archeologia bellica".

Antonio Fomez                         

 

Milano 21/5/2000

 

 

 

Arte del progresso

 

I grandi artisti  e gli scienziati  spesso sfidano se stessi e, per non ricadere nell' ovvio,ricominciano daccapo,cercando nuove soluzioni  o stimoli creativi. Attualmente, in quest'ottica , aIcuni autorevoli personaggi con in prima fila  Umberto Eco, affermano  che ci aspetta un futuro da navigatori su Internet:chi non saprà entrarci nè tantomeno  inventarsi dei nuovi programmi,sarà  tagliato fuori dal mondo.Tuttociò  potrebbe anche verificarsi  nell'immediato domani perché la tecnologia, con i suoi derivati, è inesorabilmente veloce nel suo processo dinamico ed evolutivo,sebbene anch'essa abbia qualche punto debole nell'obsolescenza rapida dei suoi prodotti ,specie nei telefonini e nei computer  da buttare via dopo qualche mese, o  nei  suoi aerei supersonici,le armi automatiche , le bombe intelligenti o i  lotti di terreno da comprare su Marte,magari svalutati dall'Euro.

A  differenza  dei  grandi  pensatori  futuribili, portati  a proiettare il loro  pensiero  e la  ricerca oltre la comune immaginazione,proviamo  a ipotizzare , a beneficio di altri  individui che potrebbero pensare diversamente,  un prosieguo  della vita digiuni di informatica e  delle tecniche più  raffinate da essa derivate. Così ci potrebbe essere qualcuno,nel settore delle  arti figurative, che colleziona opere d'arte  eseguite manualmente,tipo i bellissimi cavalli  di Sassu  o le straordinarie odalische di Fiume che potrebbe inorridire  dopo aver visitato le recenti   fiere Torino e di Bologna, al cospetto di una moltitudine di gigantesche opere fotografiche esposte e di video,in certi casi più costosi di alcune opere di sua proprietà.Ma tant'è,la civiltà è in continua evoluzione mentre  il mercato dell'arte sonnecchia, i galleristi aspettano il momento buono per fare degli affari e,magari tra qualche anno, liberarsi  di quacuna di quelle foto molto di moda ,sperando di scambiarle con una "Venezia di Brindisi",un "pescatore di Migneco" o  qualche brutta opera di Schifano.

Che fare dunque,tornare  indietro,odiare la comoda auto ed usare più spesso la bicicletta o il calesse anche quando  non c'è il  divieto  di circolazione per le vetture non catalitiche?Intanto si potrebbe andare in America con una comoda nave sperando in una love story  durante la crociera,oppure istituire  servizi giornalieri di aliscafi Genova  Rio de Janeiro.O anche abolire le armi sofisticate e ritornare all'arma bianca:possibili duellanti potrebbero essere Ceceni contro Russi,o albanesi kosovari contro serbi.In quest' ultima ipotesi  eviteremmo  le distruzioni  e l' esborso di  132 miliardi elargiti  anche con il contributo dei nostri bambini  delle  scuole,a favore della missione Arcobaleno.

Che dire poi degli attuali prodotti transgenici, soia,mais e mangimi  per  gli animali,geneticamente modificati dall'uomo con procedimenti biotecnologici?Noi ai cibi  disgustosi esposti a N.York  nelle vetrine e somiglianti alle sculture di Dine,preferiamo un panino con salciccia  emiliana.Anche gli impianti  con riscaldamento autonomo oggi sono molto sofisticati :con un aggeggio computerizzato si può attivarli a distanza.Ci sono però dei problemi  di costo,certamente inferiori a quelli  della bolletta telefonica che arriva  ai genitori  dei pargoli  internettizzati.Ed anche:con  i riscaldamenti centralizzati ci sono dei disagi per chi abita  all' ultimo  piano: allora perché non tornare a quello a legna?Oppure,sebbene col rischio di qualche molestia col"piedino",perchè non tornare indietro al mitico "braciere"che teneva unita in circolo tutta la famiglia,mentre si chiacchierava  e non si vedevano gli spot  comici del Cavaliere?

Antonio Fomez

 

Milano 2/2/2000

 

Arte del silenzio

Il silenzio è una condizione ambientale definita dall'assenza di perturbazioni sonore.Nell'uso militare è  la prescrizione di non disturbare il riposo notturno parlando o producendo rumori;è anche lo sqillo di tromba che ne segna l'inizio .Questo  è anche la regola monastica che impone l'assoluto divieto  di conversazione nei periodi della giornata, dedicati alla meditazione,così  come l'omissione opportuna di qualsiasi informazione o menzione intorno a un fatto determinato,riconducibile anche a discrezione o a riservatezza,come ad esempio richiedere il silenzio stampa in caso di sequestri di persona, per non compromettere le trattative per il riscatto  del   sequestrato.

Raramente però i  giornali  e le TV resistono all'applicazione di tale richiesta , perchè a loro, più che  il silenzio stampa, la qualità dell'informazione o la dedica di spazio sul tema della pace,interessa  il frastuono della notizia che procurerà più vendite di copie o più share di ascolti .A tal proposito  non sarebbe male ricordare le stupidaggini  dette  dai tanti interventisti durante la  guerra dei Balcani, compresi gli onorevoli  Fini e Bonino, d'accordo ad  invadere la Serbia con le truppe di terra.I media  vanno a nozze quando si tratta di ospitare  o  ingigantire qualsiasi stoltezza , come la protesta del Presidente del Consiglio D'Alema  sulla vignetta  incriminata oppure quando lo stesso,tifoso della Roma calcio, parla dello strapotere dei club del Nord d'Italia. Nel contempo i giornalisti sportivi ( tra i più comici Mosca e Biscardi ) forse perchè poco creativi, bombardano  ogni giorno  i  lettori  ricordando quanto tempo è passato dal  giorno del grave incidente subito da Del Piero  l'8/11/1998 sul campo di Udine,come si trattasse di una sciagura mondiale .Per non  parlare del tormentone sugli arbitri. Tralasciamo  qui  di segnalare  le fesserie profferite da altri  importanti politici e VIP in occasione della recente scomparsa di Craxi: forse  avrebbero fatto meglio a stare zitti ,lasciando il tempo alla storia  di stabilire la verità.

Ma c'è anche chi  ama  il frastuono , come gli aficionados dei fuochi d'artificio,che odiano in maniera più materiale  il silenzio e rischiano spesso,nel migliore dei casi ,di perdere qualche arto del proprio corpo.A tal proposito abbiamo appreso  da un  giovane ,incontrato in  treno lo scorso dicembre, che  a Napoli   è in vendita al costo di L.500.000 un micidiale mortaretto detto"bomba Maradona" che va a ruba  in occasione delle feste di Capodanno.Il ragazzo disse che l'avrebbe richiesto al padre  quale dono natalizio.

Chiudiamo sulla cultura evitando  ovvie citazioni  sugli artisti dalle tematiche silenziose come Beato Angelico anziché  sulle serene vedute  paesistiche  romane di Annibale

Carracci , o  anche sul furore espressivo dei loro colleghi  Caravaggio o Pollock .Ci piace ricordare invece, cosa avvenne una ventina  di anni  fa al Festival del cinema di Venezia, quando  la giuria  assegnò a Fellini il  secondo premio:al regista ,durante la premiazione , fu chiesto  una  riflessione sul premio vinto.Rispose:"Se il Leone è d'argento il silenzio è d'oro".

Antonio Fomez

 

Milano22/2/2000

Arte dell'egoismo

Arte dell'egoismo

 

E' quell'atteggiamento che implica la subordinazione dell'altrui volontà e degli altri valo­ri,alla propria personalità,seguito da un soverchio amore per se stessi.Sono vieppiù egoisti coloro che,a tuttti i costi ,intendono tramandare la continuità della loro professione ai fi­gli,anche se poco inclini o mediocri.Il risultato sarà che i giovani sopravviveranno grazie alla genererosità del padre,senza mai ripagarlo,o facendolo finire sul lastrico dopo averlo spennato.In questa nota non vogliamo addentrarci in tali argomenti delicati.nè citare,dal settore artistico gli pseudo artisti dal cognome noto;tralasceremo le tematiche sociali a van­taggio degli egoismi più comuni e non di quelli dei guerrafondai,assatanati di primeggiare (un esponente del Dipartimento militare americano ha dichiarato che bisognerebbe fare un'altra guerra  nei Balcani :questa volta però contro gli albanesi kosovari che fanno tuttora la pulizia etnica contro i serbi).

Tra i più comuni: nei tram affollati il passeggero che sale a fatica dopo una lunga attesa alla fermata, raramente trova qualcuno disposto a concedergli spazio.Lo stesso avviene in occa­sione di  importanti partite di calcio trasmesse nei bar dalle pay TV: qui lo sportivo ritarda­tario,se prova ad incunearsi tra la gente in piedi, dovrebbe prima munirsi  di una perforatrice pneumatica per decementificare qualche  scarpa dal pavimento.Lo stesso tifoso magari aveva precedentemente perso del tempo per trovare  un  posto al parcheggio,dopo che quello  più vicino al trani gli era stato soffiato  dal solito furbo.Magari il malcapitato perderà dell'al­tro tempo,quando a partita conclusa tenterà di uscire, perchè quelli della corsia  principale non lo lasceranno passare (non gli resterà  che fingere  di immettersi con imprudenza, fa­cendo così finalmente bloccare le auto in arrivo).

Ci sono anche gli egoisti più perfidi che,facendo leva sul dolore fisico e sulle scontate emozioni,raggiungono l'obiettivo voluto.Il primo lo scegliamo all'arrivo di Pinochet a Santiago, che si presenta alla sua gente  perfettamente deambulante,avendo lasciato sull'aereo la sedia a rotelle dalla quale non si era mai separato durante l'esilio.Il secondo lo peschiamo nel settore dello spettacolo quando al pubblico vengono imposte le storie e le sofferenze artistiche del tale cantan­te,durante la "creazione"del suo ultimo disco:se in questo imbroccano il motivo giu­sto,vivranno di rendita come è accaduto a Modugno( il meno peggio di un dilagante ciarpa­me melodico),anche se il suo"Piange il telefono"è un monumento del kitsch!Così come i sal­telli scimmieschi di Jovanotti a Sanremo,col suo appello all'ex Presidente D'Alema,per azze­rare il debito dei paesi africani,che pagheremo noi.

Infine,per dare un senso agli omicidi,alla prostituzione o alle rapine,molti egoicentrici danno la colpa di tutto questo alla fame.Diceva  Massimo Troisi:"Allora quelli che non hanno fame dovrebbero comportarsi bene?

 

Antonio Fomez

Milano 22/4/2000

 

Arte e medicina a sinistra

 

Pietro,un anziano psicanalista cremonese, è un collezionista di quadri e cataloghi d'arte, dotato di talento negli affari.Di origini modeste è partito dal niente,come Forrest Gump,lavorando sodo e raggiungendo importanti successi nella sua attività:nell'ambito familiare non è stato fortunato perchè la prima moglie non ha potuto dargli un figlio.Si è sempre disinteressato di politica (come quelli che un tempo venivano bollati con l'epiteto di"disimpegnati") nè è stato mai iscritto ad alcun partito;tramite la sua attività,ha però conosciuto e psicanalizzato gente di tutti i colori,ivi compresi alcuni artisti e galleristi di sinistra residenti in Lombardia che,nel corso degli anni  gli hanno rifilato un bel po' di tele delle quali adesso, in odore di pensione,sarebbe disposto a disfarsi per sostituirle con altre opere con in prima fila quelle emozionanti di Dorazio.Nei quadri che ha raccolto,Pietro non riesce più a sopportare quelle immagini con la falce ed il martello,quei realistici contadini in rivolta con la zappa in mano,i volti dei grandi rivoluzionari russi,o quegli obsoleti interni-esterni che mostrano figure scarnificate di uomini e donne che si strappano i capelli dalla disperazione o gli altri temi, tuttora cari ad un certo tipo di sinistra con tessera.Oggi Pietro si ritiene più acculturato e ricettivo verso qualsiasi tendenza artistica perchè ha letto furtivamente il tomo"Generazione anni 30"di Giorgio di Genova e importanti saggi di Gillo Dorfles,di Umberto Eco e di Antonio del Guercio.Adesso,dopo queste letture,è permeato da gusti più raffinati,prediligendo quegli artisti che operano sul già fatto per economizzare sull'invenzione,quelli che prendono spunti dall'immondizia (leggi trash),nonchè  quelli che usano stracci colorati,sensibili sacchetti di sabbia o organizzano happenings in ogni angolo delle strade.

Una sera il medico ci  invita a cena nella sua villa di Soresina per farsi consigliare sui quadri da tenere e quelli da vendere.Lo ritroviamo furente quando ci riceve in giardino intento a colpire a martellate l'ultimo nanetto di gesso;appena tornato da un Convegno di Medicina tenutosi sui colli senesi,è stanco e arrabbiato perchè gli sembra scandaloso che nel suo settore esista la medicina di destra,che incentiva individualmente i suoi sforzi sul malato,e quella di sinistra che promuove la salute della collettività tenendo conto dell'ambiente circostante.

Prima di metterci a tavola nel grande ambiente che ospita la sua collezione,Pietro ci mostra una  interessante raccolta di vecchi cataloghi di mostre  nazionali ( Premio Marche, Spoleto, Pontedera, Michetti, Lucca, Suzzara, ecc.) relativi al decennio 1958/69 fino al periodo cioè della contestazione studentesca che determinò la fine dei premi di pittura e dello strapotere dei critici dei quotidiani che,nominati nelle Giurie,assegnavano i premi ai loro protetti.

Finalmente a tavola,con Patty, una giovane signora,bella,bionda e leggermente sovrappeso di origini marocchine,nonchè seconda moglie del medico,che ci delizia coi suoi piatti piccanti:tutti siamo contenti e avvinazzati,compreso lo scrivente che trova la scusa per rimandare il suo giudizio sui quadri che ha davanti chiedendo al padrone di casa se,nell'attesa della chiacchierata programmata,non sia più divertente guardare qualche video-cassetta rilassante.Il perfido medico ci accontenta subito frastornandoci con un delirante inno,seguito da un grande sventolio di bandiere e dalle  immagini del Cavaliere,amico e paziente di Pietro,nonchè possibile acquirente della sua collezione.

Al dessert non potendo più tergiversare sui quadri di Pietro,gli diciamo che non sono tutti da buttare e ne salviamo più di uno.Molte delle rimanenti opere furono comprate dal medico in occasione di quelle famigerate mostre a premi, con l'aiuto dei suoi pazienti esperti,che scelsero per lui anche quelle di alcuni Segnalati Bolaffi e Mondadori.Gli diciamo anche che però non abbiamo alcuna voglia di valutare o depennare  alcun quadro perchè,ammesso che tra quelli ci possa essere  un'opera d'arte,questa andrebbe valutata solo da un vero Storico dell'Arte,deputato a studiare tutto l'arco della produzione creativa di un artista,mentre i comuni  pittori,che hanno ripetuto per tutta la vita lo stesso soggetto,saranno ricordati solo perchè facenti parte di un certo filone o carrozzone politico e per far questo non servirà alcun giudizio critico.In ogni caso per valutare e capire l'attuale arte italiana ,ci sarebbe bisogno di un  esperto che magari  la riscriva al di fuori dei soliti giochi di mercato.Sarebbe interessante partire dagli anni 1963/64 quando ci fu l'esplosione della pop art che mandò in tilt molti autori

Vari critici di sinistra,in special modo quelli legati al vecchio Partito,hanno spesso considerato l'arte un mezzo per cambiare il mondo e la qualità della vita,come la medicina a sinistra,ignorando le individualità più fresche che potevano essere anche non figurative o ispirarsi alle tecnologia per impadronirsi delle sue tecniche.In tanti non capirono che il nuovo linguaggio,salìto alla ribalta di Venezia nel 1964,avrebbe aperto le porte alle ricerche successive,facendo piazza pulita di certi pittoricismi ed interiorismi,disorientando quei pittori replicanti e ritardatari che,andando in crisi,preferirono ritornare al comodo baconismo o ancora peggio,a quelle scontate e squallide periferie ,nonchè agli agglomerati di arbusti  e di bucrani o di oggetti della quotidianità,opere pubblicate in quei periodi e tuttora con grandi spazi sulle pagine"dell'Unità",ma anche altrove.

Meglio invece"il realismo esistenziale"che,operando una sorta di raggelamento delle emozioni,ebbe nel primo Vaglieri e nell'intuitivo Romagnoni (lo perdemmo nel 1964),due artisti di spicco.Sarebbe fuori luogo ripresentare anche oggi quelle tematiche in quelle forme,con tutto quanto è successo nel mondo.A quel partito andavano però bene anche gli artisti simpatizzanti e senza tessera,non importa se fossero astratti, geometrici ,minimalisti,designers o new dada,purchè col loro nome e la loro presenza,avallassero le occupazioni della Biennale,della Triennale o le  manifestazioni antiamericane sulla sciagurata guerra del Vietnam.Nè bisognerà dimenticare l'apporto dato dai gesuiti alla cultura giovane di allora,col famoso "Premio S.Fedele" a Milano,che avevano come mentore il critico cattolico Giorgio Kaisserlian.

Subito dopo le nostre menate,l'avido Pietro scoppia a piangere,pensando alle occasioni perse ed al mancato acquisto delle opere dei giovani di allora che adesso,se opportunamente    pubblicizzate,varrebbero forse miliardi.Alla ricerca di un rifugio per sfogare il suo pianto,riusciamo per un pelo a scansarlo spingendolo dolcemente tra il petto e la spalla della sua amata Patty.Subito dopo lo psicanalista infido promette agli astanti che da quel momento penserà meno agli affari,dedicando più tempo alle letture cultural-artistiche.

La serata si conclude nella tavernetta della villa con il classico digestivo;mentre ne gustiamo uno allietati vieppiù da un lamentoso sottofondo musicale marocchino accompagnato dalla danza del grasso ventre di Patty,arriva un botto che ci lascia senza parole.Pietro ci dice che, per sopperire alle enormi spese che dovrà affrontare per l'imminente nascita dei tre gemelli che gli regalerà la moglie,ha accettato un incarico annuale ben remunerato offertogli dal Cavaliere.Il suo nuovo lavoro post-pensione consisterà nel precedere di almeno un giorno il Capo e tutto il suo staff,nei luoghi in cui lui terrà conferenze promozionali alla ricerca di nuovi catecumeni da iscrivere al suo partito,facendogli trovare un certo macchinario pronto per le riprese televisive.Gli sarà affidata la guida di un furgoncino,fornito di una sola telecamera fissa e della scenografia della famosa libreria con i libri finti.L'idea è quella di diffondere la filosofia del partito nei paesi comunisti e arabi.Prima tappa la Serbia,poi la Bosnia,l'Algeria e la Cecenia.Nel furgoncino ci saranno anche i quadri della sua raccolta o almeno quelli che resterano dopo la prima scelta del Cavaliere,con la speranza di venderli ai ricchi stranieri comunisti.Auguri e tre figli maschi.

Antonio Fomez

Milano28/5/2000

Arte telematica

I grandi artisti e gli scienziati spesso sfidano se stessi e,per non ricadere nell'ovvio, ricominciano daccapo,creando nuove soluzioni e stimoli creativi.Attualmente in quest'ottica,alcuni autorevoli studiosi affermano che ci aspetta un futuro da navigatori su Internet:chi non saprà entrarci nè tantomeno inventarsi dei nuovi programmi,sarà tagliato fuori dal mondo.Tutto ciò potrebbe anche verificarsi nell'immediato domani:già adesso sono in circolazione sofisticati cellulari computerizzati,mentre sono in arrivo patenti e documenti su piccole schede magnetiche.Ma c'è anche chi ,specie tra quelli della generazione anziana, rifiuta o comunque fa fatica ad accettare questa nuova realtà .Il problema però non è quello di aborrire le nuove tecnologie con le sue tecniche sofisticate ,seguite da utili informazioni telematiche(un comodo aereo preso alla Malpensa,un'auto veloce con tanti optional,la sicurezza di mangiare bene grazie ai controlli rigorosi sulle bestie che ci evitano di diventare pazzi come le mucche,ecc.),ma utilizzare le stesse senza mitizzarle nè sperare in un nostalgico ritorno al passato.Chi ha capito tutto questo con anticipo,anche perché nel suo paese la civiltà tecnologica è sempre stata all'avanguardia nel mondo,è il popolo americano che,disdegnando i computer ha usato il pallottoliere ed il conteggio a mano dei voti per l'elezione del Presidente Bush,disinteressandosi delle facili ironie anche di chi,durante il tormentone dello spoglio, li definì Stati Disuniti d'America.

Sulla scia della nuova ventata telematica che ha invaso l'economia mondiale,anche gli  artisti benvoluti dal mercato,spesso in compagnia con quelli più scadenti,hanno sontuosi siti colmi di pagine a colori ,sperando  nella navigazione altrui e nel miraggio di pubblicizzare o vendere più quadri.Anche i Musei italiani si sono"aggiornati",come quello appena visto alla Cappella degli Scrovegni a Padova,allestendo all'ingresso  alcuni computer a disposizione del pubblico, con in video le opere che i visitatori  ritroveranno nelle sale.Spesso però il risultato finale è deludente perché gli studenti delle scolaresche invece di guardare le opere dal vivo,sono attratti vieppiù dalle frenetiche videate...In ogni caso i nostri Musei ,per i  turisti provvisti di una moneta forte,sono troppo economici: gli stranieri,tra l'altro,hanno la possibilità di godersi a sbafo le nostre chiese piene di opere d'arte o i nostri monumenti all'aperto,mentre noi quando ci rechiamo dalle loro parti,per vedere opere magari di scarso interesse,paghiamo molto di più.Allora perché non chiedere aiuto ai nostri tecnici telematici di schermare  i nostri beni a vista con un telo o con della plastica apribile tramite una costosa scheda elettronica inserita in un telecomando?

Ci sono però anche gli artisti meno fortunati,che da sempre chiedono aiuti da tutte le parti, vivendo alla sperindio mentre sono immersi nella loro ricerca. Non è però escluso che  molti di questi ultimi,senza aver sborsato una lira nè al grande editore nè ai promoter di Internet,siano citati o ritrovino  qualche loro quadro pubblicato nell'ultima impegnativa opera dello storico Giorgio Di Genova(Storia dell'Arte Italiana ,Generazione Anni  30,Ediz.Bora Bologna,dic.2000).

 

Milano 28/12/2000

Antonio Fomez

Le magie stralunanti di Enrico Coppola

 

 

Non è certo compito nostro introdurre un discorso critico sulla pittura dell'amico lecchese Enrico Coppola,avvezzi come siamo al diletto dello scrivere,come per alcuni scrittori a quello del dipingere,passando dai saggi ed articoli seri scritti in tenera età,alle noterelle attuali,talvolta strampalate,tra il serio e faceto,che sfiorano appena l'arte(1).

Nell'accingerci comunque nel difficile compito di provare a leggere le sue complesse opere,ricche di magiche e arcaiche significazioni ,cercheremo di procedere per tentativi o per ipotesi,magari saltando da palo in frasca; laddove non potremo sottrarci al commento di qualche sua opera, osservandone il profilo tecnico della sua esecuzione,lasceremo invece ai professionisti del settore il compito del suo collocamento nei registri dell'arte giovane degli anni 80/90.

Crediamo che oggi Enrico ed i suoi colleghi giovani siano avvantaggiati nella crescita artistica rispetto a quei giovani di trent'anni  fa:viviamo in tempi in cui la diffusione del proprio lavoro è molto più facile sia per le nuove tecniche telematiche (2),che per l'elevato numero delle riviste d'arte,nonchè per i nuovi critici d'arte che si occupano solo delle ultime leve, anche se spesso  sono poco o niente informati di quanto successo prima.

Coppola è un uomo colto e raffinato.Laureato in psicologia e specializzato in Arte e terapia.A differenza dei tanti pittori che da sempre rappresentano nelle loro tele stati di angosce,di pseudo deliri  o quant'altro in modo intuitivo e senza alcuna conoscenza  scientifica sulla materia,il nostro ha molto approfondito il  tema dell'introspezione.La sua pittura,frammista a collages e altri materiali, ha come obiettivo il raggiungimento e la ricerca degli interiorismi talvolta latenti nell'animo umano.Appropriandosi con semplicità di alcune invenzioni delle civiltà antiche e contemporanee,l'artista le riporta da una esasperazione figurativa  alla ricerca di lambicchi preziosissimi ,di sottigliezze intellettuali e di trovate fuori dal consueto,che accumula, ricalca o incolla attraverso il ready -made , seguendo il filo di una volontà ordinatrice,ma anche nel cieco ordine del suo divenire.Nascono così  figure di stile astratte-materiche  che diventano curiose  maschere dai ghigni sottili evidenziate plasticamente sulle tele,o quelle silhouette contorte che ruotano in movimenti impossibili.Abituati come siamo a guardare l'arte nella sua interezza estetica,forse siamo tentati di considerare che l'autore sottometta la sua ricerca pittorica alla finalità codificata del tema che si è imposto.Ma questa è solo un'ipotesi.

In altre opere ,sia pure con una certa simmetria voluta a tutti i costi,il disegno è più essenziale e geometrico ,i colori sono squillanti nel campo vuoto laddove campeggia la testa di un'elegante figurina di legno incollata,o qualche altra diavoleria pescata chissà dove.In questi lavori,eseguiti tra la fine del'99 ed il primo semestre del 2000,sembra quasi che Coppola voglia contraddire quanto appena ipotizzato:lascia abbandonare liberamente le sue forme (si veda"L'attesa")sulle superfici teneramente campite di colori tenui,che accompagnano un'improbabile figura con in mano una clessidra.

All'inizio avevamo detto che i giovani artisti oggi possono ritenersi più fortunati,grazie ai media, rispetto ai colleghi più anziani,perchè ormai qualsiasi prodotto estetico viene recepito assorbito o fagocitato senza alcun clamore.Negli anni 1963/64,durante l'esplosione della pop art in Italia (Coppola aveva 5/6 anni),ed in quelli immediatamente successivi ( i giovani più interessanti esponevano le loro opere nel famoso "Premio S.Fedele"),molta critica di allora non capì che il nuovo linguaggio avrebbe avuto degli sbocchi impensabili.Qualcuno si chiese sul suo quotidiano se poteva condiderarsi un quadro"quella serie di bambolotti bianchi messi su un piano orizzontale pure bianco da cui si alza una stretta scala,che pare un giocattolo imitante i pompieri".(3)Un tantino meglio si comportarono i critici più giovani della sinistra:quelli più anziani ,allora come oggi legati al vecchio Partito,hanno spesso considerato l'arte un mezzo per cambiare il mondo e la qualità della vita,ignorando le individualità più fresche che potevano anche non essere figurative o ispirarsi alle nuove tecnologie per impadronirsi delle sue tecniche. Insomma,se Coppola o gli altri giovani che oggi usano i materiali e le tecniche fotografiche più varie avessero operato negli anni "60,quando dopo l'esaurimento dell'informale ricomparivano le figure di realistici contadini con la zappa in mano (4),sostituiti poi dai baconismi dei suoi replicanti,gli interni-esterni nel loro squallore,la falce il martello,le teste di Mao(attualmente c'è ancora chi trae alimento da tutto questo),sarebbero stati bollati come artisti disimpegnati.

Tra i pezzi più riusciti di Enrico si staglia"Egostonico":trattasi di una tecnica mista tra le più originali tra quelle eseguite finora.Utilizzando liberamente due tipi di supporti collegati e raccordati in modo euritmico con un semicerchio:questo conclude una sorta di icona dalle gambe divaricate che convergono nell'angolo di un triangolo isoscele,mentre una delle teste viene raccordata da due grandi conchiglie.La novità consiste nell'immissione ,tra lo spazio superiore e quello inferiore,quasi a mo' di canne di organo,di una fitta serie di filamenti metallici,che ricordano i materiali delle gabbie di Ernst.La tecnica è come sempre molto raffinata,il colore frammisto alla sabbia ha inaudite dolcezze e vibrazioni inconsuete.

Non  abbiamo mai amato più di tanto,sia pure apprezzandole,alcune espressioni arcaiche e ripetitive dell'arte egiziana o quei rigidi schematismi simmetrici dell'arte geometrica cui Coppola sembrava ispirarsi prima del '99.L'autore però stravolgeva quegli stilemi raggelando le emozioni e,ricomponendo il quadro,andava oltre il tema programmato,astraendone i temi in un contesto naturalistico del tutto nuovo.

Nelle ultime invenzioni, Enrico trova delle forme espressive più sciolte di quelle eseguite prime del '99, quando utilizzava più spesso spaghi, corde o ammennicoli kitsch, che delimitavano le forme sulle superfici capite da un colore arricciato.

In tutto è però sempre presente una grande gioia di ricreare e di rimettersi in discussione, nonchè il desiderio del divenire dell'essere umano e della sua complessità psicologica.

 

Antonio Fomez

 

 

1)   "Articoli saggi",Milano 1994.

2)   L'ultima moda telematica :collegandosi da un sito Internet  si apprende che per la modica spesa di L.5.000.000 a cartella grandi scrittori americani trasformano in un libro una qualsiasi biografia (Corriere della sera 21/7/2000).

3)   M.Valsecchi"Hanno premiato un tubo"Il Giorno Milano 3/1/1969.

4)  Meno orride risultano le sculture del realismo sociale appena visto in Bielorussia ed in alcuni paesi              

 dell'Est limitrofi (che adesso hanno l'economia allo sfascio e una prostituzione straripante,così come è

     dilagante la corruzione alle frontiere).Quei monumenti,almeno,celebravano la vittoria sul nazismo!

 

Milano 30 Luglio 2000

 

 

 

 

 

 

 

Arte del clone

 

Chi potrà mai dire se è stato un bene proibire allo scienziato italiano Antinori la clonazione di un essere umano, quando era già tutto predisposto per la sua fotocopia? Oggi, ancor più di prima, non si può porre limiti all'inarrestabile evoluzione della civiltà e del suo progresso,ivi compresi quelli compiuti nel settore della medicina, per non parlare degli attuali prodotti transgenici (soia, mais e mangimi per animali),geneticamente modificati dall'uomo con procedimenti biotecnologici.

Secondo noi la clonazione dovremmo farla gratis a tutti quanti ne facessero richiesta ad una speciale Commissione che darebbe il suo assenso anche in base alla personalità del richiedente,escludendo quegli anziani più pretenziosi che,sulla base d’alcuni miliardi spesi per ricerche genetiche personali,ambirebbero ad un clone più giovane che trent'anni.Ovvio che la Commissione darebbe subito il suo benestare a quelle persone d’alto livello o redivive,ricollegabili per le loro problematiche ai vari Caravaggio,Dante,Borromini,ecc.La stessa,secondo regolamento, cestinerebbe quasi tutte le richieste dei politici e dei personaggi nel campo dello spettacolo,specie di quello televisivo,perché costoro non ne hanno bisogno presenti come sono ogni giorno su tutte le reti.Certo,e ce ne rendiamo conto,la clonazione col suo sdoppiamento sarebbe utile ai politici durante la campagna elettorale,perchè avere uno o più cloni sui palchi, dal Nord al Sud dell'Italia,che aumenterebbe il numero delle stilettate da infierire agli avversari politici, farebbe lievitare i voti.Lieti per il raggiungimento di un tale obiettivo,sarebbero magari incuranti dell'eventuale disagio della Commissione in difficoltà a scegliere i nomi per via della par condicio.

Per l'arte non si può parlare di progresso ma del divenire della stessa ,senza però tralasciare gli elaborati di moda che non hanno bisogno di clonazioni,come le gigantesche foto ed i video presenti in tutte le Fiere,dove pare che siano venduti per decine di milioni.Qualcuno dice che oggi il mercato sia in ripresa,per altri invece sonnecchia:taluni galleristi aspettano il momento buono per fare degli affari e magari tra qualche anno liberarsi delle opere clonate,ivi comprese quelle famigerate foto,sperando di scambiarle con una"Venezia di Guidi",un"paesaggio di Cascella"o con un brutto quadro di Schifano."

Concludiamo questo "pezzullo"registrando un grave incidente occorso ad un critico d'arte.In occasione di un dotto incontro a Milano con Dorfles,Caramel ed altri:il fine dicitore che fece l'apologia di Guttuso per una trentina di minuti (di più non resistemmo),in realtà non poteva che essere il clone impazzito di un critico fino allora ritenuto di punta e che per anni ci aveva deliziato con la sua video arte!

 

Milano 26/3/2001

Antonio Fomez

 

                      

                                               

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arab lover sulla Treviglio Milano 10 sett. 2002 In treno ho di fronte un giovane muratore marocchino proveniente da Lignano, dove vive e lavora. Trentenne, ben vestito con una bella camicia bianca, di statura normale sulla pelle chiara, ha un aspetto europeo specie per la sua carnagione. Sul suo viso spiccano bruttissimi denti ed un’appariscente ciste che gli copre quasi completamente l’orecchio sinistro. Dopo un paio di telefonate ricevute sul suo cellulare, finalmente decide di spegnerlo e mi chiede una penna per annotare su un foglietto vogera. Gli faccio notare in francese che ha omesso l’acca, e lui mi ringrazia con un passabile italiano. Comincia così una conversazione che durerà una decina di minuti, nella quale apprendo che ho davanti un arab-lover. A Lignano ha una ragazza italiana che vorrebbe lasciare, ma lei lo implora e piange evitando di non farlo, torturandolo con insistenti telefonate. A Como ha una brasiliana molto tranquilla, che si accontenta di fare con lui solo sesso. Questa sera dormirà a Voghera con una trentacinquenne marocchina e sua sorella più giovane, o meglio, mi fa notare, le donne che sono a letto con lui non dormiranno mai di notte, perché lui le tiene deste con sei o sette prestazioni. Incuriosito gli chiedo com’è possibile tutto questo. Mi spiega che ai bambini arabi fanno la circoncisione e che il loro affare cresce a dismisura, e si alimentano con cibi appetitosi e piccanti. Da adulti gli arabi avranno quasi tutti il problema dell’eiaculazione precoce, ma potranno sostenere subitanei rapporti sessuali, continui impensabili per noi europei. Gli suggerisco lo stesso di usare precauzioni adeguate durante il sesso: sebbene le sue donne le prendano, in ogni modo, lui è molto felice quando fa l’amore. L’arab-lover completa la descrizione delle sue donne, parlandomi di una ragazza spagnola che afferma di amare molto, ma con la quale non c’è più alcuna storia. Mi saluta frettoloso primo che il treno fermi alla Stazione Centrale, perché cerca quello che lo porterà a Voghera, dove sicuramente troverà le due ragazze in cucina per preparare la cena.

 

 

Archeologia industriale

Qualche tempo fa avevamo già scritto sui loft, ex edifici industriali che sono trasformati in appartamenti o in studi.Ancora oggi quelle superfici hanno una notevole richiesta nel mercato immobiliare; c’è chi fiuta l'affare, forse sbagliando, perchè queste strutture, occupate da officine o capannoni, magari sullo sfondo di ciminiere, gasometri, silos, zone acquitrinose e malsane, andavano acquistate a buon mercato qualche decina d’anni prima. Adesso alcuni folli agenti immobiliari, in perfetta sintonia con i loro clienti, ne parlano in termini entusiastici come di recuperi culturali o di "archeologia industriale" da guardare ammirati.Se poi questi ibridi d’architettura sono lasciati, a ristrutturazione avvenuta con rubinettoni, tubi o chissà più che cosa a vista, allora il capolavoro è completo.Poco importa se dai tubi emaneranno ancora quegli odori di gomma e nafta frammisti a quello delle canottiere sudate degli operai che un tempo lavovavano lì.In realtà, oggi, molti sembrano avere il gusto dell'orrido o dell'insalubre, pur di speculare qualche metro in più a costo basso vicino ai Navigli, non importa se il posto sia maleodorante o invaso da fastidiose zanzare.

In questo periodo a Milano i costi degli appartamenti sono letteralmente alle stelle, come i loft da ristrutturare.Nel frattempo le grandi catene immobiliari comprano intere strutture industriali e le frazionano, vendendo sulla carta, ed inventandosi nuove vie della moda e del design industriale.Così sta avvenendo nella zona milanese di Porta Genova, con le sue strade limitrofe, un tempo considerate periferiche, invase da designers, fotografi di moda e da ditte del settore. Adesso gli appartamenti ricavati dalle piccole o grandi fabbriche sono adibiti a studi o a sale espositive, facendo ovviamente lievitare, in maniera smisurata, i prezzi degli immobili accanto.In un’ampio spazio di varie migliaia di metri quadrati, tra Via Solari e Stendhal è stato appena acquisito un grandissimo stabilimento della Riva, azienda che progettava e costruiva motori per navi. In una delle sue ali stanno ristrutturando le facciate esterne alte una ventina di metri, lasciandole com’erano all’origine, ma con l’aggiunta di vetri a specchio sugli ingressi.Un’altra ala è stata acquistata da una finanziaria, che impiegherà i suoi 700 dipendenti.Duemila metri sono stati ceduti allo scultore Arnaldo Pomodoro, per adibirlo a Museo personale delle sue opere. Su un altro lato della strada, con all’esterno negozi d’oggettistica, lasciando dei brutti torrioni sgraziati, è in costruzione un alto palazzone, i cui appartamenti sono già andati a ruba a lire otto milioni di vecchie lire per metro quadrato.

L’anno scorso, prima che la fabbrica fosse venduta, avevano montato una mostra mercato di mobili ed oggetti da design, dove gli allestitori avevano lasciato a vista le suppellettili originarie: una marea di tubi in bella mostra, brutte vetrate dell’officina, qualche motore a cinque cilindri per terra nella sala mensa, come fosse una scultura contemporanea, saliscendi di scale di ferro che portavano ai vecchi camminamenti.L’esposizione era come una sorta di fiera della meccanica, con la museificazione della tecnologia del disegno industriale.Insomma non si capiva bene se quegli attrezzi in mostra del vecchio stabilimento dovevano essere apprezzati come un recupero artistico, tipo read made d’immondizia, oppure se la bellezza dei nuovi mobili e oggetti da design doveva contrastare con quelli.

Forse questi edifici industriali andrebbero adibiti, più che alla produzione d’oggetti di designers o alle cosiddette “collezioni” degli stilisti di moda, alle grandi manifestazioni d’arte moderna, logicamente nascondendo con pannellature le pareti.Oppure riservarli al teatro contemporaneo dove gli attori possono muoversi in un nuovo spazio scenografico di “archeologia industriale”.In quest’ottica alla Bovisa, alla periferia ovest di Milano, il regista Ronconi ha operato in tal senso, utilizzando un fatiscente ed ex deposito della Scala (che custodiva scenografie e costumi teatrali) per l’opera ”Come raccontare l’infinito?”dove gli attori si muovevano tra carrucole, ascensori, armadi, nastri trasportatori e muletti.Un’opera teatrale di gran fascino.

Per quanto ci riguarda, se dovessimo in futuro acquistare un loft, utilizzeremmo tutta la sua altezza in un comodo spazio abitativo, ripulendolo da tutti i fronzoli e, lasciando, ove non è possibile abbattere.

 

Milano 10 Agosto 2002                                                                 Antonio Fomez

 

Arte a sinistra (.Versione ridotta di Arte e Medicina a Sinistra 2 per una pubblicazione)

 

Pietro, un anziano psicanalista cremonese, è un collezionista di quadri d'arte, dotato di talento negli affari.D’origini modeste,si è sempre disinteressato di politica (come quelli che un tempo erano bollati con l'epiteto di"disimpegnati") né è stato mai iscritto ad alcun partito.Tramite la sua attività, ha però conosciuto e psicanalizzata gente di tutti i colori, ivi compresi alcuni artisti e galleristi di sinistra residenti in Lombardia.Costoro nel corso degli anni gli hanno rifilato un bel po' di tele delle quali adesso, in odore di pensione, sarebbe disposto a disfarsi. Pietro non riesce più a sopportare quelle immagini con la falce ed il martello, né i realistici contadini in rivolta con la zappa in mano, i volti dei grandi rivoluzionari russi, e obsoleti interni-esterni che mostrano figure scarnificate d’uomini e donne che si strappano i capelli dalla disperazione, o gli altri temi, tuttora cari ad un certo tipo di sinistra con tessera.Oggi Pietro si ritiene più acculturato e ricettivo perché ha letto il tomo"Generazione anni 30"di Giorgio di Genova (Ediz.Bora, Bologna, 2000) e altri importanti saggi.Una sera il medico c’invita a cena nella sua villa di Soresina per farsi consigliare sui quadri da tenere, e quelli da.vendere o da buttare.Finalmente a tavola, con Patty, la sua giovane seconda moglie, chiediamo al padrone di casa se, nell'attesa della chiacchierata sulla sua raccolta, non sia più divertente guardare qualche video cassetta rilassante.Il perfido medico ci accontenta frastornandoci con un delirante inno, seguito da un grande sventolio di bandiere e dalle immagini del Cavaliere, amico e paziente di Pietro, nonchè possibile acquirente della sua collezione.Al dessert non potendo più tergiversare sui quadri di Pietro, gli affermiamo che non sono tutti da buttare e ne salviamo più di uno.Molte delle rimanenti opere furono comprate da Pietro, con l'aiuto dei suoi pazienti esperti, che scelsero per lui anche quelle d’alcuni Segnalati Bolaffi e Mondadori.Gli diciamo però che non abbiamo voglia di valutare o depennare alcun quadro, perché per capire l'attuale Arte Italiana, ci sarebbe bisogno di uno Storico dell’Arte che magari la riscrivesse al di fuori dei soliti giochi mercantili.Sarebbe interessante partire dagli anni 1963/64 quando ci fu l'esplosione della pop art che mandò in tilt molti autori.Diversi critici di sinistra e, in special modo quelli legati al vecchio Partito Comunista, hanno spesso considerato l'arte un mezzo per cambiare il mondo e la qualità della vita, ignorando quelle individualità più fresche che potevano essere non figurative.In tanti non capirono che il nuovo linguaggio, salìto alla ribalta di Venezia nel 1964, avrebbe aperto le porte alle ricerche successive, ripulendole di certi pittoricismi ed interiorismi, disorientando quei pittori replicanti e ritardatari che, andando in crisi, preferirono ritornare al comodo baconismo o ancora peggio, a quelle scontate e spoglie periferie, nonchè agli agglomerati d’arbusti e di bucrani o d’oggetti della quotidianità, opere pubblicate in quei periodi e tuttora con grandi spazi sulle pagine"dell'Unità".A quel partito andavano  bene anche gli artisti simpatizzanti e senza tessera, non importa se fossero astratti, geometrici, minimalisti, designers o new dada,purchè col loro nome e la loro presenza,avallassero le occupazioni della Biennale,della Triennale o le manifestazioni antiamericane sulla sciagurata guerra del Vietnam.Nè bisognerà dimenticare l'apporto dato dai gesuiti alla cultura giovane di allora,col famoso "Premio S.Fedele" a Milano,che avevano come mentore il critico cattolico Giorgio Kaisserlian.

Alla fine della serata .Pietro ci afferma che, per sopperire alle enormi spese che dovrà affrontare per l'imminente nascita dei tre gemelli che gli regalerà la moglie,ha accettato un incarico ben remunerato offertogli dal Cavaliere.Il suo nuovo lavoro post-pensione consisterà nel precedere di almeno un giorno il Capo e tutto il suo staff,nei luoghi in cui lui terrà conferenze promozionali alla ricerca di nuovi catecumeni da iscrivere al suo partito,facendogli trovare un certo macchinario pronto per le riprese televisive.Gli sarà affidata la guida di un furgoncino fornito di una sola telecamera fissa e della scenografia della famosa libreria con i libri finti.L'idea è di diffondere la filosofia del partito nei paesi comunisti e arabi.Prima tappa la Serbia,poi la Bosnia,l'Algeria ,la Cecenia e l’Afganistan.Nel furgoncino ci saranno anche i quadri della sua raccolta o almeno quelli che resterano dopo la prima scelta del Cavaliere,con la speranza di venderli ai ricchi stranieri comunisti.Auguri e tre figli maschi.

23/1/02                                       Antonio Fomez

Bozzapensieri bellici

Questo testo è stato scritto nel mese di gennaio del 2002, riunendo una serie di’appunti e di riflessioni sugli avvenimenti tragici già avvenuti, e quelli in divenire. L’ingresso dell’Euro adottato da circa trecento milioni di europei in questi primi giorni del 2002 ha creato in Italia non pochi disagi, per via della doppia circolazione delle lire e ha anche distolto l’attenzione dai problemi più gravi che attanagliano l’umanità dopo la vicenda dell’11 settembre dello scorso anno.Da quella data in poi la vita e la libertà di tutti sono state violate, ivi compresa la vulnerabilità di qualsiasi potenza, non più al sicuro nei cieli, che in futuro dovrà affrontare nuove  e imprevedibili minacce.

Ora le forze terrestri americane continuano a rastrellare alcune caverne dell’Est dell’Afganistan con imponenti bombardamenti aerei, alla disperata ricerca dei terroristi di Al Qaida che fanno capo a Bin Laden,e al mullah. Omar.Ogni giorno si susseguono le voci più disparate sui luoghi dove costoro sarebbero nascosti, altre li danno per morti L’ultima d’oggi è che il primo fugge via mare, mentre il secondo si muove sulla sella di una moto.

Tentiamo adesso di riepilogare i noti antefatti, cercando di ordinare le fila della complessa matassa.Dopo la dichiarazione di guerra al terrorismo da parte degli Stati Uniti, subito seguiti dalla fida Inghilterra, in vari paesi e nel nostro ci sono state numerose manifestazioni di solidarietà.In Italia però ce n’è stata una anti -global di tipo pacifista, molto imponente, cui ha partecipato anche una parte degli aderenti all’Ulivo, e Rifondazione Comunista. che non piaciuta agli alleati d’oltreoceano.Così l’Italia, mentre arrivavano adesioni bellicose da parte degli altri rappresentanti della NATO, e da diversi Paesi, fu esclusa dalle riunioni con i partner che dovevano decidere sulle strategie belliche da adottare per l’intervento.Quest’affronto durò solo qualche giorno perché nell’ottobre ’01, a seguito di una nuova manifestazione d’adesione alla guerra, promossa dal Governo di Berlusconi, con commoventi sventolii di bandiere americane (sembravano tanti figlioletti di Madama Butterfly), i giornali con abbondanti titoloni annunciarono trionfalmente che l’Italia avrebbe partecipato con mezzi e uomini alla guerra.Messe le cose a posto, altri italiani furono felici di entrare nella lotta, evitando il pericolo che la nostra Patria fosse ingiustamente esclusa o declassata dall’èlite mondiale, favorevole all’intervento cruento.Noi siamo convinti che i grandi armamenti delle potenze distruggeranno uomini e cose, i talebani saranno infine sconfitti.I morti innocenti, le migliaia di profughi e le città rase al suolo non si conteranno, mentre altri adepti terroristi, ammesso che si riesca a catturare o ad uccidere Osama Bin Laden ed Omar, mullah dei fanatici studenti islamici, menti della strage compiuta alle Due Torri, si sostituiranno ai loro Capi carismatici, proseguendo col terrore.Finchè l’unica scelta sarà la guerra, troveremo ovunque altri conflitti, laddove,come in Somalia, nelle Filippine,ecc. ci sono focolai di terroristi.Che cosa sarebbe stato meglio fare allora prima di iniziare le ostilità?Lasciare impuniti i responsabili che un tempo erano armati dagli Usa per combattere l’invasione dell’URSS all’Afganistan, oppure non dichiarare guerra, mandando una pattuglia di poliziotti in Afganistan e, in nome della legge ammanettare i due famigerati?.Rispondere non è certo semplice, dopo quei gravissimi avvenimenti che hanno sconvolto la pace, la sicurezza e l’economia di tutti i cittadini del mondo.Forse sarebbe stato meglio tentare di percorrere le vie diplomatiche e pacifiche, prima di iniziare le operazioni belliche.Certamente bisognava punire gli autori, ma dopo avere  trovato il modo per farlo, escludendo le morti innocenti di civili, com’è appena successo in un villaggio dell’Est dell’Afganistan, dove gli americani, sperando di trovare dei talebani hanno ammazzato un centinaio di persone.Così come si poteva tentare di sciogliere alcuni nodi, come quello palestinese-israeliano, restituendo agli arabi i territori occupati durante la guerra del Kippur del 1973.

Chissà che cosa potrebbe succedere se si sospettasse che Bin Laden od Omar avessero trovato rifugio nei famosi sotterranei di Parigi, descritti da Hugo, oppure in quelli di Piazza Duomo a Milano.E se fossero nascosti sott’acqua con la canna di bambù in bocca nella Grotta Azzurra di Capri? La risposta sarebbe ovvia: siluri e bombe a volontà, dando l’addio ai luoghi de i “Miserabili”, alla brutta chiesa meneghina ed ai Faraglioni.

Per tentare di capire il problema palestinese,i massacri compiuti sulla popolazione inerme dai loro numerosi kamikaze, e le difficoltà d’Arafat a frenarle (è dai primi di gennaio che il capo palestinese, essendo accusato di aver fallito la lotta al terrorismo, non può più uscire dal suo paese ed è confinato a Ramallah) proviamo ad intervistare qualche immigrato di religione musulmana per tastarne il polso.Augurandoci che non sia uno dei tanti che l’11 Settembre brindò con i suoi amici per quell’ignobile impresa, parliamo con Mohamed, un giovane falegname egiziano di circa trent’anni.Parla quasi correttamente l’italiano perché è a Milano con la famiglia da circa dieci anni.Lavora bene e sbaglia come i nostri migliori operai dai quali ha attinto anche la loro testardaggine.Nel periodo caldo della guerra, tra ottobre e novembre scorsi, mentre era alle prese con le porte e le tapparelle di una casa a Baggio, gli dichiariamo di essere molto contenti di lui a livello artigianale, ma non che fosse di religione musulmana.Improvvisamente il suo sguardo cambiò, mentre negli occhi balenavano lampi di un fanatismo intriso da una devozione totale, per la causa dei fratelli arabi del medioriente.Capita l’antifona, fiero, e superbo delle sue credenze, non ci è stato difficile portarlo sul terreno che più ci interessava.Così: a ruota libera, si è sciolto e ci ha regalato il suo pensiero sulla guerra.”Gli israeliani se ne devono andare dalle nostre terre” ci ha detto, cambiando il timbro della voce.Come, con la valigia in mano? Abbiamo aggiunto che forse sarebbe meglio convivere in pace con l’atavico nemico, magari dopo la restituzione d’alcuni territori sottratti, evitando gli attacchi suicidi e le ritorsioni israeliane che con bombe, missili e ruspe uccidono e distruggono interi villaggi di povera gente.Ha risposto ironicamente: ”Perché non li fate venire tutti qui in Italia oppure in America con lo spazio che avete?”Poi ha aggiunto che i musulmani non hanno paura della morte, e che gli ebrei, non importa se domani o tra duecento anni, saranno cacciati via dalle terre arabe.

Per dirimere ancora qualche dubbio sull'impossibilità di adottare tutte le misure di sicurezze contro gli attacchi eversivi, o i pazzi suicidi, basterebbe citare l’episodio avvenuto nel pomeriggio del 7 Gennaio quando un quindicenne americano, tifoso di Bin Laden, si è fatto schiantare col suo piccolo aereo che pilotava su un grattacielo della Florida, fortunatamente senza altre vittime.L’11 Gennaio carri armati e bulldolzer israeliani, dopo aver distrutto ottanta abitazioni, nella striscia di Gaza, lasciando senza casa oltre 700.palestinesi, hanno demolito le piste dell’aeroporto.Hanno così proseguito la rappresaglia all’attacco di Hamas, di mercoledì 10 Gennaio, cui hanno perso la vita quattro soldati israeliani e due kamikaze palestinesi (questi ultimi giovani come tutti gli altri eroi nazionali prima di morire si erano fatti follemente filmare in assetto di guerra.)

Nello stesso giorno, ma dall’altro fronte della lotta, il capo della Corte suprema afgana ha affermato che, pur dichiarando guerra al fondamentalismo talebano, la legge islamica non cambierà.Resteranno in vigore il taglio della mano per i ladri recidivi, la fustigazione e la lapidazione per gli adulteri di entrambi i sessi.Ci riesce impossibile capire queste leggi, o quelle ancora più cruente dei talebani, viste in video durante un programma di Santoro,come quella che obbliga una madre a sgozzare il figlio assassino, in pubblico.

Intanto è circolata la notizia che per la ricostruzione dell’Afganistan servono quarantacinque miliardi di dollari, come affermare che le grandi potenze prima distruggono i paesi e poi fanno “una gara”per ricostruirli, alimentando così gli affari.Finiamo con la battuta scherzosa di un amico artista che ci comunica: ” Se non ci fossero state vittime l’11 Settembre, ma solo voli di sedie e tavoli dalle Torri Gemelle, le immagini filmiche di quell’impatto sarebbero state di notevole creatività artistica”!"

 

 

Milano 20/1/02                                                                                                            Antonio Fomez

                                                                Buon 2003

A pochi giorni dalla fine del 2002 è tempo di consuntivi, di riflessioni, di calendari con le donne nude, di spese natalizie e di cene e veglioni di capodanno con lo spumante.Quando uscirà questa nota, il lettore sarà già stato bombardato dai media della carta stampata e della Tv ed informato sui principale avvenimenti dell’anno.Tra questi proviamo a soffermarci solo sugli ultimi mesi del 2002, trascurando la segnalazione del più eroico gesto dell’anno,della mamma più buona,del libro o del disco più venduto,o del programma Tv che ha sbaragliato tutti gli altri.Tralasceremo o sorvoleremo sugli avvenimenti tragici che tuttora incombono,dei preparativi di americani ed inglesi sul piede di guerra per invadere l’Iraq a tutti i costi,dell’infinito conflitto arabo israeliano,o della sciagura di Berlusconi che aspira a candidarsi per la Presidenza della repubblica ed al Nobel per la pace.

In novembre, oltre al terremoto abruzzese, c’è da segnalare la bufera delle nuove nomine nell’alta dirigenza Rai e le dimissioni di alcuni suoi consiglieri, per via delle trasmissioni scadenti e del tormentone Biagi-Santoro, estromessi dal Governo dai palinsesti televisivi.Tuttociò ha scatenato reazioni e polemiche, da parte degli esponenti dell’Ulivo, che ha difeso i due giornalisti, ma fingendo di dimenticare che la Rai nel passato è stata sempre lottizzata dai partiti che si spartivano le reti (Rai Tre fu ribattezzata Tele Kabul perché diretta dal comunista Sandro Curzi), e lamentando che adesso tutte le TV siano omologate ed in mano ad uno solo.Nella precedente legislatura, sebbene lo spazio culturale dedicato all’arte e alla poesia sia stato nullo, tuttavia qualche spezzone di programma televisivo si poteva anche guardare, quando non si cadeva nel cattivo gusto.Ci riferiamo al mimo Luttazzi che, in pieno clima elettorale, mandava in onda puntate volgari e scoop kitsch, o nella pubblicità promozionale d’alcuni politici, come l’allora Presidente del Consiglio D’Alema nello spettacolo serale del cantante Morandi. Adesso il Polo al Governo, per restituire l’onta subita, ha riconfermato in Rai l’insopportabile Vespa a “Porta a Porta” (che ogni settimana sforna un libro sulla scia di Biagi), mandando il Ministro Gasparre d’Alleanza Nazionale a Domenica IN, e facendo emigrare giornalisti, attori, e “artisti “dello spettacolo da Mediaset alla Rai. Poi si è inventato il soporifero programma “Exalibur”, presentato dal vicedirettore del “Giornale”, che doveva sostituire “Sciuscià”di Santoro, cavandone un autentico fiasco, con bassissimi indici di ascolti. Tra l’altro Santoro, contrariamente al suo improbabile sostituto, dichiarava la sua appartenenza ai Democratici di Sinistra ed era un pluralista d’assalto con qualche buon’idea, disposto persino ad invitare gli onorevoli di destra, allora invisi da tutti, pur di aumentare lo share.Si potrebbe persino azzardare l’ipotesi che alcuni importanti esponenti di Alleanza Nazionale, come La Russa e Fini, da oltre dieci anni tra i più assidui ospiti nelle conduzioni televisive di Santoro, se oggi hanno una certa affidabilità tra la gente, lo debbono anche al giornalista pidiessino.Ma, la sorpresa nuova del mese, che forse ha fatto accapponare la pelle ai nostalgici monarchici, arriva da tutte le emittenti che giornalmente mandano in onda la pubblicità delle olive Saclà, sul logo appare una corona regale, con il principe Emanuele Filiberto di Savoia rientrato dall’esilio, notizia che non ci provoca alcun sussulto né interesse.Purtroppo la fine di novembre è più disastrosa con la strage in Nigeria, avvenuta in occasione delle finali per l’elezione di Miss Mondo in questo paese, dove c’è stata la furia degli integralisti islamici.con un bilancio di 200 morti, un migliaio di feriti e 10.000 senza tetto per le case e le chiese bruciate e devastate.Per i musulmani, il Concorso è considerato immorale e degradante (ed anche volgare secondo le stesse femministe inglesi, che fecero sentire la loro voce da Londra dove era stata  spostata la manifestazione).

In dicembre, escludendo la manovra aggiuntiva alla finanziaria e l’inflazione alle stelle, non ci sono grandi avvenimenti catastrofici, mentre la gente, come già detto all’inizio, ha in testa il panettone e le vacanze.Intanto, anticipando il clima festivo, emerge molto buonismo e gare di solidarietà, come nella maratona prenatalizia di Telethon, ribalta privilegiata dagli”artisti”dello spettacolo, che chiedono soldi ai teleutenti a favore delle persone affette da distrofia muscolare.Un noioso stillicidio queste esibizioni volte a indurre i teleutenti in una gara di solidarietà, mentre in diretta il display indica la somma raggiunta, mirando a spillare quanti più euro possibili, che chissà dove andranno a finire.Nel frattempo la posta, nella nostra casella, aumenta di carte inutili: varie, ma anche fantasiose, sono le richieste di denaro per iniziative benefiche, con foto di bambini mutilati e bisognosi, da inviare sui vari conti correnti. (Non c’è un minuto da perdere quando è in gioco una vita, Medici senza Frontiere, Anche tu puoi aiutare i bambini in guerra, Reperisci fondi per vaccinarli, Alimenti terapeutici per i ragazzi malnutriti e mutilati, ecc.).Ma, nella casella allo stremo, ci sono anche i conti correnti postali dell’Unicef o quelli inviati dalle riviste che chiedono l’abbonamento, con le effigi di Padre Pio, di S. Francesco, o delle Suore di chissà dove.Non ne possiamo più e chiudiamo con l’ovvio: buon 2003 a tutti.

Milano 28/12/02                                                                    Antonio Fomez

e-mail:                                                                antonio.fomez@libero.it

 

 

 

Di ritorno da Lisbona

Ai primi di marzo stanchi del duro inverno lombardo, ma anche spinti dal desiderio di staccare la spina dalle guerre e dalle cretinerie di Sanremo, scegliamo, tra i paesi europei più caldi in questo periodo, la capitale lusitana anche per apprezzarne le bellezze.Purtroppo Lisbona ci accoglie con un tempo incerto, ma ci piace lo stesso così come ci appare, circondata da una serie di colli come quelli romani.Questa città, che aveva in origine tracce culturali di varie epoche, fu distrutta e rasa al suolo da un terremoto nel 1755; gli architetti che la ricostruirono subito dopo proposero bellamente lo stile manuelino, dal nome del Re Manuel I che regnò dal 1495 al 1521 e che adornò la città di palazzi in quello stile iperdecorato tra il gotico ed il rinascimentale, per celebrare le nuove scoperte geografiche.Ora la città, bagnata dal fiume Tejo, in sostanza nuova con belle piazze e grandi arterie, è dotata di efficienti servizi pubblici.Sui colli si può arrivare con una funicolare, come a Napoli col Vomero, con i bus o con i tram, alcuni dei quali minuscoli.I dintorni fuori della capitale si possono raggiungere con una comoda metropolitana; così dopo aver passate le spoglie periferie, pullulanti di palazzi fatiscenti tipo quelli di Secondigliano o di S. Giovanni a Teduccio, si può vedere l’Oceano Atlantico ad Estoril e subito dopo fermarsi nella splendida e verdeggiante cittadina di Sintra.

Come ogni diligente turista curioso, visitiamo un famoso Monastero rifatto in più riprese, in stile manuelino eretto in memoria di Vasco de Gama, che conserva la sua tomba.Lo stesso guazzabuglio di stili e di rimaneggiamenti barocchi, si trovano nella famosa Torre di Belèm, sulla foce del fiume.Più interessante è il modernissimo Museo Calouste Gulbenkian, dal nome del suo mecenate, costruito in un lussureggiante parco, dove si possono ammirare una collezione di vasi cinesi, di arte antica e moderna e dove spiccano le opere di Della Robbia, Ghirlandaio, Rembrandt, Renoir e Monet.

Il nostro albergo grattacielo, poco distante dal centro, è in compagnia di altri più famosi come lo Sheraton; queste strutture sono però ubicate in posti sbagliati, sul marciapiede di una strada di grande comunicazione, dalla quale arrivano frastuoni che non favoriscono il sonno.La strada, più che una tangenziale sembra un’autostrada dove i pedoni sono ad alto rischio.Qui gli automobilisti, anche sotto una pioggia scrosciante, sembrano subire le suggestioni del vicino circuito dell’Estoril.Ma tant’è,Lisbona è una città moderna ed i suoi driver non sono differenti da quelli degli altri paesi!Per fortuna appena più in là ci sono vie e piazze più tranquille dove si può stare in pace,chiacchierare e contemplare.Fuori dagli storici Caffè di queste grandi piazze ci sono i lustrascarpe e i numerosi turisti frammisti ad un’etnia di varia umanità.Né mancano i negozi di souvenir,alcuni dei quali espongono,tra porcherie varie, gli azulejos imitazioni delle antiche ceramiche portoghesi.Per via del poco tempo a disposizione non abbiamo potuto approfondire se tra quei portoghesi sulle panchine ha arieggiato quella sottile malinconia che qui chiamano saudade,che è poi l’essenza del fado,la malinconia del destino,musicata nelle loro lamentose canzoni.

Infine, pensando d’essere utile a qualche turista fai da te come noi, che non avvantaggiano i tour organizzati o che salgono su un ponte di una cinquantina di metri d’altezza per ammirare i tetti della città chiedendo aiuto ad un elevador costruito nello stesso stile della brutta Torre Eiffel, consigliamo uno spendido itinerario per visitare il quartiere di Alfama, il più antico tra quelli di Lisbona, che è una sorta di Casbah, miracolosamente scampato al terremoto.Per chi ha voglia di raggiungere e di perdersi nei bellissimi labirinti di questo meraviglioso posto, con i suoi giardini pensili, le sue bottegucce artigianali ed i ristoratori che sono simpaticamente in agguato per pelare i clienti, consigliamo di prendere un piccolo, caratteristico e scassato tram in Piazza della Figueira.Il mezzo s’inerpica su un’impossibile e accidentata strada a senso unico in forte pendenza, in molti tratti a senso unico, per raggiungere il Castelo di Sao Jorge, dalla cui cima si può ammirare oltrechè i tetti, il panorama completo della città.Si può ridiscendere con lo stesso tram, guardando al Duomo rifatto come nuovo, vedere altre viuzze della vecchia Lisbona e proseguire in modo avventuroso, non certo o anche per la paura che il tram slitti sugli stretti binari o che finisca nell’oceano, ma per l’impossibilità di andare avanti dopo lo stridio assordante dei freni, per via delle rotaie spesso occupate dalle auto di passaggio o in sosta.Intanto dalle viuzze adiacenti, dai bassi e dai balconi in ferro battuto, sembra che nessuno presti attenzione o dissuada quei viaggiatori senza biglietti abbarbicati pericolosamente o attaccati al predellino del tram: ma si sa, i portoghesi sono portoghesi.                                                                                                                                                  Antonio Fomez

Milano 13/03/02

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Di ritorno da Sharm-El Sheikh (riduz.Voli difficili sul Mar Rosso)

Fuggiamo dall’insolito brutto tempo di Maggio, e arriviamo all’aeroporto di Sharm con una secca temperatura di 38° che non ci fa rimpiangere l’Italia.Simpatico il primo impatto con i facchini insistenti, alla ricerca della prima mancia.E’ la seconda volta che veniamo qui, la quarta in Egitto e consideriamo Sharm, escludendo la bellezza del suo clima e del mare, tra i più brutti luoghi mai visti.Questa non è neppure una cittadina, ma un posto turistico situato nella punta meridionale della penisola del Sinai, punto d’incontro di continenti e luogo di separazione dei mari.Sharm è sorta dal niente una ventina d’anni fa su una zona dall’arido deserto montagnoso, senza agricoltura e senza acqua, dove prima abitavano solo i beduini (pare che molti di questi siano ormai diventati ricchissimi pretendendo soldi per il loro deserto rosicchiato dalle costruzioni): In effetti qui si fa fatica a capire che siamo in Egitto, mancando di qualsiasi riferimento culturale ammirabile al Cairo o in altre città, se non fosse perché vediamo da tutte le parti ciarpame e papiri, anonimo com’è il paesaggio con le sue lunghe strade asfaltate corredate da deserti spartitraffico, dove talvolta affiorano cespugli e turzi di palme.Si riscontra più vita in prossimità degli alberghi, o villaggi che siano, dove c’è una vegetazione fiorita e curata con l’acqua desalinizzata.

Sulla costa di Sharm gli operatori hanno costruito con più criterio che non a Hurgada, sull’altra sponda del Mar Rosso, dove lo scempio edilizio è iniziato prima con alberghi alti, raschiando la baia corallina per far posto alle spiagge dal fondo pietroso.Adesso a Sharm le nuove strutture alberghiere, esauriti gli spazi sulla linea costiera del Sinai, propendono verso il deserto e sono tutte non più alte di un piano.Gli smisurati complessi crescono velocemente con la medesima tipologia; grande ingresso scenografico sulla strada, per dare spazio ai bus e ai taxi, ampia hall architettata in stile arabo, mentre le camere di cemento a schiera scendono dolcemente verso la piscina, per affacciarsi verso il mare.Ci chiediamo fino a quando durerà questo boom delle costruzioni, con l’inevitabile massacro delle coste ed il rischio della saturazione turistica, sebbene oggi ci siano ondate di ricchi russi.

Il centro di Sharm è piccolo e quasi carino; qui, come nell’orrenda Naama Bay, non ci sono abitanti residenti, né persone che esercitano altri mestieri se non quelli legati al turismo.Guadagnano pochissimo ma sono in tanti.Il personale che lavora nei negozi, nei ristoranti degli alberghi e i tassisti, tutti di sesso maschile, provengono per la maggior parte dal Cairo o dalle località che si affacciano sul Nilo. I lavoratori vivono a Sharm tutto l'anno, raggiungendo periodicamente le loro famiglie, e dormendo scomodamente nei locali messi a loro disposizione dagli albergatori o delle agenzie, oppure per strada o dentro un’auto.

Scartata l’ipotesi delle salate escursioni marine o delle improbabili cammellate nel deserto (seguite dal pranzo nelle tende beduine che rendono felici i turisti convinti che il cibo è cucinato dai beduini, mentre in realtà è fornito dai ristoranti convenzionati), propendiamo per una visita culturale al Monastero di S. Caterina, situato nella parte centrale della penisola del Sinai.Dopo circa due ore di viaggio il bus si ferma per una sosta ai piedi di una bellissima vallata, con il palcoscenico di un cammello che mangia davanti alla baracca posticcia di un beduino, come in una scenografia teatrale.La beduina velata, con i suoi bambini vestiti con luridi stracci, vende come souvenir sassi incisi e tagliati perfettamente, collanine e ciarpame vario (di sicuro importato da Napoli).Segue l’offerta di tè che ci siamo ben guardati dal bere, così come di utilizzare la toilette di cemento sulla sabbia, a disposizione dei turisti.

Il Monastero di S: Caterina, costruito nel III secolo si trova all’incirca nella parte centrale del Sinai in una spettacolare vallata con le montagne “ a dente”, rivelando il suo fascino migliore.Vicino c’e il famoso Monte Sinai dove Mosè ricevette le Tavole, mentre più avanti c’è il confine con Israele.Si entra nel Monastero dall’unica porta d’ingresso: ma è proibito entrarvi in abiti succinti o in calzoncini corti, così infilano addosso a quelli ritenuti non idonei al luogo sacro, un barracano zozzo e stracciato per una mancia, così come fanno i siciliani nel Santuario di Tindari con una gonna.Cominciamo la visita tra la folla che si accalca per vedere icone e vecchi manoscritti eseguiti dai monaci nell’antichità.L’interno, rifatto a più riprese nelle varie epoche, così come il campanile del XVII sec.,è un gran cantiere in divenire, con nuove celle di cemento per i monaci ortodossi che vivono lì.Nella navata centrale della piccola chiesa annessa, arieggia kitsch da tutte le parti, per via della dubbia ristrutturazione in corso, e per i brutti lampadari d’ottone che, scendendo dall’alto sulla testa dei visitatori, coprono quasi completamente lo stupendo mosaico bizantino dell’abside.A questa straordinaria “Resurrezione”del VI sec., hanno messo alti e stupidi candelabri che s’innalzano dall’altare.Per vederlo da vicino, sebbene sarebbe giusto ammirarlo dall’ingresso senza impedimenti, si deve sopportare la calca della folla e l’esborso di un supplemento aggiuntivo.

Prima di rientrare in albergo c’è stata inflitta un’altra sosta obbligata di due ore all’Istituto dei Papiri, in affari con le Agenzie e le guide, dove si vendono le solite paccottiglie per i turisti scemi.Noi abbiamo preferito occupare quel tempo facendo shopping d’acqua minerale e sigarette con l’autista, che ci ha offerto uno schifoso caffè alla turca.

Infine, una nota lieta dal mare ci arriva dagli efficienti depuratori che svolgono ottimamente la loro funzione, scaricando i liquami degli hotel nel deserto e rendendo felici i bagnanti per l'acqua pulita.I fondali del Mar Rosso sono tra le meraviglie del nostro pianeta.Flora e fauna tingono il mare di un’infinità di colori, e grandi colonie di coralli nascondono stupende grotte violacee.Per chi pratica lo snorking, è un piacere immergersi in queste acque limpide, accanto a coralli e pesci vicino alla costa del proprio albergo.Anche perché si ha l'occasione di risparmiare l’escursione alla baia corallina, guizzare con i pesci variopinti grandi e piccoli che girano intorno, non temono la sua presenza dell’uomo, perché sanno di non essere commestibili.

 

Milano 15/05/02                                                                                                       Antonio Fomez

Di ritorno da Lisbona

Lisbona, circondata da una serie di colli come quelli romani, aveva in origine tracce culturali di varie epoche.Distrutta e rasa al suolo da un terremoto nel 1755 fu ricostruita di sana pianta in stile manuelino, dal nome del Re Manuel I che regnò dal 1495 al 1521 e che adornò la città di palazzi in quello stile iperdecorato tra il gotico ed il rinascimentale.Ora la città, bagnata dal fiume Tejo, con belle piazze e grandi arterie,è dotata di efficienti servizi pubblici.Sui colli si può arrivare con una funicolare,con i bus o con i tram,alcuni dei quali minuscoli.

Come ogni diligente turista,visitiamo il Monastero eretto in memoria di Vasco de Gama e la famosa Torre di Belem,sulla foce del fiume,entrambi permeati da un guazzabuglio di stili e di rifacimenti,dove predomina lo stile manuelino. Interessante è invece il modernissimo Museo Calouste Gulbenkian,dal nome del suo mecenate,che custodisce nei suoi edifici una grande collezione di vasi cinesi,di arte antica e moderna,dove spiccano le opere di Della Robbia,Ghirlandaio,Rembrandt, Renoir e Monet.

Il nostro albergo è in compagnia di altri più famosi come lo Sheraton;queste strutture sono però ubicate in posti sbagliati, sul marciapiede di una strada di grande comunicazione che sembra più che una tangenziale un’autostrada,dove i pedoni sono ad alto rischio e gli automobilisti subiscono le suggestioni del vicino circuito dell’Estoril!Per fortuna appena più in là ci sono vie e piazze più tranquille:fuori dagli storici Caffè  ci sono i lustrascarpe e i numerosi turisti frammisti ad un’etnia di varia umanità.Né mancano i soliti negozi di souvenir,alcuni dei quali espongono le imitazioni delle azulejas,antiche ceramiche portoghesi.Per via del nostro poco tempo a disposizione non abbiamo potuto approfondire se tra quei portoghesi sulle panchine ha arieggiato quella sottile malinconia che qui chiamano saudade,che è poi l’essenza del fado,la malinconia del destino,musicata nelle loro canzoni.

Infine, pensando d’essere utile a qualche turista fai da te come noi, che non avvantaggiano i tour organizzati ,consigliamo uno spendido itinerario per visitare il quartiere di Alfama, il più antico tra quelli di Lisbona miracolosamente scampato al terremoto.Per chi ha voglia di raggiungere e di perdersi nei bellissimi labirinti di questo meraviglioso posto, con i suoi giardini pensili, le sue bottegucce artigianali ed i ristoratori che sono simpaticamente in agguato per pelare i clienti, consigliamo di prendere un piccolo e scassato tram in Piazza della Figuera.Il mezzo s’inerpica su un’impossibile e accidentata strada in forte pendenza, per raggiungere il Castelo di Sao Jorge, dalla cui cima si può ammirare il panorama della città.Si può ridiscendere con lo stesso tram, guardando al Duomo rifatto, vedere altre viuzze della vecchia Lisbona e proseguire in modo avventuroso, non certo per la paura che il tram slitti sugli stretti binari o che finisca nell’oceano, ma per l’impossibilità di andare avanti  per via delle rotaie spesso occupate dalle auto di passaggio o in sosta.Intanto dalle viuzze adiacenti, dai bassi e dai balconi di ferro battuto, sembra che nessuno presti attenzione o dissuada quei viaggiatori senza biglietti abbarbicati pericolosamente o attaccati al predellino del tram: ma si sa, i portoghesi sono portoghesi.

 

Milano 13/03/02                                                                              Antonio Fomez

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Nota sul Pirellone 2(versione ridotta)

 

Dopo pochi giorni dallo schianto dell’aereo sul Pirellone non è ancora chiara l’esatta successione dei fatti e il movente del pilota.Scartata la pista terroristica, se ne susseguono altre che vanno dal suicidio esibizionista, alla collisione volontaria, a quella che il pilota Fasulo, prima dell’incidente, avesse innescato “il pilota automatico”mentre tentava di sbloccare il carrello.Sulle cause del disastro preferiamo non fare l’indovino né arrischiare ipotesi fantascientifiche su temi di vendette, problemi finanziari o su fantomatici telecomandi che dirigono con precisione il Rockwell Comander sui piani.Di questa vicenda, come afferma il Procuratore Capo D’Ambrosio, forse non si saprà mai se sia stata una fatalità o un suicidio.Da fuori Milano più d’uno ci ha chiesto come ha reagito la città all’evento: la nostra opinione è che bisogna smetterla con l’enfasi e la retorica come fanno ad ogni ricorrenza gli americani (sebbene da noi qualcuno ha ammainato una commovente bandiera della Regione Lombardia sulla cima del Pirellone, altri fiori e biglietti, mentre gli impiegati della sede sono fraternamente uniti rimboccandosi le maniche, città ferita, ecc.).A questi interlocutori rispondiamo che nel futuro bisognerà vivere senza l’angoscia dell’imprevedibile, andando avanti e attivandosi concretamente com’è d’uso qui a Milano.

Infine un sopralluogo sui luoghi del disastro dove obiettivi, telecamere amatoriali e TV di mezzo mondo, sono sempre in azione sul set en plein air.Anche se col tempo la marea degli irriducibili curiosi sta scemando, ci sono nuovi arrivi giornalieri dalla vicina stazione ferroviaria.Preferite le riprese dal basso con guardone con organi prensili sulla transenna che inquadrano il palazzo di spalle.Qualcuno ha proposto, quando saranno ultimati i lavori di ristrutturazione del grattacielo, di collocare in cima allo stesso mitraglie, cannoncini e missili, utilizzando su turni di 24 ore, personale addetto alla sorveglianza dello spazio aereo e pronto ad abbattere qualsiasi pilota che dovesse abbassarsi sotto il limite di sicurezza.

Fortunatamente,a corollario dell’elevato numero di visitatori, non ci sono ancora bancarelle con i souvenir come al sacrario della principessa Diana!

Antonio Fomez                                                                             Milano 27/4/02

Nota Bellica(riduz da pensieri bellici)

.Dopo la dichiarazione di guerra al terrorismo degli Stati Uniti, in vari paesi ci sono state numerose manifestazioni di solidarietà.In Italia però ce n’è stata una anti -global di tipo pacifista, molto imponente, cui ha partecipato anche una parte degli aderenti all’Ulivo, e Rifondazione Comunista., che non è piaciuta agli alleati.Così l’Italia, fu esclusa dalle riunioni con i partner, che dovevano decidere sulle strategie belliche da adottare per l’intervento.Quest’affronto durò solo qualche giorno perché nell’ottobre ’01, a seguito di una manifestazione d’adesione alla guerra, promossa dal Governo di Berlusconi, con grandi sventolii di bandiere a stelle e strisce, i giornali annunciarono trionfalmente che l’Italia avrebbe partecipato con mezzi e uomini alla guerra.Noi siamo convinti che alla fine i grandi armamenti delle potenze distruggeranno uomini e cose, i talebani saranno sconfitti.I morti innocenti, le migliaia di profughi e le città rase al suolo non si conteranno, mentre altri terroristi, ammesso che si riesca a catturare o ad uccidere Osama Bin Laden ed Omar, menti della strage compiuta alle Due Torri, si sostituiranno ai loro Capi carismatici .proseguendo col terrore.Non ci sarà quindi una fine della guerra, ma un'accensione d’altri conflitti laddove continuano ad esistere focolai di terroristi.Che cosa sarebbe stato meglio fare allora prima di iniziare le ostilità?Lasciare impuniti i responsabili oppure non dichiarare la guerra, mandando una pattuglia di poliziotti in Afganistan e ammanettare i due famigerati?Rispondere non è certo semplice.Forse sarebbe stato meglio tentare di percorrere le vie diplomatiche e pacifiche,prima di iniziare le operazioni belliche. .Certamente bisognava punire gli autori dei misfatti, ma dopo avere  trovato il modo per farlo, escludendo il massacro di centinaia di civili..Così come si poteva tentare nel contempo di sciogliere alcuni nodi, come quello palestinese-israeliano, restituendo agli arabi i territori occupati durante la guerra del Kippur del 1973.

Ora le forze terrestri americane continuano a rastrellare con le bombe alcune caverne dell’Afganistan, alla ricerca dei terroristi d’Al Qaeda che fanno capo a Bin Laden e ad Omar.Di costoro ogni giorno si susseguono le voci più disparate sui luoghi dove sono nascosti,altre li danno per morti.L’ultima d’oggi è che il primo fugge in dicembre scorso via mare,mentre il secondo si muove in sella ad una moto.Chissà cosa potrebbe succedere se si sospettasse che i due avessero trovato rifugio nei famosi sotterranei di Parigi, descritti da Hugo, oppure in quelli di Piazza Duomo a Milano.E se fossero nascosti sott’acqua con la canna di bambù in bocca nella Grotta Azzurra di Capri? La risposta sarebbe ovvia: siluri e bombe a volontà, dando l’addio definitivo ai luoghi de“I Miserabili”, alla brutta chiesa meneghina ed ai Faraglioni.

Per tentare di capire il problema palestinese i massacri compiuti sulla popolazione inerme dai loro kamikaze, e le difficoltà d’Arafat a frenarle, proviamo ad intervistare un immigrato egiziano, che lavora a Milano, augurandoci che non sia uno dei tanti che l’11 Settembre brindò con i suoi amici per quell’ignobile impresa.Parliamo con Mohamed, che ci regala il suo pensiero sulla guerra.”Gli israeliani se ne devono andare dalle nostre terre” ci ha detto, cambiando il timbro della voce.Come,con la valigia in mano? Abbiamo aggiunto che forse sarebbe meglio convivere in pace con l’atavico nemico, magari dopo la restituzione da parte israeliana d’alcuni territori sottratti.Si eviterebbero così altri morti da entrambe le parti.Ha risposto ironicamente: ”Perché non li fate venire tutti qui in Italia oppure in America con lo spazio che avete?”Poi ha aggiunto che i musulmani non hanno paura della morte, e che gli ebrei,non importa se domani o tra duecento anni, andranno via dalle terre arabe.

Per dirimere infine ancora qualche dubbio sull'impossibilità di adottare tutte le misure di sicurezza contro gli attacchi dei terroristi, o dei pazzi suicidi, basterebbe citare l’episodio avvenuto nel pomeriggio del 7 Gennaio quando un quindicenne americano, tifoso di Bin Laden, si è fatto schiantare col suo piccolo aereo che pilotava su un grattacielo della Florida, fortunatamente senza altre vittime.

Milano 22/1/02

Antonio Fomez

 

 

Nota sul Pirellone

. Dopo otto giorni dallo schianto dell’aereo sul Pirellone non è ancora chiara l’esatta successione dei fatti e il movente del pilota.Scartata la pista terroristica, che è stata la prima paura che molti hanno avuto il 18 Aprile (in diretta TV subito dopo l’impatto, Fede su Rete Quattro ha annunciato il rammarico dell’on.Pera per l’atto terroristico e la telefonata di condoglianze di Bush a Berlusconi per le vittime), se ne susseguono altre che vanno dal suicidio esibizionista, alla collisione volontaria (appena esclusa ieri dal magistrato che conduce le indagini) fino a quella che il pilota Fasulo, prima dell’incidente, avesse innescato” il pilota automatico” mentre tentava di sbloccare il carrello.Sulle cause del disastro, mentre sono in corso le indagini, preferiamo non fare l’indovino né arrischiare ipotesi fantascientifiche su temi di vendette, problemi finanziari o su fantomatici telecomandi che dirigono con precisione il Rockwell Commander sui piani alti dell’edificio.Quando lo scrittore americano di libri gialli Jonn Grisham afferma che sulla querelle la realtà ha superato la sua immaginazione, non possiamo che essere d’accordo con lui (molto meno sulla sua visita al Pirellone con Formigoni, occasione ghiotta per pubblicizzare l’uscita del suo ultimo libro).Di questa vicenda, come afferma il Procuratore Capo D’Ambrosio, forse non si saprà mai se sia stata una fatalità o un suicidio.Quello che invece possiamo dire, e lo abbiamo già scritto su queste pagine, è che dopo l’11 settembre qualunque spazio aereo non è più sicuro, specie contro i terroristi e i pazzi suicidi.

Da fuori Milano più d’uno ci ha chiesto come ha reagito la città all’evento: la nostra opinione è che bisogna smetterla con l’enfasi e la retorica, come fanno ad ogni ricorrenza gli americani (sebbene da noi qualcuno ha ammainato una commovente bandiera della Regione Lombardia sulla cima del Pirellone, altri fiori e biglietti strappalacrime, mentre gli impiegati della sede sono fraternamente uniti rimboccandosi le maniche, ecc.).A questi interlocutori rispondiamo che nel futuro, più che ricordare quest’orribile vicenda, che ancora di più mette in crisi l’ineluttabile pochezza della nostra esistenza, bisognerà cercare di vivere senza l’angoscia dell’imprevedibile, andando avanti, com’è d’uso qui a Milano.

Infine un sopralluogo sui luoghi del disastro dove obiettivi, telecamere amatoriali e TV di mezzo mondo sono sempre in azione sul set en plein air.Anche se col tempo la marea degli irriducibili curiosi sta scemando, ci sono sempre nuovi arrivi giornalieri dalla vicina stazione ferroviaria.Preferite le riprese dal basso con guardone con organi prensili sulle transenne che inquadrano il palazzone di spalle.Qualcuno ha proposto, quando saranno ultimati i lavori di ristrutturazione del grattacielo, di collocare in cima allo stesso mitraglie, cannoncini e missili, utilizzando su turni di 24 ore, personale addetto alla sorveglianza dello spazio aereo e pronto ad abbattere qualsiasi pilota che dovesse abbassarsi sotto il limite di sicurezza!

Fortunatamente, a corollario dell’elevato numero dei visitatori, non ci sono ancora bancarelle con panini e souvenir come al sacrario della principessa Diana!

Antonio Fomez                                                                                  Milano 26/4/2002

Pensieri bellici

Questo testo è stato scritto nel mese di gennaio del 2002, riunendo una serie di’appunti e di riflessioni sugli avvenimenti tragici già avvenuti, e quelli in divenire. L’ingresso dell’Euro adottato da circa trecento milioni di europei in questi primi giorni del 2002 ha creato in Italia non pochi disagi, per via della doppia circolazione delle lire e ha anche distolto l’attenzione dai problemi più gravi che attanagliano l’umanità dopo la vicenda dell’11 settembre dello scorso anno.Da quella data in poi la vita e la libertà di tutti sono state violate, ivi compresa la vulnerabilità di qualsiasi potenza, non più al sicuro nei cieli, che in futuro dovrà affrontare nuove  e imprevedibili minacce.

Ora le forze terrestri americane continuano a rastrellare alcune caverne dell’Est dell’Afganistan con imponenti bombardamenti aerei, alla disperata ricerca dei terroristi di Al Qaida che fanno capo a Bin Laden,e al mullah. Omar.Ogni giorno si susseguono le voci più disparate sui luoghi dove costoro sarebbero nascosti, altre li danno per morti L’ultima d’oggi è che il primo fugge via mare, mentre il secondo si muove sulla sella di una moto.

Tentiamo adesso di riepilogare i noti antefatti, cercando di ordinare le fila della complessa matassa.Dopo la dichiarazione di guerra al terrorismo da parte degli Stati Uniti, subito seguiti dalla fida Inghilterra, in vari paesi e nel nostro ci sono state numerose manifestazioni di solidarietà.In Italia però ce n’è stata una anti -global di tipo pacifista, molto imponente, cui ha partecipato anche una parte degli aderenti all’Ulivo, e Rifondazione Comunista. che non piaciuta agli alleati d’oltreoceano.Così l’Italia, mentre arrivavano adesioni bellicose da parte degli altri rappresentanti della NATO, e da diversi Paesi, fu esclusa dalle riunioni con i partner che dovevano decidere sulle strategie belliche da adottare per l’intervento.Quest’affronto durò solo qualche giorno perché nell’ottobre ’01, a seguito di una nuova manifestazione d’adesione alla guerra, promossa dal Governo di Berlusconi, con commoventi sventolii di bandiere americane (sembravano tanti figlioletti di Madama Butterfly), i giornali con abbondanti titoloni annunciarono trionfalmente che l’Italia avrebbe partecipato con mezzi e uomini alla guerra.Messe le cose a posto, altri italiani furono felici di entrare nella lotta, evitando il pericolo che la nostra Patria fosse ingiustamente esclusa o declassata dall’èlite mondiale, favorevole all’intervento cruento.Noi siamo convinti che i grandi armamenti delle potenze distruggeranno uomini e cose, i talebani saranno infine sconfitti.I morti innocenti, le migliaia di profughi e le città rase al suolo non si conteranno, mentre altri adepti terroristi, ammesso che si riesca a catturare o ad uccidere Osama Bin Laden ed Omar, mullah dei fanatici studenti islamici, menti della strage compiuta alle Due Torri, si sostituiranno ai loro Capi carismatici, proseguendo col terrore.Finchè l’unica scelta sarà la guerra, troveremo ovunque altri conflitti, laddove,come in Somalia, nelle Filippine,ecc. ci sono focolai di terroristi.Che cosa sarebbe stato meglio fare allora prima di iniziare le ostilità?Lasciare impuniti i responsabili che un tempo erano armati dagli Usa per combattere l’invasione dell’URSS all’Afganistan, oppure non dichiarare guerra, mandando una pattuglia di poliziotti in Afganistan e, in nome della legge ammanettare i due famigerati?.Rispondere non è certo semplice, dopo quei gravissimi avvenimenti che hanno sconvolto la pace, la sicurezza e l’economia di tutti i cittadini del mondo.Forse sarebbe stato meglio tentare di percorrere le vie diplomatiche e pacifiche, prima di iniziare le operazioni belliche.Certamente bisognava punire gli autori, ma dopo avere  trovato il modo per farlo, escludendo le morti innocenti di civili, com’è appena successo in un villaggio dell’Est dell’Afganistan, dove gli americani, sperando di trovare dei talebani hanno ammazzato un centinaio di persone.Così come si poteva tentare di sciogliere alcuni nodi, come quello palestinese-israeliano, restituendo agli arabi i territori occupati durante la guerra del Kippur del 1973.

Chissà che cosa potrebbe succedere se si sospettasse che Bin Laden od Omar avessero trovato rifugio nei famosi sotterranei di Parigi, descritti da Hugo, oppure in quelli di Piazza Duomo a Milano.E se fossero nascosti sott’acqua con la canna di bambù in bocca nella Grotta Azzurra di Capri? La risposta sarebbe ovvia: siluri e bombe a volontà, dando l’addio ai luoghi de i “Miserabili”, alla brutta chiesa meneghina ed ai Faraglioni.

Per tentare di capire il problema palestinese,i massacri compiuti sulla popolazione inerme dai loro numerosi kamikaze, e le difficoltà d’Arafat a frenarle (è dai primi di gennaio che il capo palestinese, essendo accusato di aver fallito la lotta al terrorismo, non può più uscire dal suo paese ed è confinato a Ramallah) proviamo ad intervistare qualche immigrato di religione musulmana per tastarne il polso.Augurandoci che non sia uno dei tanti che l’11 Settembre brindò con i suoi amici per quell’ignobile impresa, parliamo con Mohamed, un giovane falegname egiziano di circa trent’anni.Parla quasi correttamente l’italiano perché è a Milano con la famiglia da circa dieci anni.Lavora bene e sbaglia come i nostri migliori operai dai quali ha attinto anche la loro testardaggine.Nel periodo caldo della guerra, tra ottobre e novembre scorsi, mentre era alle prese con le porte e le tapparelle di una casa a Baggio, gli dichiariamo di essere molto contenti di lui a livello artigianale, ma non che fosse di religione musulmana.Improvvisamente il suo sguardo cambiò, mentre negli occhi balenavano lampi di un fanatismo intriso da una devozione totale, per la causa dei fratelli arabi del medioriente.Capita l’antifona, fiero, e superbo delle sue credenze, non ci è stato difficile portarlo sul terreno che più ci interessava.Così: a ruota libera, si è sciolto e ci ha regalato il suo pensiero sulla guerra.”Gli israeliani se ne devono andare dalle nostre terre” ci ha detto, cambiando il timbro della voce.Come, con la valigia in mano? Abbiamo aggiunto che forse sarebbe meglio convivere in pace con l’atavico nemico, magari dopo la restituzione d’alcuni territori sottratti, evitando gli attacchi suicidi e le ritorsioni israeliane che con bombe, missili e ruspe uccidono e distruggono interi villaggi di povera gente.Ha risposto ironicamente: ”Perché non li fate venire tutti qui in Italia oppure in America con lo spazio che avete?”Poi ha aggiunto che i musulmani non hanno paura della morte, e che gli ebrei, non importa se domani o tra duecento anni, saranno cacciati via dalle terre arabe.

Per dirimere ancora qualche dubbio sull'impossibilità di adottare tutte le misure di sicurezze contro gli attacchi eversivi, o i pazzi suicidi, basterebbe citare l’episodio avvenuto nel pomeriggio del 7 Gennaio quando un quindicenne americano, tifoso di Bin Laden, si è fatto schiantare col suo piccolo aereo che pilotava su un grattacielo della Florida, fortunatamente senza altre vittime.L’11 Gennaio carri armati e bulldolzer israeliani, dopo aver distrutto ottanta abitazioni, nella striscia di Gaza, lasciando senza casa oltre 700.palestinesi, hanno demolito le piste dell’aeroporto.Hanno così proseguito la rappresaglia all’attacco di Hamas, di mercoledì 10 Gennaio, cui hanno perso la vita quattro soldati israeliani e due kamikaze palestinesi (questi ultimi giovani come tutti gli altri eroi nazionali prima di morire si erano fatti follemente filmare in assetto di guerra.)

Nello stesso giorno, ma dall’altro fronte della lotta, il capo della Corte suprema afgana ha affermato che, pur dichiarando guerra al fondamentalismo talebano, la legge islamica non cambierà.Resteranno in vigore il taglio della mano per i ladri recidivi, la fustigazione e la lapidazione per gli adulteri di entrambi i sessi.Ci riesce impossibile capire queste leggi, o quelle ancora più cruente dei talebani, viste in video durante un programma di Santoro,come quella che obbliga una madre a sgozzare il figlio assassino, in pubblico.

Intanto è circolata la notizia che per la ricostruzione dell’Afganistan servono quarantacinque miliardi di dollari, come affermare che le grandi potenze prima distruggono i paesi e poi fanno “una gara”per ricostruirli, alimentando così gli affari.Finiamo con la battuta scherzosa di un amico artista che ci comunica: ” Se non ci fossero state vittime l’11 Settembre, ma solo voli di sedie e tavoli dalle Torri Gemelle, le immagini filmiche di quell’impatto sarebbero state di notevole creatività artistica”!"

 

 

Milano 20/1/02                                                                                                            Antonio Fomez

 

3pittori3

 

 

Scorrendo con gli occhi il titolo della mostra, forse a qualcuno verrà in mente quello più spettacolare dei manifesti teatrali delle riviste d’avanspettacolo che, intorno agli anni 1940/50 pubblicizzava sui muri quante ballerine partecipavano allo spettacolo, confondendo i guardanti con l’inganno, sul numero delle ragazze e delle loro gambe (vale a dire se erano dodici si leggeva: 24 bellissime gambe 24).

Il titolo scherzoso di Trepittori3 è stato scelto dagli autori delle tre mostre personali, non solo per sdrammatizzare questo momento serioso dell’umanità, ma anche per dirimere l’ovvietà di una titolazione che non significa nulla, e che spesso è usata per motivare il raggruppamento di più artisti. In questa nota sciogliamo altresì quell’annodatura fantasiosa, favorendo la lettura delle tre mostre ai visitatori ed agli esperti del settore, evitando difficili elucubrazioni mentali o arrampicate estetiche-giustificative per capire perché due pittori italiani e un russo espongono insieme in uno spazio pubblico di Treviglio. Tralasceremo pertanto qualsiasi confronto artistico o critico tra i tre, che tra l’altro pur prediligendo un certo tipo di figurazione che li accomuna o che talvolta li divide (mentale e stralunante in Coppola, ironica e provocatoria in Fomez, selvaggia e dai forti segni in Serghejev), agevolando invece un pretesto associativo ben più importante. I tre sono amici: uno di un altro e l’altro degli altri due, quindi Trepittori3.

Antonio Fomez

 

segue

 

Enrico Coppola nato a Lecco nel 1958.Ha allestito dagli anni ottanta diverse mostre personali in Italia in gallerie private e pubbliche (a Bergamo, Milano, Sondrio, Viterbo) ottenendo segnalazioni dalla critica in cataloghi e riviste specializzate. La sua pittura, frammista a collages e altri materiali, ha come obiettivo il raggiungimento e la ricerca degli interiorismi talvolta latenti nell’animo umano. Il suo tema preferito è la rappresentazione della figura umana nelle esasperazioni più insolite, e si collega all’arte giovane attuale che circola nel mondo.Le sue opere del 2002 approfondiscono quei temi, raffinando la superficie pittorica.

Enrico Coppola vive e lavora ad Urgnano (Bergamo) in Via Conti Albani 65, Tel.035 891869, e- mail artcop@tin.it. Internet: http://space.tin.it/arte/focop.

 

Antonio Fomez nato a Portici (Napoli) nel 1937.Tra i protagonisti della pop art in Italia intorno agli anni 1963/64, il suo lavoro procede per cicli pittorici. L’ultimo, dopo di quello scultoreo dei “Serpenti & Parenti” del 1997/98, è “Teatrini & Nature”, presentato nel 2000 alla Galleria Vinciana di Milano. Le opere attuali del 2002 fanno parte dell’ultimo ciclo, caratterizzato da una maggiore apertura spaziale e dalla ricomparsa di alcune scalette che modulano le superfici esterne. Tra gli ultimi testi scritti sul suo lavoro, citiamo quelli di Umberto Eco, Gillo Dorfles e Rossana Bossaglia.e Luciano Caramel.

Antonio Fomez vive e lavora a Milano in Via Stendhal 43, c.p.20144, Tel: 02 4230207,e-mail  antonio.fomez@libero.it Internet http://www.antoniofomez.subito.cc

 

Serge Serghejev nato a Feodossia (Ucraina) nel 1951.Ha allestito numerose mostre personali a Mosca, Kiev, Ucraina, Bergamo, Milano, ecc. La sua è una pittura dai vigorosi accenti cromatici: a figure prevalentemente femminili, eseguite con un segno fortemente espressionistico, spesso contrappone o ricrea forme semplificate o astratte. Personalità multiforme quindi, che non è alla ricerca di uno “stile”, come si può verificare nelle tele presenti in mostra, perché: procede liberamente dentro il quadro, con una grande partecipazione emotiva e di gioia ossessionante per la pittura, accumulando idee e temi talvolta volutamente discordi.erge Serghejev vive lavora a Treviolo (Bergamo) in via delle Noci, 16, Tel 035 200465 a-mail   levna.u@libero.it

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Voli difficili sul Mar Rosso(senza il monastero di S.Caterina)

Prima di addentrarci nei fantastici luoghi sinaici, consigliamo al lettore giramondo di diffidare di quelle agenzie che, all’atto della prenotazione del viaggio o del pagamento, danno vaghe indicazioni sugli orari della partenza e del ritorno.Per noi il decollo del volo Milano Sharm El- Sheikh, comunicatoci da una signorina bugiarda della BluVacanze, era prevista o nel primo o nel secondo pomeriggio.Purtroppo, il giorno precedente la nostra partenza, gli orari programmati sono stati cambiati, fissando alle cinque del mattino l’appuntamento per la consegna dei biglietti e nel cuore della notte il ritorno.Per la voglia di tuffarci al più presto nelle azzurre acque del Mar Rosso, sorvoleremo sui disagi della sveglia delle tre e trenta del mattino in auto per la Malpensa, anzicchè col comodo treno o del bus di collegamento, percorrendo tratti dell’autostrada tra piogge torrenziali, smottamenti e alluvioni che in quest’insolito inizio di maggio hanno flagellato la Lombardia.Tralasceremo anche il ritardato imbarco previsto per le ore sette, poi slittato alle otto.Dentro il velivolo ci sorbiamo il primo annuncio del pilota dell’Eurofly che si scusa dell’inconveniente adducendo motivi dovuti all’aeromobile arrivato in ritardo, e ai problemi d’intenso traffico aereo, che troveremo in ogni modo anche a Sharm.Intorno alle nove, quando eravamo ancora fermi e allacciati, ci arriva il secondo annuncio: bisogna sbarcare ed aspettare un paio d’ore al bar che arrivi un pezzo dell’aereo da sostituire, decollando infine intorno alle 13.

Arriviamo all’aeroporto di Sharm con una secca temperatura di 38° che non ci fa rimpiangere l’Italia.Simpatico il primo impatto con i facchini insistenti, alla ricerca della prima mancia.E’ la seconda volta che veniamo qui, la quarta in Egitto e consideriamo Sharm, escludendo la bellezza del suo clima e del mare, tra i più brutti luoghi mai visti.Questa non è neppure una cittadina, ma un posto turistico situato nella punta meridionale della penisola del Sinai (in arabo significa dente), punto d’incontro di continenti e luogo di separazione dei mari, ad ovest il Mar Rosso, ad oriente il golfo d’Aqaba.Sharm è sorto dal niente una ventina d’anni fa su una zona dall’arido deserto montagnoso, senza agricoltura e senza acqua, dove prima abitavano solo i beduini (pare che molti di questi siano ormai diventati ricchissimi pretendendo soldi per il loro deserto rosicchiato dalle costruzioni). In effetti, qui si fa fatica a capire che siamo in Egitto, mancando di qualsiasi riferimento  culturale ammirabile al Cairo o in altre città, se non è perché vediamo da tutte le parti ciarpame e papiri, anonimo com’è il paesaggio con le sue lunghe strade asfaltate corredate da deserti spartitraffico, dove talvolta affiorano cespugli e turzi di palme.Si riscontra più vita in prossimità degli alberghi, o villaggi che siano, dove c’è una vegetazione fiorita e curata con l’acqua desalinizzata.

Sulla costa di Sharm gli operatori hanno costruito con più criterio che non a Hurgada, sull’altra sponda del Mar Rosso, dove lo scempio edilizio è iniziato prima con alberghi alti, raschiando la baia corallina per far posto alle spiagge dal fondo pietroso.Adesso a Sharm le nuove strutture alberghiere, esauriti gli spazi sulla linea costiera del Sinai, propendono verso il deserto e sono tutte non più alte di un piano.Questi complessi crescono velocemente con la medesima tipologia: grande ingresso scenografico sulla strada, per dare spazio ai bus e ai taxi, ampia hall in stile arabo, mentre le camere di cemento a schiera scendono dolcemente verso la piscina, per affacciarsi verso il mare.Ci chiediamo fino a quando durerà questo boom delle costruzioni con l’inevitabile massacro delle coste ed il rischio della saturazione turistica, sebbene oggi ci siano ondate di ricchi russi.

Il centro di Sharm è piccolo e quasi carino; qui come nell’orrenda Naama Bay, non ci sono abitanti residenti, né persone che esercitano altri mestieri se non quelli legati al turismo.Guadagnano pochissimo ma sono in tanti.Il personale che lavora nei negozi, nei ristoranti degli alberghi e i tassisti, tutti di sesso maschile, provengono per la maggior parte dal Cairo o dalle località che si affacciano sul Nilo. I lavoratori vivono a Sharm tutto l'anno, raggiungendo periodicamente le loro famiglie, e dormendo scomodamente nei locali messi a loro disposizione dagli albergatori o delle agenzie, oppure per strada o dentro un’auto.

Una nota lieta dal mare ci arriva dagli efficienti depuratori, che svolgono ottimamente la loro funzione, scaricando i liquami degli hotel nel deserto e rendendo felici i bagnanti per l'acqua pulita.I fondali del Mar Rosso sono tra le meraviglie del nostro pianeta.Flora e fauna tingono il mare di un’infinità di colori, e grandi colonie di coralli nascondono stupende grotte violacee.Per chi pratica lo snorking è un piacere immergersi in queste acque limpide, accanto alle meraviglie naturali, vicino alla costa del proprio albergo.Anche perché si ha l'occasione di risparmiare l’escursione alla baia corallina, guizzare con i pesci variopinti grandi e piccoli che li girano intorno, non temono la sua presenza dell’uomo, perché sanno di non essere commestibili.

Ritorniamo a Milano dopo tre ore di ritardo coll’aereo zeppo d’italiani col papiro in mano.Apprendiamo da un amico che suo figlio con la ragazza, anch’essi diretti a Sharm, sono venuti a sapere all’ultimo momento da un operatore turistico che il loro viaggio, non solo aveva subito cambiamenti d’orari, ma anche d’albergo.Che dire dunque su questi intoppi che danneggiano il viaggiatore sia pure in un modo meno pesante rispetto a quanto può accadere con le agenzie truffaldine?Nell’attesa di una migliore disciplina dei voli charter, il turismo di massa, sempre a caccia d’offerte economiche, è destinato soccombere di fronte alle bugie da parte dei Tour Operator.La maggior parte delle persone che si recano nel Mar Rosso sono residenti nel Nord d’Italia.Per costoro, concedersi una vacanza da queste parti, con due ore di volo in più rispetto ad un viaggio sulle coste italiane, è più a buon mercato che scegliere le nostre splendide isole, senza dimenticare che nella penisola sinaica, la pioggia non cade mai.

Per quanto ci riguarda non vediamo l’ora di ritornare al più presto in questi luoghi, che ci asciuga le ossa, con un volo di linea più costoso ma puntuali, desiderosi anche di scrivere una nuova Guida Turistica di Sharm El-Sheikh.

Milano 15/05/02                                                            Antonio Fomez

 

 

Nota del 4 /9/2002 Siamo appena ritornati da Sharm, anche questa volta con un volo charter, cambiando operatore turistico: ma la Teorema non ha svolto un servizio migliore della Blu Vacanze.Stesso problema con i voli.Appuntamento a Malpensa alle cinque del mattino: alle sei ci hanno comunicato che l’aereo da duecentocinquanta posti che doveva portarci a Sharm era guasto e pertanto un centinaio di viaggiatori sarebbero partiti nel tardo pomeriggio verso le ore 18, dopo una permanenza in un hotel di Stresa e con un rimborso spese di alcuni d’euro.

 

 

Voli difficili sul Mar Rosso

Prima di addentrarci nei fantastici luoghi sinaici, consigliamo al lettore giramondo di diffidare di quelle agenzie che, all’atto della prenotazione del viaggio o del pagamento, danno vaghe indicazioni sugli orari della partenza e del ritorno.Per noi il decollo del volo Milano Sharm El- Sheikh, comunicatoci da una signorina bugiarda della BluVacanze, era prevista o nel primo o nel secondo pomeriggio.Purtroppo, il giorno precedente la nostra partenza, gli orari programmati sono stati cambiati, fissando alle cinque del mattino l’appuntamento per la consegna dei biglietti e nel cuore della notte il ritorno.Per la voglia di tuffarci al più presto nelle azzurre acque del Mar Rosso, sorvoleremo sui disagi della sveglia delle tre e trenta del mattino in auto per la Malpensa, anzicchè col comodo treno o del bus di collegamento, percorrendo tratti dell’autostrada tra piogge torrenziali, smottamenti e alluvioni che in quest’insolito inizio di maggio hanno flagellato la Lombardia.Tralasceremo anche il ritardato imbarco previsto per le ore sette, poi slittato alle otto.Dentro il velivolo ci sorbiamo il primo annuncio del pilota dell’Eurofly che si scusa dell’inconveniente adducendo motivi dovuti all’aeromobile arrivato in ritardo, e ai problemi d’intenso traffico aereo, che troveremo in ogni modo anche a Sharm.Intorno alle nove, quando eravamo ancora fermi e allacciati, ci arriva il secondo annuncio: bisogna sbarcare ed aspettare un paio d’ore al bar che arrivi un pezzo dell’aereo da sostituire, decollando infine intorno alle 13.

Arriviamo all’aeroporto di Sharm con una secca temperatura di 38° che non ci fa rimpiangere l’Italia.Simpatico il primo impatto con i facchini insistenti, alla ricerca della prima mancia.E’ la seconda volta che veniamo qui, la quarta in Egitto e consideriamo Sharm, escludendo la bellezza del suo clima e del mare, tra i più brutti luoghi mai visti.Questa non è neppure una cittadina, ma un posto turistico situato nella punta meridionale della penisola del Sinai (in arabo significa dente), punto d’incontro di continenti e luogo di separazione dei mari, ad ovest il Mar Rosso, ad oriente il golfo d’Aqaba.Sharm è sorto dal niente una ventina d’anni fa su una zona dall’arido deserto montagnoso, senza agricoltura e senza acqua, dove prima abitavano solo i beduini (pare che molti di questi siano ormai diventati ricchissimi pretendendo soldi per il loro deserto rosicchiato dalle costruzioni). In effetti, qui si fa fatica a capire che siamo in Egitto, mancando di qualsiasi riferimento  culturale ammirabile al Cairo o in altre città, se non è perché vediamo da tutte le parti ciarpame e papiri, anonimo com’è il paesaggio con le sue lunghe strade asfaltate corredate da deserti spartitraffico, dove talvolta affiorano cespugli e turzi di palme.Si riscontra più vita in prossimità degli alberghi, o villaggi che siano, dove c’è una vegetazione fiorita e curata con l’acqua desalinizzata.

Sulla costa di Sharm gli operatori hanno costruito con più criterio che non a Hurgada, sull’altra sponda del Mar Rosso, dove lo scempio edilizio è iniziato prima con alberghi alti, raschiando la baia corallina per far posto alle spiagge dal fondo pietroso.Adesso a Sharm le nuove strutture alberghiere, esauriti gli spazi sulla linea costiera del Sinai, propendono verso il deserto e sono tutte non più alte di un piano.Questi complessi crescono velocemente con la medesima tipologia: grande ingresso scenografico sulla strada, per dare spazio ai bus e ai taxi, ampia hall in stile arabo, mentre le camere di cemento a schiera scendono dolcemente verso la piscina, per affacciarsi verso il mare.Ci chiediamo fino a quando durerà questo boom delle costruzioni con l’inevitabile massacro delle coste ed il rischio della saturazione turistica, sebbene oggi ci siano ondate di ricchi russi.

Il centro di Sharm è piccolo e quasi carino; qui come nell’orrenda Naama Bay, non ci sono abitanti residenti, né persone che esercitano altri mestieri se non quelli legati al turismo.Guadagnano pochissimo ma sono in tanti.Il personale che lavora nei negozi, nei ristoranti degli alberghi e i tassisti, tutti di sesso maschile, provengono per la maggior parte dal Cairo o dalle località che si affacciano sul Nilo. I lavoratori vivono a Sharm tutto l'anno, raggiungendo periodicamente le loro famiglie, e dormendo scomodamente nei locali messi a loro disposizione dagli albergatori o delle agenzie, oppure per strada o dentro un’auto.

Scartata l’ipotesi delle salate escursioni marine o delle improbabili cammellate nel deserto (seguite dal pranzo nelle tende beduine che rendono felici i turisti convinti che il cibo è cucinato dai beduini, mentre in realtà è fornito dai ristoranti convenzionati), propendiamo per una visita culturale al Monastero di S. Caterina, situato nella parte centrale della penisola del Sinai.Dopo circa due ore di viaggio il bus si ferma per una sosta ai piedi di una bellissima vallata, con il palcoscenico di un cammello che mangia davanti alla baracca posticcia di un beduino, come in una scenografia teatrale.La beduina velata, con i suoi bambini vestiti con luridi stracci, vende come souvenir sassi incisi e tagliati perfettamente, collanine e ciarpame vario (di sicuro importato dalla specialista Napoli).Segue l’offerta di tè che ci siamo ben guardati dal bere, così come di utilizzare la toilette di cemento sulla sabbia, a disposizione dei turisti.

 Il Monastero di S: Caterina, costruito nel III secolo si trova all’incirca nella parte centrale del Sinai in una spettacolare vallata con le montagne “ a dente”, rivelando il suo fascino migliore.In alto si vede il famoso Monte Sinai dove Mosè ricevette le Tavole, mentre più avanti c’è il confine con Israele, dove nel ‘67 ci fu la guerra dei sei giorni e quella del Kippur nel ’73.Si entra nel Monastero dall’unica porta d’ingresso.Ma è proibito entrarvi in abiti succinti o in calzoncini corti, così infilano addosso a quelli ritenuti non idonei al luogo sacro, un barracano zozzo e stracciato per una mancia, come fanno i siciliani nel Santuario di Tindari con una gonna.Cominciamo la visita tra la folla, che si accalca per vedere le icone e i vecchi manoscritti eseguiti dai monaci nell’antichità.L’interno, rifatto a più riprese nelle varie epoche, così come il campanile del XVII sec.,è un gran cantiere in divenire, con nuove celle di cemento per i monaci ortodossi che vivono lì.Nella navata centrale della piccola chiesa annessa al Monastero, arieggia kitsch da tutte le parti, per la dubbia ristrutturazione in corso e per i brutti lampadari d’ottone che, scendendo dall’alto sulla testa dei visitatori, coprono quasi completamente lo stupendo mosaico bizantino dell’abside.A questa straordinaria“Resurrezione”del VI sec.,hanno anteposto alti e stupidi candelabri che s’innalzano dall’altare.Per vederlo da vicino, sebbene sarebbe giusto apprezzarlo dall’ingresso senza impedimenti, si deve sopportare la calca della folla e l’esborso di un supplemento aggiuntivo.

Prima di rientrare in albergo c’è stata inflitta un’altra sosta obbligata di due ore all’Istituto dei Papiri, in affari con le Agenzie e le guide, dove si vendono le solite paccottiglie per i turisti scemi.Noi abbiamo preferito occupare quel tempo facendo shopping d’acqua minerale e sigarette con l’autista, che ci ha offerto uno schifoso caffè alla turca.

Infine, una nota lieta dal mare ci arriva dagli efficienti depuratori, che svolgono ottimamente la loro funzione, scaricando i liquami degli hotel nel deserto e rendendo felici i bagnanti per l'acqua pulita.I fondali del Mar Rosso sono tra le meraviglie del nostro pianeta.Flora e fauna tingono il mare di un’infinità di colori, e grandi colonie di coralli nascondono stupende grotte violacee.Per chi pratica lo snorking è un piacere immergersi in queste acque limpide, accanto alle meraviglie naturali, vicino alla costa del proprio albergo.Anche perché si ha l'occasione di risparmiare l’escursione alla baia corallina, guizzare con i pesci variopinti grandi e piccoli che li girano intorno, non temono la sua presenza dell’uomo, perché sanno di non essere commestibili.

Ritorniamo a Milano dopo tre ore di ritardo coll’aereo zeppo d’italiani col papiro in mano.Apprendiamo da un amico che suo figlio con la ragazza, anch’essi diretti a Sharm, sono venuti a sapere all’ultimo momento da un operatore turistico che il loro viaggio, non solo aveva subito cambiamenti d’orari, ma anche d’albergo.Che dire dunque su questi intoppi che danneggiano il viaggiatore sia pure in un modo meno pesante rispetto a quanto può accadere con le agenzie truffaldine?Nell’attesa di una migliore disciplina dei voli charter, il turismo di massa, sempre a caccia d’offerte economiche, è destinato soccombere di fronte alle bugie da parte dei Tour Operator.La maggior parte delle persone che si recano nel Mar Rosso sono residenti nel Nord d’Italia.Per costoro, concedersi una vacanza da queste parti, con due ore di volo in più rispetto ad un viaggio sulle coste italiane, è più a buon mercato che scegliere le nostre splendide isole, senza dimenticare che nella penisola sinaica, la pioggia non cade mai.

Per quanto ci riguarda non vediamo l’ora di ritornare al più presto in questi luoghi, che ci asciuga le ossa, con un volo di linea più costoso ma puntuali, desiderosi anche di scrivere una nuova Guida Turistica di Sharm El-Sheikh.

Milano 15/05/02                                                                                               Antonio Fomez

 

 

Nota del 4 /9/2002 Siamo appena ritornati da Sharm, anche questa volta con un volo charter, cambiando operatore turistico: ma la Teorema non ha svolto un servizio migliore della Blu Vacanze.Stesso problema con i voli.Appuntamento a Malpensa alle cinque del mattino: alle sei ci hanno comunicato che l’aereo da duecentocinquanta posti che doveva portarci a Sharm era guasto e pertanto un centinaio di viaggiatori sarebbero partiti nel tardo pomeriggio verso le ore 18, dopo una permanenza in un hotel di Stresa e con un rimborso spese di alcuni d’euro.

Cammellata nel deserto (1)

Con due ragazze inglesi arrivo sul posto ad una decina di minuti dall’albergo, scoprendo un deserto polveroso e ghiaioso, che non ha niente a che fare con quello bianco e dalla sabbia sottile già visto ad Assuan, nell’Alto Egitto.La guida ci fa scendere davanti ad un accampamento di beduini, architettato e ideato dalle compagnie di viaggi, per riempire gli occhi al turista, con le sue baracche artefatte che sa molto di posticcio. Infatti, ci fanno entrare in un recinto con delle tende aperte, con cuscini e sedili bassi sparsi a terra e un narghilè per fumare, circondati da tappeti: in bella vista, soprattutto per meravigliare, ricevuti da quattro beduini col barracano bianco, tra i quali un gay, che ci offre il the. Ci assegnano tre cammelli che si muovono lentamente con noi in groppa, mentre le briglie delle bestie sono tenute in mano da due arabi, uno giovane e un altro anziano, che procedono a piedi. La durata programmata del giro è di un’ora, attraversando una pista dura come il cemento e con qualche buca, passando per gole e sentieri di un certo fascino, con davanti un desolante spazio. Dopo qualche minuto entriamo nella bella vallata del parco montagnoso di Sharm-El Sheikh, situata nella punta meridionale della penisola del Sinai, che com’è noto fu in mano israeliana fino al 1980.Dopo una ventina di minuti in groppa al cammello, facciamo un giro tra le valli, senza alcuna possibilità di variare rotta: mi sembra d’essere io quello tenuto al guinzaglio dal giovane arabo, come fossi suo figlio, o anche di essere alla prima lezione d’equitazione in un maneggio.Guardo le cime delle montagne frastagliate e quelle più geometriche che cominciano a darmi noia e fastidio, anche perché, nel frattempo, il mio interesse è di mettere in salvo il sedere, molto provato dalla dura sella di legno del cammello. Quindi, per evitarmi un’uretrite a causa dello sballottamento, dopo qualche buca o duna che sia, chiedo al ragazzo di scendere e di proseguire a piedi, sperando che l’ora prevista per il fantastico giro finisca in fretta. Il giovane, appena ridiscendo dalla scomoda posizione, mi chiede se, per liberarmi dal peso della borsa che custodisce la pesante macchina fotografica, può collocare la stessa su uno degli appigli della sella del cammello e, contemporaneamente, mi affida la corda della bestia, con una sorta di benevola fiducia, come fosse un direttore d’orchestra che durante una pausa per andare in bagno, porge la bacchetta al primo violino. Rifiuto però la sua cortese proposta non fidandomi di lui perché, se il cammello è un istruito furfante e scappa tra le montagne con la mia borsa, come posso inseguirlo e recuperare la mia amata Minolta? Finalmente facciamo una sosta e, mentre in quattro scaliamo una collinetta per ammirare lo spazio infinito di un cartolinesco tramonto, l’arabo anziano rimane sotto in compagnia dei tre cammelli. Scattiamo le foto con le nostre macchine e colgo un siparietto di tenerezza tra le due ragazze inglesi, quasi convincendomi che sono lesbiche. Riprendiamo il cammino con Susy, che approfitta della sosta per proseguire anche lei come me a piedi, ma con lo sguardo spesso rivolto verso l’alto, ad incrociare quello della sua amica.Intanto, il cammelliere giovane lascia scivolare sulla corda la mano e tocca inequivocabilmente la mia stringendola, con l’aggiunta di un languido sospiro. Faccio finta di niente e gli faccio capire con garbo che preferisco tenere da solo la corda e dirigere il cammello. Ad un certo punto però, udendo un gran frastuono di motori, mi giro e vedo alle spalle una lunga fila di moto a quattro ruote, che stanno per sopraggiungere sulla nostra pista. Non mi resta di meglio da fare, per favorire il passaggio al folto gruppo dei motociclisti italiani, ed evitare guai a noi, che provocare un repentino strappo alla corda, per dirigere il cammello tra le sterpaglie disseminate alla mia destra. Questo strattone fa però leggermente inciampare l’animale; girandomi, infatti, incontro il suo sguardo incavolato che infine mi fa decidere a passare la corda al cammelliere più esperto di me. Passano i ragazzi della ”Motorata nel deserto”, costata 50 euro, tutti protetti da uno straccio arabo sulla bocca, mentre noi ci avviciniamo alla conclusione del magnifico tour, con i polmoni pieni di polvere. La gita finisce alle 20 in pieno buio, mentre dal taxi scruto una teoria di beduini in cammino, forse stanchi della dura giornata di lavoro, come i nostri metalmeccanici che escono dalla fabbrica. Immagino tra me e me che, dopo aver lasciato il cammello al parcheggio, forse in un altro, nascosto tra le dune, li attenda un’utilitaria che li condurrà a casa.

Montiamo sul nostro taxi, percorrendo nel buio la zona desertica che ci porterà verso l’uscita. In lontananza scorgiamo una zona illuminata a giorno, con fari e luminarie dappertutto, come da noi a Piedrigrotta, addobbata per la “Cena beduina nel deserto”, per soli 50 euro e per i soliti turisti scemi, che si svolgerà dalle 20 in poi. Allegria!

Milano 27 sett.2003                                                                                                                   Antonio Fomez

(1) Questo pezzullo è tratto da una trentina di pagine dal titolo “Gli appunti egiziani”, scritte nell’estate del 2003.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il già fatto

 

 

Infinite sono le fonti cui si abbeverano poeti e artisti, alla ricerca di temi nuovi: tra i più gettonati quelli sulla natura, del tramonto sul mare o dell’alba in campagna, o dei sogni della donna amata, ricordati al risveglio. Per non trascurare i voli degli uccelli, dei gabbiani feriti o i cavalli scalpitanti, nonché deliri e angosce esistenziali. Fortunatamente sono in netto calo testi e rappresentazioni populistiche di autori sponsorizzati dai partiti, mentre cresce l’interesse per le grandi carte fotografiche, dal forte impatto scenografico che – nonostante la palese vacuità - sono ugualmente vendute a prezzi salati, agli ingenui dell’ultima ora.

Nel campo della pittura la sciagura maggiore è quella di operare, oltre che sui temi già detti, se non nel sogno utopico di una nuova godibilità della materia cromatica, sulla trasformazione del paesaggio naturalistico e della figura umana e, nel peggiore dei casi, della sua geometrizzazione.

Un’altra via percorribile per gli artisti potrebbe essere quella di non creare niente o di recuperare il già fatto, economizzando sull’invenzione: orecchiare episodi di cronaca o citare esperienze di vita vissuta occorse al vicino di casa sono due possibilità.

Non esenti dalle comuni crisi esistenziali, ci rifugiamo nelle braccia dell’amica che c’ispirò il ciclo “Serpenti &Parenti” del 1997 (qui ripubblichiamo, dello stesso anno, “Il giardino di Armida” di Eco), per noi fonte inesauribile d’idee, per via dei guai che continuano a pioverle addosso e che la costringeranno, nella speranza che un santo possa donarle qualche momento di pace, ad un pellegrinaggio da Padre Pio a S.Giovanni Rotondo. Questa volta la nostra Musa ispiratrice, durante alcuni lavori di ristrutturazione, ha subìto seri danni ad una scultura di terracotta collocata sul timpano, all’esterno della sua casa. Da questo problematico restauro ha preso avvio la produzione delle nostre prime pseudopoesie del 2002, una delle quali è qui pubblicata.

In questa mostra nella storica Libreria Bocca, presentiamo lavori recenti e, in anteprima, le opere del 2003 facenti parte del nostro XXII ciclo artistico dal titolo: “Fino all’ultimo bambino”.

 

 

Milano 11 maggio 2003                                                                         Antonio. Fomez

Omaggio alla festa delle donne

Chissà se esiste un vaccino per quelle persone affette da idiosincrasie festaiole, buono a farle sopravvivere durante le feste medesime, le quali sono godibili, forse, solo da quei bambini fortunati che ricevono i regali.Quelle pazienti considerano, infatti, certe ricorrenze come il Natale, ed in sintonia con quanto ha detto recentemente il Papa, una festa sacra diventata un’orribile occasione per consumare ancora di più oggetti e distribuirli senza nemmeno felicità se non quella di un attimo.Alla fine le feste non sono per nulla delle gaiezze, ma ipocrite e vuote ritualità spogliate di significato, buone spesso a scatenare nostalgiche ideologie, come avviene per la festa degli alpini, col risultato di svilirle del loro autentico contenuto.Tra queste, quelle della donna, ridotta da qualche tempo ad un’orgia consumistica di mimose e di strenne, sarebbe invece da ricordare simbolicamente come un rinnovo d’amore e di stima della coppia, invece di tramutarla in una sfida impari nei confronti dei maschi, quando oggi le donne hanno pari opportunità. Piuttosto, la festa dell’8 Marzo, meriterebbe un protocollo più semplice, sostituendo i doni con pensieri e sguardi d’intesa, evitando che questo giorno più che rappresentare quello delle donne diventi la festa dei fiorai, così come l’ultimo anniversario di S.Valentino, quella delle pasticcerie che vendono i Baci Perugina e delle aziende telefoniche,con i suoi 20 milioni di messaggini spediti dagli innamorati.

D’altro canto la querelle sulle donne, specie sul loro aspetto fisico, è un argomento che mette d’accordi tutti gli uomini, come accade per la nazionale di calcio, la pizza, il culto della mamma e il Festival di Sanremo.Delle ragazze, i maschi preferiscono ricordare gli approcci puberali, che procuravano i loro primi subbugli, o magari citare quella avevano idealizzato da sempre, senza mai trovarne una suppletiva. Così come un fanciullo d’alcuni secoli fa, si sarebbe turbato e li avrebbe ricordati per tutta la vita vedendo i procaci dipinti delle Veneri nude di Giorgione o Tiziano, o quelle sensuali di Rubens. Attualmente, sebbene un uomo più stagionato ricordi la bellezza delle gambe della Mangano in “Riso amaro”, o quelle della Cardinale o della Sandrelli, apprezza meno l’aspetto fisico della donna, preferendone l’intelligenza  ed il suo stipendio.Oggi i giovani s’appassionano per i nudi fotografati sui calendari e sui rotocalchi, che propagandano vermouth o auto, con sopra gli scultorei corpi di Monica Bellucci e della Kidman, le immagini osées  su Internet, se non per quelle in contorsione istupidita, delle anoressiche veline di Canale 5, disponibili ai calciatori miliardari.

Nel nostro omaggio alle donne, preferiamo tralasciare quelle fortunate e dalla carriera folgorante, eludendo così la tentazione di profferire malignità sul come arrivarono al successo. Né cadiamo nella trappola di idolatrare queste Muse ispiratrici di poeti e artisti,o quelle madri che si fanno succhiare il seno dai loro famelici poppanti,anzicchè nutrirli col latte artificiale, o commiserare quelle stuprate.Cosi come non sarebbe elegante la citazione della loro negatività e capricciosità, perché abbiamo fatto un fioretto; ometteremo pertanto le adultere bugiarde, quelle che mercificano il loro corpo o quelle affidatarie di figli, che si vendicano con gli ex mariti con l’ostracismo verso di loro.Citeremo solo la giovane moglie rumena di un amico lombardo, la quale rientra alle cinque del mattino da una discoteca e ai rimproveri dell’uomo afferma che lo fa per esercitare la sua libertà.

Più interessante è invece additare quelle della porta accanto o quelle che s'incontrano nella vita di tutti i giorni, fuori della luce dei riflettori, insegnanti, operaie, colf, o le casalinghe,sempre più in via d’estinzione.Molte di costoro, quando s’ imbattono in un marito egoista, sono votate al martirio, perché passano le giornate tra lavoro, carichi domestici e scarrozzamenti di figli, per accompagnarli in piscina o in palestra.,se non badando ai genitori anziani e malati.

All’uscita di questo pezzullo, alcuni lettori potranno anche affermare che abbiamo scritto delle sciocchezze, ma non potranno accusarci d’essere settario o razzista.Per evitare ciò, non dimenticheremo le giovani donne straniere che vivono in Italia, emigrate per la maggior parte dalle Filippine o dai Paesi dell’Est, le quali hanno scelto per fame di sposare un uomo italiano più anziano di vent’anni, che forse non ameranno mai. Infatti, molte di queste sciagurate, specie quelle più esperte dell’Est, raggiunto il matrimonio  mirano con la successiva separazione all’assegno alimentare, cui sarà costretto a versarle l’innamorato deluso, per spenderlo magari in compagnia di uno più giovane del marito incitrullito.

In percentuale, è noto che l’uomo sia più indulgente e meno umorale della donna. Così, se nel famoso giorno dell’8 Marzo, durante la sosta al semaforo, gli laveranno un parabrezza che non voleva pulire, mentre un altro gli smercerà un mazzetto di mimose sul sedile, ignorando che alla guida dell’auto ci sia uno che ha dimenticato di comprarle, un vedovo, un divorziato o un fresco uxoricida, accetterà servilmente la violenza, perché non c’è tempo di discutere sul prezzo col semaforo verde e con gli automobilisti che strombettano.

La sequenza finale della giornata mitica  inizia col film dell’uomo inquadrato in campo americano;  egli torna a casa esausto dal lavoro, ma raggiante, col uno smagliante sorriso che arriva fino alle orecchie, che egli  verifica nello specchio dell’ascensore; ha un mazzolino di mimose in mano, e sta ripassando il versetto poetico incluso nel cioccolatino da recitare alla sua amata.La scena successiva mostra in campo medio la donna che apre la porta, offrendogli un bacio in lacrime, attirando sull’affannoso petto le poche mimose (qui ci vuole un primo piano).Ma l’uomo all’improvviso, scuro in volto, ritira la lingua e trascolora , perché scorge in campo lungo oltre la soglia, una quantità di fiori disposti negli angoli della sala, paventando chissà quale disgrazia. Cambia però umore, quando la moglie spiega che ha comprato quei fiori temendo il suo oblio per la festa, com’era successo il precedente anno. L’ipotetico film si conclude con una scenata di gelosia dell’uomo infuriato e dubbioso sulla genesi dei mazzi e, con una ripresa dall’alto, dell’arrivo di un’autoambulanza.Un consiglio per le donne: se in quella data un cascamorto o amico vi regala mimose, è meglio buttarle via, ma non nella pattumiera di casa, perché alla lunga il loro effluvio è insopportabile.Omaggio e perdono a tutte le donne!

 

Milano 16 Febbraio 2003                                                                        Antonio Fomez

e-mail: antonio.fomez@libero.it
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                            Ricordo di Stromboli

Tutti sanno che nel gennaio scorso la popolazione di Stromboli è stata messa a dura prova da distacchi di pareti rocciose e da ondate gigantesche che causarono preoccupanti maremoti.Guardando allora in Tv la scena del crollo ho riconosciuto l’estremità di quel costone che adesso è finito in acqua, che vidi negli anni sessanta quando, con un  mio amico, ci ho sostato durante una vacanza in agosto.Il viaggio in traghetto da Napoli fu abbastanza interessante perché trovammo la compagnia di una scolaresca francese.Arrivati al mattino al largo di Stromboli, una barca ci traghettò nell'isola insieme ai francesi, coi quali ci proponemmo di ricongiungerci la sera stessa, su alcune grotte situate accanto al cratere,dove con la loro guida avremmo visto da vicino l’eruzione del vulcano,e  dormito in una grotta rifugio. L'isola di Stromboli, negli anni sessanta, come tutte le Eolie, aveva in quell'epoca il fascino primitivo, in gran parte intatto, delle isole incantate toccate da Ulisse nel suo lungo peregrinare al ritorno da Troia. Nell'isola non c'erano strutture alberghiere per accogliere i turisti, ma si poteva trovare qualche camera a buon mercato, ma che non faceva al caso nostro perché avevamo pochi soldi e provviste mangerecce. Così, montiamo la tenda canadese a due posti, sistemandola nei pressi del porticciolo sulla spiaggia lavica libera e, all'ombra di un succulento albero di fichi. .Finchè non cominciammo la salita intorno alle 19,  attraversando la carrozzabile asfaltata e sperando d’incontrare i ragazzi francesi.Eravamo sicuri di ritrovarci con loro sulla vetta ,ma l’errore fondamentale che commettemmo alla partenza fu quello che, per evitare la calura sicula del pomeriggio, ci muovemmo dal paese  troppo tardi, mentre per la nostra avventurosa gita senza una guida locale, bisognava partire almeno due ore prima, per raggiungere la cima col chiaro.Nonostante le ore di scalata, seguendo itinerari di volta in volta improvvisati, non si vedeva sopra di noi la meta e la giornata volgeva la termine. Non sapevamo quanti dei 950 metri necessari per arrivare alla vetta avevamo già compiuti, né che cosa c'era avanti a noi quando ci colse la notte, con un buio piuttosto cupo e con la sommità dello Stromboli ancora lontana.In quel momento l’eruzione di fuochi e lapilli ci affascinavano, mentre nello stesso tempo diventava arduo scalare quei sentieri in pendenza, a notte fonda, senza una torcia e le scarpe adeguate e, con addosso solo  una maglietta sui i calzoni corti..Cala la notte: siamo affamati e assetati, ormai convinti che nessuno può aiutarci e che i ragazzi francesi avessero proseguito per altri percorsi. Ma, finalmente abbiamo fortuna! Dopo aver proseguito l’ascesa, dopo quarantacinque minuti di problematiche arrampicate al buio, perché non c’era altro da fare, arriviamo quasi alla vetta con la cima dello scomparso costone citato all’inizio. Dopo qualche centinaio di metri più avanti, vi era un vasto pianoro chiuso da formazioni di roccia perpendicolari e disposte ad anfiteatro: era certamente lì che dovevano esserci le grotte in cui si poteva passare la notte. Ci dirigemmo in quella direzione, attingendo nuove energie dalla sicurezza di poterci finalmente riposare e rifocillare con le risorse francesi, resistendo al desiderio di dare uno sguardo al magnifico spettacolo che ci offriva la vista ravvicinata di un'eruzione.

Vidi dal limite del pianoro una fumarola compatta di vapore che avanzava, veloce, verso di noi e avvertii, nel frattempo, un forte odore di zolfo.Antonio prima di me capì che correvamo il rischio, in caso di proseguimento, di morire asfissiati dalle esalazioni sulfuree: mi afferrò per un braccio urlandomi di tornare indietro sullo stretto sentiero da cui provenivamo. Ci trovammo così obbligati a passare la notte su una piazzola di due metri per due cosparsi di sassi, appena sotto il costone finito in mare, che affacciava ad Oriente sul precipizio di cui non si vedeva la fine, mentre a ad Occidente, poco più in basso di me, e quasi a contatto fisico, vi erano due bocche eruttive. Una bocca eruttava ininterrottamente emettendo un sordo brontolio e una miriade di lapilli incandescenti. L'altra bocca, situata leggermente più in basso, eruttava con un rumore assordante una quantità di lapilli incandescenti impressionanti. Fu uno spettacolo affascinante e terribile, una dimostrazione della potenza della natura da contemplare per tutta la notte, che ricordo tuttora.

Col riluttante Antonio, la spuntai decidendo di sostare sul malsicuro spazio, supino come sul letto, ma con la resistenza di un fakiro e con i piedi penzolanti sul burrone, mentre lui preferì sedersi.Lo spettacolo che ammirammo era fantastico, circondati com’eravamo da fuochi e fiammelle e, mentre il cratere schioppiettava eruttando, il magma incandescente scorreva sulla parete del costone, scivolando in mare con le pietre, a ritmi continui.Così, nonostante la scomoda posizione, piombo nel sonno per alcune ore, per niente preoccupato che, con un minimo movimento nel dormiveglia posso in modo irreparabile cascare giù. Antonio, a suo dire, rimase accoccolato nella notte senza chiudere occhio,mentre alle prime luci dell’alba ridiscendemmo affamati, cibandoci lungo il percorso di more e di qualche fico, assetati come fossimo nel bel mezzo del Sahara invece che nel centro del Mediterraneo

12 Marzo 2003                                                                         Antonio Fomez

Riflessioni e saccheggi

In altre occasioni abbiamo già espresso le nostre perplessità a proposito dell’illusoria strategia di certi Paesi guerraioli, di spegnere taluni focolai terroristici sparsi nel mondo, bombardando quelle località. Purtroppo, e lo dimostrano i recenti conflitti in Afghanistan e in Iraq, scoppiati con lo scopo di sconfiggere il terrorismo, tutto questo non è servito che ad aumentare i gesti criminali suicidi. Gli avvenimenti dello scorso maggio parlano chiaro, come pure i continui attacchi nei territori occupati da Israele, seguiti dal massacro kamikaze di Casablanca. Centinaia di morti e feriti a Riad, capitale dell’Arabia Saudita, amica dell’America, rappresentano una ritorsione compiuta da esponenti di Al Quaeda contro la guerra scatenata dagli americani in Iraq. A Riad, alcuni kamikaze a bordo di auto e camion carichi di esplosivo si sono scagliati verso le ville residenziali abitate da americani, occidentali e ricchi arabi, mentre il giorno prima dieci americani sono caduti vittima di un’altra strage suicida.

Chissà quanti si renderanno conto che la guerra in Iraq, scoppiata inutilmente, con la scusa che l’invasione sarebbe servita alla distruzione delle armi chimiche di massa (peraltro mai trovate), sta trascinando con sé un seguito di violenze e di vendette previste solo dalle persone di buon senso, tant’è vero che il 17 marzo scorso, tre giorni prima dell’invasione in Iraq, un portavoce del Papa dichiarò: “Chi decide che i mezzi pacifici sono esauriti si assume una gran responsabilità davanti a Dio e alla storia”.

Con la caduta del regime iracheno, gli interventisti favorevoli alla guerra erano raggianti per la vittoria conquistata, perché oltre a snidare una bella frangia di fetenti, essa avrebbe definitivamente debellato il terrorismo. L’errore sta proprio in quest’idea pretestuosa, perché non basta certo il dispiegamento di bombe e di armi “intelligenti” per debellare il terrorismo.

Né bisogna trascurare che l’estremismo religioso attua strategie e comportamenti assolutamente incontrollabili (oltre che incomprensibili), basti pensare ai festeggiamenti che le famiglie dei martiri kamikaze organizzano all’indomani degli attentati. Pertanto, in avvenire, visti gli effetti cruenti che seguono le guerre, bisognerà tentare di capire come estirpare preventivamente il male, chiedendosi ad esempio perché la maggior parte del mondo musulmano nutra un odio così profondo verso quello americano e inglese.

Ma, concediamoci anche una pausa più leggera, citando due delle querelle tragicomiche legate al conflitto in Iraq, riguardanti la ricostruzione del paese. Molti governi, compresi la Francia e la Germania, contrari all’intervento bellico per motivi utilitaristici, oggi vogliono assolutamente partecipare alle commesse per la ricostruzione. Gli USA hanno risposto di no perché nella guerra hanno impegnato direttamente uomini e soldi, mentre l’alleato Blair vuole che su questa partita sia l’ONU a decidere. Infine, nella distrutta Bagdad ci sono stati i saccheggi della gente povera: simbolica l’immagine Tv della ruota dell’auto portata via, che rotola sulla sabbia.del deserto, e che ricorda episodi analoghi, ancorché non documentati dalla televisione. La memoria ci riporta a Portici, nei dintorni di Napoli, nel 1945, quando le truppe fasciste e tedesche in ritirata abbandonavano le caserme lasciando incustodite gli stabilimenti alimentari. La popolazione, con tutti i mezzi, cominciò ad asportare ogni tipo di materiale: dalle coperte alle selle dei cavalli, dai pellami alle fruste, alle divise militari, alle confezioni di marmellata o di pesche sciroppate.

Chiudiamo segnalando lo spettacolo televisivo da poco concluso “Tutta la guerra minuto per minuto”, in cui, sia pure sullo sfondo di immagini straordinarie, sono state ascoltate non poche stupidaggini. Ne saccheggiamo una proferita da un ministro nel corso del programma “Porta a Porta”. Costui, ad un esponente politico avversario che affermava che i 1200 civili uccisi in Iraq e qualche centinaio di alleati si potevano evitare non entrando in guerra, ha risposto: ”Sono sempre meno degli oltre 5000 gasati da Saddam”. Questa frase non merita commento, perché in una Tv pubblica si può dire e fare di tutto, ivi compreso il comizio elettorale del nostro Presidente del Consiglio ospitato per due ore dal modesto programma Excalibur, ma non si possono ascoltare affermazioni diseducative come questa, o come quell’altra udita prima che cominciasse il conflitto, quando un giornalista di “Panorama”, ha sostenuto che l’America, giustamente, avrebbe fatto la guerra in Iraq per vendicarsi dell’11 settembre.(1)

Milano 20 maggio 2003                                                          Antonio Fomez

1) Trattasi del Vice Direttore del settimanale Panorama Pino Buongiorno, attuale corrispondente di guerra di Retequattro, durante un collegamento telefonico su Rai 2, ha dichiarato che giustamente gli americani devono vendicarsi dei musulmani, di quanto è successo l’11 settembre. Una tale affermazione crea disastri nell’opinione pubblica ignorante, perché fa notizia confondendo le idee.

  1. Gregorio Armeno. Come ogni anno nei periodi natalizi, generalmente nel periodo dell’antivigilia di Natale, la Rai offre i soliti servizi per gli acquisti consumistici, stupidi babbo natale, alberi addobbati, gare di solidarietà per spillare soldi ai teleutenti, facce di barboni affamati. . Ci sono però talvolta servizi più intelligenti, che mostrano anche l’aspetto caratteristico di alcune città ed il loro folklore, trascurando gli aspetti artistici, ignoti alla maggior parte dell’utenza televisiva. Per Napoli il destino vuole che gli operatori televisivi riprendano solo i vicoli preparati a festa con le luminarie, qualche pescatore a Margellina, piazza Plebiscito o magari entra nella Cappella Sansevero per mostrare e raccontare più che altro del tecnicismo virtuoso dello scultore Sammartino nel “Cristo velato”e trascurando completamento alcune formidabili chiese barocche. Così anche quest’anno sono state girate le solite riprese stantie su Napoli, passando da via  S. Gregorio Armeno, situata nella bellissima zona antica di Spaccanapoli, dove ci sono una quantità di negozi e di artigiani che vendono presepi e pastori per tutte le tasche. Qui se ne trovano in migliaia di esemplari di pastori in piccolo formato, mentre risultano più curati e vestiti con abiti veri, quelli grandi, copie dei pastori caratteristici dei presepi settecenteschi del Museo di S. Martino. L’inviata del Tv 2 , Carmen Lasorella, ad un certo punto solleva uno di quegli orrendi pastori e trovandovi sotto uno di questi un marchio made in China, chiede al venditore, un uomo di mezza età alto e grassoccio e dalla voce sguaiata, il perché. E quello afferma che  molte manifatture degli oggetti che oggi circolano in Italia  arrivano da quei paesi lontani, quindi anche i pastori. Subito dopo l’uomo mostra alcuni stupidi  pastori con le facce di Bin Laden, del suo amato Berlusconi, oltre la solita maschera di Totò.

                                                                                                                                23 dic. 2003

(Riduzione) Meraviglie nel mondo

 

Sembra abbastanza limitativo che siano solo sette le meraviglie del mondo, la Piramide di Cheope, il Faro d’Alessandria, ecc.,perché esistono ben altre meraviglie, almeno nelle intenzioni di alcuni autori contemporanei, che andrebbero aggregate a quella fila. Si tratta di una privilegiata categoria di “artisti”, specializzati negli happening e negli allestimenti, negli angoli delle strade e nelle piazze, che costano poco ai Comuni, che spesso se la cavano con un miliarduccio delle vecchie lire, per ogni installazione. Tra i Comuni italiani più attivi e sensibili a questo genere di spettacolo urbano, Napoli sicuramente figura ai primi posti. Nella famosa Piazza Plebiscito a Napoli, ad esempio, dal 1995 al 2004, si sono esibiti nell'ordine: Mimmo Paladino, Jannis Kounnellis, Mario Merz, Gilberto Zorio, Giulio Paolini, Anish Kapoor, Joseph Kosuth, Rebecca Flora e Richard Serra.Così, da nove anni la popolazione partenopea ha ammirato, montagne di sale, stracci e mobili sospesi sotto i portici, nonché teschi disseminati (ribattezzati dalla fervida fantasia popolare “e capuzzelle” come i famosi teschi del cimitero delle fontanelle), allestiti da questi autori, per lo più provenienti dal gruppo dell’arte povera, che da oltre trent’anni, in questa città, ma anche nelle esposizioni internazionali, propongono le loro obsolete  problematiche, che hanno sicuramente stupito e entusiasmato qualche passante snob, ma che in realtà sono servite ad arricchire l’autore e chi l’ha proposto. Il rischio di tali installazioni è che queste, invece di integrarsi o penetrare lo spazio circostante, diventino opere museali o mostre personali a cielo aperto, usando denaro pubblico, invece di quello degli autori, ricchi quanto i calciatori miliardari. Siamo sicuri che questa maniera di meravigliare, dopo il famoso cesso rovesciato di Duchamp, in futuro avrà altri seguaci. D’altra parte chi può resistere al fascino dell’immondizia o degli stracci inglobati in cellophane ammucchiati in alti cumuli? Per fortuna oggi, il cittadino che osserva è più smaliziato: guarda alle imprese di questi geni, ma non è più disposto a recepire opere dubbie,  con lo scopo principale di meravigliare lo spettatore. Certo, l’arte va avanti, la tecnologia e l’informatica sono al top, siamo per dirla alla Sanguineti, nell’epoca delle tre terribili I: inglese, internet e imprese, e gli artisti hanno bisogno di creare opere nuove, trascurando il cavalletto, la tela ed i colori. Ma l’ingigantimento di oggetti o  montagne di sabbia, che i nostri ricchi poveristi, capitanati da Celant, usano tuttora, non sono sufficienti per creare del nuovo, perché qualcuno potrebbe anche preferire alle loro creature, un disegnino su carta formato A4 di un tal Klee, un bel buco di Fontana, messi al centro di una piazza, o anche rivedere sulle stesse i pittori en plein air, che simpaticamente dipingono tra una folla di curiosi, e che non costerebbero quasi nulla alle casse comunali!Ma è anche vero che nel seicento il Marino ha detto “è del poeta il fin la maraviglia”, ma noi affermiamo che chi si prefigge di suscitare siffatti stupori, “vada alla striglia”.

 

Milano 22 febbraio 2004                                                                                                 Antonio Fomez

 

Arte del fallimento

Tralasciamo la vicenda della liberazione delle due volontarie italiane in Iraq, come quella degli ostaggi ancora detenuti, o delle vittime belliche, per non trasformare questa nota in un bollettino di guerra, come fanno ogni giorno gli speaker in Tv, conteggiando i massacri giornalieri, di soldati e civili.Ci preme invece citare il recente comunicato del governo polacco, nel quale si dichiara che entro la fine dell’anno, non lascerà alcun soldato del suo contingente, sul suolo iracheno.Tra l’altro, a proposito di evacuazione, lo scorso 24 settembre, in occasione di un incontro col premier iracheno Allawi, il Segretario della Difesa americana Rumsfeld, ha dichiarato che forse il ritiro delle loro truppe, sarà anticipato prima che il paese sia stabilizzato. Difatti, aggiunge: “Io non credo che sia molto saggio pensare di ridurre le truppe americane e quelle della coalizione, solo quando la situazione sarà perfetta e in pace, perché l’Iraq non è mai stato in pace e che non lo sarà.”. Quest’ammissione la troviamo dubbia, perché sembra un modo per fare capire una cosa, ma dirne un’altra, mentre la novità interessante è che gli americani hanno capito, che devono andarsene dall’Iraq, e si arrampicano sugli specchi per trovare una motivazione per farlo! E’ ormai chiaro a tutti, che la guerra in Iraq è scoppiata inutilmente e che la stessa, che doveva sconfiggere il terrorismo, l’ha invece alimentato, facendolo crescere smisuratamente. Questo fallimento e stravolgimento del principale obiettivo, è dovuto all’incapacità degli occupanti di controllare tutto il territorio, che ha portato invece all’irrobustimento di nuove guerriglie irachene contrarie all’occupazione, che tuttora tiene sotto scacco le truppe occupanti, ed alle quali si aggiungono deliranti e incontrollabili unità terroristiche, con i loro attacchi alla cieca. Alla luce di tutto questo, non è difficile intuire che, prima delle elezioni in gennaio, se si svolgeranno, gli islamici ostacoleranno vieppiù tale progetto già in atto, con l’aumento di vittime civili, di soldati iracheni collaborazionisti, d’ostaggi decapitati e quant’altro.Trovare una via d’uscita non sarà facile, così come un eventuale cambio di strategia, scagliando più bombe nei covi dove si annidano i combattenti ed i terroristi, nascosti con i civili, servirebbero solo ad aumentare il numero dei morti, senza risolvere nulla. D’altro canto, con le imminenti elezioni per la Presidenza Americana, chiunque, tra Bush e Carry le vincerà, dovrà per forza fare un passo indietro, perché questo conflitto non potrà essere infinito e che le bombe non sconfiggono i terroristi.

Nel frattempo, giacché gli appelli pietistici, le fiaccolate, le manifestazioni politiche contro il terrorismo, servono a poco, perché si combatte contro un nemico che non dà valore alla vita umana, e che l’estremismo religioso attua strategie e comportamenti assolutamente incontrollabili ed incomprensibili. Forse l’unica via percorribile è quella della sospensione dei bombardamenti, per lasciare spazio finalmente all’azione mediatrice delle Nazioni Unite, perché prima s’interrompe l’occupazione da quest’infinito macello, e meglio è per tutti.

 

Milano 23 ottobre 2004.                                                                             Antonio Fomez.

 

 

 

 

 

Aspettando la mezzanotte

Alle 20 Giorgio, ha già cenato ed è in poltrona davanti alla Tv per guardare il divertente programma Blob, su Rai tre.Nel frattempo l’uomo, non è interessato ad aspettare la tradizionale mezzanotte di S.Silvestro, perché non saprebbe con chi brindare, meditando invece di guardare la Tv, che gli concilia il sonno, per andare a letto l’ora che gli pare.Alle 20,30 telefona all’amico giornalista Fulvio, per porgergli gli auguri, ed apprende che l’uomo anziano ha qualche problema di salute, ma che è contento della sua telefonata e lo invita a cena, per aspettare la mezzanotte col figlio Giò. Giorgio sorpreso per quell’invito all’ultima ora, gli comunica che ha già mangiato, promettendogli però che passerà lo stesso e si fermerà qualche ora in loro compagnia. Detto fatto, mentre Giorgio si prepara per l’uscita, ascolta in Tv il Presidente della Repubblica Ciampi, che apprezza ancora di più dopo che ha bocciato la legge Gasparri sulle televisioni, per il discorso augurale di fine d’anno, che inizia con la citazione dei 19 carabinieri uccisi nei pressi di Bagdad, ma non riesce a seguire altro e spegne l’apparecchio, a causa di quella citazione, poiché considera quelle vittime soldati volontari e non eroi!
Poco dopo s’avvia alla fermata del tram di Via Solari, trovando questa strada  illuminata da magre e stupide luminarie tutte uguali, che gli ricordano quelle altrettanto ridicole, ma almeno più sfarzose ed allegre, visibili in Campania in occasione delle feste patronali, come quelle della Madonna dell’Arco o di S.Ciro a Portici, mentre in giro non c’è assolutamente un’anima viva, se non un disperato del Bangladesch che prova a vendergli una rosa. Alle 21,40 arriva il tram, con tanti stranieri a bordo in maggior parte egiziani, nonché peruviani e d’altri paesi.Il nostro sa già che costoro si ritroveranno con i loro connazionali in Piazza Duomo, che festeggeranno il nuovo anno bevendo spumante e birra, e che lasceranno le bottiglie vuote per terra, magari dopo l’ubriacatura, per poi tornare nelle loro poco accoglienti case, dove vivono in sei o sette in una camera con i letti a castello, nelle ore piccole della mattinata a piedi, perché i mezzi pubblici interrompono il loro servizio alle due.
Alle 22 Giorgio è nell’abitazione dei due giornalisti, che è ubicata nella zona di Brera, dove vivono in una bella casa di ringhiera, situata in un palazzo del 1600 con uno stupendo cortile, in quattro locali piuttosto rovinati, ed immersi nel disordine più totale, con  libri e quadri disseminati da tutte le parti. Fulvio fa sedere l’amico su una panca del soggiorno, gli offre del vino, dei fichi e delle ottime ciambelle zuccherate, che provengono dai loro parenti che vivono nel Sud. I tre parlano cordialmente per oltre un’ora, sulla politica infelice dei “critici d’arte di sinistra”, che un tempo prediligevano sponsorizzare ”artisti” di dubbio o inesistente valore, purché iscritti al partito comunista. Per fortuna oggi quei pittori sono giustamente ignorati o ridimensionati.Il terzetto chiacchiera anche della sciagurata guerra in Iraq che rischia, se tutte le forze d’occupazione non se n’andranno, di trasformarsi in un nuovo Vietnam. Insomma pochi hanno capito che gli iracheni, grati al mondo intero per averli liberati da Saddam, non vogliono stranieri sul loro territorio e che la guerriglia che compie stragi ogni giorno, ivi compresa quella che ha trucidato i nostri carabinieri a Nassyria non può essere considerata terrorista.
. La conversazione con i due prosegue fino alle 23,30, e Giorgio, dopo che Fulvio ha salutato  per telefono la madre di 102 anni, che vive in un paesino di montagna del potentino, ma che è talmente autonoma, da voler vivere in tutti i costi da sola, se ne va con le ottime ciambelle zuccherate della Lucania in un sacchetto.Appena fuori, è di nuovo sul tram, che gira in Piazza Duomo, mostrando l’animazione di migliaia di persone a spasso, tra Via Cordusio e Piazza dei Mercanti.La gente che circola per strada in questo momento, favorita dall’incredibile e insperato clima mite della serata, è composta  per lo più da frotte di  extracomunitari, meno fortunati dei milanesi che sono in vacanza o che festeggiano la giornata a tavola, se non alle prese con uno stupido cenone in un salato ristorante, alcuni dei quali girano con una bottiglia di spumante in mano. Il tram, superata la Via Cordusio, anch’essa affollata, prima di svoltare in Via Torino, mostra una rapida panoramica  dell’epica Piazza  Duomo, con la sua brutta e gran chiesa gotica rifatta in più epoche, gremita di persone, anche per via dell'assembramento davanti ad un gran palco, situato davanti all’orrenda architettura fascista dell’Arengario, dove sicuramente si sta esibendo il soprano Ricciarelli.Giorgio è tentato di scendere dal tram ed immergersi tra la folla, trascorrendo così una fine d’anno diversa, ma ci ripensa subito, preferendo una notte tranquilla senza problemi per il rientro con i mezzi pubblici.Sulla strada verso casa, c’è molta allegria nel tram, perché un gruppetto di giovani italiani canticchiano una filastrocca coinvolgendo alcuni viaggiatori stranieri, mentre mancano solo una decina di minuti alla mezzanotte. Fuori, taluni fanno brillare i mortaretti, mentre altri dai palazzi lanciano in strada petardi, dai botti flosci; come in prossimità del quartiere di Giorgio, nella zona più aperta della campagna circostante, arrivano dal cielo esibizioni luminose e coloratissime, d’indubbia gradevolezza.In casa l’uomo arriva pochi minuti dopo la mezzanotte e, mentre da fuori provengono ogni tanto rumori di botti, di tracchi e di razzi lanciati, accende la Tv, che spegne subito, dopo aver guardato per qualche istante le piroette delle ballerine, nonché altre stupidate, inframmezzate dagli auguri di buon anno, ripetuti fino alla nausea dai presentatori. Alla mezzanotte e dieci minuti Giorgio è già a letto e dorme saporitamente, sognando di scrivere un articolo nel quale augura ai suoi lettori un Buon 2004…

 

Milano 6 gennaio 2004.                                                                Antonio Fomez

 

 

Assalto a Palluggia

 

Un tal Pasquale, incontrato in aereo, ci racconta la trama di un piano bellico che, se attuato, porrebbe fine alla trasmissione trash: “Tutti gli orrori minuto per minuto”, in onda in TV a tutte le ore.

Il simpatico napoletano ambienta la sua virtuale sceneggiatura alle porte di Palluggia, cittadina a una cinquantina di chilometri da Bagdad, assediata dalle truppe dell’Alleanza, con l’intenzione di catturare vivo o morto il capo carismatico Abdul perché costui ha minacciato di usare i kamikaze contro gli occupanti, in caso d’irruzione con le armi nelle moschee sacre, roccaforte della guerriglia, dove sono tenute nascoste armi pesanti e munizioni. Il momento è drammatico, gli alleati continuano a subire perdite giornaliere di soldati, oltre a quelle per il “fuoco amico”, e sono in una fase di stallo, non sapendo se è il caso di entrare in città con la forza dei loro potenti mezzi, perché temono nuovi massacri di civili iracheni.

Il progetto del capo delle forze alleate, l’americano Silvio Noto, tra l’altro titolare di una florida impresa edile, prevede l’assassinio di Abdul e dei suoi accoliti, di gente in altre parole disposta a eliminare gli invasori (e questo si può capire) ma anche decine e centinaia di civili di Palluggia, meglio se poliziotti o collaborazionisti, scagliando razzi su ospedali, mercati e edifici pubblici, senza alcuna tutela per gli inermi abitanti, pur di colpire qualche militare nemico.

Per attuare tale progetto, che culminerebbe nel radere al suolo Palluggia, salvo ricostruirla subito dopo, il generale Silvio ha però bisogno dell’appoggio dei governanti locali fantocci e di un certo numero di volontari indigeni. Questi ultimi dovrebbero convincere gli abitanti a lasciare di notte e in silenzio le loro case, con una sorta di passaparola, porta a porta, utilizzando e-mail e telefonini, per consentire una migrazione in massa il venerdì sera, in auto o col cammello, con la scusa di volere trascorrere un fine settimana fuori città per respirare aria pura, svuotando in tal modo i quartieri. Così facendo, all’alba del sabato e con la città evacuata, sarebbe più semplice ai Rambo dell’Alleanza, forniti di armi ovviamente intelligenti, annientare Abdul ed i suoi seguaci sorpresi nel sonno e liberare finalmente Palluggia dai terroristi. Il film termina, dopo l’inevitabile bombardamento a tappeto degli edifici di Palluggia, senza nessuna conseguenza per i civili, con la popolazione irachena che rifiuta il governo imposto dagli americani e che chiede al mondo intero, dopo uno sciopero della fame promosso da Pannella, la gestione del suo territorio sotto l’egida dell’ONU. Ottenuta questa concessione, sarà compito delle Nazioni Unite dipanare l’intricata matassa per trovare le persone giuste da candidare per le elezioni politiche in Iraq, ammesso che questo sfortunato popolo voglia davvero un governo democratico, come quello presente nei paesi occidentali.

 

Milano 16 maggio 2004                                                                                    Antonio Fomez

 

Assedio a Tucson

(omaggio agli spaghetti western)

 

L’alleanza degli Stati Arabi, con a capo Aziz e col sostegno delle truppe asiatiche ed europee, tra le quali l’Italia, assedia Tucson. La trama del film s’impernia sulla cattura, vivo o morto, del capo carismatico indo-americano Eastwood, asserragliato in città, che ha minacciato di usare i kamikaze americani  addosso agli assedianti, in caso d’irruzione con le armi nelle chiese cattoliche di Tucson. Ora, questa mitica località dell’Arizona, scenario di tanti western ed anche del film "Il buono il brutto e il cattivo" di Sergio Leone, col suo deserto di Sonora nei dintorni, è diventata un’inespugnabile roccaforte della guerriglia americana, anche perché il santone Eastwood ha nascosto armi per la distruzione di massa, ed usa come scudi umani chierichetti ed orfanelle, proprio in quei luoghi sacri. Il momento è drammatico, gli arabi che nel frattempo subiscono decine di perdite giornaliere di soldati e cammelli, anche per il “fuoco amico”, sono in una fase di stallo e non sanno se entrare a Tucson con la forza dei loro potenti mezzi, perché temono il massacro di civili yankee, oltre a quella di tre ostaggi calabresi, ancora nelle mani di una sconosciuta setta di terroristi americani.
Intanto, 300 studenti dell’Università dello Iowa, con bisnonni d’origini pellerossa, per aiutare Eastwood, si offrono a lui come kamikaze. Un portavoce di questi ultimi ha infatti dichiarato, in occasione di una conferenza stampa in Tv: “Siamo venuti per proclamare la nostra fedeltà ad Eastwood ed assicurargli che, in caso di bisogno, siamo pronti a morire per lui”. Nel frattempo, altri giovani americani presenti, ma di religione islamica, inneggiano slogan pacifisti contro la guerra.
I media ora si occupano della tormentosa querelle del contingente italiano, se deve restare in terra americana, come affermano taluni esponenti governativi, o deve andarsene il più velocemente possibile, come invece sostengono i partiti della sinistra.Tra l'altro, molti affermano che una smobilitazione come quella operata dai messicani di Zapatero, farebbe il gioco dei terroristi americani e sono "preoccupati"che, una volta sloggiate le truppe di occupazione degli Stati Uniti Arabi con la coalizione alleata, in Arizona possa scoppiare una guerra civile con molti morti. Ma ora, con i militari sul piede di guerra nella disgraziata terra americana, quanti morti al giorno ci sono?

Alla luce di tutto questo, il progetto strategico prevede l’uccisione di Eastwood e dei suoi accoliti, che culmina col radere al suolo Tucson, per ricostruirla subito dopo per conto di un’impresa edile araba, sostituendo le chiese cattoliche con bellissime moschee. A questo punto entra in scena il generale Aziz che, tra storie di connivenze mafiose con i ristrutturatori, concubine saudite, squillo e giovani Rambo, ordisce una perfida trama di seduzione e intrigo politico, che contribuisce a ingraziarlo ai governanti americani fantocci che, narcotizzati dal profumo delle donne, forniscono agli occupanti la collaborazione di alcuni indigeni. Questi ultimi convincono gli altri abitanti a lasciare di notte e in silenzio le loro case, con una sorta di passa parola, porta a porta, utilizzando e-mail e telefonini. Per contribuire alla fine delle ostilità alla gente di Tucson viene chiesto di emigrare in massa il venerdì sera, in auto o in confortevoli bus. L’idea è di invitare i cittadini a un esodo di massa, in cambio di un week-end gratis fuori città, per respirare aria pura, praticando jogging ecologico nel deserto di Sonora, lontano dagli orrendi MacDonald, svuotando completamente i quartieri. In tal modo, all’alba di sabato, i Rambo marocchini e tunisini dell’Alleanza potranno intervenire, subito dopo l’esodo dei civili, con le loro armi intelligenti, snidando e annientando Eastwood con la sua bella mappata di fetenti.

La maggior parte dei terroristi americani sono colti nel sonno, dopo aver trascorso alcune ore con Rambo e signorine che, vista la mala parata, si sono prontamente defilati. Senza forze e ancora in preda all’alcool, gli attaccati oppongono una flebile resistenza. Le truppe, con modesto spargimento di sangue (appena seicento morti, ma senza ammazzare alcun civile), liberano definitivamente l’Arizona. Il film “Assalto a Tucson”, termina con un o straordinario campo lungo al tramonto che riprende la popolazione pellerossa- americana che manifesta per le strade e nel deserto infuocato, perché non vuole un altro governo fantoccio imposto dall’Alleanza Araba. I cittadini chiedono al mondo intero, dopo uno sciopero della fame promosso da Pannella, la gestione del proprio territorio sotto l’egida dell’ONU. L’unico neo del film è che termina senza aver dipanato l’intricata matassa, cioè senza aver spiegato come è avvenuta la scelta delle persone giuste da candidare per le elezioni politiche in Arizona, ammesso che il popolo di quello stato voglia davvero un governo democratico, come quello tuttora presente in tutti i paesi musulmani.

Milano 20 maggio 2004                                                                                          Antonio Fomez

 

Ciliegie arrugnate

In questo primo pezzullo del nuovo anno, ci concediamo una pausa frivola, alla ricerca di una ricetta culinaria inedita, da offrire ai lettori come strenna per un migliore 2005. Ci rivolgiamo perciò all’amica Eva, anche perché sua madre, d’origini tedesche, è un’esperta nel settore, avendo gestito per anni un’osteria nei pressi di Auschwitz. Arrivati di sera nella camera della giovane, per apprendere le dosi di una sua ricetta, Eva ci assicura  che ci  darà quanto desideriamo; ma, mentre ci intratteniamo sul divano, rientra il marito Ignazio, invitandoci subito a gustare le loro “ciliege spiritate”sotto grappa. Accettiamo e poco dopo, semicoperta dai veli, ecco la donna avanzare trionfalmente in sala come Salomè, con in mano un barattolo di vetro nel quale, a una ventina di centimetri dal fondo, galleggiano grappoli di ciliegie arrugnate (trad. raggrinzite), mai viste prima. Mentre lo scrivente scoppia a ridere, lo sguardo si posa sui frutti, in apparenza inaffondabili come sugheri, da far rabbrividire Archimede. La ragazza milanese, per conservare queste deperite ciliegie, affette da una sorta di scabbia, nel liquido bluastro e di sapore dubbio, ha ingegnosamente allestito una forma di disco di tortura galleggiante, dotato di denti di lupo di plastica rigida. Quest’ arnese, una volta chiuso il barattolo, consente di mantenere le leccornie in un bagno forzato che ne evita l’essiccazione. La trasparenza del vetro rivela come le malcapitate ciliegie raggrinziscono a vista d’occhio. Il loro desiderio di liberarsi dalla tortura supera qualsiasi altra cosa, compresa l’eventualità di essere ingerite da qualche malcapitato.

A questo punto, ci assale il sospetto che, per la creazione di questa ricetta corredata dal diabolico congegno di chiusura, Eva ha richiesto la consulenza della madre. O anche, e più semplicemente, che quest’opera d’arte che celebra il rito della conservazione che Eva ripete ogni anno come il Miracolo di S. Gennaro, é dovuta al caso, in quanto la bella e sparagnina signora ha usato ciliegie comuni anziché i più adatti (e costosi) “duroni”. Un’ulteriore congettura, infine, ipotizza la presenza di vino al metanolo aggiunto all’acqua calda zuccherata, magari insieme con una fiala di diossina, per allungare la grappa.

Mentre stiamo per lasciare la casa di buonumore, diventiamo cupi e corrucciati quando Eva rifiuta di svelarci la sua formula magica, perché timorosa che questa possa finire sui giornali. Non ci resta che andarcene mestamente a mani vuote: quella ricetta, da non divulgare ai lettori, si adattava perfettamente ai tanti“Serpenti & Parenti” che inghiottirebbero le ciliegie spiritate con la plastica, aiutati dallo champagne avanzato a Capodanno.

Milano 26 dicembre 2004.                                                                                   Antonio Fomez

 

Ciliegie spiritate

In questo primo pezzullo del nuovo anno, ci concediamo una pausa frivola, alla ricerca di una ricetta culinaria inedita, da offrire ai lettori come strenna per un migliore 2005. Ci rivolgiamo perciò all’amica Eva, anche perché sua madre, d’origini tedesche, è un’esperta nel settore, avendo gestito per anni un’osteria nei pressi di Auschwitz. Arrivati di sera nella camera della giovane, per apprendere le dosi di una sua ricetta, Eva ci assicura  che ci  darà quanto desideriamo; ma, mentre ci intratteniamo sul divano, rientra il marito Ignazio, invitandoci subito a gustare le loro “ciliege spiritate”sotto grappa. Accettiamo e poco dopo, semicoperta dai veli, ecco la donna avanzare trionfalmente in sala come Salomè, con in mano un barattolo di vetro nel quale, a una ventina di centimetri dal fondo, galleggiano grappoli di ciliegie arrugnate (trad. raggrinzite), mai viste prima. Mentre lo scrivente scoppia a ridere, lo sguardo si posa sui frutti, in apparenza inaffondabili come sugheri, da far rabbrividire Archimede. La ragazza milanese, per conservare queste deperite ciliegie, affette da una sorta di scabbia, nel liquido bluastro e di sapore dubbio, ha ingegnosamente allestito una forma di disco di tortura galleggiante, dotato di denti di lupo di plastica rigida. Quest’ arnese, una volta chiuso il barattolo, consente di mantenere le leccornie in un bagno forzato che ne evita l’essiccazione. La trasparenza del vetro rivela come le malcapitate ciliegie raggrinziscono a vista d’occhio. Il loro desiderio di liberarsi dalla tortura supera qualsiasi altra cosa, compresa l’eventualità di essere ingerite da qualche malcapitato.

A questo punto, ci assale il sospetto che, per la creazione di questa ricetta corredata dal diabolico congegno di chiusura, Eva ha richiesto la consulenza della madre. O anche, e più semplicemente, che quest’opera d’arte che celebra il rito della conservazione che Eva ripete ogni anno come il Miracolo di S. Gennaro, é dovuta al caso, in quanto la bella e sparagnina signora ha usato ciliegie comuni anziché i più adatti (e costosi) “duroni”. Un’ulteriore congettura, infine, ipotizza la presenza di vino al metanolo aggiunto all’acqua calda zuccherata, magari insieme con una fiala di diossina, per allungare la grappa.

Mentre stiamo per lasciare la casa di buonumore, diventiamo cupi e corrucciati quando Eva rifiuta di svelarci la sua formula magica, perché timorosa che questa possa finire sui giornali. Non ci resta che andarcene mestamente a mani vuote: quella ricetta, da non divulgare ai lettori, si adattava perfettamente ai tanti“Serpenti & Parenti” che inghiottirebbero le ciliegie spiritate con la plastica, aiutati dallo champagne avanzato a Capodanno.

Milano 26 dicembre 2004.                                                                                   Antonio Fomez

 

Don Giovanni racconta

Dopo un lungo viaggio, arrivo finalmente alla stazione di Cefalù, dove mi attende Adolfo, un giovane  chimico che insegna all’Università di Roma. Dopo aver percorso alcuni chilometri della carrozzabile, l’auto si ferma al varco di un guardrail. Da qui Adolfo, entrando avventurosamente a marcia indietro, riesce a parcheggiare la vettura in un angusto spazio al buio totale, con le ruote a un metro circa dal binario unico del treno. Adolfo apre un cancello, accedendo con me  nell’atrio occidentale della casa del padre, che un tempo era abitata da un casellante. Entriamo in una gran sala poco illuminata e ritrovo suo padre Ascanio Macelli e la sorella Rachele, studentessa in medicina. Il prof.col pizzetto, durante la cena, mi racconta  che questa casa, acquistata quarant’anni orsono, un tempo era adibita a casello ferroviario. La superficie è di tremila metri quadrati, con l’altro ingresso dal lato mare. Ascanio Macelli mi ricorda i suoi trascorsi politici da ex monarchico, che ha lavorato nella segreteria politica di Achille Lauro candidandosi poi nella sua lista negli anni sessanta, quando insieme frequentavamo l’Università di Napoli. Poco dopo l’uomo mi mostra lo spazio della tenuta , che comprende tre stanze da letto e una cucina al pianterreno. Dalla sala si accede al piano superiore, con due camere e servizi ancora da ristrutturare. Dalla gran cucina del pianterreno si esce sotto una tettoia, dove generalmente si pranza, circondati da un rigoglioso giardino. Da qui, dopo aver percorso una ventina di metri, si trova il recinto del cane ringhioso, con la licenza di uscire per una decina di minuti al giorno, altrimenti mangia i pesci rossi dalla grande vasca. Vi è poi lo studio di Ascanio e, infine, un piccolo appartamento composto da tre camere e servizi, che è una vera dependance, circondato dall’orto. Ascanio mi mostra il suo studio, piuttosto grande, con tanti quadri sulla scia di De Pisis e mi parla della strada, a pochi  metri dal mare, aperta a sue spese in collaborazione con un vicino. Era loro intenzione mantenere la strada a proprio uso esclusivo, ma un bel giorno alcuni sforacchiamenti di proiettile sul cartello “strada privata” (da essi stessi collocato) li “avvertì” che su tale camminamento potevano transitare anche altri.

Mi sveglio con una bella giornata di sole e compio un sopralluogo in questa casa, stretta tra i binari e il mare, per vedere tutto. Mentre attraverso il giardino, noto una gran quantità d’alberi, tra cui un banano, alcune palme, melograni, ficus, magnolie, ulivi  ecc.

La casa nei dintorni di Cefalù fu acquistata da Macelli dalle Ferrovie dello Stato, trasformando lo spazio in abitazione, allargandosi in modo abusivo sulla spiaggia, sanando poi il tutto con una piccola somma per ottenere il condono edilizio. Ora pende sulla sua testa una spada di Damocle, perché tra qualche anno gli esproprieranno alcuni spazi, per costruire una strada asfaltata e stabilimenti balneari, obbligandolo ad  arretrare la casa di una decina di metri dal mare. Davanti al muro dei due cancelli, dopo aver attraversato la stretta stradina ed una barriera d’agavi, d’ulivi e di cespugli, si arriva sulla spiaggia chilometrica, che oggi si presenta col mare mosso, per via del vento di scirocco. Sulla rena, in realtà, la visione non è molto poetica, con oggetti, bottiglie di plastica, alghe rinsecchite e quant’altro disseminati dappertutto, forse portati lì dal mare. Sulla mia destra c’è lo scheletro di una capanna, con alcuni bastoni robusti piantati sulla sabbia e senza tetto. D'estate questo spazio è chiuso e utilizzato da certi giovani del posto, per niente raccomandabili, per divertirsi con le ragazze o forse anche solo per drogarsi o fumare.

L’amico Ascanio, vedovo da poco, per tutto il periodo della mia permanenza da lui, mi ha più volte narrato delle sue avventure con le donne e dei tanti incontri e conquiste. Oggi è arrivata nel primo pomeriggio Rosalia, una sua ex allieva, dopo aver percorso fin qui oltre 150 chilometri per il piacere di vederlo. Questa è una delle tante amanti che l’uomo mi comunica di avere ma, suppongo, solo per motivi sessuali, perché quest’uomo non ama che se stesso. Rosalia è molto simpatica e ama Ascanio, senza esserne corrisposta. Ad un certo punto, sebbene con Adolfo e la sorella in casa, i due si appartano per qualche ora nell’appartamentino isolato. Suppongo che i figli siano abituati a questo genere di imprese o sortite del padre. Il giorno successivo, dopo il frugale pasto, i due giovani, per motivi diversi escono da casa, mentre Ascanio approfitta per telefonare ed invitare una sua ex allieva, ora quarantenne, che è una ricercatrice di un Centro di Ornitologia, al momento in pausa pranzo, con la quale concorda un appuntamento nel suo studio, non prima di avermi riferito che la donna ha un marito cornuto e tre figli, e che lui avrebbe intenzione di fare l’amore con lei. Lascio la coppia sola, mentre trascorrono  una quindicina di  minuti, prima che arrivi Ascanio in canottiera. Mi racconta che mentre era a letto con la donna, quest’ultima ha ricevuto una telefonata dal marito, che in quel momento era passato dal suo ufficio per pranzare con lei e, non avendola trovata, le ha chiesto dove fosse in quel momento. La donna gli ha risposto che era in un orto alle prese con uno dei suoi animali preferiti, dopo di che – finita la telefonata -  si è ricomposta correndo di volata dallo sposo.

In mattinata nello studio di Macelli osservo con lui un bel quadro con delle strisce orizzontali un tantino storte. Gli chiedo se la mancanza di parellelismo è voluta oppure no. Mi sento apostrofare con parolacce e insulti, perché per lui va bene così. Evito di replicargli perché è meglio non contraddire i matti. Nel pomeriggio  vado col pittore a fare la spesa nei dintorni di Cefalù, mentre subito dopo Ascanio mi mostra le piantagioni di fiori e piante, di proprietà di una persona che è ora in galera. Mi racconta anche del figlio di quest’ultimo che qualche tempo fa era uscito con una bella ragazza russa, per una serata allegra, senza mai più far ritorno a casa. Nessuno sa più niente di loro, mentre nel frattempo è stata rinvenuta l’auto con la quale uscirono quella sera e i loro documenti. Chissà se saranno mai ritrovati.

Milano 15 marzo 2004                                                                           Antonio Fomez

Down Town.

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Il minibus ci lascia con Elis, un turista bergamasco conosciuto in albergo, in quest'incredibile e fatiscente centro della vecchia Hurgada, sorto una quarantina d'anni orsono. Circoliamo affascinati tra le vie, passando tra catapecchie e costruzioni in muratura, talune con verande di cartone, mentre Elis afferma: "questo posto mi sembra una caserma, perché non c'è nessuna donna in circolazione". Intanto, ci accostano alcuni ragazzini, che chiedono soldi e sigarette e, abbiamo l'imprudenza di regalarne una, col risultato che siamo circondati da altri folletti, che aumentano di numero man mano che proseguiamo,costringendoci a cambiare strada. Questo siparietto ci ricorda il passaggio degli americani nei vicoli napoletani, durante la II guerra mondiale, così come la vita e le abitudini di questa gente,  sembra ferma a quei periodi. Insistiamo nel nostro voyerismo passando davanti a negozi d'artigiani, come quello dove cardano la lana, quello di un carbonaio, e poi davanti ad un locale a pianterreno, dove una ventina di persone guarda la Tv, con la stessa bramosia con cui assistevamo alle prime trasmissioni televisive in Italia. Superiamo un lustrascarpe e ci sediamo in un bar per ordinare una birra, ma la titolare c'informa che qui non si vendono alcolici, facendoci preferire la scelta di una pepsi cola. Di fianco al nostro tavolo, un gruppetto di simpatici tedeschi beve acqua minerale indossando calzoncini corti e sandali, e noi li provochiamo chiedendo loro a gesti se questa è buona. Uno dei turisti, sorridendo prende una bottiglia e mima il gesto, che quell'acqua è buona per iniettarla nelle vene, mentre rifiutiamo ad un anziano che ci siede di fronte, di fumare dal suo narghilè l'hasciscia, che è un liquido mieloso, e usciamo dopo aver pagato il modesto conto, che in ogni modo è superiore a quanto pagano i consumatori egiziani.

Usciamo da questa zona di miseria e c'immettiamo sulla strada principale priva di segnaletica, zeppa di negozi di souvenir, i cui venditori aspettano al varco i turisti. Elis passeggia sul marciapiede ignorando il nostro invito a girare alla larga, beccandosi le continue richieste d'acquisti di paccottiglie. Così, quando taluni commercianti c'esortano a fermarci,millantiamo di essere d'origini russe ed il trucco riesce. Ad un certo punto Elis, si ferma incuriosito davanti ad un negozio che espone pietre d'allume di potassio, buone per stagnare le ferite. Il bergamasco ne sceglie una della dimensione di una noce, e chiede il prezzo, ottenendo come risposta che il costo è di 100 pound, ma si accorda con soddisfazione sul pagamento di 35 pound (circa 6 euro). Interveniamo affermando che è troppo, perché quella pietra vale meno, quindi facciamo la manfrina di andarcene,trascinando Elis, col risultato che il commerciante aggiunge un'altra pietrina, grande quanto un'oliva piccola, mentre lo scrivente tira fuori di tasca con decisione un biglietto da 20 pound, passandola all'uomo, che l'accetta. Alla fine torniamo in albergo, dopo aver trascorso un interessante pomeriggio tra la gente, sicuramente più spontanea del personale in divisa che lavora nel nostro hotel.

Milano 30 novembre 2004                                                                                          Antonio Fomez

 

P.S.Quest’articolo è stato scritto il 18/3/2006, utilizzando gli appunti del 2004

Gita in battello

L’anziano Pietro, amante dello snorkling, è in navigazione verso l’isola di Tiran, sul Mar Rosso, per ammirare le meraviglie sottomarine di questi luoghi. Dopo due ore di navigazione, con al seguito una decina di battelli della stessa compagnia turistica, arriva alla baia corallina per una sosta di quaranta minuti. Questa consentirà   a quelli interessati all’esplorazione dei fondali in apnea, di immergersi. Pietro scende in acqua con una ventina di persone, più giovani di lui, munite dell’attrezzatura idonea, precedute e seguite da due guide, che esortano   il gruppo a non staccarsi dalla fila indiana che si è formata. A Pietro però non piace quest’allineamento. Così

si ferma sott’acqua nei punti che più gli interessano volendo osservare nel fondale quelle bellezze che, da sole, valgono il costo del viaggio. Talvolta l’anziano, aiutato dalle pinne, scende oltre i sei metri di profondità, restando estasiato e quasi rapito da tutto ciò che lo circonda. Purtroppo, a causa della sua cocciutaggine perde i contatti col gruppo, e resta piuttosto indietro dagli altri. Raggiungerli al più presto sarebbe molto faticoso per lui, pertanto decide di risalire in barca, scambiando però lo scafo con un altro del tutto simile.

Trovata la barca giusta, dopo bracciate faticose e momenti di scoramento, Pietro si riposa dallo scampato pericolo e risponde alla chiamata per il pasto a bordo, che assolutamente lo delude. A poppa trova molti passeggeri arabi seduti per terra in cerchio, con uno al centro che balla una specie di danza del ventre, fingendosi una donna, seguito da un altro giovane che canta un apprezzato lamento arabo. Gli anziani,

come altri indigeni fino a quel momento appartati, sono allegri , ma s’infiammano quando entra in pista

una giovane russa venticinquenne con un bikini mozzafiato, che s’esibisce in una più credibile danza del ventre, ricevendo applausi scroscianti. Pietro partecipa alla festa ed invita al ballo due anziani vestitissimi - specie la moglie - dalla testa ai piedi, che lo guardano stupiti e non capisce la loro risposta. Subito dopo Pietro, s’unisce al cerchio dei battimani, seduto e senza scarpe come gli altri, accanto a un giovane palestinese, ricevendone in cambio un inequivocabile piedino, che però non gradisce.Fortunatamente arriva la seconda e ultima sosta per i praticanti lo snorkling, nei pressi di una nave russa affondata chissà quando, dove nuotano

dei delfini. Pietro è però stanco e non segue il corteo degli escursionisti, preferendo restare nei paraggi della scaletta della barca, per fraternizzare con la ragazza russa.Ad un certo momento i due sospendono i tuffi dalla scaletta, perché affascinati da un branco di delfini, piccoli  quanto cefalotti, ma, soprattutto, dalle pinne affioranti di un altro gigantesco a pochi metri da loro. Quando poco dopo rientrano i subacquei, Pietro

apprende che costoro sono stati più fortunati di lui, perché hanno visto quel cetaceo che saltellava, arrivando all’epilogo: che al furbo delfino le guide abbiano dato qualche euro di mancia in più, per convincerlo a mostrarsi intero, agli occhi dei loro clienti?

Milano 14 gennaio 2004.                                                                  Antonio Fomez

Il ponte del sospiro

 Sulla spiaggia egiziana di Naama Bay, il quarantenne Attilio, non potendosi immergere nelle stupende acque azzurre del Mar Rosso, per via di una sfortunata otite e per un problema di dissenteria che affligge tanti turisti in vacanza sulle coste africane, si rilassa sotto una palma, godendo  il sole della mattinata e ricostruendo sulla sua scacchierina magnetica una partita tratta dalla monografia  di Gligoric: “Difesa Nimzo indiana”.

Purtroppo, mentre muove un cavallo nero che deve assolutamente difendere l’importante casa d5, gli arriva un sintomo dall’intestino per  un’imminente scarica. Non c’è tempo per riflettere sul da farsi, perché c’è il rischio che gli coli qualcosa dalle cosce. Attilio percorre così a fatica una cinquantina di metri attraversando un tratto di spiaggia e di scogli e, per proteggersi dagli sguardi indiscreti, si tuffa dirigendosi sotto un  ponticello  a palafitte, sulla cui piattaforma sono disposti gli ombrelloni e i lettini, riservati agli ospiti dell’albergo convenzionato con la FrancoRosso Tour. Muove le acque per sciogliere eventuali emersioni con circospezione e vergogna, ma fortunatamente fuoriescono dal suo corpo solo liquidi e qualche seme di anguria, magari anche graditi dai pesci multicolori che lo accerchiano simpaticamente.

Risollevato e felice, ma prudente,dopo aver  completata l’operazione, ritorna rapidamente a riva ,temendo che tra i pesci accorsi numerosi, e che qui non temono l’uomo, possa nascondersi  qualche barracuda ghiotto di carne umana. Ritorna all’ombrellone sereno, per proseguire l’emozionante partita sospesa, curioso di capire quale mossa farà il bianco,dopo che il cavallo avversario ha difeso quel punto strategico. Nel contempo riceve l’invito di una bella  animatrice ucraina, in compagnia del suo collega e fidanzato musulmano, a partecipare tra una mezz’ora ad alcuni esercizi di danza aerobica in acqua, seguiti da un aperitivo. Attilio risponde che non può seguirli perché ha la diarrea del viaggiatore o più folcloristicamente la" maledizione di Montezuma", dal nome dell’epidemia di dissenteria che colpì i conquistadores di Fernando Cortez , durante la conquista delle terre degli indios di re Montezuma.I due giovani se ne vanno delusi, consentendo ad Attilio di rituffarsi nella partita a scacchi appena sospesa, curioso di sapere quale possa essere la mossa migliore per il bianco in quella posizione. Purtroppo, mentre sta compiendo uno sforzo mentale di analisi, senza l’ausilio del libro dov’è trascritta la giusta continuazione, gli arriva un’altra scarica che lo costringe a un nuovo tuffo sotto il ponte del sospiro. Fa quello che deve fare, ancora in compagnia dei simpatici pesci colorati, che generalmente seguono giocosi chiunque s’immerga per lo snorkling, preferendo girargli intorno, senza però mai toccarlo. Durante questa seconda sortita di Attilio, i pesci fanno una doverosa eccezione, perché l’uomo avverte da dietro una loro spinta decisa, qualcosa in più di un di un perentorio avvertimento, per fargli capire di sgomberare il campo per motivi ecologici. Spaventato da un possibile attacco della squadra omicida dei barracuda, richiamati dai colleghi rossi per la difesa del loro mare, Attilio compie un paio di bracciate vigorose alla maniera del nuotatore azzurro Rosolino, e raggiunge rapidamente gli scogli per ritornare sul suo lettino. Passa quindi nella zona en plein air sulla sabbia, per concedersi una doccia rilassante, ritrovando finalmente l’ucraina e la serenità. Poco dopo, accetta di giocare a ping.pong e a tutti i giochi stupidi che la fanciulla gli propone, ivi compreso quello delle freccette.

Milano 11 gen.2004.                                                                                                Antonio Fomez

 

Meraviglie nel mondo

 

Sembra abbastanza limitativo che siano solo sette le meraviglie del mondo, la Piramide di Cheope, il Tempio di Artemide ad Efeso, il Faro di Alessandria, il Mausoleo di Alicarnasso, i Giardini pensili di Babilonia, il Colosso di Rodi, La statua di Zeus ad Olimpia, tant’è vero che nel secolo scorso fu aggiunta alla lista l’Empire State  Building di New York. Esistono però ben altre meraviglie, almeno nelle intenzioni di alcuni autori contemporanei, che andrebbero aggregate a quella fila. Si tratta di una privilegiata categoria di “artisti”, specializzati negli happening e negli allestimenti, negli angoli delle strade e nelle piazze, che costano poco ai Comuni, che spesso se la cavano con un miliarduccio delle vecchie lire, per ogni istallazione. Tra i Comuni italiani più attivi e sensibili a questo genere di spettacolo urbano, Napoli col suo Sindaco Bassolino sicuramente figura ai  primi posti. Per  tali appuntamenti annuali nei suoi spazi, ha coinvolto numerosi  artisti italiani e stranieri, di chiara fama ma  solo in un caso si è rivolto ad uno di origini campane. Nella famosa Piazza Plebiscito a Napoli, ad esempio, dal 1995 al 2004, si sono esibiti nell'ordine: Mimmo Paladino, Jannis Kounnellis, Mario Merz, Gilberto Zorio, Giulio Paolini, Anish Kapoor, Joseph Kosuth, Rebecca Flora e Richard Serra.Così, da nove anni la popolazione partenopea ha ammirato, montagne di sale, stracci e mobili sospesi sotto i portici, nonché teschi disseminati (ribattezzati dalla fervida fantasia popolare “e capuzzelle” come i famosi teschi del cimitero delle Fontanelle ) (1)allestiti da questi autori, per lo più provenienti dal gruppo dell’arte povera, che da oltre trent’anni, in questa città, ma anche nelle esposizioni internazionali come la Biennale di Venezia, ripropongono le loro obsolete  problematiche, che hanno sicuramente stupito e entusiasmato qualche  passante snob, ma che in realtà sono servite ad arricchire l’autore e chi l’ha proposto. Il rischio di tali installazioni è che queste, invece di integrarsi o penetrare lo spazio circostante, diventino opere museali o mostre personali a cielo aperto, usando denaro pubblico, invece di quello degli autori, ricchi quanto i calciatori miliardari. Siamo sicuri che questa maniera di meravigliare, dopo il famoso cesso rovesciato di Duchamp del 1927, in futuro avrà altri seguaci. D’altra parte chi può resistere al fascino dell’immondizia o degli stracci inglobati in cellophane ammucchiati in alti cumuli? Per fortuna oggi, rispetto al passato, il cittadino che osserva è più smaliziato di un tempo: guarda alle imprese di questi geni, che sono sempre gli stessi, favoriti dai critici doc ammanigliati con le istituzioni,ma non è più disposto a recepire opere dubbie, spesso fini a se stesse, con lo scopo principale di meravigliare lo spettatore. Certo, l’arte va avanti, la tecnologia e l’informatica sono al top, siamo per dirla alla Sanguineti, nell’epoca delle tre terribili I: inglese, internet e imprese, e gli artisti hanno bisogno di creare delle nuove cose, trascurando il cavalletto, la tela ed i colori. Ma l’ingigantimento di oggetti o montagne di sabbia, che i nostri ricchi e noti poveristi, capitanati da Celant, usano tuttora, non sono sufficienti per creare del nuovo, perché qualcuno potrebbe anche preferire alle loro creature, un disegnino su carta formato A4 di un tal Klee, un bel buco di Fontana, messi al centro di una piazza opportunamente blindato, o anche rivedere sulle piazze i pittori en plein air, che simpaticamente dipingono tra una folla di curiosi, e che non costerebbero quasi nulla alle casse comunali!

Ma è anche vero che nel seicento Giovan Battista Marino ha detto “è del poeta il fin la maraviglia”, ma noi affermiamo che chi si prefigge di suscitare siffatti stupori, “vada alla striglia”.

 

(1)In quei giorni la  reazione popolare all'obbrobrio  fu particolarmente forte, oltre a ribattezzare l'opera " e capuzzelle"  vi erano vivaci gesti scaramantici al passaggio in Piazza del Plebiscito, nottetempo nonostante la sorveglianza, anche con telecamere a circuito chiuso, qualche buontempone asportava qualcuna delle capuzzelle tanto che delle 150 iniziali alla fine ne restarono ben poche.

 

  1. M. Capua Vetere 8 febbraio 2004. Antonio Fomez

Postachiavi.

 

Molti editori lamentano che le loro pubblicazioni spesso non arrivano a destinazione, per via delle mancanze delle sorelle Poste.Giorgio invece, un maturo e sportivo poeta, si ritiene più fortunato degli altri, perché da alcuni lustri è abbonato a questa rivista, che riceve quasi regolarmente.Infatti, alla fine dello scorso mese, nell’uscire di casa alle 21,30 per andare a giocare a tennis, ritira la sua posta dalla casella e si sofferma volentieri sulla pagina che la pubblicazione gli ha riservato e, fiero di se, arriva euforico al campo di tennis, dove trascorrerà una serata deludente perché due dei suoi tre soci, sono in cattiva forma e per giunta escono dal campo zoppicanti, rendendo impossibile il proseguimento del doppio.Pertanto Giorgio rientra a casa in anticipo e poco prima della mezzanotte è già con l’auto davanti al box, per custodirla, ma purtroppo non può aprire la saracinesca perché non trova il mazzo di chiavi, dove ci sono anche quelle di casa.Per fortuna possiede in auto il telecomando, per uscire dai due cancelli e ritornare al circolo di tennis sperando d’averle lasciate là.Ma non è così e, mentre ritorna a casa sconsolato, gli mi viene in mente che, quando uscì per ritirare la posta dalla cassetta, si era fermato qualche minuto a consultarla, e forse lasciò le chiavi penzolanti dalla serratura.Al furibondo Giorgio pertanto non restano altre scelte che dormire in auto, nella zona riservata ai box, o cercarsi un albergo, mentre il mattino dopo dovrà chiedere l’intervento di un fabbro.Rincasa intanto una gentile signora alla quale Giorgio chiede se ha notizie delle sue chiavi, ottenendo una risposta negativa. Quando poi la donna apprende che Giorgio dormirà nella sua auto o in albergo risponde: ” io non posso far altro che prestarle una coperta, se ha bisogno mi citofoni”.L’uomo ringrazia.Mentre medita che qualcuno potrebbe aver ritrovato le chiavi lasciandole davanti all’ingresso della sua porta, all’una e mezzo arriva il miracolo, perché rientra un ragazzo col motorino che abita al piano sotto di quello di Giorgio e che fu allagato da quest’ultimo in luglio, per una sua disattenzione. Gongolante alla sua vista, il poeta chiede al giovane di aprire la porta della comune palazzina, sale in ascensore e trova finalmente un biglietto giallo sulla porta con la scritta: “Ha lasciato il suo mazzo di chiavi appeso alla casella della posta.Gliele ho prese io alle 22”.F.to la sua dirimpettaia.All’una e quaranta Giorgio bussa la porta della salvatrice e la signora assonnata gli consegna il mazzo.Giorgio la ringrazia mandandole un bacio con la mano, sebbene gli resti il dubbio: perché diavolo non mi ha lasciato un biglietto sulla casella?

 

Milano 30 marzo 2004

Racconto da Hurgada

 

Davide è un milanese di mezza età, che trascorre una vacanza sul Mar Rosso, a caccia di turiste, in compagnia di un suo amico trentenne, un tal Vincenzo, appena separato dalla moglie. Vincenzo fa molta fatica a parlare, e ha difficoltà motorie, dovute ad un incidente d’auto, a seguito del quale finì in coma per un lungo periodo. Il ragazzo è di statura medio bassa, un tantino grassoccio, con gli occhiali ed un collo lungo alla Modigliani, dal baricentro spostato verso destra, dove gli pende la spalla. Vincenzo ha un’andatura ondeggiante, e un corpo disarticolato, che copre con vistosi abiti hawaiani, con i calzoni che gli arrivano alle caviglie, mentre un anello gli pende da un orecchio.

Davide ci racconta che Vincenzo attira sessualmente gli abitanti del luogo, che spesso lo fermano per strada, tentando di circuirlo con proposte oscene, dopo aver intuito i suoi problemi psicologici. Una sera, Vincenzo, incuriosito dalle lusinghe esotiche, esce da solo, ed è avvicinato da un giovane che desidera un incontro ravvicinato con lui e che, a tal proposito, lo porta in un posto periferico e semibuio, circondato dagli scheletri di alcune costruzioni fatiscenti, pronte per essere abbattute. Poco dopo essersi appartati, sopraggiungono due compari del nativo che, fingendo un interesse alla festa, svuotano le tasche all’ignaro e sprovveduto Vincenzo, lasciandolo anche senza la chiave magnetica della camera.

Davide è a sua volta tallonato dalla trentenne Laila, manager di un vicino hotel, una bella donna araba in carriera, molto emancipata. Contrariamente alle abitudini ed alla cultura di quei posti, dove spesso le femmine sono schiacciate dal maschilismo predominante, Laila veste con un discreto gusto occidentale e adora gli abiti dei vari Armani e company, e fa capire a Davide che intende sposarsi con un italiano maturo. Sogna altresì di vivere a Milano, capitale della moda, per via che può comprarsi i costosi vestiti disegnati dai nostri stilisti. Un giorno Davide, affascinato sempre di più dalla donna, chiede allo scrivente un parere su un piano ingannevole da lui ordito, in modo da portarsi a letto Laila. Davide, per illudere la donna, ha in mente di chiederle come prova d’amore, prima di sposarla, di trascorrere con lei una settimana in un bungalow dell’hotel, dislocato sulla spiaggia, e subito dopo ripartire per l’Italia, piantandola in asso. Non sappiamo com’è finita la love story, perché nel frattempo siamo rientrati in patria, non prima di aver messo in guardia Davide sulla temerarietà del suo piano.

 

Milano 27 settembre 2004                                                                                      Antonio Fomez

Show in Tv

In quest’ultimo periodo, col paese trascinato da una forte crisi economica, anche la Tv italiana dà segni di sfacelo, specie nelle spettacolari e cruente cronache dei telegiornali, alternando notizie di decapitazioni con quelle, altrettanto incredibili, della nomina di Fini a ministro degli Esteri. Così non è un caso che il telespettatore, a pezzi dopo aver appreso tali sciagure, si sintonizzi sulle idiozie dell’ignobile “L’isola dei famosi”, aumentandone lo share, sia pure per un attimo. Sulla scia di questo e d’altri ingannevoli reality show, è all'altezza il collegamento in diretta Tv a reti unificate, dall’aeroporto di Fiumicino, per l’arrivo dell’aereo con le due italiane liberate in Iraq. Intanto, la sceneggiatura di questi avvenimenti è nota, con la presenza in video dei politici, che mai e poi mai potranno rinunciare a tali ghiotte opportunità. Infatti, come da copione, una telecamera fissa inquadra l’aereo sulla pista romana di Ciampino, cogliendo Berlusconi che s’introduce autorevolmente nel velivolo, prima dell'uscita delle ragazze, mentre agli altri parlamentari tocca aspettare. Ma anche questi ultimi, poco dopo avranno la ribalta, per trasmettere la loro felicità ai teleutenti, recitata con un malcelato atteggiamento trionfale. Al microfono si alternano Veltroni e company, tra i quali Letta, elogiato dal premier perché ha curato la regia dei contatti con i sequestratori. Ripreso con gli altri deputati, sorprende vedere Rutelli, impegnato qualche minuto prima nel talk show di Ballarò su Rai Tre, anche se non si è capito se questa trasmissione è in diretta, oppure se il politico ha raggiunto il set dell’aeroporto in elicottero. Crediamo che la maggior parte dei telespettatori, di fronte alle due Simone che si presentano sorridenti e mascherate in abiti arabi come divette vincitrici di un premio a Cannes, sebbene toccati dai commenti degli speaker, abbiano capito il movente politico di una tale sontuosa messa in scena.

La Tv italiana, che oggi dà il peggio di sé, offre immagini raccapriccianti; basta guardare la serie di delitti efferati di cui i tg danno conto con dovizia di particolari. Ragioni di interesse armano la mano dei parenti più stretti, come in certe storie di Simenon che gelano il cuore persino a Maigret. Per esempio, apprendere che la moglie assassina, mentre assiste all’esecuzione del delitto da parte dell’amante, chiama al telefonino il figlio per fargli ascoltare i rantoli del padre, fa una certa impressione. Per non parlare dell’appello al Tg1 della madre col volto piangente a tutto schermo, che implora chi le ha ucciso la figlia quindicenne a costituirsi.

Ma anche altri eventi, in onda insistentemente in Tv, sarebbero da evitare, perché stimolano all’emulazione i ragazzi cretini, come “l’effetto Parini” che, grazie alle immagini trasmesse, ha trovato imitatori in altre scuole italiane. A questo punto viene da chiedersi se bisogna ancora aver paura della criminalità che arriva dall’estero e da terroristi di varia specie, oppure - più modestamente – sia opportuno fermare la mano di chi decide di mandare in onda tali sconcezze, che arrecano danni soprattutto ai minori. Un giorno un politico nostrano affermò che la cultura occidentale è superiore a quella islamica, ricevendo fischi da ogni parte del mondo. Per noi, invece, un cretino non è né occidentale e neppure orientale, perché un cretino non ha attenuanti.

 

Milano 22 nov.2004.                                                              Antonio Fomez.

 

 

 

 

 

 

 

Tesori nel Sud

 

 

Mentre diffondiamo la notizia della “scoperta” di due tesori, ammirati in occasione di un recente viaggio, ci auguriamo che le opere nel frattempo non corrano rischi. Ma non anticipiamo.

Uno di questi tesori è la grande “Concattedrale di Taranto” progettata nel 1970 da Giò Ponti che all’epoca scrisse: “Ho pensato due facciate.Una, la minore, salendo una scalinata, con le porte per entrare nella chiesa. L’altra, la maggiore, accessibile solo allo sguardo e al vento: una facciata per l’aria, per una cattedrale sommersa nell’aria…”

L’altro tesoro è “l’Anfiteatro Campano” di S. Maria Capua Vetere (Caserta), cittadina che occupa il luogo dell’antica Capua, di cui conserva importanti vestigia archeologiche, con la sua storia trimillenaria e che rivaleggiò in potenza e grandezza con Roma. L’Anfiteatro Campano è un sontuoso edificio che si confrontava per dimensioni ed importanza con il Colosseo, e che ci ha lasciato stupiti per la sua bellezza.

Il terzo tesoro potrebbe essere accumulato virtualmente, riunendo le intelligenze incontrate laggiù, ivi comprese quelle di giovani in qualche modo esperti del settore. Tra questi un tal Emilio Cattolico, promettente critico d’arte, che ha in cantiere un libro intitolato: “Di tutto un pop”, nel quale studia le ultime tendenze dell’arte di oggi. Di questo ragazzo ci hanno sorpreso la sua capacità di analisi sull’arte e l’entusiasmo con cui affronta il lavoro, con scarse speranze di realizzare l’ambizioso progetto, a differenza di quel nugolo di critici d’arte italiani, ai quali tutto è permesso per via della loro notorietà. Così accade che mafiosi affermati, in sintonia con i pochi artisti replicanti della loro scuderia, invitano questi ultimi ad esibirsi nelle piazze in occasione di ben remunerati happening, i cui risultati destano meraviglia soltanto agli sciocchi. Tra l’altro, con i tempi che corrono e in cui non poche famiglie si ritrovano nell’impossibilità di arrivare alla fine del mese, taluni allegri funzionari comunali continuano imperterriti ad assecondare quelle milionarie quanto sterili manifestazioni.

Relativamente al patrimonio culturale di proprietà dello Stato, e stavolta ci riferiamo a beni pubblici di indiscutibile valore, registriamo una preoccupante mutazione in corso che riguarda castelli, isole, certose e quant’altro. Sembra ormai certo che parte di essi sia destinata ad essere messa in vendita per “far cassa”, stravolgendo quello che per secoli ha rappresentato il Tesoro del Bel Paese.

Infine chiudiamo con una riserva per questo pezzullo, che portiamo a termine attanagliati da un senso di colpa. In futuro, forse, sarà d’uopo non diffondere l’esistenza di altri tesori poco noti, per evitare di ingolosire chi di dovere. Solo così si potrà scongiurare il pericolo che mettano in vendita l’Anfiteatro, la Concattedrale e, perché no, anche il bravo Emilio…. Ma tant’è.

 

Milano 15 aprile 2004                                                                                     Antonio Fomez

 

 

Volo in Calabria

 

Hans, un artista d’origini tedesche, vola in Calabria per realizzare una cartella di serigrafie, dopo aver spedito in anticipo i correlati bozzetti al serigrafo Vito. Purtroppo Hans, appena incontra il quarantenne serigrafo, apprende che costui non ha ancora approntato le pellicole per la cartella. L’artista, però, non libera la sua furia sull’uomo, perché quest’ultimo dovrà ospitarlo a casa e perché gli promette che nel giro di quattro o cinque giorni le pellicole con la selezione del nero saranno pronte. D’altro canto Vito, sebbene sprovvisto di puntualità e affidabilità, com’erano considerati un tempo quegli artisti perditempo e crapuloni, è un ottimo stampatore, nonché persona molto ospitale. A tal proposito, scarrozza in giro il pittore, invitandolo a cena in alcune ville dei suoi amici, oltrechè nella tenuta vinicola di un gallerista svizzero che ha ai muri molte opere di Hans.

Così, lasciando la fossa estiva di Cosenza, Vito conduce Hans nella sua casa di Mendicino, distante dalla città pochi chilometri. L’antico paesino, dall’alto del fresco dei suoi 700 metri sul livello del mare, accoglie i due con la bella pavimentazione di selciato. La casa di Vito è al centro del paese, in un vecchio palazzo costruito alcuni secoli orsono, col suo soffitto a travi sulle spesse pareti. In questa casa, dove alligna il consueto disordine dell’uomo che vive solo, separato dalla moglie e da un figlio di sei anni, Vito offre al tedesco una morigerata cena a base di pasta e piselli, innaffiata da abbondante acqua, per uscire alle 23 per incontrare il suo bambino. Rimasto solo, Hans si sistema sul divano letto assegnatogli, provvisto però di lenzuola già usate, davanti ad un caminetto con i mozziconi frammisti alla cenere, dove si appisola dolcemente col balcone aperto, dal quale arrivano ventate di aria frizzante, che lo costringeranno durante la notte ad avvolgersi in una coperta. L’unico inconveniente è che il suo sonno è più volte interrotto, per via dell’orologio del campanile di una chiesa, che scandisce il tempo ogni 15 minuti.

Il giorno dopo, con Vito che come d’abitudine è rientrato alle 5 del mattino e che dormirà fino al pomeriggio, non gli resta che organizzarsi il proprio tempo, nell’attesa che l’uomo si decida finalmente a lavorare per le sue opere. Così Hans si concede, tra l’altro, una giornata al mare e la visita al Museo di Rende. Questa struttura, situata a pochi chilometri da Cosenza, si trova su un’altura dalla quale si ammira un paesaggio mozzafiato, mentre lo spazio interno del Museo, diretto da Tonino Sicoli, ospita opere di artisti calabresi tra i quali spiccano quelle di Rotella, Malice, Telarico, e Toni Ferro, scomparso da qualche mese.Un altro giorno il gallerista svizzero regala ad Hans una gita alla nota località “Tasso”, alle pendici del monte Cucuzzo, immersa nella natura incontaminata e circondata da fonti di buona acqua fresca che sgorga dalla montagna, dai cui cespugli l’artista raccoglie gustose fragoline di bosco. Hans trascorre l’ultima serata calabra a Mendicino, partecipando ad una festa in piazza organizzata dal sindaco del paese, appena eletto, con grigliate e birra a volontà per tutti.

Arriva il giorno della partenza e Hans è molto seccato perché non farà in tempo a vedere le sue pellicole, giacché le scansioni di Vito richiedono tempi di lavorazione molto lunghi. Ottiene però la promessa che il serigrafo gli spedirà in visione le famigerate pellicole, non appena queste saranno pronte. Sull’aereo che porta Hans a Milano, la vicina seduta accanto gli chiede perché il suo volto è così giulivo. L’uomo risponde che è contento, perché nei luoghi dov’è stato si vive meglio che non nel Nord dell’Italia e che, considerato che il costo della vita e delle abitazioni in Calabria è basso, ha in mente di trasferirsi laggiù in pianta stabile.

 

Milano 16 luglio 2004                                                                            Antonio Fomez

 

 

Volo in Calabria ridotto per Artecultura

 

Hans, un artista d’origini tedesche, vola in Calabria per realizzare una cartella di serigrafie, dopo aver spedito in anticipo i correlati bozzetti al serigrafo Vito. Purtroppo Adolf, appena incontra il quarantenne serigrafo, apprende che costui non ha ancora approntato le pellicole per la cartella. L’artista, però, non libera la sua furia sull’uomo, perché quest’ultimo dovrà ospitarlo a casa e perché gli promette che nel giro di quattro o cinque giorni le pellicole con la selezione del nero saranno pronte. D’altro canto Vito, sebbene sprovvisto di puntualità e affidabilità, com’erano considerati un tempo quegli artisti perditempo e crapuloni, è un ottimo stampatore, nonché persona molto ospitale. A tal proposito, scarrozza in giro il pittore, invitandolo a cena in alcune ville dei suoi amici, oltrechè nella tenuta vinicola di un gallerista svizzero che ha ai muri molte opere di Hans.

Così, lasciando la fossa estiva di Cosenza, Vito conduce Hans nella sua casa di Mendicino, distante dalla città pochi chilometri. L’antico paesino, dall’alto del fresco dei suoi 700 metri sul livello del mare, accoglie i due con la bella pavimentazione di selciato. La casa di Vito è al centro del paese, in un vecchio palazzo costruito alcuni secoli orsono, col suo soffitto a travi sulle spesse pareti. In questa casa, dove alligna il consueto disordine dell’uomo che vive solo, separato dalla moglie e da un figlio di sei anni, Vito offre al tedesco una morigerata cena a base di pasta e piselli, innaffiata da abbondante acqua, per uscire alle 23 per incontrare il suo bambino. Rimasto solo, Adolf si sistema sul divano letto assegnatogli, provvisto però di lenzuola già usate, davanti ad un caminetto con i mozziconi frammisti alla cenere, dove si appisola dolcemente col balcone aperto, dal quale arrivano ventate di aria frizzante, che lo costringeranno durante la notte ad avvolgersi in una coperta.

Il giorno dopo, con Vito che come d’abitudine è rientrato alle 5 del mattino e che dormirà fino al pomeriggio, non gli resta che organizzarsi il proprio tempo, nell’attesa che l’uomo si decida finalmente a lavorare per le sue opere. Così Hans si concede, tra l’altro, una giornata al mare e la visita al Museo di Rende.

Un altro giorno il gallerista svizzero regala ad Adolf una gita alla nota località “Tasso”, alle pendici del monte Cucuzzo, immersa nella natura incontaminata e circondata da fonti di buona acqua fresca che sgorga dalla montagna, dai cui cespugli l’artista raccoglie gustose fragoline di bosco.

Arriva il giorno della partenza e Adolf è molto seccato perché non farà in tempo a vedere le sue pellicole, giacché le scansioni di Vito richiedono tempi di lavorazione molto lunghi. Ottiene però la promessa che il serigrafo gli spedirà in visione le famigerate pellicole, non appena queste saranno pronte. Sull’aereo che porta Adolf a Milano, l’uomo risponde è contento, perché nei luoghi dov’è stato si vive meglio che non nel Nord dell’Italia e che, considerato che il costo della vita e delle abitazioni in Calabria è basso, ha in mente di trasferirsi laggiù in pianta stabile.

 

Milano 18 luglio 2004                                                                            Antonio Fomez

 

 

CALICE LIGURE. RITROVO DI ARTISTI

NEGLI ANNI SESSANTA.

 

Presentato il libro: Emilio Scanavino & c. ”La leggenda degli artisti di Calice Ligure”

 

Calice Ligure 16 luglio 2005. Arrivammo per la prima volta a Calice Ligure nella seconda metà degli anni ’60, su invito di Emilio Scanavino, che allora vi abitava, in una gran casa con la moglie Giorgina ed i figli, Paola e Sebastiano. Nel bell’entroterra ligure di Calice , in provincia di Savona  a 6 chilometri dal mare di Finale Ligure, alcuni pittori prendevano in affitto un appartamento durante il periodo delle vacanze.Altri invece edificarono una casa, recuperando qualche cascinale o rudere.Tra questi l’architetto Galvagni, Fernando De Filippi ,Tino Stefanoni e Guido Nangeroni, mentre lo scrivente, durante i suoi passaggi da queste parti, alloggiava all’Hotel del più giovane dei tre fratelli Viola, che chiamammo “Il violino”, e più che incontrarsi con i suoi coetanei artisti, vedeva l’amico Emilio Scanavino, che spesso lo invitava a cena a Finale Ligure.

Dal 1969 al 1986, data della scomparsa di Scanavino, gli artisti, anche quelli dell’ultima ora che si ritenevano dei geni  ma erano solo mediocri, portati com’erano alla ricerca del consenso che oggi si direbbe dell’audience, affollarono Calice e stravolsero le abitudini della sua popolazione, creando alcuni contrasti relazionali. A tal proposito la Rai nel 1970 documentò tutto questo in una puntata di “Cronache Italiane”, ripresentata oggi al pubblico, nella Sala del Consiglio del Comune di Calice Ligure strapieno, convenuto per la introduzione del libro: Emilio Scanavino & c.”La leggenda degli artisti di Calice Ligure”.

Tale volume, voluto e sponsorizzato dall’entusiasta calicese doc.Gianni Viola, oltre a raccontare la storia degli artisti passati qui tra gli anni 60/80, raccoglie anche le loro testimonianze, con scritti interessanti.Il libro è stato presentato da Germano Beringheli e da Milena Milani, oltre che dal Sindaco di Calice Ligure, Giobatta Decia e da altre autorità locali.Subito dopo c’è stato un sontuoso rinfresco, nella bella piazzetta sottostante il palazzotto comunale, con farinata ed altri antipasti tipici liguri, preparati da Marilena Viola.  Il cronista, approfittando del momento favorevole, riesce a scambiare qualche parola con Giorgina, vedova di Scanavino, che a domanda risponde: “Anche se ho  rimpianto e nostalgia di quelli che non ci sono più, sono contenta di questa testimonianza degli artisti passati da Calice Ligure, che sono riusciti a darmi un ricordo bello di Emilio”.La giornata si conclude nella grande tenuta del noto gallerista Franz Paludetto, adibita anche per scopi espositivi, in località Bricco, raggiungibile dopo circa un chilometro, attraverso stradine impervie, tra boschi fantastici.

Infine, citiamo il passaggio di un  nostro brano pubblicato nel volume in oggetto:”…Poco prima di Ferragosto, nell'anno 1969, una sera mi trovavo seduto accanto ad un tavolo con Scanavino e Dova, fuori un gran bar di Finale Ligure, pieno d’artisti ed altre persone del settore, ivi compreso Cusumano. Osservai a lungo i miei conoscenti che parlavano di lavoro, di mostre, di vendite, di galleristi e di quant’altro.Ad un certo punto fui assalito da una noia totale, e decisi di andarmene da quel posto, perché non mi rilassava i nervi dalle fatiche dell’anno, sembrandomi di stare a Milano invece che in vacanza in Liguria.Immediatamente decisi di tornarmene a casa, a Milano e di effettuare un viaggio in Africa. Così, arrivato a casa, telefonai ad un’Agenzia Turistica, prenotando il mio primo volo in aereo e dirigendomi in Tunisia, partendo dalla Malpensa il 15 Agosto…”

Milano 18 Luglio 2005                                                                                Antonio Fomez

 

SCHEDA DEL VOLUME : Emilio Scanavino & c.”La leggenda degli artisti di Calice Ligure”.Edizioni De Ferrari & Devega S.r.l.Via G.D’annunzio 2/3 ,Genova tel.010.532623,pp.192.Il libro è a cura di Stefano Delfino e Gianni Viola, la prefazione è di Germano Beringheli.

Tra le memorie scritte dagli artisti, ognuno con una o due pagine di testo: Bertini,Bonalumi, Bruzzone,Caminati, Forrester, Franceschini, Fomez, Gelmi, Gobbi, Icaro,  Konieczny, Mambor, Milani, Miyahara, Mondino (purtroppo appena scomparso),Nicolotti, Scanavino,Sarri,Vitone,Viviani.

Tra le Memorie degli amici degli artisti :Grazia Chiesa,Gillo Dorfles,Teodoro de Koening, Giancarlo Maiorino, Alberto Veca, Cesare Vivaldi Memorie dei galleristi: Pino Gastaldelli,Franz Paludetto,Vittorio Regis,Umberto Rotelli.

Tra l’elenco dei personaggi che hanno frequentato Calice Ligure e di cui i curatori del libro non sono riusciti ad avere la testimonianza: Accame Vincenzo,Adami Valerio, Angeli Franco, Arroyo Eduardo, Biasi,Guido, Fabbri Agenore, Lam Wilfredo, Nespolo Ugo, Peverelli Cesare, Rambelli Amilcare, Reggiani Mauro, Turcato Giulio.

GALLERISTI: Carlo Cardazzo, Galleria del Naviglio, Milano,Remo Pastore ( un gallerista prestigiatore che faceva sparire i quadri) Galleria il Punto Torino e Calice Ligure. Giorgio Ciam Galleria Triade Torino e Calice Ligure, Guido Rota Galleria Il Centro Calice Ligure.

CRITICI D’ARTE Luigi Carluccio,Guido Vergani,Robero Sanesi, Carlo Castellaneta.

 

                                       Cammellate con bagarini ad Oslo e Kabul

 

                                                                      “Se sei in un deserto, durante le tempeste, devi correre ai ripari sotto l’auto, perché le pietre e     la sabbia che punge, ti entra persino nelle tasche.In quel momento non sei nulla e devi annegare

                                                                                                         nella sabbia la presunzione e la protervia.Ed i tuoi stupidi soldi, utili in città e non qui, non si trasformeranno mai in un bicchiere d’acqua.Un giorno mi tolsi le scarpe, per salire su una grande

                                                                                               duna e guardare l’orizzonte.Quando ridiscesi, le scarpe non c’erano più, inghiottite da

                                              miliardi di granelli di sabbia.(Wladimiro Settimelli).

 

Omar e Tim, uno scrittore e un cameraman televisivo, fissano alcuni impegni di lavoro ad Oslo.Nella capitale norvegese Omar ha un meeting, con alcuni membri della commissione che assegnerà il Nobel della Pace, e intende scrivere un articolo su tale incontro.Tim invece, tramite Omar, è riuscito ad ottenere due appuntamenti ad Oslo con altrettanti commercianti di merluzzo, per proporre a questi alcuni spot per pubblicizzare i loro prodotti.A tal proposito la moglie Ilary, una mancata velina e mediocre poetessa con l’hobby del giornalismo, presterà il volto per le riprese osè. In maggio i tre amici residenti a Milano, prima di partire per la Norvegia, decidono di godersi una settimana di vacanza, nell’oasi di pace di Sharm, sul Mar Rosso, dopo il brutto inverno lombardo.

 

Due giorni dopo il loro arrivo a Sharm, Omar è afflitto da una fastidiosa dissenteria. Appena arrivato sulla spiaggia di Naama Bay, mentre Ilary e Tim arrostiscono i loro corpi al sole Omar, non potendosi immergere nelle stupende acque azzurre del Mar Rosso, si rilassa sotto una palma, ricostruendo sulla sua scacchierina magnetica una partita tratta dalla monografia di Gligoric: “Difesa Nimzo indiana”. Purtroppo, mentre muove un cavallo nero che deve assolutamente difendere l’importante casa d5, gli arriva un avvertimento all’intestino di un’imminente scarica. Non c’è tempo per riflettere sul da farsi, perché c’è il rischio che non possa trattenersi ulteriormente. Omar percorre così a fatica una cinquantina di metri, attraversando un tratto di spiaggia e di scogli e, per proteggersi dagli sguardi indiscreti, si tuffa dirigendosi sotto un ponticello a palafitte, sulla cui piattaforma sono disposti gli ombrelloni e i lettini, riservati agli ospiti dell’albergo. Muove le acque per sciogliere eventuali emersioni con circospezione e vergogna, ma fortunatamente fuoriescono dal suo corpo solo liquidi e qualche seme d’anguria, magari anche graditi ai pesci multicolori che lo accerchiano simpaticamente.

Risollevato e felice, ma prudente, dopo aver completata l’operazione, Omar ritorna rapidamente a riva, temendo che tra i pesci accorsi numerosi, e che qui non temono l’uomo, possa nascondersi qualche barracuda ghiotto di carne umana. Ritorna all’ombrellone sereno, per proseguire la partita sospesa, curioso di capire quale mossa farà il bianco, dopo che il cavallo avversario ha difeso quel punto strategico. Nel frattempo riceve l’invito di una bell’animatrice ucraina, a partecipare ad alcuni esercizi di danza aerobica in acqua, seguiti da un aperitivo. Omar risponde che non può seguirla perché ha la diarrea del viaggiatore o più folcloristicamente la" maledizione di Montezuma", dal nome dato all’epidemia di dissenteria che colpì i conquistadores di Fernando Cortez , durante la conquista delle terre degli indios di re Montezuma.La ragazza se ne va delusa, consentendo ad Omar di rituffarsi nella partita a scacchi appena sospesa, mentre Ilary si fa massaggiare sul lettino accanto al suo per 30 €, da un nerboruto musulmano.

Purtroppo, mentre sta compiendo uno sforzo mentale d’analisi, senza l’ausilio del libro dov’è trascritta la giusta continuazione, gli arriva un altro premito che lo costringe ad un nuovo tuffo sotto il ponte del sospiro. Fa quello che deve fare, ancora in compagnia dei simpatici pesci colorati, che generalmente seguono giocosi chiunque s’immerge per lo snorkeling, preferendo girargli intorno, senza però mai toccarlo. Durante questa seconda sortita di Omar, i pesci fanno una doverosa eccezione, perché l’uomo avverte da dietro in una loro spinta decisa, qualcosa in più di un di un perentorio avvertimento, per fargli capire di sgomberare il campo per motivi ecologici. Spaventato da un possibile attacco della squadra omicida dei barracuda, richiamati dai colleghi rossi per la difesa del loro mare, Omar compie un paio di bracciate vigorose alla maniera del nuotatore azzurro Rosolino, e raggiunge rapidamente gli scogli per ritornare sul suo lettino.

 

Al sesto giorno di mare, Tim e soprattutto Ilary, diventati abbronzantissimi, annunciano a Omar che quando arriveranno ad Oslo, nel caso i loro affari non si concretino con i due commercianti norvegesi del merluzzo, hanno in serbo un piano alternativo che non svelano all’amico, che li porterebbe ad emigrare in Iraq o in Afganistan, per cercare altri finanziamenti.Quindi, dopo questa comunicazione che lascia di stucco Omar, la coppia decide di trascorrere insieme un pomeriggio con una cammellata nel deserto.Omar tentenna, per niente interessato, ma promette che andrà con i due, solo se costoro gli sveleranno l’ipotizzato piano del dopo Oslo. Ma Tim e Ilary non vogliono parlare di ciò, costringendo Omar, che non vuole incrinare il rapporto di lavoro che ha con i due, ad accettare a malincuore l’invito alla gita sul cammello, invece di piantarli per un giorno e visitare da solo il “Monastero di S. Caterina”, a circa duecento chilometri da Sharm, con accanto al monte dove Mosè dettò le leggi. Ma tant’è, la gita si deve fare.Così, nell’ultimo giorno di permanenza nella penisola siniaca, i tre partono per la cammellata.Qui scoprono un deserto polveroso e ghiaioso, che non ha niente a che fare con quello bianco e dalla sabbia sottile che Omar vide ad Assuan, nell’Alto Egitto.Arrivati a destinazione i tre entrano in un recinto con delle tende aperte, con cuscini e sedili bassi sparsi a terra e un narghilè per fumare, circondati da tappeti: sono ricevuti da quattro beduini col barracano bianco, tra i quali uno gay, che serve a tutti il the, che Omar rifiuta di bere perché dubita per la pulizia delle tazze.Dopo questo prologo, finalmente sono assegnati al gruppo tre cammelli che si muovono lentamente in fila indiana, con in groppa i turisti, mentre le briglie delle bestie sono tenute in mano da due arabi malvestiti, un giovane e un anziano, che procedono a piedi. La durata programmata del giro è di un’ora, attraversando una pista dura come il cemento e con qualche buca, passando per gole e sentieri di un certo fascino, con davanti un desolante spazio. Dopo qualche minuto,mentre entrano nella bella vallata del parco montagnoso di Sharm-El Sheikh, situata nella punta meridionale della penisola del Sinai, che com’è noto fu in mano israeliana fino al 1980, Ilary entusiasta del giro emette gridolini di gioia.Dopo una ventina di minuti in groppa al cammello, la comitiva compie un giro tra le valli: Omar si lamenta subito ed afferma di sentirsi tenuto al guinzaglio dal giovane egiziano, come fosse suo figlio, o anche di essere alla prima lezione d’equitazione in un maneggio, mentre nello stesso tempo osserva le cime delle montagne frastagliate e quelle più geometriche che cominciano a dargli noia e fastidio, anche perché, il suo interesse è di mettere in salvo il sedere, molto provato dalla dura sella di legno del cammello e dalle precedenti evacuazioni. Quindi, per evitare un’uretrite a causa dello sballottamento, dopo qualche buca o duna, Omar chiede al ragazzo che tiene la corda del suo cammello, di scendere  per poter proseguire a piedi, sperando che l’ora prevista per il fantastico giro finisca in fretta.Il cammelliere, appena Omar ridiscende dalla scomoda posizione, gli affida la corda della bestia, con una sorta di benevola fiducia, come un direttore d’orchestra che durante una pausa per andare in bagno, porge la bacchetta al primo violino.Il giovane cammelliere lascia scivolare sulla corda la mano e tocca inequivocabilmente quella di Omar stringendola, con l’aggiunta di un languido sospiro. Omar fa finta di niente, ma facendogli capire con garbo che preferisce tenere da solo la corda e dirigere il cammello.

Ad un certo punto però, dietro il gruppo s’ode un gran frastuono di motori, causato da una lunga fila di sidecars a quattro ruote, che stanno per sopraggiungere sulla pista dove passeggia il gruppetto.Ai turisti pertanto, non resta di meglio che spostarsi per favorire il passaggio alla folta marmaglia di motociclisti per lo più italiani, evitando guai, mentre Omar che è il solo a piedi che guida il cammello, dà un repentino strappo alla corda, per dirigerlo tra le sterpaglie disseminate alla sua destra. Questo strattone fa però leggermente inciampare il suo animale che, girandosi gli lancia uno sguardo talmente incavolato, che fa decidere l’uomo a ripassare la corda al cammelliere.Passano i ragazzi della ”Motorata nel deserto”, tutti protetti da uno straccio arabo sulla bocca, mentre il gruppo dei tre si avvicina alla conclusione del magnifico tour, con i polmoni pieni di polvere. La gita finisce alle 20 e, mentre montano nel pulmino che li riporta in albergo, Omar, Ilay e Tim percorrono la zona desertica al buio, che li porterà verso l’uscita, scorgendo in lontananza una cinta illuminata a giorno, con fari e luminarie dappertutto, come da noi a Piedrigrotta. Ma i nostri tre hanno già la mente in Norvegia e il mattino dopo, raggiungono in aereo Oslo.

 

I tre arrivano in questa bella città ai primi di giugno: sono accolti da un cielo sempre chiaro, da dove    scende una persistente pioggerellina, con la luce che s’abbassa leggermente verso la mezzanotte, laddove in inverno è buio per quasi tutto il giorno.Omar e gli altri due apprendono che la Norvegia è un paese ricco perché è il quarto esportatore mondiale di petrolio con un reddito pro capite di circa il doppio di quello italiano, col risultato che qui i prezzi sono molto più alti dei nostri.Infatti, il gruppetto spende subito in corone norvegesi, l’equivalente di 15 €, per un disgustoso panino e una bibita al Mac Donald del porto, mentre di sera ne sborsano 50 per un piatto di salmone al ristorante. A tal proposito il taccagno avellinese Tim assicura che per risparmiare denaro, la prossima volta che ritornerà ad Oslo, porterà in valigia tre”palatelle di pane” dalla sua città d’origine, con melanzane sott’olio e quant’altro. Nel frattempo i tre ammirano dall’alto di una collina i caratteristici fiordi, col profondo golfo formatosi in seguito all’invasione di una valle d’origine glaciale da parte del mare, come quello di Shomfrubaten, e restano insieme solo qualche sera, perché le successive giornate hanno interessi e appuntamenti diversi. Per non parlare dei gusti della coppia, che non incontrano quelli di Omar, interessato a godersi le opere d’arte e le bellezze vichinge. Infatti, un giorno visita da solo la Galleria d’Arte Moderna di Oslo, dove trova a confronto, i modesti dipinti dei pittori norvegesi, (come lo sono le pessime sculture figurative disseminate nelle piazze), o quello che rappresenta il ritratto del calciatore Shevchenko, esposti accanto ai grandi artisti del calibro di Munch, Cezanne, Picasso e altri.

In comune con Tim, Omar ha invece la passione per il calcio ed è interessato ad assistere con lui alla partita Norvegia Italia, valevole per le qualificazioni mondiali, per la quale purtroppo sono arrivati qua sprovvisti di biglietto, che in Italia, tramite una complessa operazione di fax alla federazione calcistica, costavano 25 € l’uno, ma che i due uomini non hanno voluto prenotare, decidendo di acquistarlo al loro arrivo in Norvegia. Purtroppo ad Oslo i biglietti sono esauriti da qualche tempo, e Tim chiede ad un impiegato norvegese della concierge se gliene può procurare due (Ilary la sera della partita, ha un incontro di lavoro con un danaroso pescivendolo vichingo!).L’addetto gli risponde che lui può fornire due posti di tribuna al costo di 125€ per biglietto, mentre Omar rinuncia all’acquisto perché considera una tale cifra ladresca ed immorale.A Tim va bene così, perché afferma che il suo biglietto di tribuna numerata, costa quanto un posto dello stesso settore allo stadio milanese di San Siro. Dopo un siparietto amichevole su quest’argomento, i tre sono a cena al ristorante portoghese “Angel’s”, serviti al tavolo dal cameriere napoletano Vittorio, un simpatico ragazzo nato nei quartieri popolari della città vesuviana, che porta ai tre il salmone che galleggia in una salsa insieme ai pomodori e l’insalata, che disgusta Omar.Vittorio lascia a quest’ultimo, il numero del suo telefonino cellulare, per poterlo chiamare alle 17 per sapere se gli arrivano a quell’ora i biglietti per la partita, anche se lo avverte che ne ha già venduti alcuni per oltre 200€ ciascuno.

Arriva il giorno della partita serale Norvegia Italia, e i due amici arrivano in anticipo allo stadio, perché Omar spera di trovare un biglietto dagli altri bagarini ad un prezzo accettabile.Appena usciti dal metro tre bagarini, due arabi e un norvegese, sotto una scosciante pioggia, chiedono prezzi folli per il biglietto, il cui prezzo oscilla intorno ai 150 €, cifra che non trova d’accordo Omar che rifiuta di trattare.Quindi, più avanti incrocia un simpatico marocchino, col quale dialoga in francese, sul costo del biglietto, ma il giovane, tergiversando, gli chiede quant’è disposto a pagare.Omar glissa così: ma dove li hai i biglietti? E lui, indicando vagamente un posto più avanti, risponde: laggiù ho un mio amico che li ha, al che Omar lo incalza scherzosamente: ma non è che hai intenzione di rubarmi e che vuoi da me i soldi per poi sparire? E lui, ridendo risponde: certo, perché allora che marocchino sarei?.A questo punto Omar, fradicio d’acqua lo pianta e se ne va, trattando con un altro bagarino marocchino e la spunta per 60€., accomodandosi poi in curva, mentre Tim, che s’illude di sedersi in tribuna, finisce nella curva numerata opposta, riservata ai tifosi italiani, godendosi entrambi il misero risultato dell’Italia che pareggia.

Il giorno seguente i tre amici prendono un traghetto al porto d’Oslo, che li sbarca al Museo delle navi vichinghe e subito dopo, visitano l’adiacente Museo Kon tiki, dal nome della barca che attraversò l’oceano, guidata dall’esploratore norvegese Thor Heyerdhal, che non riscuote l’entusiasmo di Omar. Purtroppo questa giornata è freddina e piove, mentre i norvegesi sono abituati a tale clima e vanno a spasso in maniche di camicia: i tre ammirano l’incedere di una bella vichinga bionda con i sandali senza calze e il ventre scoperto, com’è di moda anche da noi, ma quello che vedono appartiene ad una donna incinta al sesto mese.Non potendo visitare il Museo dedicato a Munch chiuso per ristrutturazione, Omar riesce a trascinare Ilary e Tim al Museo di Arte contemporanea, che espone foto e video, adeguandosi così al conformismo dilagante della moda internazionale.Dopo la deludente visita in questo Museo, i tre litigano discettando sulle opere esposte e non si parlano per un giorno intero, senza ragguagliarsi sull’esito dei loro contatti avuti ad Oslo, con i rappresentanti della Commissione per il Nobel, o su quelli dei commercianti di merluzzo, che metterebbero in luce l’anoressica poetessa in cerca di gloria.

 

E’ in tale atmosfera di mutismo, che arriva il giorno del loro rientro in Italia, e i tre amici raggiungono l’aeroporto di Oslo, col colpo di scena che non viaggeranno sullo stesso aereo.Infatti, Ilary, seccata che gli affari ad Oslo non sono andati bene, mentre la sua abbronzatura egiziana è allo stremo, svela finalmente come lei e il marito intendono attuare l’annunciato piano alternativo.Omar resta di stucco, ma rispetta il suo programma iniziale di rientrare a Bergamo, mentre i due volano a Kabul.Apprende però che la coppia , che ha visto sfumare l’interesse dei commercianti di merluzzo, ha scelto di dirigersi a Kabul , anziché nella più pericolosa Bagdad, perché la giornalista Ilary preferisce eventualmente farsi sequestrare qui, dai terroristi afgani, per ricavarne una grande eco pubblicitario, che a liberazione avvenuta, sarebbe utile per il suo lavoro.L'idea, appoggiata dal marito, che con la telecamera filmerà le scene sul set di Ilary che piange, è quella di mostrare il volto dell’aspirante poetessa a tutte le Tv del mondo, appena dopo la sua cattura, meglio se con dietro due incappucciati col mitra, guadagnando quella popolarità che le consentirà di scrivere un istant book che diventerà sicuramente un best seller nel mondo.Ma, quello che per Ilary conta di più è il suo rientro in Italia a Ciampino, dopo la liberazione dalla prigionia, accolta come un capo di stato da tutta la formazione dei politici che contano e dal Sindaco di Avellino, che aspetteranno il suo arrivo in una diretta TV. Solo così si potrà realizzare il sogno dell’artista, perché, come afferma Warhol,” chiunque ha diritto ad un quarto d’ora di celebrità”.

 

Milano 14 luglio 2005.                                                                 Antonio Fomez

 

Fame a Rivara

 

Sulla strada di casa, c’immergiamo in alcune riflessioni sugli ultimi avvenimenti del mese appena trascorso, considerandoci fortunati di essere accolti al meglio e coccolato nei vari luoghi dove c’invitano, mentre siamo grati al critico d’arte Maurizio Vitiello che in questo periodo ha diffuso parecchio il nostro lavoro tramite la stampa.Per non parlare dell’ospitalità ricevuta a Vietri, nello splendido agriturismo della “Fattoria “di Dragonea di Vietri sul Mare con fantastici piatti a base di pesce: poco importa che, essendo il primo ospite del nuovo centro che ha solo cinque camere ( il ristorante è attivo da anni), non c’era un armadio in stanza e che nel bagno i servizi traballassero come innervositi da un terremoto.

Ma tant’è, non c’è più il tempo di crogiolarsi in queste cose, perché ci aspetta un invito a Rivara in Piemonte a una trentina di chilometri da Torino, ma questa volta nel settore che conosciamo, trattandosi della presentazione di un libro nel quale è contenuto anche un nostro testo, che si svolgerà nella tarda mattinata, cui seguirà l’inaugurazione di una mostra in un castello.Non ritenendoci golosi, pregustiamo lo stesso l’eventuale pranzo, a base di cibi piemontesi come il piatto tipico della fonduta, o quello della farinata savonese, che ci aspettiamo.

Temendo il brutto tempo, viaggiamo in treno con Grazia Chiesa e Annamaria Gelmi e scendiamo ad Ivrea, dove qualcuno che doveva prelevarci in auto per portarci a Rivara non è arrivato, facendoci optare per un taxi che ci porterà nel simpatico teatrino comunale. Qui arriviamo mentre sta per  cominciare la presentazione del libro”Scanavino & c. La leggenda degli artisti a Calice Ligure”, a cura di Stefano Delfino e Gianni Viola ( che è arrivato da Savona con un pulman nel quale ha riunito una trentina di fans calicesi). In teatro mentre parla uno dei curatori del volume,siamo seduti accanto a Giorgina Scanavino che quando sente pronunciare il titolo del libro sussulta profferendoci : ma dove si trovano ora gli  artisti?Forse intendeva affermare che la maggior parte di  quelli che oggi sono ritenuti tali, sono senza spessore. Chissà! Noi pensiamo invece che anche altri che allora ruotavano intorno alla figura del marito, Emilio Scanavino, e magari sono anche presenti in questa pubblicazione, non abbiano dato nulla all’arte.Finito il rituale, usciamo dal Teatro in compagnia di  Alda, vicesindaco di Calice e conosciamo l’ex moglie dell’attuale Ministro Castelli, mentre al bar del paese offrono a tutti l’aperitivo.Intorno alle 13 arriviamo nel Castello di Rivara, proprietà del del gallerista  Franz Paludetto, con decine di auto parcheggiate nell’immensa tenuta, circondata da una vegetazione lussureggiante,da una quantità di alberi con sotto una lunga teoria di enormi funghi porcini, riscaldati da un bellissimo sole.In alcune stanze del Castello ammiriamo l’interessante mostra di Aldo Mondino, un valido artista scomparso prematuramente da pochi mesi all’età di 67 anni, mentre nella prima sala, ci riceve un suo tappeto per terra , realizzato con chicchi di caffè, zucchero ed altro, piuttosto affascinante come le altre opere esposte.

Arrivati all’ora critica delle 13,30, non si capisce se qui ci daranno da mangiare o no, mentre non ci resta che seguire un’ondata di gente che si dirige più avanti dove si trovano le stalle e le scuderie, nei cui spazi continua la mostra, mentre all’esterno c’è lo scenografico ed incoraggiante allestimento di tavoli apparecchiati con i vista i grissini, coperti in alto da un elegante tendone per proteggere gli ospiti dal sole.Dopo aver visitato l’ultima sezione della mostra, ci sediamo ad un tavolo ritrovandoci con l’editore Prearo e chiacchieriamo con lui per un’ora, mentre scoccano le  14,30 e i piatti non arrivano. Intanto, i tavoli sono insufficienti per essere occupati dalla marea dei visitatori della mostra, oltre un centinaio, dei quali la metà sono  in piedi, perché mancano anche le sedie e quant’altro.Ci sembra di far parte del casting di un film di Bunuel…dove tutti aspettano il cibo che non arriva, mentre le persone rimaste in piedi, che osservano con invidia quelle sedute, non trovano di meglio che consumare qualche fettina di pane e formaggio, racimolati da qualche parte, appoggiandoli sul muro a strapiombo del castello, o magari arrotolano a mo’ di spaghetti le stringhe delle scarpe come nel famoso film di Chaplin  ”La febbre dell’oro”!

Intanto l'attesa del cibo, dopo la miseria dei dadini di formaggio si fa insostenibile, facendo decidere a Prearo, al suo socio gallerista e ad altri, di andarsene, mentre lo scrivente farebbe altrettanto se trovasse qualcuno che lo accompagnasse a Milano. Prima che l'editore lasci il tavolo, confabuliamo con lui sulla vicenda, convenendo che al posto del padrone di casa questi poteva risolvere la querelle dicendo a tutti: io non prevedevo tanta gente e mi ero organizzato per un pranzo per una settantina di persone, ma giacché siete  il doppio, vi prego di pazientare perché faccio preparare un piatto unico con le  porzioni limitate.Alle 15, mentre passiamo parola chiedendo un passaggio in auto per Milano o ad una stazione ferroviaria vicina, lo sfortunato organizzatore dell’evento gira ai tavoli a mo’ di slalom con una cameriera, mostrando alla stessa a quali tavoli servire i piatti che ha in mano, un antipasto con una fettina di bresaola e funghi porcini tagliati a fette. Ma, alla vista di tutto questo, la fortuna ci assiste trovando un amico di Viola di nome Marco, che stava andando via, in compagnia della moglie e di una bambina che piangeva per la fame, che ci trasportano in auto a Milano fin sotto casa. Anche costoro sono molto infuriati per il trattamento ricevuto, mentre nostalgicamente pensiamo all’accoglienza ospitale dei vietresi alla “Fattoria”, e a quella altrettanto buona dell’azienda Framesi.

 

Milano 15 ottobre 2005                                                                                 Antonio Fomez

 

Il Pianto

Dopo aver rincuorato un amico che piange tutto il giorno, c’imbattiamo in una divertente lettera che Umberto Eco ha scritto il 12 marzo sulla prima pagina de l’Unità a Furio Colombo, direttore del quotidiano, appena rimosso perché accusato dalla proprietà d’essere troppo severo con l’attuale Governo e, in quanto tale, potenzialmente pericoloso per la raccolta pubblicitaria proveniente dalle grandi aziende. Eco afferma di aver trovato la soluzione giusta, capace di eliminare questo ostacolo senza dover costringere l’amico alle dimissioni forzate. L’ipotesi consiste nell’affidare la direzione de l’Unità all’attuale direttore del Giornale anche se, così facendo, “ ….l’Unità perderebbe tutti suoi lettori, ma guadagnerebbe tutti quelli del Giornale, pubblicità compresa, mentre la direzione del Giornale andrebbe affidata allo stesso Colombo. In tal caso, il Giornale guadagnerebbe tutti i lettori dell’Unità e, siccome è di proprietà del fratello di Berlusconi, convincerebbe in qualche modo le grandi aziende a dargli pubblicità….”.

Ai pianti degli editori per la pubblicità che scarseggia, e che è fonte di sopravvivenza per qualsiasi testata giornalistica, si aggiunge quello del nostro amico, afflitto da una cataratta, dopo una visita oculistica in un ospedale milanese. Appresa la notizia, l’uomo, con l’occhio destro che lacrima, si rivolge a un’infermiera addetta alla programmazione della data dell’intervento. La signora, dopo aver interrogato il computer, gli assicura che può fissargli l’appuntamento tra un anno, giacché sulla ricetta dell’oculista non c’è nessuna indicazione di urgenza, che in tal caso avrebbe dimezzato la durata dell’attesa. Il nostro amico resta allibito e, alla sua domanda se sia possibile anticipare l’intervento, la donna risponde che la cosa è fattibile nel giro di pochissimi giorni, a fronte di un esborso pari a 1850 euro.

L’uomo apprende inoltre che anche nel caso di interventi chirurgici per l’asportazione di tumori, il tempo d’attesa è di circa tre mesi per chi non può spendere soldi e che, al di là della bontà (vera o presunta) del sistema sanitario lombardo, la situazione non varia molto nelle altre regioni italiane. Negli Stati Uniti, invece, sembra che senza un’assicurazione che costa una cifra, il paziente non venga neanche operato. Da noi un cittadino che ha pagato per quarant’anni i contributi allo Stato si sente rispondere che le risorse sono limitate, e che per la rimozione di una cataratta l’intervento non ha carattere d’urgenza. Così, mentre la proprietà dell’Unità non può permettersi il lusso di criticare aspramente il Governo e, nel contempo, raccogliere soldi dagli inserzionisti pubblicitari, al nostro amico squattrinato non resta, escludendo uno sciopero della fame in catene davanti al Ministero della Salute, che piangere con la vista annebbiata fino al 2006.

 

Milano 23 marzo 2006                                                                                  Antonio Fomez

 

 

 

Laboratorio d’Arte & Terapia

 

Il laboratorio d’Arte &Terapia, è in funzione dal 1999 ed è diretto dal prof. Antonio Fomez. L’idea principale del Corso di pittura e di scultura, che si svolge in un locale della Comunità, è quello di dare accesso a tutti quanti ne facciano richiesta, indipendentemente dalle singole qualità o dal talento. In un primo momento, quasi tutti i giovani che accettano di partecipare al Corso, dichiarano di non essere all’altezza, mentre in seguito, quando scoprono di possedere nuove o nascoste potenzialità, sono spinti a tentare altre scoperte nel campo della pittura e della scultura, con assoluta libertà d’espressione.Hanno poi la possibilità di studiare le opere dei grandi artisti del passato se non i lavori eseguiti dagli altri che li hanno preceduti, esposti sui muri del Laboratorio.Durante il corso settimanale, tra una chiacchierata teorica, che spazia dall’arte antica a quella contemporanea e dell’evoluzione del gusto, i giovani si sottopongono volentieri ad esperimenti d’action painting e di dripping, come lo sgocciolamento di smalti sui fogli stesi sui tavoli, in una sorta d’identificazione del proprio essere con l’atto stesso del dipingere, rompendo così tutti gli schemi spaziali della pittura tradizionale. Nascono così elaborati di vario spessore, linee curve aggrovigliate o fluttuanti in vertiginose astrazioni, che favoriscono la gestualità liberatoria degli allievi, che realizzano appassionanti creazioni, con assoluta libertà. Tra queste, nel 2004 e 2005, gli allievi dipingono cinque grandi murali in collaborazione con l’insegnante, all’interno della Comunità A.G.A di Pontirolo, ispirati a Matisse, Van Gogh, Picasso, Mondrian e Chagal.

Ogni mese circa, tutti gli iscritti al corso, privilegiando però solo coloro che durante la settimana sono meritevoli, partecipano ad una lezione – escursione, per ammirare le opere d’arte distribuite nel territorio, o anche fuori di questo.

 

 

 

La Collegiata di Castiglione

 

Per visitare questa famosa Collegiata di Castiglione Olona (Varese), che presenta sui muri gli affreschi quattrocenteschi di Masolino da Panicale, i giovani dell’Aga saranno accompagnati dal loro insegnante, un noto esperto d’arte, che tiene loro un corso di pittura e Storia dell’Arte nell’aula di “Arte &Terapia”della Comunità Aga. Questa visita artistica, s’inserisce e segue altre manifestazioni culturali, che fanno parte del Programma del Corso”Arte & Terapia”, che hanno portato gli studenti iscritti a questo, dall’anno 2000 in poi, seguiti dal loro insegnante, alle visite al “Cenacolo di Leonardo da Vinci”di Milano, a quella di Padova alla Cappella degli Scrovegni affrescata da Giotto e la Fiera Internazionale d’Arte di Padova, alla chiesa di S.Maria Maggiore a Bergamo, alla Cappella Colleoni di Bergamo, ecc.

Crediamo che tali tipi d’uscite, visto l’interesse dimostrato dai nostri ragazzi nel seguire il Corso Arte & Terapia, contribuiscano alla rieducazione dei giovani ed al loro arricchimento culturale.Confidando che le Autorità competenti accolgano la nostra proposta, ecc…

 

Milano 25 novembre 2005.                                                                                              A.F.

 

 

 

Le stagioni

 

Questa volta sorvoleremo sui temi seri, per non annoiare nessuno, compreso quello relativo alla formazione governativa che dopo quattro stagioni è stata sconfitta alle recenti elezioni provinciali e regionali, ma neanche festeggeremo con la sua opposizione, perché se quest’altro schieramento politico dovesse impadronirsi del potere, fioccherebbero per prime le dichiarazioni sul pessimo lavoro compiuto dai predecessori (al cittadino non resta che la magra speranza che il prossimo Governo del 2006 faccia meno danni del precedente). Per essere in tema col titolo, potremmo dissertare sulle 4 stagioni di Vivaldi, o sulla capricciosità dei periodi dell’anno succedutosi in quest’ultimo quinquennio, in cui le stagioni sono sempre più accostate, eliminando la primavera e passando così direttamente dal freddo al caldo torrido.Per le stagioni che volano in fretta e che ci ritroviamo sulle spalle, ricorderemo poi la bella frase della letterata Dora, che non frequentiamo assiduamente, ma che ogni volta che c’incontra profferisce: “ti rendi conto di come passa il tempo?” Ma, basta con le chiacchiere ed inoltriamoci nel cuore dell’argomento parlando della pizza alle 4 stagioni.In realtà, non sappiamo chi fu il perfido che inventò questa pizza a scompartimenti, molto richiesta in tutte le pizzerie italiane, nei cui settori posano di tutto, come l’insalata cotta, gamberetti, peperoni, melanzane, carciofi, molluschi e quant’altro, una vera offesa per i veri cultori della specialità napoletana. Questa pizza ai gusti delle 4 stagioni, per un palato raffinato, è immangiabile perché si mescolano i sapori degli ingredienti, cotti due volte.Nel contempo, bisogna però anche segnalare che questa specialità, quando è portata a tavola, fa la sua figura, con le 4 zone variopinte essa appare bellissima come una scultura di gesso del pop Jim Dine, ma neanche dimenticare che tanti, specie tra gli abitanti delle zone più settentrionali della penisola, apprezzano gli ingredienti che la farciscono piuttosto che la pasta stessa. Costoro ignorano che la pizza è buona, quando è morbida ed emana profumi dalla sua mozzarella di bufala con sopra il pomodoro unito all’olio e a due foglie profumate di basilico, oppure “alla marinara” con aglio e olio e con l’aggiunta di un’acciuga. L’altra sera con un amico, siamo andati in un noto locale milanese specialista in pizze, Pizza All Right, che fa parte di una catena con altre filiali in città: dopo una snervante attesa di oltre un’ora, con i boccali di birra ormai semivuoti e caldi, arrivano sul tavolo due grandi pizze cosparse all’origine di mozzarella in trucioli, di circa 40 cm. di diametro e altre tre millimetri, con un bordo sfaldabile e scricchiolante solo da buttare, perché bruciato. Mangiamo lo stesso quella robaccia, perché abbiamo fame e, sebbene i milanesi della zona e gli altri che abbiamo già portato qui ne decantino la bontà, noi non torneremo più in questo locale, perché lo troviamo sempre affollato e con l’immancabile conto salato che conclude la serata. Infine, ci siamo chiesti, perché soprattutto i giovani ordinano al tavolo la pizza al gusto delle 4 stagioni?La nostra risposta è semplice: perché chiedendo una pizza a scomparti col salame piccante e seguita da altri cibi variegati, il cliente ha la sensazione d’essere artefice di una scelta originale.Ma sarà vero?

 

Milano 28 aprile 2005.                                                                                              Antonio Fomez

 

 

 

Monastero di S. Caterina (bozza ridotta di “Voli difficili sul Mar Rosso del 2003)

 

 

Scartata l’ipotesi di salate escursioni marine o d’improbabili cammellate nel deserto (seguite dal pranzo nelle tende beduine che rendono felici i turisti convinti che il cibo è cucinato dai beduini, mentre in realtà è fornito dai ristoranti convenzionati), propendiamo per una visita culturale al Monastero di S. Caterina, situato nella parte centrale della penisola del Sinai.  Dopo circa due ore di viaggio, il bus si ferma  per concederci una sosta, ai piedi di una bellissima vallata, con la scena di un cammello che mangia davanti alla baracca posticcia di un beduino, come in una quinta teatrale. Una beduina velata, con i suoi bambini vestiti di luridi stracci, vende come souvenir sassi incisi e tagliati perfettamente, collanine e ciarpame vario (di sicuro importato dalla specialista Napoli). Segue l’offerta di tè che ci siamo ben guardati dal bere, così come di utilizzare la toilette di cemento sulla sabbia, a disposizione dei turisti. Il Monastero di S. Caterina, costruito nel III secolo si trova all’incirca nella parte centrale del Sinai in una spettacolare vallata con le montagne “a dente”, rivelando il suo fascino. In alto si vede il famoso Monte Sinai dove Mosè ricevette le Tavole, mentre più avanti c’è il confine con Israele, dove nel ‘67 si combatterono la guerra dei sei giorni e quella del Kippur nel ’73.

Si entra nel monastero dall’unica porta d’ingresso. Ma è proibito entrarvi in abiti succinti o in calzoncini corti, così occorre indossare un barracano zozzo e stracciato ottenuto in prestito in cambio di una mancia, come accade ( o accadeva) nel Santuario di Tindari, dove è necessario coprirsi con una gonna.

Cominciamo la visita tra la folla, che si accalca per vedere le icone e i vecchi manoscritti eseguiti dai monaci nell’antichità. L’interno, rifatto a più riprese nelle varie epoche, così come il campanile del XVII sec., è un gran cantiere in divenire, con nuove celle di cemento per i monaci ortodossi che vivono lì. Nella navata centrale della piccola chiesa annessa al monastero, arieggia il kitsch da tutte le parti, per la dubbia ristrutturazione in corso e per i brutti lampadari d’ottone che, scendendo dall’alto sulla testa dei visitatori, coprono quasi completamente lo stupendo mosaico bizantino dell’abside. A questa straordinaria“Resurrezione”del VI sec. hanno anteposto alti e stupidi candelabri che s’innalzano dall’altare. Per vedere l’opera da vicino, sebbene sarebbe giusto ammirarla dall’ingresso senza impedimenti, si deve sopportare la calca della folla e l’esborso di un supplemento aggiuntivo.

Prima di rientrare in albergo c’è stata inflitta un’altra sosta obbligata di due ore all’Istituto dei Papiri, in affari con le agenzie e le guide, dove si vendono le solite paccottiglie per turisti sprovveduti. Noi abbiamo preferito occupare quel tempo facendo shopping d’acqua minerale e sigarette con l’autista, che ci ha offerto uno schifoso caffè alla turca, nell’attesa dei turisti col papiro arrotolato in mano.

 

Milano 20 gennaio 2005.                                                                                              Antonio Fomez

Per i capelli

 

Questa volta la nostra attenzione si è spostata su un’altra materia a noi sconosciuta in precedenza, ma non per questo meno interessante, la Moda ed i cosmetici, in un settore sempre più in crescita, con fatturati dalle cifre lunghe, mentre nel frattempo gli artisti delle arti figurative e i galleristi succhiano i chiodi.Ci rechiamo, infatti, in una gran discoteca a Milano, dov’è in programma un appuntamento con la moda-capelli firmata Italian Style Framesi che si chiama Metamorfhosis, con uno spettacolare show condotto dalla bellissima Elenoire Casalegno e dove sfilano le collezioni Autunno/inverno 2005/2006. Entrati nella sala gremita, ci fanno accomodare in prima fila, davanti un gran palco, attrezzato di schermi e pannelli, dove proiettano le immagini in video, sul tema dei cosmetici e della coloritura dei capelli. L’attesa delle sfilate e dal taglio in diretta dei capelli, a gruppi di modelle e modelli, è resa viva quando comincia sul palco un talk show. Presenti vari specialisti tra i quali una psicologa, un’architetta, uno stilista di moda e l’immancabile chirurgo plastico: interessantissimi i salti mortali di qualcuno di questi personaggi che, per rientrare nel tema della Metamorphos, cita le trasformazioni del Dr.Jekjll in mister Hyde, per alimentare il tema delle tinture dei capelli, e dei cosmetici che migliorano la vita.Arriva poi il turno delle sfilate in passerella, dove la bella gioventù, forse proveniente dall’est europeo, ha lo sguardo triste e stereotipato, con le ragazze dal seno che più piatto non si può.Mentre sul palco i giovani si fanno tagliare in varie tornate i capelli (ma quanti ne hanno?), senza protestare col parrucchiere che agita più volte la loro testa, sugli schermi gli esperti parlano di tinture luminose per lunga durata, della concretezza ed affabilità dell’uomo e della donna ambiziosi o di quelli prepotenti, se non di quelli che col trucco volano alti…L’idea di metamorfosi dell’immagine attraverso i capelli è rafforzata dall’altro concetto importante che Framesi vuole comunicare e che riguarda il colore.E anche in questo caso, a loro dire, l’interpretazione è articolata: colore da sperimentare, colore da vivere, colore per emozionarsi, colore per cambiare nella moda, nell’immagine, nel design, nel wellness, nell’arte, nell’anima. “Arte e bellezza convivono da tempi immemorabili”, commenta il Presidente della Framesi, “il nostro business è la bellezza dei capelli. Coinvolgere l’arte nelle nostre iniziative è naturale. Per di più, nel nostro mondo i giovani giocano un ruolo importantissimo. Quest’iniziativa combina entrambe le cose: arte e giovani talenti, con occhi puntati al futuro”.

Dopo circa tre ore di quest’emozionante spettacolo, dove abbiamo appreso che l’arte è finita nei capelli e la pittura di Matisse sulle labbra, la Musa ci avvisa con uno strappo sui pochi che abbiamo in testa, che è ora di allontanarci.Non ci resta che ascoltarla, rinunciando a malincuore al rinfresco post sfilata, in compagnia della simpatica Casalegno e delle modelle, defilandoci dalla sala anche per via di un altro impegno, mentre sul palco i parrucchieri sono all’opera seguiti dal pubblico interessato e plaudente.

 

Milano 6 dicembre 2005                                                           Antonio Fomez

 

Per i capelli

(riduzione dall’articolo “Sfilata da Albori al Piemonte)

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Questa volta la nostra attenzione si è spostata su un’altra materia a noi sconosciuta in precedenza, ma non per questo meno interessante, la Moda ed i cosmetici, in un settore sempre più in crescita, con fatturati dalle cifre lunghe, mentre nel frattempo gli artisti delle arti figurative e i galleristi succhiano i chiodi.Ci rechiamo, infatti, in una gran discoteca a Milano, dov’è in programma un appuntamento con la moda-capelli firmata Italian Style Framesi che si chiama Metamorfhosis, con uno spettacolare show condotto dalla bellissima Elenoire Casalegno e dove sfilano le collezioni Autunno/inverno 2005/2006. Entrati nella sala gremita, ci fanno accomodare in prima fila, davanti un gran palco, attrezzato di schermi e pannelli, dove proiettano le immagini in video, sul tema dei cosmetici e della coloritura dei capelli. L’attesa delle sfilate e dal taglio in diretta dei capelli, a gruppi di modelle e modelli, è resa viva quando comincia sul palco un talk show. Presenti vari specialisti tra i quali una psicologa, un’architetta, uno stilista di moda e l’immancabile chirurgo plastico: interessantissimi i salti mortali di qualcuno di questi personaggi che, per rientrare nel tema della Metamorphos, cita le trasformazioni del Dr.Jekjll in mister Hyde, per alimentare il tema delle tinture dei capelli, e dei cosmetici che migliorano la vita.Arriva poi il turno delle sfilate in passerella, dove la bella gioventù, forse proveniente dall’est europeo, ha lo sguardo triste e stereotipato, con le ragazze dal seno che più piatto non si può.Mentre sul palco i giovani si fanno tagliare in varie tornate i capelli (ma quanti ne hanno?), senza protestare col parrucchiere che agita più volte la loro testa, sugli schermi gli esperti parlano di tinture luminose per lunga durata, della concretezza ed affabilità dell’uomo e della donna ambiziosi o di quelli prepotenti, se non di quelli che col trucco volano alti…L’idea di metamorfosi dell’immagine attraverso i capelli è rafforzata dall’altro concetto importante che Framesi vuole comunicare e che riguarda il colore.E anche in questo caso, a loro dire, l’interpretazione è articolata: colore da sperimentare, colore da vivere, colore per emozionarsi, colore per cambiare nella moda, nell’immagine, nel design, nel wellness, nell’arte, nell’anima. “Arte e bellezza convivono da tempi immemorabili”, commenta il Presidente della Framesi, “il nostro business è la bellezza dei capelli. Coinvolgere l’arte nelle nostre iniziative è naturale. Per di più, nel nostro mondo i giovani giocano un ruolo importantissimo. Quest’iniziativa combina entrambe le cose: arte e giovani talenti, con occhi puntati al futuro”.

Dopo circa tre ore di quest’emozionante spettacolo, dove abbiamo appreso che l’arte è finita nei capelli e la pittura di Matisse sulle labbra, la Musa ci avvisa con uno strappo sui pochi che abbiamo in testa, che è ora di allontanarci.Non ci resta che ascoltarla, rinunciando a malincuore al rinfresco post sfilata, in compagnia della simpatica Casalegno e delle modelle, defilandoci dalla sala anche per via di un altro impegno, mentre sul palco i parrucchieri sono all’opera seguiti dal pubblico interessato e plaudente.

 

Milano 6 dicembre 2005                                                           Antonio Fomez

 

                         Racconto dalla Norvegia

Omar e Tim, uno scrittore e un cameraman televisivo, fissano alcuni impegni di lavoro ad Oslo.Nella capitale norvegese Omar ha un meeting, con alcuni membri della commissione che assegnerà il Nobel della Pace, e intende scrivere un articolo su tale incontro.Tim invece, tramite Omar, è riuscito ad ottenere due appuntamenti ad Oslo con altrettanti commercianti di merluzzo, per proporre a questi alcuni spot per pubblicizzare i loro prodotti.A tal proposito la moglie Ilary, una mancata velina e mediocre poetessa con l’hobby del giornalismo, presterà il volto per le riprese osè. In maggio Tim e Ilary, prima di partire per la Norvegia, annunciano a Omar che quando arriveranno ad Oslo, nel caso i loro affari non si concretino con i due commercianti del merluzzo, hanno in serbo un piano alternativo che non svelano all’amico, che li porterebbe ad emigrare in Iraq o in Afganistan, per cercare altri finanziamenti.

I tre arrivano nella bella città di Oslo ai primi di giugno: sono accolti da un cielo sempre chiaro, da dove    scende una persistente pioggerellina, con la luce che s’abbassa leggermente verso la mezzanotte, laddove in inverno è buio per quasi tutto il giorno.Omar e gli altri due apprendono che la Norvegia è un paese ricco perché è il quarto esportatore mondiale di petrolio, col risultato che qui i prezzi sono molto più alti dei nostri.Infatti, il gruppetto spende subito in corone norvegesi, l’equivalente di 15 €, per un disgustoso panino e una bibita al Mac Donald del porto, mentre di sera ne sborsano 50 per un piatto di salmone al ristorante. A tal proposito il taccagno avellinese  Tim, assicura che per risparmiare denaro, la prossima volta che ritornerà ad Oslo, porterà in valigia tre”palatelle di pane” dalla sua città d’origine, con melanzane sott’olio e quant’altro. Nel frattempo i tre restano insieme solo qualche sera, perché le successive giornate hanno interessi e appuntamenti diversi. Infatti, un giorno Omar visita da solo la Galleria d’Arte Moderna di Oslo, dove trova a confronto, i modesti dipinti dei pittori norvegesi, (come lo sono le pessime sculture figurative disseminate nelle piazze), o quello che rappresenta il ritratto del calciatore Shevchenko, esposti accanto ai grandi artisti del calibro di Munch, Cezanne, Picasso e altri.

In comune con Tim, Omar ha invece la passione per il calcio ed è interessato ad assistere con lui alla partita Norvegia Italia, valevole per le qualificazioni mondiali, per la quale purtroppo sono arrivati qua sprovvisti di biglietto, che in Italia, tramite una complessa operazione di fax alla federazione calcistica, costavano 25 € l’uno, ma che i due uomini non hanno voluto prenotare, decidendo di acquistarlo al loro arrivo in Norvegia. Purtroppo ad Oslo i biglietti sono esauriti da qualche tempo, e Tim chiede ad un impiegato norvegese della concierge se gliene può procurare due (Ilary la sera della partita, ha un incontro di lavoro con un danaroso pescivendolo vichingo!).L’addetto gli risponde che lui può fornire due posti di tribuna al costo di 125€ per biglietto, mentre Omar rinuncia all’acquisto perché considera una tale cifra ladresca ed immorale.

Arriva il giorno della partita serale Norvegia Italia, e i due amici arrivano in anticipo allo stadio, perché Omar spera di trovare un biglietto dagli altri bagarini ad un prezzo accettabile.Appena usciti dal metro tre bagarini, due arabi e un norvegese, sotto una scosciante pioggia, chiedono prezzi folli per il biglietto, il cui prezzo oscilla intorno ai 150 €, cifra che non trova d’accordo Omar che rifiuta di trattare.Più avanti, Omar, fradicio d’acqua, tratta con un altro bagarino marocchino e la spunta per 60€., accomodandosi poi in curva, mentre Tim, che s’illude di sedersi in tribuna, finisce nella curva numerata opposta, riservata ai tifosi italiani, godendosi entrambi il misero risultato dell’Italia che pareggia.

Il giorno seguente i tre amici prendono un traghetto al porto d’Oslo, che li sbarca al Museo delle navi vichinghe , trovando ancora una giornata freddina con la pioggia.Ma, i norvegesi sono abituati a tale clima e vanno a spasso in maniche di camicia: i tre ammirano l’incedere di una bella vichinga bionda con i sandali senza calze e il ventre scoperto, com’è di moda anche da noi, ma quello che vedono appartiene ad una donna incinta al sesto mese.Non potendo visitare il Museo dedicato a Munch chiuso per ristrutturazione, Omar riesce a trascinare Ilary e Tim al Museo di Arte contemporanea, che espone foto e video, adeguandosi così al conformismo dilagante della moda internazionale.Dopo la deludente visita in questo Museo, i tre litigano discettando sulle opere esposte e non si parlano per un giorno intero, senza ragguagliarsi sull’esito dei loro contatti avuti ad Oslo.

 

E’ in tale atmosfera di mutismo, che arriva il giorno del loro rientro in Italia, e i tre amici raggiungono l’aeroporto di Oslo, col colpo di scena che non viaggeranno sullo stesso aereo.Infatti, Ilary, seccata che gli affari ad Oslo non sono andati bene, svela finalmente come lei e il marito intendono attuare l’annunciato piano alternativo.Omar resta di stucco, ma rispetta il suo programma iniziale di rientrare a Bergamo, mentre i due volano a Kabul.Apprende però che la coppia , che ha visto sfumare l’interesse dei commercianti di merluzzo, ha scelto di dirigersi a Kabul , anziché nella più pericolosa Bagdad, perché la giornalista Ilary preferisce eventualmente farsi sequestrare qui Afganistan dai terroristi afgani, per ricavarne una grande eco pubblicitaria, che a liberazione avvenuta, sarebbe utile per il suo lavoro.L'idea, appoggiata dal marito, che con la telecamera filmerà le scene sul set di Ilary che piange, è quella di mostrare il volto dell’aspirante poetessa a tutte le Tv del mondo, appena dopo la sua cattura, meglio se con dietro due incappucciati col mitra, guadagnando quella popolarità che le consentirà di scrivere un istant book che diventerà sicuramente un best seller nel mondo.Ma, quello che per Ilary conta di più è il suo rientro in Italia a Ciampino, dopo la liberazione dalla prigionia, accolta come un capo di stato da tutta la formazione dei politici che contano ritornare in Italia dopo la liberazione accolta come un capo di stato da Berlusconi, Mastella e dal Sindaco di Avellino, che aspetteranno il suo arrivo all’aeroporto di Ciampino, che aspetteranno il suo arrivo in una diretta TV. Solo così si potrà realizzare il sogno dell’artista, perché, come afferma Warhol,” chiunque ha diritto ad un quarto d’ora di celebrità”.

 

Milano 14 Settembre 2005.                                                                 Antonio Fomez

 

                                                 Racconto da Oslo

 

Oreste si reca per lavoro ad Oslo, con un pubblicitario acceso tifoso dell’Avellino e la consorte di questi, una poetessa con l’hobby del giornalismo, col secondo scopo di assistere alla partita di calcio Norvegia Italia, valevole per le qualificazioni mondiali. In realtà la coppia, nel caso i loro affari non si concretizzino con uno sponsor del merluzzo, ha in serbo un piano alternativo che non svelano per il momento ad Oreste, che li porterebbe ad emigrare in Iraq o in Afganistan. Siamo in giugno, ma dal cielo sempre chiaro scende una persistente pioggerellina, con la luce che s’abbassa leggermente verso la mezzanotte, laddove in inverno è buio per quasi tutto il giorno.Oreste viene a sapere che la Norvegia è un paese ricco perché è il quarto esportatore mondiale di petrolio con un reddito pro capite di circa il doppio di quello italiano, ma si rende anche conto che qui i prezzi sono molto più alti dei nostri.alti.Infatti, l’uomo spende subito in corone norvegesi, l’equivalente di 15 euro, per un disgustoso panino e una bibita al Mac Donald del porto, mentre di sera ne sborsa 50 per un piatto di salmone al ristorante. A tal proposito il taccagno ultras assicura che per risparmiare denaro, la prossima volta che ritornerà ad Oslo, porterà in valigia tre”palatelle di pane” dall’avellinese, con melanzane sott’olio e quant’altro. Nel frattempo i tre ammirano dall’alto di una collina i caratteristici fiordi, col profondo golfo formatosi in seguito all’invasione di una valle d’origine glaciale da parte del mare, come quello di Shomfrubaten, e visitano la Galleria d’Arte Moderna. Qui trovano a confronto, i modesti dipinti dei pittori norvegesi (come lo sono le pessime sculture disseminati nelle piazze), esposti accanto ai grandi artisti del calibro di Munch, Cezanne, Picasso e altri. Un altro giorno, i tre prendono un traghetto al porto d’Oslo, che li sbarca al Museo delle navi vichinghe e subito dopo, visitano l’adiacente Museo Kon tiki, dal nome della barca che attraversò l’oceano, guidata dall’esploratore norvegese Thor Heyerdhal, che non riscuote l’entusiasmo di Oreste.Purtroppo questa giornata è freddina e piove, mentre la gente è abituata a tale clima e va a spasso in maniche di camicia: i tre ammirano l’incedere di una bella vichinga bionda con i sandali senza calze e la pancia scoperta, com’è di moda anche da noi, ma quella che vedono appartiene ad una donna incinta al sesto mese.Non potendo visitare il Museo dedicato a Munch chiuso per ristrutturazione, il gruppetto sceglie quello di Arte contemporanea, che espone foto e video, adeguandosi così al conformismo dilagante della moda internazionale.

Il giorno del rientro in Italia, i tre raggiungono l’aeroporto: Oreste è diretto a Bergamo, mentre la coppia va a Kabul, che all’ultimo momento ha scelto a favore di Bagdad, perché la presunta giornalista preferisce farsi sequestrare in Afganistan. L'idea, appoggiata dal marito, è quella di mostrare il suo volto a tutte le Tv del mondo, meglio se con dietro due incappucciati col mitra, guadagnando quella popolarità che le consentirà di scrivere un istant book che diventerà sicuramente un best seller, e di ritornare in Italia dopo la liberazione accolta come un capo di stato da Berlusconi, Mastella e dal Sindaco di Avellino, che aspetteranno il suo arrivo all’aeroporto di Ciampino, realizzando così il sogno dell’artista.

 

Milano 19 giugno 2005.                                                                        Antonio Fomez

 

 

Tsunami

 

Da sempre l’interesse principale delle emittenti televisive è concentrato sulla conquista della supremazia nello share certificato dall’Auditel, primato che si conquista mandando in onda oltre agli spettacoli beceri, gli avvenimenti più cruenti del giorno per ricavarne storie lacrimevoli e disgraziate. Tra le ultime, è da segnalare quella del disastro avvenuto sulla linea ferroviaria Padova-Bologna, con alcuni superstiti appena estratti dalle lamiere del treno e che intervistati in fin di vita, biascicano qualche parola ai microfoni. Ma, quest’ultimo avvenimento è destinato a finire tra quelli di routine, come la guerra in Iraq o i delitti di camorra, per dare sempre più spazio al devastante maremoto (tsunami) in Asia. La spettacolarizzazione della tragedia continua dunque, per i dirigenti delle Tv, senza misura e stile, con collegamenti dai luoghi sfortunati, o in studio con i parenti o le vedove dei turisti italiani travolti dallo tsunami o scampati che piangono e si disperano, specie se il conduttore chiede loro: che cosa ha provato in quel momento? Non se ne può più dello stillicidio di queste immagini in diretta, perché anche il telespettatore “deve campare”e non essere massacrato con interminabili dirette, cui si aggiungono paludati scienziati esperti in maremoti, ospitati persino ad allietare un programma leggero come “Domenica In”, mentre l’editoria coglie l’occasione per pubblicizzare libri freschi di stampa su maremoti e cicloni. Giacché oggi le Tv sono omologate, la Rai e Mediaset non potrebbero accordarsi per un sereno armistizio e demandare ad uno dei loro canali l’esclusiva di tali funesti avvenimenti? Mentre scriviamo questa nota, c’è il delicato problema delle fosse comuni e del riconoscimento delle vittime, poiché per le sepolture dei turisti occidentali c’è il privilegio del bigliettino col nome per permetterne l’identificazione successiva, quando ciò sarà possibile. Al momento sono giunte a Sumatra, che ha avuto oltre 100.000 vittime, alcune squadre di marines, che daranno il via alle operazioni di soccorso umanitario, per la serie: “arrivano i nostri”! Ma, intanto, aumentano le richieste di denaro e le gare di solidarietà e, mentre c’imbattiamo in Tv in uno spettacolo che elenca le offerte generose, l’unica cosa da fare è spegnere il raccapricciante apparecchio.

Alla luce di tutto questo, una mattina prima delle 7 decidiamo di accendere il mostro, sperando in un break sul maremoto, ma sbagliamo, perché il giornalista Franco Di Mare, nel programma “Uno mattina”, parlando al telefono col prete Don Gelmini (che comunica con lui da un elicottero in volo sui luoghi asiatici) apprende da quest’ultimo della sua generosa offerta di 500 euro a ciascuna delle guide tailandesi che parlano in italiano, perché sono rimaste senza lavoro. Per fortuna annotiamo tale notizia alla fine del collegamento, quando Di Mare si scusa congedando e ringraziando Don Gelmini, “per la bella testimonianza drammatica”, perché deve passare la linea al telegiornale....

Milano 25 gen.2005                                                                                              Antonio Fomez

Un murale ad Albori (riduz.da Slilata da Albori al Piemonte)

Vietri sul Mare è una bella cittadina a pochi chilometri da Salerno, fiera della sua tradizione di ceramisti, che hanno qui numerose botteghe artigiane, aperte a tutte le ore, specie nei dintorni della piazza principale dove c'è un parcheggio con spettacolare veduta panoramica del golfo di Salerno.                         Vietri è circondata anche da varie piccole frazioni, la maggior parte delle quali s’inerpicano sui Monti Lattari, come quelle di Dragonea, Raito e Benincasa e soprattutto Albori, considerata uno dei

Borghi più belli d'Italia, piena di scalinate, come quelle che si trovano a Vietri e nella vicina costiera amalfitana. Ed è proprio ad Albori di Vietri, dove capitiamo per altri motivi, che c’è piovuto l’invito a dipingervi un murale lo scorso agosto, che ha allungato la nostra presenza in questi splendidi luoghi, invece dei dieci giorni programmati.Scelto il soggetto da rappresentare su una parete di un lungo camminamento in discesa coperto da una stupenda volta, da una commissione locale ,composta tra gli altri dal Sindaco di Vietri Giannella, dall’assessore Grillo, dal Parroco e  dal poeta Tafuri,  abbiamo cominciato il lavoro sognando di completarlo in breve tempo.Ma, non è stato così: per dipingere la gran fascia asimmetrica della “Rivisitazione da Guernica”, avevamo bisogno di ben altri aiutanti e non di quei pochi volitivi, raccattati all’inizio per strada, fermati e implorati, per condurre a termine l’impresa.Al lavoro dunque, per rivisitare la famosa opera di Picasso, aggiungendovi perfidamente il colore, assente in quella principale, una mela, una pera, elementi di collage, ed una piastrella cotta in ceramica, in omaggio alla tradizione locale vietrese. Riusciamo lo stesso a completare l’opera in tre settimane, grazie alla collaborazione attiva degli ultimi giorni d’Alfonso ed Enzo, due volenterosi fratelli imbianchini, nel momento in cui nel periodo di Ferragosto, latitarono gli altri sparuti e occasionali giovani partime, che talvolta combinarono danni.

Molte ceramiche viste recentemente a Vietri o in altre località con la medesima tradizione, possono essere anche ben fatte, mentre resta in piedi il problema del superamento di tutti gli artifici tecnici, per realizzare qualcosa di nuovo, difficile in questo settore considerato un’arte minore ma anche molto complessa e casuale.Tra i pochi ceramisti conosciuti a Vietri, riteniamo interessanti e di talento i lavori di Antonio D’Acunto e di Franco Raimondi, costoro però per campare vendono talvolta anche altre ceramiche non d’autore…

Al ritorno a Milano prima della fine d'Agosto, il nostro stress per la fatica accumulata a Vietri è allo zenith, anche perché non siamo contenti dei due modesti piatti di ceramica che abbiamo portato con noi realizzati in tutta fretta, in un laboratorio di ceramica di Vietri.Non siamo riusciti neanche a completare un gruppo scultoreo in terracotta, eseguito con la tecnica dell’ingobbio e che è uscito dal forno in frantumi, perché il titolare dello spazio chiuse i battenti per le ferie. Ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di un periodo di riposo e di mare, ma purtroppo in questo periodo piove in tutta Italia. Che fare? Andare in Egitto per trovare di sicuro il bel tempo, è la soluzione migliore: due giorni dopo l’arrivo a Milano, siamo all’Hilton di Hurgada, dove il clima è sempre bello e l’acqua del Mar Rosso splendida.

 

Milano 15 ottobre 2005                                                                                              Antonio Fomez

 

Una sfilata da Albori al Piemonte

Vietri sul Mare è una bella cittadina a pochi chilometri da Salerno, fiera della sua tradizione di ceramisti, che hanno qui numerose botteghe artigiane, aperte a tutte le ore, specie nei dintorni della piazza principale dove c'è un parcheggio con spettacolare veduta panoramica del golfo di Salerno.                         Vietri è circondata anche da varie piccole frazioni, la maggior parte delle quali s’inerpicano sui Monti Lattari, come quelle di Dragonea, Raito e Benincasa e soprattutto Albori, considerata uno dei

Borghi più belli d'Italia, piena di scalinate, come quelle che si trovano nella vicina costiera amalfitana. Ed è proprio ad Albori di Vietri, dove capitiamo per altri motivi, che c’è piovuto l’invito a dipingervi un murale lo scorso agosto, che ha allungato la nostra presenza in questi splendidi luoghi, invece dei dieci giorni programmati.Scelto il soggetto da rappresentare su una parete di un lungo camminamento in discesa coperto da una stupenda volta, uno degli scorci più belli di Albori, da una commissione indigena ,composta tra gli altri dal Sindaco di Vietri Giannella, dall’assessore Grillo, dal Parroco e dal poeta Tafuri,  abbiamo cominciato il lavoro sognando di completarlo in breve tempo.Ma, non è stato così: per dipingere la gran fascia asimmetrica della “Rivisitazione da Guernica”, avevamo bisogno di ben altri aiutanti e non di quei pochi volitivi, raccattati all’inizio per strada, fermati e implorati, per condurre a termine l’impresa. Per accelerare il compito e faticare meno, forse avremmo dovuto usare, come ci ha suggerito a lavoro ultimato il critico napoletano Nino D’Antonio, utilizzando grandi pennellesse per stendere il colore e non i pennelli medi piccoli che si usano di frequente in studio.Francamente a noi quest’idea non è assolutamente passata per la mente, perché non volevamo dipingere un murale in maniera informale, né segnico o grafico, con l’uso delle bombolette spray, né tanto meno partecipare all’orgia della sciagura delle arti figurative, vale a dire di quegli autori che ancora oggi credono nella trasformazione in pittura della figura umana se non nella sua stilizzazione.Un’altra via percorribile per gli artisti sulla nostra scia, potrebbe essere quella di non creare niente o di recuperare il già fatto, economizzando così sull’invenzione come fece provocatoriamente Duchamp, presentando ad una mostra un cesso rovesciato.

Al lavoro dunque, per rivisitare la famosa opera di Picasso, aggiungendovi perfidamente il colore, assente in quella principale, una mela, una pera, elementi di collage, ed una piastrella cotta in ceramica, in omaggio alla tradizione locale vietrese.Riusciamo lo stesso a completare l’opera in tre settimane, grazie alla collaborazione attiva degli ultimi giorni d’Alfonso ed Enzo, due volenterosi fratelli imbianchini, nel momento in cui nel periodo di Ferragosto, latitarono gli altri sparuti e occasionali giovani partime, che talvolta combinarono danni.

Al ritorno a Milano prima della fine d'Agosto, il nostro stress per la fatica accumulata a Vietri è allo zenith, anche perché non siamo contenti dei due modesti piatti di ceramica che abbiamo portato con noi realizzati in tutta fretta, in un laboratorio di ceramica di Vietri.Non siamo riusciti neanche a completare un gruppo scultoreo in terracotta, eseguito con la tecnica dell’ingobbio e che è uscito dal forno in frantumi, perché il titolare dello spazio chiuse i battenti per le ferie. Ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di un periodo di riposo e di mare, ma purtroppo in questo periodo piove in tutta Italia. Che fare? Andare in Egitto per trovare di sicuro il bel tempo, è la soluzione migliore: due giorni dopo l’arrivo a Milano, siamo all’Hilton di Hurgada, dove il clima è sempre bello e l’acqua del Mar Rosso splendida.

Dopo questa rilassante vacanza rientriamo a Milano e qualche giorno dopo siamo invitati nella Giuria del concorso Framesi incontra l’arte, in collaborazione con l'Accademia di Brera, per scegliere tra i lavori presentati da questi studenti, l'immagine da riprodurre su un cartoncino per gli auguri di Natale. In realtà quasi tutti i manufatti presentati non sono un granchè, siamo però quasi certi che tra una cinquantina di questi, sono state selezionate le opere più interessanti .Pertanto il  1°

premio  è assegnato a Sonia Burgiarello, cui è andata un generoso bonus di 1.000 €,mentre dal 2°al 5 classificato, Stefania Scarabozzi, Vincenzo Astuto con un originale pezzo, Giulia Cassano e Silvia Marinelli, si  sono aggiudicati un premio di 500€ ciascuno, che non sono pochi per degli artisti in erba.

In realtà, non solo da oggi, il termine "artista"è piuttosto inflazionato, giacché si associa spesso alla bravura di chi esegue un qualsiasi manufatto, oppure è confuso con la generica creatività dei protagonisti, specie quelli che operano nel settore dello spettacolo o della moda. Qui, infatti, più

che rilevare l'assenza assoluta di una qualsiasi espressione artistica, è bene arguire penosamente quanto ci mostra la Tv oggi, specie quella cretina del dolore o dei reality, se non in quei film natalizi che attirano milioni di spettatori, che quanto più insulsi e volgari sono, più alto è il loro gradimento.

Ma, purtroppo l’arte vera, quella propositiva e originale, che nessuno mai è riuscito ad etichettare, è recepita solo da pochi. Non è un caso che uno spettatore di cultura media bassa, consideri artista un attore, ignorando che generalmente lo è il regista (nel suo ultimo film il grande Kubrik fece ripetere 80 volte una breve scena al modesto Cruise mentre entrava da una porta, prima di trovare e scegliere l’inquadratura giusta), o scambiando per un’opera d’arte, una piastrella con una veduta realistica di Posillipo o d’altro soggetto.

Molte ceramiche viste recentemente a Vietri o in altre località con la medesima tradizione, possono essere anche perfette,mentre resta in piedi il problema del superamento di tutti gli artifici tecnici,  per realizzare qualcosa di nuovo, difficile in questo settore considerato un’arte minore ma anche molto complessa e casuale.Tra i pochi ceramisti conosciuti a Vietri, riteniamo interessanti e di talento i lavori di Antonio D’Acunto e di Franco Raimondi, costoro però per campare vendono talvolta anche altre ceramiche non d’autore……

In settembre la volta la nostra attenzione si è spostata su un’altra materia a noi sconosciuta in precedenza, ma non per questo meno interessante, la Moda ed i cosmetici, in un settore sempre più in crescita, con fatturati dalle cifre lunghe, mentre nel frattempo gli artisti delle arti figurative e i galleristi succhiano i chiodi.Ci rechiamo, infatti, in una gran discoteca a Milano, dov’è in programma un appuntamento con la moda-capelli firmata Italian Style Framesi che si chiama Metamorfhosis, con uno spettacolare show condotto dalla bellissima Elenoire Casalegno e dove sfilano le collezioni Autunno/inverno 2005/2006. Entrati nella sala gremita, ci fanno accomodare in prima fila, davanti un gran palco, attrezzato di schermi e pannelli, dove proiettano le immagini in video, sul tema dei cosmetici e della coloritura dei capelli. L’attesa delle sfilate e dal taglio in diretta dei capelli, a gruppi di modelle e modelli, è resa viva quando comincia sul palco un talk show. Presenti vari specialisti tra i quali una psicologa, un’architetta, uno stilista di moda e l’immancabile chirurgo plastico: interessantissimi i salti mortali di qualcuno di questi personaggi che, per rientrare nel tema della Metamorphos, cita le trasformazioni del Dr.Jekjll in mister Hyde, per alimentare il tema delle tinture dei capelli, e dei cosmetici che migliorano la vita.Arriva poi il turno delle sfilate in passerella, dove la bella gioventù, forse proveniente dall’est europeo, ha lo sguardo triste e stereotipato, con le ragazze dal seno che più piatto non si può.Mentre sul palco i giovani si fanno tagliare in varie tornate i capelli (ma quanti ne hanno?), senza protestare col parrucchiere che agita più volte la loro testa, sugli schermi gli esperti parlano di tinture luminose per lunga durata, della concretezza ed affabilità dell’uomo e della donna ambiziosi o di quelli prepotenti, se non di quelli che col trucco volano alti…L’idea di metamorfosi dell’immagine attraverso i capelli è rafforzata dall’altro concetto importante che Framesi vuole comunicare e che riguarda il colore.E anche in questo caso, a loro dire, l’interpretazione è articolata: colore da sperimentare, colore da vivere, colore per emozionarsi, colore per cambiare nella moda, nell’immagine, nel design, nel wellness, nell’arte, nell’anima. “Arte e bellezza convivono da tempi immemorabili”, commenta Fabio Franchina Presidente della Framesi, “il nostro business è la bellezza dei capelli. Coinvolgere l’arte nelle nostre iniziative è naturale. Per di più, nel nostro mondo i giovani giocano un ruolo importantissimo. Quest’iniziativa combina entrambe le cose: arte e giovani talenti, con occhi puntati al futuro”.

Dopo circa tre ore di quest’emozionante spettacolo, dove abbiamo appreso che l’arte è finita nei capelli e la pittura di Matisse sulle labbra, la Musa ci avvisa con uno strappo sui pochi che abbiamo in testa, che è ora di allontanarci.Non ci resta che ascoltarla, rinunciando a malincuore, al riservato invito per un rinfresco post sfilata, in compagnia della simpatica Casalegno e delle modelle, defilandoci dalla sala anche per via di un altro impegno, mentre sul palco i parrucchieri sono all’opera seguiti dal pubblico interessato e plaudente.

Sulla strada di casa, dopo aver trascorso un nuovo e insolito pomeriggio, c’immergiamo in alcune riflessioni sugli ultimi avvenimenti del mese appena trascorso, considerandoci fortunati di essere accolti al meglio e coccolato nei vari luoghi dove c’invitano, mentre siamo grati al critico d’arte Maurizio Vitiello che in questo periodo ha diffuso parecchio il nostro lavoro tramite la stampa.Per non parlare dell’ospitalità ricevuta a Vietri, nello splendido agriturismo della “Fattoria “di Dragonea di Vietri sul Mare con fantastici piatti a base di pesce: poco importa che, essendo il primo ospite del nuovo centro che ha solo cinque camere ( il ristorante è attivo da anni), non c’era un armadio in stanza e che nel bagno i servizi traballassero come innervositi da un terremoto.

Ma tant’è, non c’è più il tempo di crogiolarsi in queste cose, perché ci aspetta un invito a Rivara in Piemonte a una trentina di chilometri da Torino, ma questa volta nel settore che conosciamo, trattandosi della presentazione di un libro nel quale è contenuto anche un nostro testo, che si svolgerà nella tarda mattinata, cui seguirà l’inaugurazione di una mostra in un castello.Non ritenendoci golosi, pregustiamo lo stesso l’eventuale pranzo, a base di cibi piemontesi come il piatto tipico della fonduta, o quello della farinata savonese, che ci aspettiamo.

Temendo il brutto tempo, viaggiamo in treno con due amiche e scendiamo ad Ivrea, dove qualcuno che doveva prelevarci in auto per portarci a Rivara non è arrivato, facendoci optare per un taxi che ci porterà nel simpatico teatrino comunale. Qui arriviamo mentre sta per  cominciare la presentazione del libro”Scanavino & c. La leggenda degli artisti a Calice Ligure”, a cura di Stefano Delfino e Gianni Viola ( che è arrivato da Savona con un pulman nel quale ha riunito una trentina di fans calicesi). In teatro mentre parla uno dei curatori del volume,siamo seduti accanto a Giorgina Scanavino che quando sente pronunciare il titolo del libro sussulta profferendoci : ma dove si trovano ora gli  artisti?Forse intendeva affermare che la maggior parte di  quelli che oggi sono ritenuti tali, sono senza spessore. Chissà! Noi pensiamo invece che anche altri che allora ruotavano intorno alla figura del marito, Emilio Scanavino, e magari sono anche presenti in questa pubblicazione, non abbiano dato nulla all’arte.Finito il rituale, usciamo dal Teatro in compagnia di  Alda, vicesindaco di Calice e conosciamo l’ex moglie dell’attuale Ministro Castelli, mentre al bar del paese offrono a tutti l’aperitivo.Intorno alle 13 arriviamo nel Castello di Rivara, con decine di auto parcheggiate nell’immensa tenuta, circondata da una vegetazione lussureggiante,da una quantità di alberi con sotto una lunga teoria di enormi funghi porcini, riscaldati da un bellissimo sole.In alcune stanze del Castello ammiriamo l’interessante mostra di Aldo Mondino, un valido artista scomparso prematuramente da pochi mesi all’età di 67 anni, mentre nella prima sala, ci riceve un suo tappeto per terra , realizzato con chicchi di caffè, zucchero ed altro, piuttosto affascinante come le altre opere esposte.

Arrivati all’ora critica delle 13,30, non si capisce se qui ci daranno da mangiare o no, mentre non ci resta che seguire un’ondata di gente che si dirige più avanti dove si trovano le stalle e le scuderie, nei cui spazi continua la mostra, mentre all’esterno c’è lo scenografico ed incoraggiante allestimento di tavoli apparecchiati con i vista i grissini, coperti in alto da un elegante tendone per proteggere gli ospiti dal sole.Dopo aver visitato l’ultima sezione della mostra, ci sediamo ad un tavolo ritrovandoci con l’editore Prearo e chiacchieriamo con lui per un’ora, mentre scoccano le  14,30 e i piatti non arrivano. Intanto, i tavoli sono insufficienti per essere occupati dalla marea dei visitatori della mostra, oltre un centinaio, dei quali la metà sono  in piedi, perché mancano anche le sedie e quant’altro.Ci sembra di far parte del casting di un film di Bunuel…dove tutti aspettano il cibo che non arriva, mentre le persone rimaste in piedi, che osservano con invidia quelle sedute, non trovano di meglio che consumare qualche fettina di pane e formaggio, racimolati da qualche parte, appoggiandoli sul muro a strapiombo del castello, o magari arrotolano a mo’ di spaghetti le stringhe delle scarpe come nel famoso film di Chaplin  ”La febbre dell’oro”!

Intanto l'attesa del cibo, dopo la miseria dei dadini di formaggio si fa insostenibile, facendo decidere a Prearo, al suo socio gallerista e ad altri, di andarsene, mentre lo scrivente farebbe altrettanto se trovasse qualcuno che lo accompagnasse a Milano. Prima che l'editore lasci il tavolo, confabuliamo con lui sulla vicenda, convenendo che al posto del padrone di casa questi poteva risolvere la querelle dicendo a tutti: io non prevedevo tanta gente e mi ero organizzato per un pranzo per una settantina di persone, ma giacché siete  il doppio, vi prego di pazientare perché faccio preparare un piatto unico con le  porzioni limitate.Alle 15, mentre passiamo parola chiedendo un passaggio in auto per Milano o ad una stazione ferroviaria vicina, lo sfortunato organizzatore dell’evento gira ai tavoli a mo’ di slalom con una cameriera, mostrando alla stessa a quali tavoli servire i piatti che ha in mano, un antipasto con una fettina di bresaola e funghi porcini tagliati a fette. Ma, alla vista di tutto questo, la fortuna ci assiste trovando un amico di Viola di nome Marco, che stava andando via, in compagnia della moglie e di una bambina che piangeva per la fame, che ci trasportano in auto a Milano fin sotto casa. Anche costoro sono molto infuriati per il trattamento ricevuto, mentre nostalgicamente pensiamo all’accoglienza ospitale dei vietresi alla “Fattoria”, e a quella altrettanto buona dell’azienda Framesi.

 

Milano 15 ottobre 2005                                                                                 Antonio Fomez

 

Veleni da Stromboli a Bagdad

 

"… gli uomini dimenticano più presto la morte

del padre che  la perdita del patrimonio…”

(N. Machiavelli, Il Principe).

       

Learco è un architetto torinese, collezionista d’arte, con l’hobby per i reportage fotografici attinenti ai temi bellici, che negli anni della maturità ha operato nell’equipe grafica d’influenti uomini politici, alternando quest’attività con quella di scenografo televisivo.

L’architetto ora vive nel ricordo della moglie scomparsa un anno fa, a causa di un incidente stradale avvenuto sull’autostrada, nei pressi di Novara.Da quel funesto giorno l’uomo è demotivato e limita le sue prestazioni professionali a qualche piccolo allestimento.Un giorno Learco si reca ad un cocktail di una mostra, negli spazi della Fondazione d’Arte Mayer di Torino, dove sono esposti due quadri della sua collezione, e dove incontra l’autore di queste opere che non vede da qualche tempo.Dopo il rinfresco, Learco e il ritrovato artista, escono dalla galleria felici di essersi rivisti e decidono di trascorrere qualche ora insieme, passando prima dallo studio del pittore e poi dalla casa del collezionista. Subito dopo i due, salgono su una Mercedes e arrivano alla prima meta stabilita. Learco vede,  per la prima volta dal vivo, le sculture del nuovo ciclo “Serpenti & Parenti”, dimostra un grande interesse per le stesse e promette che ne farà acquistare una, dal Comune di Chiasso, per il Museo da lui  realizzato in via di costruzione.

Subito dopo Learco, ragguaglia l’amico sulla morte della moglie avvenuta dopo trentacinque anni di vita comune felice e, mentre sul viso gli spunta una lacrima, accenna alle due figlie trentenni, le gemelle Cordelia e Megan, con le quali ora è in piena bufera per l’eredità lasciata dalla consorte. E dire che le due ragazze, nel passato avevano ottenuto dai ricchi genitori tutto quanto potevano desiderare giacché, oltre al conseguimento delle lauree, erano vissute in una gran casa nel centro di Torino, arredata con degli splendidi quadri, e con un enorme attico che affaccia sul Po, circondato da una vegetazione lussureggiante. Cinque anni fa, Megan conobbe Giacomo, figlio di un amico di Learco, un faccendiere apparentato con la famiglia Agnelli, che poi la ragazza sposò, pur non amandolo. Giacomo si accorse di tutto questo, perciò a volte, invece di stare con la moglie, andava a sperperare i suoi beni nel Casinò di Saint Vincent, diventando un rammollito e facendosi diseredare dal padre.

Dal canto suo Cordelia, gelosa della ricchissima sorella, sposò Giorgio, un ex olimpionico di canottaggio, fanatico della pesca e della roulette.Anche Giorgio finì per disamorarsi della moglie, quando scoprì una relazione extraconiugale di Cordelia con Abdul, un integralista islamico nato in Egitto e qui in Italia senza una lira, amante del sesso e dei soldi. Alla luce di tutto questo, a Giorgio non rimase che dedicare il suo tempo, al gioco d’azzardo per il quale aveva trovato un ottimo socio nel cognato Giacomo ed alla pesca, per la quale si era attrezzato con delle sofisticatissime canne di carbonio.Ma, sfortunatamente, questo sport era stato la sua rovina, perché due anni orsono aveva perso la vita a causa di un singolare incidente: mentre pescava in un laghetto della Val d’Aosta, la sua lenza toccò un filo dell’alta tensione che lo fulminò. Seguì un’estenuante causa civile e Learco, tramite un suo cliente Senatore e grande Principe del Foro, fece riscuotere a Cordelia dal Comune dove era avvenuta la disgrazia, un risarcimento danni per la morte del coniuge, di oltre due miliardi delle vecchie lire.

Nel frattempo, Cordelia è diventata una brava fotografa per un giornale di moda mentre Megan che vede Giacomo sempre più di rado, lavora come giornalista  per una televisione commerciale e spesso esce di sera con un giovane attore. Entrambe, anche se ricche, vogliono assolutamente emergere giacchè invidiose del padre, professionista con amicizie influenti, per di più provvisto di grande carisma.

 

Quando la moglie muore, prosegue il racconto di Learco al pittore, lascia in eredità a lui, Cordelia e Megan, un cospicuo patrimonio in soldi, titoli ed immobili, tra i quali una grande villa sugli scogli di Stromboli, nelle isole Eolie, arredata con quadri di gran valore.Subito dopo aver seppellito la moglie, Learco che nel frattempo vive solo nella grande casa di Torino, va in depressione e per una quindicina di giorni, è a letto ammalato, accudito amorevolmente dalla domestica ucraina Tatiana. Ad un certo punto le figlie gli telefonano, chiedendo se possono passare da lui, e scusandosi per non essersi fatte vive prima per via degli impegni di lavoro. La richiesta è accolta da Learco con grande gioia, che dimostra vieppiù al loro arrivo e, mentre è febbricitante, le due figlie lo coccolano con le solite manfrine degli abbracci frammisti ad effusioni, di cui solo le donne sono capaci. Ma, Megan ha in serbo per il padre qualcosa di speciale poichè, tra dolci baci e languide carezze, gli recita, tra il serio e il faceto, un brano dal “Re Lear”di Shakespeare che declama: Io sono fatta della stessa lega di mia sorella, e ritengo di valere quanto lei. Nel mio cuore sincero trovo che lei definisce il mio stesso  amore, ma con troppa parsimonia; io mi dichiaro nemica di ogni gioia  procurata dai sensi nella loro  più fine armonia e scopro che trovo felicità soltanto nell'amore dell'amata Altezza Vostra. Learco resta incredulo, ma felice della finzione che crede sincera, mentre nel frattempo le figlie gli chiedono se possono fotografare i quadri e le sculture, alle quali sono molto affezionate.

Quando Learco alcuni giorni dopo si rimette dalla malattia, le ragazze gli chiedono la liquidazione della loro parte di eredità  delle opere d’arte della sua collezione, o in alternativa il corrispettivo in danaro  determinato da un Perito del Tribunale. Sostengono infatti che tali opere  fanno parte dei beni della madre, come pure la villa al mare, della quale chiedono anche la loro parte .

Il motivo di tutto questo è il timore che la giovane e bella ucraina seduca e circuisca il padre. Learco sarebbe anche disponibile a cedere la sua fetta ereditaria della villa, ma rifiuta assolutamente di smembrare la collezione d’arte, perché la maggior parte delle opere le ha comprate di tasca sua.Purtroppo le due ragazze non vogliono sentire ragioni, in quanto ambiscono al possesso dei  quadri e delle sculture e, in caso di rifiuto del padre, hanno intenzione di adire le vie legali.Cosa che faranno, due mesi dopo la morte della madre, citando Learco in Tribunale per possesso illegittimo di eredità, chiedendone l’interdizione per infermità mentale, ritenendolo confuso dalle moine e avances di Tatiana.Sul tavolo del giudice finisce anche una ricca documentazione con le foto delle opere della sua collezione sul Po, riprese con l’inganno quando il padre era malato, mentre successivamente non vogliono trovare una via pacifica di conciliazione con gli avvocati di entrambi le parti, desiderando esser presenti all’udienza fissata dal Giudice per l’assegnazione dei beni.Alla narrazione di questo racconto, il pittore ammutolisce incredulo, chiedendosi perché mai gli esseri umani siano così abietti e perché, a costo di distruggere certi legami, veri valori della vita, le due avide desiderino portar via al padre quelle opere a cui è sentimentalmente legato.

La chiacchierata dei due amici si conclude all’ora di pranzo, quando arrivano nella

villa di Learco situata in riva al Po, su una strada incantevole con un rigoglioso giardino. La villa è una costruzione di oltre trecento metri quadrati, il cui piano superiore è collegato ad un ampio terrazzo panoramico sul fiume tramite una scala. Ad attenderli è la giovane e bell’ucraina Tatiana, che serve subito un aperitivo e successivamente un delizioso pasto. La ragazza lavora in casa di Learco a tempo pieno, e lo accudisce al meglio, perché l’uomo vive solo.Quando era vivente la moglie, Tatiana dormiva qui, ma ora le figlie non vogliono che si fermi giacchè sono gelose.

Qualche mese dopo questi ultimi eventi Learco, che ormai ha chiuso definitivamente i rapporti con le due ragazze, passa le notti in bianco perché amareggiato e nervoso: ma durante una di queste è fortunato, poichè gli balena l’idea giusta che lo libererà dal problema, in maniera definitiva. Architetta, infatti, un finto furto, nel quale le sue opere d’arte sono riunite nella sua villa di Stromboli e salteranno in aria con la dinamite, che distruggerà tutto. Poi, si riaddormenta e in quella splendida altalena  tra veglia e sonno, immagina di questi argomenti, che a dir poco, sarebbero degni di una eventuale trasposizione cinematografica, con la trama arricchita da particolari effetti spettacolari,specie nella sequenza della villa esplosa. Segue un sogno, con altri inattesi fantasmi della memoria, con l’eruzione di un cratere dello Stromboli, telecomandata con la punta della spada, da un’ineffabile Giustiziere della notte, mentre nell’epilogo finale, il vulcano vomita spaventose e sottili lingue di fuoco, lapilli incandescenti e monete roventi. Queste, si tramuteranno  poi in satiretti vogliosi che  penetrando attraverso i muri e i vetri della villa, turberanno il sonno di Cordelia, Megan e dei loro uomini, ingrati eredi.

 

Al risveglio Learco, per staccare la spina dai brutti sogni, decide di trascorrere una settimana di vacanza nella casa di Stromboli, lontano dai veleni della città, invitando il pittore napoletano, al quale vuol chiedere consigli sulla diatriba legale in corso, e la governante Tatiana, col compito di accudire entrambi. Sull’aereo che porta il gruppetto a Catania, i due uomini conoscono due belle signore francesi che fanno parte di una comitiva.Le due signore si dimostrano gentili e disponibili, suscitando nei nostri protagonisti fantasie di approcci più consistenti. I tre arrivano nella tarda mattinata a Stromboli, con una barca che li traghetta nell'isola insieme ai francesi, coi quali si propongono di ricongiungersi la sera stessa, dentro alcune grotte situate accanto al cratere, dove con la loro guida assisteranno da vicino l’eruzione del vulcano, e dormiranno in una grotta rifugio, aspettando di ammirare i colori dell’alba.

Detto fatto, Learco ed il pittore, nel tardo pomeriggio del giorno seguente, lasciano in villa l’indaffarata Tatiana, e si incamminano per la scalata allo Stromboli, commettendo però il grave errore di muoversi da  casa  alle 18 per  evitare la calura estiva del primo pomeriggio, troppo tardi per raggiungere la meta con la luce del giorno. Dopo aver percorso alcuni chilometri, lasciano la strada principale, per inerpicarsi sui sentieri per arrivare alla vetta, scegliendo la via più diretta  per guadagnare tempo sui transalpini. Nonostante le ore di scalata, Learco e il pittore non sanno quanti dei 950 metri di dislivello necessari per arrivare alla vetta hanno già percorso, né che cosa c'è davanti a loro, quando li coglie la notte, con la sommità dello Stromboli ancora lontana. In quel momento l’eruzione di fuochi e lapilli li affascina, mentre nello stesso tempo diventa arduo scalare quei sentieri in pendenza, a notte fonda, senza una torcia e le scarpe adeguate e, con addosso una maglietta sui calzoni corti. Davanti a loro c’è un aspro pendio ricco di giovani pini non più alti di due metri, ai quali si sorreggono per aiutarsi nella salita e per non scivolare in qualche fossa ma che, essendo esili non reggono il loro peso e si piegano a dismisura, mentre i due uomini sono ormai convinti che nessuno può aiutarli perché la comitiva francese ha proseguito per altri percorsi. A questo punto, Learco e il pittore, decidono di interrompere l’ascesa , e  di giacere da qualche parte per dormire  aspettando le prime luci dell’alba.

Mentre si riposano scomodamente seduti, con una mano che stringe il giovane gambo di un  pino per evitare di scivolare giù, Learco racconta all’amico i suoi sogni sulle figlie, ottenendo in risposta che sono tutte fantasticherie e che Cordelia e Megan, vanno raggirate con l’inganno e sconfitte, sul piano del sentimentalismo unito alla finzione.Secondo l’artista, Learco deve incontrare le figlie e dichiarare che queste sono per lui, “piezze ‘e core”, come scriveva Eduardo. Così gli suggerisce una risoluzione furbesca per riconciliarsi con le ragazze, che salverebbe definitivamente i beni di Learco, senza danneggiarli.

Il pittore però, mentre entra nei dettagli del suo diabolico piano al buio della notte,il cui cielo è rischiarato ad intermittenza da scintille e lapilli, interrompe l’esposizione, perché si accorge che non hanno scelto la postazione giusta per fermarsi : sono su un prato in salita col rischio di scivolare giù in mare e sfracellarsi tra gli scogli. Così, scartando la fantasiosa ipotesi di dormire legati come salami con le cinture dei calzoni, avvinghiati agli alberelli poco sviluppati, si alzano alla ricerca di un posto più stabile. Ma,nel contempo e finalmente, hanno però fortuna! Dopo qualche centinaio di metri più avanti, vedono un vasto pianoro chiuso da formazioni di roccia, dove ci sono le grotte, in cui si può  passare la notte per dormire e rifocillarsi con le ipotetiche risorse francesi. Purtroppo, mentre i due si dirigono in quella direzione, dal limite del pianoro sono investiti da una fumarola compatta di vapore che avanza, veloce con un forte odore di zolfo, che li convince ad un rapido dietro front, per non correre il pericolo, di morire asfissiati dalle esalazioni sulfuree.Si trovano così obbligati a passare la notte su una piazzola di due metri per due cosparsi di sassi, che affaccia ad Oriente su un  precipizio di cui non si vede la fine, mentre ad Occidente, poco più in basso, vi sono due bocche eruttive a intervalli continui , che emettono un rumore assordante di lapilli incandescenti che si uniscono al magma, scorrendo dalla parete del costone e scivolando in mare. Learco decide così di sostare sul malsicuro spazio, supino come sul letto, ma con la resistenza di un fakiro e con i piedi penzolanti sul burrone, mentre il pittore preferisce sedersi. Così, nonostante la scomoda posizione,Learco si addormenta per alcune ore, per niente preoccupato che, con un minimo movimento può in modo irreparabile cascare giù. Alle prime luci dell’alba i due uomini ridiscendono a valle, cibandosi lungo il percorso di more e di qualche fico, assetati come fossero stati nel bel mezzo del Sahara invece che nel centro del Mediterraneo.Arrivati in villa Learco si consola con Tatiana.

 

Finita l’avventurosa vacanza, Learco rientra a Torino nella sua villa sul Po e un giorno, dopo aver preso lezione di recitazione da Giorgio Albertazzi, che conosce bene avendo creato per lui le scene per una piece teatrale e, seguendo il consiglio del pittore napoletano, invita da lui le figlie per gustare un aperitivo nel gazebo del giardino, profumatissimo in quel periodo per la brezza estiva, per via degli odori emanati dal glicine e dal biancospino. E’ in questa accattivante atmosfera, preparata ad arte, che il sornione attore s’intrattiene con Cordelia e Megan, usando toni di commozione, come da copione e riuscendo persino a declamare alle due ingrate, che sono un bene prezioso che non vuole assolutamente perdere, perché sangue del suo stesso sangue. Learco aggiunge, che vuole riconciliarsi con loro giacchè le ama troppo come Cesare amava il suo popolo,  come recita ambiguamente Marcantonio in un’opera shakespiriana,  e pertanto darà loro la quota spettante per la collezione d’arte, oppure il corrispettivo in denaro, rinunciando alla sua porzione di successione per la villa al mare, pur di vivere tutti felici e contenti.

Per festeggiare insieme la riappacificazione che avviene in giardino, favorita da una danza di fiori nel cielo turchese, Learco propone a Cordelia , Megan, Giacomo e ad Abdul, di realizzare insieme un rilassante viaggio all’estero.Per la scelta del posto da visitare e da fotografare, giacché le ragazze hanno la tessera di giornaliste, il padre propone l’Iraq, perché solo in questo paese, possono creare un bel reportage fotografico bellico di relitti abbandonati, che sarebbe lieto di esporre sulle pareti della sua casa torinese, quando saranno spoglie dei quadri ceduti alle figlie, se queste rinunceranno al cambio in danaro. Sebbene le ragazze non siano completamente felici della scelta del luogo, acconsentono lo stesso pur di non contraddire il padre poichè temono in un suo ripensamento sull’eredità. La partenza avviene una settimana dopo la sua proposta, senza Giacomo, ma con Abdul, che fungerà da interprete.

Il gruppo dei quattro arriva di sera a Bagdad e dopo aver scaricato i bagagli in albergo, noleggia per l’occasione una spaziosa auto con alla guida Abdul, che sfoggia per l’occasione un barracano bianco. Dopo una breve escursione in città, si recano  a cena nell’unico ristorante aperto a quell’ora, che però ha il difetto di essere ubicato nella zona calda della città, dove ogni tanto si ode qualche sparo.Entrati nel locale, i pochi avventori presenti, qualche straniero ed un paio di sceicchi con al seguito le guardie del corpo, fissano gli occhi su Cordelia e Megan , meravigliati come se  fossero entrate due dive del cinema, e bofonchiando qualcosa tra loro, a bassa voce.

Il mattino dopo, arriva la giovane guida irachena, procurata da Learco, che ha con se tre lasciapassare rilasciati dal Comando americano, due per le ragazze ed uno per Abdul, mentre è spiacente che non ha potuto avere quello per il padre, che non può accompagnare le figlie in quei luoghi pericolosi  non avendo il patentino di giornalista. Learco appare seriamente dispiaciuto di non poter partecipare al desiderato safari, ma abbraccia le sue amate figlie e saluta Abdul, assicurandoli che li aspetterà di sera alle 20, al solito ristorante per la cena. Appena l’autista del taxi arriva, chiamato all’istante, mentre apre la portiera posteriore per far salire nella vettura il gruppetto, punta anche lui gli occhi sulle ragazze, mentre gli vaga tra le labbra un sorriso malizioso con uno sguardo di perfida voluttà, come se le avesse già viste da qualche parte.

Infatti, aveva guardato le loro foto per davvero qualche giorno fa , mandate in onda dalla Tv araba Al Jazira, che annunciava anzitempo l’arrivo delle due importanti e ricche giornaliste italiane, con nome e cognome.In ogni modo l’arabo tace e non racconta nulla, perché vede nella faccenda profumo di denaro, che potrà essergli utile. Megan e Cordelia, ignare del pericolo e del putiferio che si scatenerà tra poco per causa loro, accarezzano le loro macchine fotografiche, pensando ai quadri torinesi, avendo cura di sistemare il lasciapassare americano ben in vista sul giubbino, mentre il taxi accende il motore e va.

Dal canto suo Learco, pochi minuti dopo la partenza del gruppo familiare, riceve una telefonata da un funzionario della Tv Al Jazira che, nel ringraziarlo per le foto delle due spie americane travestite da fotografe che gli sono pervenute, gli conferma che sono già sul posto le persone giuste per accogliere le ragazze, preavvertite da Abdul, anche lui sicario dell’architetto torinese. A questo punto, il rassicurato Learco, raggiunge il ristorante convenuto nel centro di Bagdad, più per fornirsi di un alibi che per aspettare le figlie, sapendo che queste non  arriveranno mai.

 

Milano 19 maggio 2005                                                                    Antonio Fomez

 

Veleni da Stromboli a Bagdad (riduzione)

 

"… gli uomini dimenticano più presto la morte

del padre che  la perdita del patrimonio…”

(N. Machiavelli, Il Principe).

       

Learco è un architetto torinese, collezionista d’arte, con l’hobby per i reportage fotografici attinenti ai temi bellici, che negli anni della maturità ha operato nell’equipe grafica d’influenti uomini politici, alternando quest’attività con quella di scenografo televisivo.

L’architetto ora vive nel ricordo della moglie scomparsa un anno fa, a causa di un incidente stradale avvenuto sull’autostrada, nei pressi di Novara.Da quel funesto giorno l’uomo è demotivato e limita le sue prestazioni professionali a qualche piccolo allestimento.Un giorno Learco si reca ad un cocktail di una mostra, negli spazi della Fondazione d’Arte Mayer di Torino, dove sono esposti due quadri della sua collezione, e dove incontra l’autore di queste opere che non vede da qualche tempo.Dopo il rinfresco, Learco e il ritrovato artista, escono dalla galleria felici di essersi rivisti e decidono di trascorrere qualche ora insieme, passando prima dallo studio del pittore e poi dalla casa del collezionista. Subito dopo i due, salgono su una Mercedes e arrivano alla prima meta stabilita. Learco vede,  per la prima volta dal vivo, le sculture del nuovo ciclo “Serpenti & Parenti”, dimostra un grande interesse per le stesse e promette che ne farà acquistare una, dal Comune di Chiasso, per il Museo da lui  realizzato in via di costruzione.

Subito dopo Learco, ragguaglia l’amico sulla morte della moglie avvenuta dopo trentacinque anni di vita comune felice e, mentre sul viso gli spunta una lacrima, accenna alle due figlie trentenni, le gemelle Cordelia e Megan, con le quali ora è in piena bufera per l’eredità lasciata dalla consorte. E dire che le due ragazze, nel passato avevano ottenuto dai ricchi genitori tutto quanto potevano desiderare giacché, oltre al conseguimento delle lauree, erano vissute in una gran casa nel centro di Torino, arredata con degli splendidi quadri, e con un enorme attico che affaccia sul Po, circondato da una vegetazione lussureggiante. Cinque anni fa, Megan conobbe Giacomo, figlio di un amico di Learco, un faccendiere apparentato con la famiglia Agnelli, che poi la ragazza sposò, pur non amandolo. Giacomo si accorse di tutto questo, perciò a volte, invece di stare con la moglie, andava a sperperare i suoi beni nel Casinò di Saint Vincent, diventando un rammollito e facendosi diseredare dal padre.

Dal canto suo Cordelia, gelosa della ricchissima sorella, sposò Giorgio, un ex olimpionico di canottaggio, fanatico della pesca e della roulette.Anche Giorgio finì per disamorarsi della moglie, quando scoprì una relazione extraconiugale di Cordelia con Abdul, un integralista islamico nato in Egitto e qui in Italia senza una lira, amante del sesso e dei soldi. Alla luce di tutto questo, a Giorgio non rimase che dedicare il suo tempo, al gioco d’azzardo per il quale aveva trovato un ottimo socio nel cognato Giacomo ed alla pesca, per la quale si era attrezzato con delle sofisticatissime canne di carbonio.Ma, sfortunatamente, questo sport era stato la sua rovina, perché due anni orsono aveva perso la vita a causa di un singolare incidente: mentre pescava in un laghetto della Val d’Aosta, la sua lenza toccò un filo dell’alta tensione che lo fulminò. Seguì un’estenuante causa civile e Learco, tramite un suo cliente Senatore e grande Principe del Foro, fece riscuotere a Cordelia dal Comune dove era avvenuta la disgrazia, un risarcimento danni per la morte del coniuge, di oltre due miliardi delle vecchie lire.

Nel frattempo, Cordelia è diventata una brava fotografa per un giornale di moda mentre Megan che vede Giacomo sempre più di rado, lavora come giornalista  per una televisione commerciale e spesso esce di sera con un giovane attore. Entrambe, anche se ricche, vogliono assolutamente emergere giacchè invidiose del padre, professionista con amicizie influenti, per di più provvisto di grande carisma.

 

Quando la moglie muore, prosegue il racconto di Learco al pittore, lascia in eredità a lui, Cordelia e Megan, un cospicuo patrimonio in soldi, titoli ed immobili, tra i quali una grande villa sugli scogli di Stromboli, nelle isole Eolie, arredata con quadri di gran valore.Subito dopo aver seppellito la moglie, Learco che nel frattempo vive solo nella grande casa di Torino, va in depressione e per una quindicina di giorni, è a letto ammalato, accudito amorevolmente dalla domestica ucraina Tatiana. Ad un certo punto le figlie gli telefonano, chiedendo se possono passare da lui, e scusandosi per non essersi fatte vive prima per via degli impegni di lavoro. La richiesta è accolta da Learco con grande gioia, che dimostra vieppiù al loro arrivo e, mentre è febbricitante, le due figlie lo coccolano con le solite manfrine degli abbracci frammisti ad effusioni, di cui solo le donne sono capaci. Ma, Megan ha in serbo per il padre qualcosa di speciale poichè, tra dolci baci e languide carezze, gli recita, tra il serio e il faceto, un brano dal “Re Lear”di Shakespeare che declama: Io sono fatta della stessa lega di mia sorella, e ritengo di valere quanto lei. Nel mio cuore sincero trovo che lei definisce il mio stesso  amore, ma con troppa parsimonia; io mi dichiaro nemica di ogni gioia  procurata dai sensi nella loro  più fine armonia e scopro che trovo felicità soltanto nell'amore dell'amata Altezza Vostra. Learco resta incredulo, ma felice della finzione che crede sincera, mentre nel frattempo le figlie gli chiedono se possono fotografare i quadri e le sculture, alle quali sono molto affezionate.

Quando Learco alcuni giorni dopo si rimette dalla malattia, le ragazze gli chiedono la liquidazione della loro parte di eredità  delle opere d’arte della sua collezione, o in alternativa il corrispettivo in danaro  determinato da un Perito del Tribunale. Sostengono infatti che tali opere  fanno parte dei beni della madre, come pure la villa al mare, della quale chiedono anche la loro parte .

Il motivo di tutto questo è il timore che la giovane e bella ucraina seduca e circuisca il padre. Learco sarebbe anche disponibile a cedere la sua fetta ereditaria della villa, ma rifiuta assolutamente di smembrare la collezione d’arte, perché la maggior parte delle opere le ha comprate di tasca sua.Purtroppo le due ragazze non vogliono sentire ragioni, in quanto ambiscono al possesso dei  quadri e delle sculture e, in caso di rifiuto del padre, hanno intenzione di adire le vie legali.Cosa che faranno, due mesi dopo la morte della madre, citando Learco in Tribunale per possesso illegittimo di eredità, chiedendone l’interdizione per infermità mentale, ritenendolo confuso dalle moine e avances di Tatiana.Sul tavolo del giudice finisce anche una ricca documentazione con le foto delle opere della sua collezione sul Po, riprese con l’inganno quando il padre era malato, mentre successivamente non vogliono trovare una via pacifica di conciliazione con gli avvocati di entrambi le parti, desiderando esser presenti all’udienza fissata dal Giudice per l’assegnazione dei beni.Alla narrazione di questo racconto, il pittore ammutolisce incredulo, chiedendosi perché mai gli esseri umani siano così abietti e perché, a costo di distruggere certi legami, veri valori della vita, le due avide desiderino portar via al padre quelle opere a cui è sentimentalmente legato.

La chiacchierata dei due amici si conclude all’ora di pranzo, quando arrivano nella

villa di Learco situata in riva al Po, su una strada incantevole con un rigoglioso giardino. La villa è una costruzione di oltre trecento metri quadrati, il cui piano superiore è collegato ad un ampio terrazzo panoramico sul fiume tramite una scala. Ad attenderli è la giovane e bell’ucraina Tatiana, che serve subito un aperitivo e successivamente un delizioso pasto. La ragazza lavora in casa di Learco a tempo pieno, e lo accudisce al meglio, perché l’uomo vive solo.Quando era vivente la moglie, Tatiana dormiva qui, ma ora le figlie non vogliono che si fermi giacchè sono gelose.

Qualche mese dopo questi ultimi eventi Learco, che ormai ha chiuso definitivamente i rapporti con le due ragazze, passa le notti in bianco perché amareggiato e nervoso: ma durante una di queste è fortunato, poichè gli balena l’idea giusta che lo libererà dal problema, in maniera definitiva. Architetta, infatti, un finto furto, nel quale le sue opere d’arte sono riunite nella sua villa di Stromboli e salteranno in aria con la dinamite, che distruggerà tutto. Poi, si riaddormenta e in quella splendida altalena  tra veglia e sonno, immagina di questi argomenti, che a dir poco, sarebbero degni di una eventuale trasposizione cinematografica, con la trama arricchita da particolari effetti spettacolari,specie nella sequenza della villa esplosa. Segue un sogno, con altri inattesi fantasmi della memoria, con l’eruzione di un cratere dello Stromboli, telecomandata con la punta della spada, da un’ineffabile Giustiziere della notte, mentre nell’epilogo finale, il vulcano vomita spaventose e sottili lingue di fuoco, lapilli incandescenti e monete roventi. Queste, si tramuteranno  poi in satiretti vogliosi che  penetrando attraverso i muri e i vetri della villa, turberanno il sonno di Cordelia, Megan e dei loro uomini, ingrati eredi.

Al risveglio Learco, racconta all’amico i suoi sogni sulle figlie, ottenendo in risposta che sono tutte fantasticherie e che Cordelia e Megan, vanno raggirate con l’inganno e sconfitte, sul piano del sentimentalismo unito alla finzione.Secondo l’artista, Learco deve incontrare le figlie e dichiarare che queste sono per lui, “piezze ‘e core”, come scriveva Eduardo. Così gli suggerisce una risoluzione furbesca per riconciliarsi con le ragazze, che salverebbe definitivamente i beni di Learco, senza danneggiarli.

Nel contempo Learco a Torino prende lezione di recitazione da Giorgio Albertazzi, che conosce bene avendo creato per lui le scene per una piece teatrale e, seguendo il consiglio del pittore napoletano, invita da lui le figlie per gustare un aperitivo nel gazebo del giardino, profumatissimo in quel periodo per la brezza estiva, per via degli odori emanati dal glicine e dal biancospino. E’ in questa accattivante atmosfera, preparata ad arte, che il sornione attore s’intrattiene con Cordelia e Megan, usando toni di commozione, come da copione e riuscendo persino a declamare alle due ingrate, che sono un bene prezioso che non vuole assolutamente perdere, perché sangue del suo stesso sangue. Learco aggiunge, che vuole riconciliarsi con loro giacchè le ama troppo come Cesare amava il suo popolo,  come recita ambiguamente Marcantonio in un’opera shakespiriana,  e pertanto darà loro la quota spettante per la collezione d’arte, oppure il corrispettivo in denaro, rinunciando alla sua porzione di successione per la villa al mare, pur di vivere tutti felici e contenti.

Per festeggiare insieme la riappacificazione che avviene in giardino, favorita da una danza di fiori nel cielo turchese, Learco propone a Cordelia , Megan, Giacomo e ad Abdul, di realizzare insieme un rilassante viaggio all’estero.Per la scelta del posto da visitare e da fotografare, giacché le ragazze hanno la tessera di giornaliste, il padre propone l’Iraq, perché solo in questo paese, possono creare un bel reportage fotografico bellico di relitti abbandonati, che sarebbe lieto di esporre sulle pareti della sua casa torinese, quando saranno spoglie dei quadri ceduti alle figlie, se queste rinunceranno al cambio in danaro. Sebbene le ragazze non siano completamente felici della scelta del luogo, acconsentono lo stesso pur di non contraddire il padre poichè temono in un suo ripensamento sull’eredità. La partenza avviene una settimana dopo la sua proposta, senza Giacomo, ma con Abdul, che fungerà da interprete.

Il gruppo dei quattro arriva di sera a Bagdad e dopo aver scaricato i bagagli in albergo, noleggia per l’occasione una spaziosa auto con alla guida Abdul, che sfoggia per l’occasione un barracano bianco. Dopo una breve escursione in città, si recano  a cena nell’unico ristorante aperto a quell’ora, che però ha il difetto di essere ubicato nella zona calda della città, dove ogni tanto si ode qualche sparo.Entrati nel locale, i pochi avventori presenti, qualche straniero ed un paio di sceicchi con al seguito le guardie del corpo, fissano gli occhi su Cordelia e Megan , meravigliati come se  fossero entrate due dive del cinema, e bofonchiando qualcosa tra loro, a bassa voce.

Il mattino dopo, arriva la giovane guida irachena, procurata da Learco, che ha con se tre lasciapassare rilasciati dal Comando americano, due per le ragazze ed uno per Abdul, mentre è spiacente che non ha potuto avere quello per il padre, che non può accompagnare le figlie in quei luoghi pericolosi  non avendo il patentino di giornalista. Learco appare seriamente dispiaciuto di non poter partecipare al desiderato safari, ma abbraccia le sue amate figlie e saluta Abdul, assicurandoli che li aspetterà di sera alle 20, al solito ristorante per la cena. Appena l’autista del taxi arriva, chiamato all’istante, mentre apre la portiera posteriore per far salire nella vettura il gruppetto, punta anche lui gli occhi sulle ragazze, mentre gli vaga tra le labbra un sorriso malizioso con uno sguardo di perfida voluttà, come se le avesse già viste da qualche parte.

Infatti, aveva guardato le loro foto per davvero qualche giorno fa , mandate in onda dalla Tv araba Al Jazira, che annunciava anzitempo l’arrivo delle due importanti e ricche giornaliste italiane, con nome e cognome.In ogni modo l’arabo tace e non racconta nulla, perché vede nella faccenda profumo di denaro, che potrà essergli utile. Megan e Cordelia, ignare del pericolo e del putiferio che si scatenerà tra poco per causa loro, accarezzano le loro macchine fotografiche, pensando ai quadri torinesi, avendo cura di sistemare il lasciapassare americano ben in vista sul giubbino, mentre il taxi accende il motore e va.

Dal canto suo Learco, pochi minuti dopo la partenza del gruppo familiare, riceve una telefonata da un funzionario della Tv Al Jazira che, nel ringraziarlo per le foto delle due spie americane travestite da fotografe che gli sono pervenute, gli conferma che sono già sul posto le persone giuste per accogliere le ragazze, preavvertite da Abdul, anche lui sicario dell’architetto torinese. A questo punto, il rassicurato Learco, raggiunge il ristorante convenuto nel centro di Bagdad, più per fornirsi di un alibi che per aspettare le figlie, sapendo che queste non  arriveranno mai.

 

Milano 19 maggio 2005                                                                    Antonio Fomez

 

 

Video choc

 

Prima di affrontare l’argomento degli integratori alimentari che aiutano a migliorare le prestazioni atletiche, ci siamo chiesti se anche gli artisti facciano uso di sostanze dopanti per produrre le loro opere. Francamente, a tale domanda, non siamo in grado di rispondere con certezza. Secondo noi l’artista non ha bisogno di droghe per migliorare il suo rendimento o per guadagnare di più, come spesso accade per il ciclista, il calciatore o il velocista; la creatività vera è meno potenziabile della forza fisica e inoltre l’artista può permettersi di prendere la vita con minore affanno giacché la sua carriera dura, in genere, assai più di quella di un atleta. Precisiamo che in questa nota preferiamo sorvolare su quegli artisti instabili e affetti da devianze psicologiche e caratteriali, come i pittori Van Gogh e Caravaggio o il poeta Rimbaud, i quali sarebbero diventati ugualmente dei Grandi, anche senza le loro travagliate vicissitudini. Allo stesso modo non prenderemo in considerazione in questa sede gli pseudo-artisti, vale a dire quei furbi personaggi che si costruiscono un’immagine genialoide, sniffando o mettendosi in mostra, col risultato che le loro opere restano comunque mediocri. Non è detto che l’uso di stupefacenti, accompagnato magari dall’adozione di un particolare stile di vita primitivo o naif, migliori le loro opere, anche se può succedere che esse suscitino l’entusiasmo di una società sazia d’intellettualismo, quale la nostra.

Nel settore dello sport molti atleti, assumendo sostanze proibite, traggono da queste notevoli benefici. All’inizio di maggio un programma televisivo ha mandato in onda una registrazione video che mostrava un calciatore a cui veniva iniettato nelle vene il consentito neoton, sostanza che usano in tanti e da non confondersi con il vietato epo. Dopo la messa in onda del video-scoop, il giocatore protagonista della bravata ha ricevuto consensi da parte d’altri atleti ma anche dall’allenatore del Milan Ancelotti. Quest’ultimo ha dichiarato che il mestiere di calciatore è faticosissimo per via dei tanti impegni che logorano e di cui lui stesso si reputa vittima, visto che porta ancora addosso le conseguenze dei tanti acciacchi dovuti agli anni di carriera. Anche se quegli integratori citati nel video sono consentiti, non siamo d'accordo che si somministrino, oltretutto iniettati nelle vene, per migliorare le prestazioni sportive. Insomma, meglio non assumere niente come fanno tanti esseri umani senza alcun talento per lo sport perché altrimenti i risultati atletici sono inficiati e il bel goal col potente colpo di testa finisce per essere un gesto atletico ottenuto e condizionato dalle sostanze. Taluni non si sentono di farne a meno perché logorati dalla fatica, dallo stress e dagli sforzi enormi prima della gara? Non c’importa nulla di tutto questo: meglio gareggiare di meno e operare lealmente. Con quanto affermiamo non vogliamo certo moralizzare il mondo atletico e quello ultramiliardario, ma crediamo allo sport pulito, anche perché il calcio è uno degli sport più diffusi, anche se tra i più ricchi del mondo.

 

Milano 14 maggio 2005                                                                                               Antonio Fomez

 

Vitelli brasiliani

 

Alla fermata del tram, rivediamo Paulo in bici, mentre va al lavoro e facciamo due chiacchiere con lui, nell’attesa che arrivi il mezzo. Il 24enne brasiliano, che abita sotto di noi e che incrociamo spesso, ci parla della sua attività di benzinaio che svolge in una stazione di servizio vicino al Naviglio Pavese, dove, per dodici ore di lavoro giornaliero, guadagna 800€ al mese, stipendio che lui considera piuttosto basso. Come altri brasiliani che vivono all’estero, Paulo ha saudade (nostalgia) del suo Paese, dove è vissuto felicemente con la famiglia in una fattoria, con tanti animali, fino a qualche mese fa. A tal proposito, ha già mandato 100€ al nonno che vive a Bahia, per comprargli un nuovo vitello (ne ha altri sei), mentre in seguito, quando potrà, ha intenzione di acquistare un pezzo di terreno, per costruirvi una casa. Incuriositi da tali argomenti, lo invitiamo a cena da noi, per approfondire la nostra conoscenza di vitelli e le vacche.Alla sera, Paulo arriva puntuale alle 20,30 e, mentre la pasta è in cottura, c’erudisce sul costo e lo scambio dei vitelli e sull’unità di misura di un arroba, termine che non sa tradurre in italiano, ma che ci chiarisce indicandoci il simbolo della chiocciola @, e specificando che esso equivale a 15 chili di peso. Pertanto, se al mercato brasiliano si tratterà sull’acquisto di un vitello, si pretenderà che pesi uno o più arroba.Un vitello di tre anni costa circa 200€, e si scambia con due piccoli, mentre uno di questi vale circa 60 euro, e hanno il vantaggio di crescere più velocemente di una mucca.Alle 21,30, dopo la cena ed i liquori a base d’erbe che Paulo gradisce molto, continuiamo la chiacchierata in salotto, mentre guardiamo in Tv la diretta di una partita di calcio. Con Paulo, che ha sicuramente un viso più intelligente dei suoi connazionali calciatori Adriano e Ronaldinho, conversiamo anche d’altri argomenti. Malignamente dirottiamo il discorso sui travestiti brasiliani, che a Milano abbondano, ottenendo per risposta che quelli non hanno fortuna in patria, e che emigrano nelle città europee ricche, perché molto richiesti a suon di centinaia d’euro per ogni prestazione, specie quelli che non sono evirati. Ma, il sogno del giovane benzinaio è di raggranellare in futuro un bel gruzzolo, che gli consentirà di acquistare il maggior numero di vitelli possibile e, in seguito di dedicarsi alla costruzione di una fattoria, per tornarsene finalmente al suo Paese, a vivere in pace, lontano dai veleni del gasolio e della nebbia. Nell’attesa, Paulo è spesso in contatto telefonico con l’amato nonno, per decidere con lui quando convenga vendere i suoi vitelli e quando sia il momento giusto per scambiarne uno con due più giovani. Per dirla alla napoletana, c’è però nel giovane una certa dose di cazzimma (leggi egoismo), perchè lui prende decisioni importanti, senza rispetto per la carne altrui e senza interpellare i propri vitelli.Se arroba significa chiocciola, perché non inviare una e-mail all’indirizzo vitelli@fattoria.com, invitando le bestie ad esprimere la loro preferenza tra macellazione e scambio?

 

Milano 18 novembre 2005                                                        Antonio Fomez

 

Voli charter

 

Questa volta non ci addentreremo nei fantastici luoghi esotici, preferendo invece consigliare al lettore giramondo, di diffidare di quelle agenzie che, all’atto della prenotazione del viaggio, danno vaghe indicazioni sugli orari degli aerei per la partenza e per il ritorno.Bisogna però premettere che la legge consente all’operatore che organizza il viaggio di cambiare gli orari anche 24 ore prima, pertanto questa nota ha il solo scopo di segnalare alcuni dei disagi recenti, capitati a chi scrive. Tralasciamo perciò di citare un volo vecchio di un paio d’anni, la cui partenza era prevista per il primo pomeriggio,come comunicatoci da una signorina bugiarda della BluVacanze, e che all’ultimo momento fu anticipato alle cinque del mattino. Il pilota dell’Eurofly si scusò dell’inconveniente adducendo motivi dovuti all’aeromobile arrivato in ritardo, e ai problemi d’intenso traffico aereo. Così, quando eravamo ancora fermi e allacciati, ci arriva il secondo annuncio da parte del comandante che ci fa sbarcare ed aspettare un paio d’ore al bar, nell’attesa che arrivi un pezzo di ricambio, decollando infine intorno alle 13.

Alla fine di novembre dello scorso anno, all’aeroporto di Bergamo, mentre eravamo in attesa di imbarcarci alle 13,50 sull’aereo per Hurgada, prima ci segnalano che ciò avverrà con un’ora di ritardo e poco dopo, intorno alle 15, il nostro volo scompare dal display. Passa una mezz’ora ed arriva un rappresentante della “Viaggi Turchese”, comunicandoci che il ritardo sarà di nove ore e che partiremo intorno alle 23. Alle 15,30, come tanti pecoroni, veniamo nuovamente condotti nello spazio riservato alle partenze dei gruppi, dove una bella ragazza dell’agenzia ci avverte che il nostro aereo ha subito un guasto alla coda. Per questo motivo lo stesso aereo era bloccato sulla pista di Roma.

Mentre gli altri passeggeri bevono la frottola, fermiamo la sequela delle bugie della ragazza urlando: “Questa è una telenovela che dimostra la scorrettezza del tour operator, che ormai ha già incassato tutto in anticipo”. La ragazza si scusa ed assicura che, per alleviare la nostra attesa, ha organizzato per noi una gita in pullman a Bergamo Alta, seguita da una cena in un albergo a 5 stelle. Inoltre: “Avrete a disposizione due camere per riposarvi o per depositare le vostre borse”. Appena sistemati sul bus, arriva tra noi Valentina della “Turchese” la quale ci comunica un’ulteriore variazione del progetto iniziale, vale a dire: poiché la partenza per Hurgada è anticipata alle 21, invece del lauto pasto nel grande albergo, ci verranno offerti un panino ed una bottiglietta di minerale. A questo punto tutti protestano, così la ragazza si trova costretta, poco dopo, a trovare un’altra soluzione: ci offre un ticket -pasto da usare nella mensa dell’aeroporto alle 18,15, con la raccomandazione di trovarsi all’imbarco alle 20. Alle 19,30 rientriamo in aeroporto di corsa perché dall’altoparlante ci avvertono che il nostro imbarco è immediato. Tutto il gruppo sale sul velivolo turco, lo stesso aereo che ci riporterà a Bergamo una settimana dopo, con una partenza alle due di notte invece che al mattino del giorno dopo, scippandoci così un giorno di vacanza.

Terminiamo affermando che con i voli charter indubbiamente si risparmia denaro, ma forse è meglio optare per un “fai da te” che preveda un volo di linea più costoso, ma almeno puntuale.

 

  Milano 15 settembre 2005.                                                                                 Antonio Fomez     

Afa estiva

Emilio esce dall'agriturismo alle 8, per recarsi a piedi al bar nella bella piazzetta di Dragonea, in provincia di Salerno.Qui trova il titolare Beppe a torso nudo e con un paio di bermuda goffamente calati fino al grasso ventre; alla richiesta di Emilio di un caffè, risponde che bisognerà pazientare una quindicina di minuti, perché la macchina per prepararlo è fredda. In realtà l'uomo mente perché in quel momento è indaffarato a riportar fuori  piante e suppellettili, che sistema sotto un gazebo con i tavolini, per cui sarà disposto a servirlo solo dopo aver completato le operazioni di riordino, senza avere clienti tra i piedi.Nell'attesa  Emilio si dirige dal giornalaio ed è avvicinato da un cinquantenne problematico in compagnia di una donna, con i seni ben in vista che indossa deiprovocanti shorts da spiaggia. L'uomo chiede ad Emilio perché le poste non gli pagano più la pensione il giorno prima della data stabilita, sentendosi rispondere  che forse ora non possono farlo, perché ci sono disposizioni più severe. Nel frattempo la donna fissa Emilio con malizia, ma senza ottenere risultato, perché l'architetto non ha alcuna voglia di attaccare bottone con un soggetto del genere, preferendo invece ritornare al bar. Qui al banco scopre un piccolo e magrissimo uomo barbuto, un ex operatore ecologico, che ha l'aria di essere uno svitato, come il figlio ventenne che gli sta accanto:l'anziano personaggio, mentre si prepara un fragante sfilatino al prosciutto, è immerso in un lungo soliloquio e, dopo l'ingresso di Emilio, spera con gli sguardi, di ottenere da lui qualche risposta ai suoi deliranti monologhi. L'architetto però non è dello stesso avviso, preferendo sedersi fuori per leggere il giornale, mentre intanto pioviggina, ma Emilio è al sicuro perché ha la testa riparata dalla tenda, anche se dall'alto di questa c'è un malefico buco che non lascia ben sperare.Intanto il bar comincia ad animarsi e, quando Emilio sorbisce il secondo caffè, siede accanto a lui un uomo anziano che sbuffa, poiché durante la notte è stato disturbato dal caldo, chiedendogli come ha dormito durante l' afa. Emilio gli risponde che non ha avuto problemi in tal senso, perché ha lasciato il balcone della camera spalancato, ricevendo alle prime luci dell'alba una salutare frescura, e consigliando al suo interlocutore di fare altrettanto.L'uomo però asserisce che non può farlo, perché abita in un pianterreno e che se apre la porta di casa per far circolare l'aria, rischia di far entrare le zoccole (toponi) ed i cavalli, che mangerebbero le sue provviste dipomodori, insalata e quant'altro. Trattenendo una risata, Emilio gli chiede da dove arrivino i cavalli, e apprende che questi animali sono destrieri liberi che scendono dalle colline, in quanto il proprietario non li tiene nei recinti, preferendo farli scorazzare di notte a far razzie dicibo.L'uomo infine afferma che l'unico rimedio contro queste bestie è quello di spararli.Emilio resta senza parole.

 

 

Milano 16 febbraio 2006.                                              Antonio Fomez.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

En plein air

 

Prima di raggiungere la sommità della collina di Benincasa, a quattro chilometri da Vietri sul Mare, l’architetto Pietro imbocca la strettissima strada del paese, dopo un’attesa di tre minuti al semaforo, per lasciar passare le auto che scendono.L’attesa però non è noiosa, giacché da un lato della strada si possono ammirare le case che diradano verso la collina verdeggiante, mentre dall’altra parte s’ammira dall’alto un fantastico paesaggio marino, con in vista il golfo di Salerno.

Il giorno di Ferragosto, giacchè i suoi collaboratori hanno preteso un paio di giorni di ferie, si riposa anche lui e non ha altro da fare che ciondolare per apprezzare il bel paesaggio di Benincasa, girare al fresco tra limoneti e vigne, e osservare nei campi gli alberi da frutta, con mele e pere che non raccoglie nessuno.Ad un tratto scorge un giovane trentenne che raccoglie la frutta caduta dalle piante, che depone, anche se infangate dalla pioggia caduta ieri, in larghi sacchi dell’immondizia. Il giovane si chiama Ciro, darà la frutta in pasto alle sue 15 capre, ai maiali e ad altri animali, che ogni giorno porta a pascolare in collina, dove vive con la sorella e i genitori. Ciro è un giovane bruttino, che parla di continuo, mentre indossa una maglietta e uno short da spiaggia molto lurida e piena di macchie. Si muove a passo spedito, come una persona che ha qualche problema, ma ha un’espressione timida, affidabile e d’indole buona. Ha però l’ardire di chiedere a Pietro un passaggio in auto fino ai suoi campi, altrimenti col carico dei tre sacchi pieni di mangime per le sue bestie, dovrà compiere almeno due viaggi a piedi, per raggiungere la sua casa di campagna. Non avendo nulla da fare, Pietro acconsente, depositando i sacchi nel baule della sua Punto, e facendolo sedere accanto, non prima di aver coperto il sedile con un giornale.

Dopo un minuto di percorso i due arrivano a destinazione; Pietro conosce la madre e la sorella di Ciro, rifiutando però di prendere il caffè in una casa dall’igiene dubbia, preferendo invece proseguire col giovane per i limoneti.Ad un certo punto Ciro mostra all’architetto dove finisce la sua proprietà, chiusa da singolare e fantasiosa porta: fanno da imposte due reti arrugginite d’altrettanti letti singoli, tenuti da una catena e da un lucchetto. Ciro, sempre andando a passo svelto, è seguito da Pietro con affanno, conduce costui in una stradina sterrata con bellissimi boschi intorno, che li porta in un piccolo slargo, con sotto una gran vallata, dove sulla destra ci sono le colline dove pascolano le capre, e di fronte il bellissimo paesaggio marino di Vietri, con dietro il golfo di Salerno.Ad un certo punto però il giovane si ferma improvvisamente e dice a Pietro: ”Scusate”, appartandosi dietro certi cespugli a pochi metri dall’ospite, con davanti la vista panoramica con le casine piccole come da un presepe, per espletare un’impellente funzione fisiologica, e pulendosi con l’erba secca. Pietro resta senza parole, ma non vede l’ora di andarsene, tornando indietro per riprendersi la macchina.

 

Milano 15 febbraio 2006.                                                                                 Antonio Fomez

 

 

Hurgada nuova

 

Nel 1999 su questa testata, nel periodo in cui Hurgada era quasi sconosciuta, segnalammo questa località  citandola come il paradiso dei subacquei. Sfortunatamente però Hurgada, nata nel 1978 su una zona desertica piena di sterpaglie e bagnata un tempo da un mare bellissimo, pur diventando la prima cittadina turistica del Mar Rosso (prima ancora della rinomata Sharm-El Sheik posta sull’altra sponda ad Est), fu subito vittima di una devastante speculazione edilizia, seguita da irreparabili scempi ecologici perpetuati da alcuni colossi stranieri. Costoro infatti, fiutando l’affare, iniziarono in quel periodo la devastazione del territorio, raschiando alcune straordinarie baie coralline della città per far posto agli alberghi a 5 stelle, con spiagge private e isole artificiali.Oggi il turista, per ritrovare un mare ancora più blu, può prenotare un’escursione da trenta dollari e vedere finalmente l’acqua del Mar Rosso popolata da una varietà di pesci multicolori sul fondo corallino. I nuovi alberghi che costruiscono ora sono più grandi e confortevoli -  tipo villaggi -  e si espandono fino alle zone desertiche; sono però lontani dai centrali rioni di Hurgada, fatiscenti fino a pochi anni fa, , con le strade non lastricate circondate da baraccopoli da dove spuntavano fastidiosi venditori di cianfrusaglie e paccottiglie (ora i più hanno i negozi e stressano meno). Per il turista che ritorna a Hurgada dopo un paio d’anni, a parte i nuovi cantieri e lo squallore del niente che trova fuori dagli alberghi periferici, c’è la lieta sorpresa di scoprire il suo centro finalmente illuminato e nuovi servizi, come banche e supermercati.Sono aumentati anche gli alloggi di fortuna del personale alberghiero proveniente dal Cairo o da Luxor, gente modesta che per guadagnare una trentina d’euro il mese, mance escluse, è forzata a lasciare la famiglia in città per raggiungerla quando può. Né bisogna trascurare che questi pseudo pendolari sono costretti a vivere con tanti altri in una stanza, in appartamenti situati nelle viuzze sterrate e decrepite del centro, magari in condizioni igieniche precarie (giacché più volte ce ne è stato vietato l’accesso). I lavoratori autonomi, tassisti o negozianti, si arrangiano invece come possono: i meno fortunati dormono nei taxi o nei micro bus, se non en plein air, mentre, sulle strade principali che costeggiano il mare, c’è l’altra realtà imbellettata, con dignitosi palazzi e uffici illuminati da insegne come a Las Vegas…

Infine, per via dei recenti attentati avvenuti nel 2005 a Sharm, molti turisti italiani disertano l’Egitto, mentre nel frattempo gli alberghi, le vie e i bar all’aperto dove si fuma il narghilè sono gremiti di russi e d’ucraini. Per quanto riguarda noi, irriducibili amanti del mare e del sole di questo Paese, continueremo a scegliere per le future vacanze Hurgada, perché questa città conserva ancora alcune tracce di cultura araba nella sua Down Town, del tutto assenti nella più rinomata e turistica Sharm, molto ambita dagli aficionados delle discoteche.

 

Milano 30 gennaio 2006

                                                                                                           Antonio Fomez

 

Per un safari

 

Per via del pessimo inverno milanese, ai primi di marzo ritorniamo in Kenia per staccare la spina dal freddo, scegliendo una località marina nei pressi di Mombasa, anzichè quella più nota di Malindi (cara agli italiani eccellenti che vi hanno costruito le loro dimore) per evitare la fatica di percorrere dall’aeroporto di Mombasa altri 120 chilometri in bus per raggiungerla. (c.f.r.”Come salvare la pelle in Kenia”, Artecultura n°2, 1992).In realtà la scelta fatta non si è rivelata giusta, perché siamo capitati in un albergo ad una quindicina di chilometri da Mombasa, nei pressi di misere baracche, i cui occupanti ci hanno sfinito con le più svariate richieste.Le suppliche più gettonate sono state quelle delle elemosinanti con bambini in grembo o in braccio, per non parlare delle pretese sugli indumenti che indossavamo, o le soste imposteci dai commercianti per l’acquisto di cianfrusaglie o l’invito suadente delle giovani massaggiatrici sulle strade.

Per tali motivi, consigliamo ai turisti, arrivati qui per godersi le bellezze naturali di questo Paese, (trascurando però quei buonisti che vanno nei villaggi poveri per distribuire caramelle ai bambini -un’attrattiva che fornisce il carrozzone turistico keniota nel pacchetto del dopo pasto al mare a base d’aragoste), di non perdersi uno splendido safari, allo scopo di ammirare e fotografare leoni, ghepardi e quant’altro, nel loro ambiente naturale. Per quanto ci riguarda, non abbiamo partecipato ad alcun Safari, per non sobbarcarci faticacce o delusioni, preferendo restare al sole con una temperatura talvolta superiore ai 30°, in piscina o al mare, sebbene questo subisca i capricci delle maree, ed è ricoperto d’alghe.Siamo però in grado di registrare quanto riferitoci da alcuni turisti, di ritorno da un safari di due giorni; la maggior parte di costoro è rientrata soddisfatta e felice, mentre un’altra fascia ha stramaledetto l’avventura, stanca per il lungo viaggio in jeep, ma anche perché non è riuscita a vedere alcun felino, ma solo antilopi, zebre ed elefanti.Tra gli scontenti, una coppia di giovani anconetani, i quali raccontano che, dopo aver vagato sulle piste per ore, hanno inscenato una protesta nei confronti delle guide perché non erano riusciti a vedere i leoni ed i ghepardi.Le guide però li hanno accontentati all’istante, portandoli davanti ad una gabbia dov’erano rinchiusi tre leoncini…, rendendo felici gli altri della spedizione, ma non i due marchigiani.

Infine, ci spiace non aver potuto appurare se s’è avverata la previsione formulata nell’articolo sopra citato, che recita: “Forse un giorno il progresso costruirà qui delle belle strade, delle rutilanti pompe di benzina con autogrill e marmitte catalitiche.Il capotribù forse sarà ricacciato più indietro, ma avrà la licenza per vendere la coca cola ghiacciata nella sua capanna o avrà un incarico al distributore.Ce ne andiamo lasciando nel suo cappello la mancia”.Al momento, possiamo solo verificare che   la nobile e antica classe dei guerrieri masai è ridotta a sguinzagliare i suoi giovani sulle spiagge per vendere i braccialetti, non certo per controllare la pressione delle gomme.

 

Milano 22 marzo 2006                                                                                   Antonio Fomez

 

 

Giallo indiano alle Mauritius

 

Alla ricerca dell’incanto delle terre dai sette colori, tra i quali uno di questi è a noi più gradito, delle lontane isole Mauritius - che nell’immaginario collettivo rappresentano una delle località più belle del mondo - siamo partiti a metà gennaio da Milano. Ci seduce l’idea del mare azzurro dell’isola e le sue piantagioni di canna da zucchero, frammiste ad alcune architetture di case coloniche del 1600 e 1700, quando gli abitanti furono schiavizzati da francesi e inglesi che fecero man bassa delle loro risorse.

Prima però di atterrare laggiù, il nostro agente di fiducia della Blu Vacanze, cui da un anno ci rivolgiamo, ci mette in guardia che le Mauritius, analogamente ad altre importanti isole come le Seychelles e le Maldive, per non parlare della Polinesia, sono posti esclusivi molto costosi. Dopo oltre 11 ore di volo notturno, atterriamo finalmente alle Mauritius, dall’alto davvero magnifiche, accolti da una leggera nebbia e dalla pioggia, mentre percorriamo col bus gli oltre quaranta chilometri che dall’aeroporto ci portano all’hotel, attraversando per due ore strade pessime e piene di curve pericolose che mettono a dura prova lo stomaco d’alcuni viaggiatori.

Alle 17 arriviamo al nostro bellissimo hotel, l’Indian Resort, in stile coloniale e costruito utilizzando tronchi d’alberi tagliati e talvolta non levigati, in sintonia con le analoghe costruzioni già viste in Kenia. Colpisce il lussureggiante verdeggiare di piante e fiori, che qui abbondano. Capiamo che l’hotel è isolatissimo da tutto e da tutti (il che ci fa sentire protetti, ma anche reclusi ed esclusi dal mondo) appena il poliziotto di guardia richiude il gran cancello, lasciando fuori la desolazione dei campi, dei boschi e del niente.

Poco conta, invece, che al ristorante e nelle camere entrino topi o altri animali, ma per fortuna non ci sono irruzioni di scimmie come avviene in Kenia. Una delle regole dell’albergo è di depositare, per motivi cautelari, 40€ alla reception che saranno restituiti alla fine non in euro, ma in rupie (un euro al cambio ufficiale in banca è pagato 42,5 rupie, mentre in albergo un euro è cambiato in 37/38 rupie).Dopo il breefing rituale, siamo ansiosi di tuffarci in mare ma, appena mettiamo i piedi nudi sulla battigia a venti metri dalla nostra camera, ci arriva l’acqua calda del mare sulla falange del pollicione in avanscoperta. Pertanto, non abbiamo bisogno di effettuare un’escursione per vedere tra i sette colori delle terre delle Mauritius, quello da noi preferito, perché questo ci viene incontro giulivo con le sue alghe galleggianti e le schiume sfavillanti. Nel frattempo l’acqua gialla ha raggiunto le nostre caviglie, ma non proviene dal porto di Genova, bensì dall’Oceano Indiano, col suo colore limaccioso, frammisto al verde senape marcio.

Tale visione cromatica ci permette di divagare sulle origini storiche del giallo indiano, un colore tra l’ocra e il rosa pallido, che ci ha calamitato alle Mauritius. Il giallo indiano fu introdotto dalla Persia nel XV secolo, e in India nel 1786. Si chiama così perchè, ottenuto dalle urine degli animali che si nutrivano di Curcuma (la radice gialla dello zenzero cui sono riconosciute proprietà medicinali e che costituisce uno degli ingredienti del curry cui conferisce il suo caratteristico colore giallo) e che un pittore dilettante ipotizzò che, opportunamente depurata, poteva essere utilizzata come colore. La sua origine rimase a lungo un mistero. Per molto tempo, non si capì come fosse ottenuto quel colore, (le vacche indiane che mangiano il curry?), quindi la storia si connotò di giallo.....il giallo indiano appunto!

Ma d'indiani in albergo ce ne sono, così come quelli che fanno “l’indiano”, vale a dire i tour operator, che mirano solo al guadagno, facendosi male da soli e tirandosi addosso fiumi di ridicolaggini, a cominciare dal costo del viaggio, che diventa quasi il doppio rispetto all’allettante offerta esposta nelle vetrine delle loro agenzie. Questa è gravata da svariati supplementi, come l’adeguamento del carburante (che com’è noto tende ora a diminuire), la quota d’iscrizione, l’assicurazione sui bagagli, le tasse d’imbarco, spese dossier e quant’altro. A chi parte per le Mauritius è detto che l’Isola è un paradiso, ma che è anche molto cara. Arrivati sul posto, invece, la realtà è un'altra: l’isola non è così bella, il mare non è paragonabile al Mar Rosso o ai Caraibi, l’albergo è defilato, mentre la vita all’esterno non è per niente cara. Se poi a tali inconvenienti si aggiungono quelli dovuti alla pioggia quasi giornaliera, e alla sfortuna di capitare in un albergo dove si cucinano pasti immangiabili che danneggiano i clienti con disturbi gastrici, allora proprio non si capisce perché le Mauritius siano così famose.

C’è tuttavia da rilevare che il mare non è sempre giallo, perché spesso le correnti portano via questo colore e talvolta l’acqua non è per niente male, ma per essere sicuri di trovarla bella, non ci resta che compiere una gita fantastica all’Isola dei Cervi, spendendo la miseria di 75€, dove il mare è stupendo. Ma, prima di arrivare a quest'eden, un motoscafo ci porta in un canale, dove affiorano pericolosamente alcuni scogli, che il conducente evita con bravura, per vedere una meravigliosa cascata che, da alcune alte rocce, rovescia in mare una misteriosa acqua color giallo indiano.In ogni caso, consigliamo al turista intenzionato alla visita che, per godersi un tale spettacolo naturale, deve premunirsi con ore di preghiere rivolte alla sanguinaria dea Kalì, quella dei thugs di Salgari, affinché appena sbarcato colà col catamarano, non trovi la pioggia e il riparo sotto un gazebo della spiaggia, o sotto un tendone di una bancarella, come c’è capitato. Noi però non ci scoraggiamo più di tanto, perché qualche giorno dopo, col modesto costo di 36€, andiamo in pullman a St. Louis, dove la guida Karima ci fa salire su un monticello alto un centinaio di metri, che qui chiamano la Cittadella, dove osserviamo il panorama della città. Ciò non suscita in noi grandi interessi, ma ci basta per capire che la capitale delle Mauritius ha dei normali grattacieli, palazzoni alti di cemento e qualche fabbrica. La ragazza ci mostra le vecchie costruzioni coloniali dall’alto, ma francamente non riusciamo ad apprezzarne il significato, anche perché non vediamo l’ora di ritornare a casa con la pelle bruciata dal sole, per dipingere un quadro col giallo indiano, mentre pioverà per ore, prima del decollo per la Malpensa.

 

Milano 30 gennaio 2007                                                                            Antonio Fomez

La cazzimma

Oggi, più che mai tra le nuove generazioni, sono in aumento le  persone scaltre e ambigue, come quelle addette a rispondere al telefono, il cui lavoro consiste nel dire bugie fantasiose, addestrate dalla Telecom, al malcapitato interlocutore: poco importa se ci rimettono la faccia perché per loro è importante conservare il posto di lavoro.Tra questa schiera di lavoratori non bisogna però trascurare quei soggetti che hanno talento ma sono armati d’altrettante deplorevoli  furbizie.Per costoro, ma anche per i primi sebbene con riserva, la lingua napoletana ha coniato una parola capolavoro, “la cazzimma”, che si potrebbe tradurre in italiano con  furbizia malevola…, ma in tal caso l’espressione perde almeno l’80% del suo significato.Se dovessimo spiegare che cos’è la cazzimma ad una persona che non viva in Campania, tralasciando di tradurla ad uno straniero, servirebbero molte parole, ma noi presuntuosamente ci proviamo lo stesso.La cazzima è un comportamento furbo e malevolo di chi pensa solo ai cavoli propri (scartiamo però l’ovvio sinonimo di cavolimma) in cui vi è una grande sproporzione tra il vantaggio ottenibile per l’autore del comportamento ed il danno arrecato ad altri; probabilmente il movente di chi attua la cazzimma è prevalentemente da ricercarsi nel sadico piacere di provocare disturbi ad altri, anche se talvolta questi non sono irreparabili, come chi fa l’astuto per superare una coda.Qualcuno afferma che nel nord dell’Italia c’è più egoismo, mentre noi riteniamo che d’ogni verità anche il contrario è vero.                                                               Così, nei call center della Telecom, dove pare ci sia un personale precario, se c’è un guasto su una linea a Milano, risponde un operatore da un’altra città, collegato via computer e tutti fanno a gara a chi profferisce più frottole, pur di guadagnare tempo.A noi è capitato recentemente di avere il telefono muto per sette giorni ed abbiamo segnalato l’anomalia ad un operatore Telecom che ci ha risposto dalla Calabria.Questa persona ha subito dichiarato che la nostra linea era a posto e che l’inconveniente era da ricercarsi nei nostri apparecchi e nel modem del computer, che erano da staccare tutti.Cosa che abbiamo fatto in diretta, strisciando sul pavimento alla ricerca dei fili giusti, attorcigliati nella giungla delle liane sotto il tavolo, mettendo a repentaglio schiena e ginocchia.Altre menzogne ci sono piovute in seguito da operatori toscani, pugliesi, ecc.,  sulla data di riattivazione della linea, mentre intanto il nostro numero telefonico  era finito ad un altro disperato al quale arrivavano le chiamate a noi dirette.Dopo quattro giorni dal primo reclamo, seguiti dal primo dei due fax inviati, riceviamo finalmente il seguente messaggio sul telefonino: Telecom Italia La informa che la riparazione della linea è stata completata.Telecom ringrazia e rimane a Sua disposizione. Felici e contenti solleviamo l’apparecchio più vicino e quasi restiamo fulminati da un infarto quando avvertiamo che siamo al punto di prima, mentre il messaggio è una bufala, la società perde in affidabilità e l’utente è trattato come un deficiente.Ma tant’è: usciamo da casa per andare dal dentista e, dopo le salate cure, viaggiamo in metropolitana, con la bocca  ancora anestetizzata.                                                                                                                                     Alla fermata della Stazione Centrale entrano due violinisti stonati dell’Est che ci allietano con lamenti musicali mentre, due fermate dopo, come sincronizzati da una cazzimma programmata,   via i rumeni, sale in treno una donna bosniaca con un bambino in braccio che dorme. Recita il solito ritornello udito da anni che conosciamo a memoria: sono una famiglia povera, i genitori morti guerra Sarajevo, signori vi supplico  aiutatemi, il mio bambino ha fame, dormiamo sotto un ponte. Per fortuna arriva la nostra fermata e scendiamo a Lanza, in zona Brera, per andare in un colorificio dove i prodotti sono notevolmente più a buon mercato rispetto a tutti gli altri che si trovano a Milano.All'uscita del negozio siamo investiti dalla musica gradevole della “Donna è mobile”che proviene dal registratore di un anziano accattone italiano, forse un ex cantante lirico, il quale ogni tanto interviene con la sua voce bassa ma intonata, con cazzimma ragionata.                                  Nel tram siede accanto a noi un giovane arabo, che fa il nostro percorso fino a Piazzale Abbiategrasso il quale ci  racconta di essere un muratore rimasto senza lavoro con una famiglia da aiutare che vive al Cairo.Scendiamo dal tram e gli offriamo una sigaretta che il ragazzo accetta ma in aggiunta pretende una cifra per comprarsi un pacchetto intero, lasciandoci di stucco.Tiriamo fuori dalle tasche 3,5€, con l’intenzione di passarglieli poiché è così disperato, mentre non abbiamo voglia di parlare per via del dente.Il ragazzo però afferma che le Marlboro costano 4€ e vuole la differenza, per cazzimma. Noi però lo piantiamo in asso e ce ne andiamo, riponendo al posto giusto gli euri.                                                                                                                                                Arrivati  a casa, apprendiamo dalla televisione che è in atto un cambiamento climatico della terra a causa dell’aumento delle temperature provocato dal cosiddetto “effetto serra”. Entro la fine di questo secolo il livello del mare potrebbe essere più alto dai 18 ai 59 cm, fenomeno determinato dallo scioglimento dei ghiacci  polari. Il che vuol dire che nell’anno 2100 nuovi scenari cambieranno il volto della terra, intere zone asiatiche saranno cancellate, come il Giappone e città italiane come Venezia saranno completamente sommerse.Anche al porto del Granatello di Portici s’alzerà il livello del mare, per cui nei secoli futuri magari sparirà  la storica ferrovia inaugurata dai Borboni  e il bosco Reale che ospita  la straordinaria Reggia del Vanvitelli.Ora però, per restare nell’ambito nostrano, crediamo davvero che gli italiani, e in special modo quelli residenti nel Nord dell’Italia che stanno trascorrendo un inverno anomalo insolitamente mite che si è travestito da  primavera come una danza di fiori nel cielo turchino, pensino ai futuri disastri ambientali che potranno verificarsi tra circa cento anni? Sicuramente no perché troppo lontani e non hanno voglia di scervellarsi con i calcoli, né di piangere sulle sciagure che capiteranno agli altri. Per molti  conta vivere il presente, meglio se corazzati da opportuna cazzimma.

Milano 15 febbraio 2007                                                              Antonio Fomez

 

 

Una settimana sul Mar Rosso.

Nel mese di marzo abbiamo prenotato una settimana di vacanza a Hurgada organizzata dal

nostro tour operator, con la camera in uno dei tre alberghi Hilton che si trovano in città, sicuramente meno confortevole degli altri due. Infatti, la camera non si trova nella struttura principale direttamente sul mare, dove ci sono i ristoranti ed i principali servizi, ma in una dèpendance separata, sull’altra parte della strada, con gli alloggi ubicati in palazzine basse che non hanno i confort delle cinque stelle. Ad aumentare il disagio dei turisti c’è poi la difficoltà di attraversare la strada, completamente divelta per la costruzione del manto stradale, per andare al ristorante o per dirigersi sulla spiaggia, con gru, scavatrici e polvere dappertutto per centinaia di metri. Per tali disagi, come già detto in altre occasioni,

oggi c’è bisogno che gli operatori del settore turistico prestino maggiore attenzione prima di vendere un pacchetto di soggiorno senza pensare solo al guadagno: tra l’altro verifichiamo che per lo stesso viaggio altre agenzie sparse in Italia praticano prezzi diversi. Non siamo certi dei Nostradamus ma, nell’articolo “Giallo Indiano alle Mauritius”, pubblicato su questa testata, avevamo già denunciato che il costo del viaggio, “…diventa quasi il doppio rispetto all’allettante offerta esposta nelle vetrine delle loro agenzie…” Sul Corriere del 31 marzo è riportata la notizia della promulgazione di un decreto governativo: “fra trenta giorni via alle sanzioni per le pubblicità ingannevoli sulle tariffe aeree.Tasse e prezzo netto dovranno avere la stessa visibilità”.Alla luce di ciò, azzardiamo che tra una decina d’anni, con l’aumento delle fonti dell’informazione, come rubinetti sempre aperti, ci sarà l’ulteriore esplosione dei low cost Via Internet, consentendo ai turisti di prenotare la vacanza e risparmiare sui costi, mentre le agenzie è bene che ricordino che una corda troppo tesa, spezza se stessa e l’arco.

In occasione di un giro turistico in un comodo bus a Hurgada, la guida araba ci mostra orgogliosamente che ora questa città è più bella e nuova perché si costruisce di più ed è una sorta di cantiere in divenire, dove si alzano vieppiù negozi, alberghi e condomini riservati ai turisti.Così, per la modica spesa di 25.000€, si può comprare un appartamento di 100 metri quadrati. L’idea di acquistare uno spazio qui in realtà c’era già balenata in mente qualche anno fa ma fummo scoraggiati dal farlo perché questi appartamenti sono venduti in maniera originale sulla parola e non tramite un atto notarile. La guida ci assicura che qui nessuno paga le tasse, che la burocrazia non esiste, che la patente si può comprare facilmente, mentre in questa città non c’è una scuola, forse perché i lavoratori che provengono dal Cairo o da Luxor sono forzati a lasciare la famiglia con i bambini in città per raggiungerla quando possono. Durante il nostro giro passiamo davanti al porto che trent’anni orsono era angusto e riservato ai pescatori locali mentre ora è allargato, come il vecchio cantiere dove sono restaurate le barche per pochi soldi, perché qui la mano d’opera costa poco.Infatti, un operaio guadagna circa 30€ il mese e lavora per 10 ore, mentre resistono alla speculazione edilizia le vecchie catapecchie dei pescatori, a ridosso del mare, dalle quali questi non hanno alcun’intenzione di sloggiare o venderne il terreno, in cambio dell’allontanamento dalla costa in spazi più interni, perché hanno fiutato l’inganno.All’epoca della guerra del golfo, questo porto era soprattutto militare e pieno di navi americane; di fianco allo stesso c’è il ristorante “Felfela”, il più famoso della città, con la tipica cucina egiziana particolarmente piccante e, dove all’interno, ci sono le foto d’Omar Sharif e di Jimmy Carter che circa 20 anni orsono pranzarono qui. Ben altra umanità circola nell’albergo, come un ragazzo arabo, magro e con gli occhiali che lavora al diving, originale e simpatico, che scopriamo fuori con un cuscino che usa a mo’ di chitarra.Poi c’è un tipo molto grasso, addetto ai taxi, che ci parla ogni giorno delle sue conquiste femminili, in prevalenza russe e ucraine, mentre noi siamo del parere che gli uomini dovrebbero imparare a rispettare le donne e fare con loro l’amore, non solo sesso.Lui ci risponde che le donne sono come le sigarette, perché dopo averle usate bisogna schiacciarle, facendoci il gesto tipico con la scarpa di quando si spegne la cicca.Molto diverso da costui è invece Omar, uno dei bagnini addetti alla spiaggia, che ogni giorno ci consegna e ritira il telo da stendere sul lettino: questo ragazzo è sempre educato, sorridente, timido e gentile, a differenza degli altri suoi colleghi, volgari e invadenti.

L’ultimo giorno della nostra permanenza in questo paese, tra gli ospiti italiani c’è aria di contestazione e circola una lettera di protesta contro il Tour operator, riguardante i disagi del nostro soggiorno.  Trascorriamo il tempo che ci rimane sulla bella spiaggia assolata, dove spesso c’è un vento fastidioso, che evita però le scottature.Intanto arriva Omar che s’è invaghito di Mara, una ragazza del nostro gruppetto accompagnata dall’amico Giò.Gli piacerebbe parlare con lei, ma ha paura che il suo amico gli tagli la gola, mentre lo tranquillizziamo che non sarà così perché i due non sono fidanzati.

Oggi il ragazzo è dispiaciuto che noi partiamo e fa l’ultimo tentativo per agganciare Mara, implorandoci di non lasciarla partire ma di abbandonarla a lui a Hurgada, dove avrebbe fatto

di tutto per procurarsi una camera: la ragazza avrebbe potuto aspettarlo in casa e preparargli da mangiare, mentre lui l’avrebbe raggiunta di sera, appena finito il lavoro.Gli facciamo presente che questi suoi progetti dovrebbe comunicarli a Mara, non a noi. Omar si avvicina così all’ombrellone e fa le sue proposte alla ragazza la quale gli risponde: quanti bambini vuoi che facciamo? Omar risponde: due.

 

Milano 26 marzo 2007                                                                                                Antonio Fomez

 

 

 

 

 

Faraone a Zanzibar

C’è chi di notte sogna numeri dettati dalle anime, come nella divertente commedia di Eduardo “Non ti pago”, mentre c’è chi, come noi, ha complesse visioni oniriche polinesiane e conversazioni con personaggi del mondo antico, tra i quali spicca quella più continua con Tutankamen. L’ultimo scambio confidenziale con lui risale al mese scorso quando gli raccontammo la nostra intenzione di visitare nuovi paesi africani. A sentir ciò lo sventurato sovrano, che morì all’età di 16 anni, ha reagito facendo la voce grossa, preannunciando maledizioni se scegliamo destinazioni diverse dal Mar Rosso, perché il suo paese ha bisogno di turisti per tirare avanti. Afferma vieppiù che la sua vendetta sarà attuata in maniera più cruenta nei negozi occupati dalle agenzie turistiche, ree di esporre pubblicità ingannevole che confonde i clienti, costretti a pagare conti salati con aggiunte di voci assurde, come la tassa d’iscrizione o l’adeguamento al costo del carburante, mentre oggi il prezzo del petrolio al barile è fermo a quello del 2005. Tutankamen minaccia anche uno sciopero delle tombe

nella Valle dei Re, dove riposa con altri sovrani, se i tour operator non ridimensioneranno i prezzi dei pacchetti di viaggio, mentre ci rassicura che per noi userà un trattamento più amichevole. Ci ricorda anche che la maledizione dei faraoni è certa: ne sanno qualcosa gli archeologi che profanarono le tombe reali e che morirono prematuramente o in circostanze violente.

Sebbene increduli, promettiamo a Tutankamen che riferiremo le sue parole alle agenzie interessate, giurandogli di scrivere sempre mirabilie sul suo Paese, e che per almeno un anno andremo ripetutamente con i nostri amici in Egitto, trascurando la visita alle tombe durante i wicchendi per far riposare i faraoni.

Al risveglio a Milano, con infingardaggine e per niente preoccupati delle minacce faraoniche, passiamo dalla solita agenzia di fiducia, per acquistare uno ‘splendido pacchetto di 7 giorni e 8 notti ai Tropici’, tra fine novembre e dicembre, sedotti dalle sabbie bianche e dal mare turchino con temperature intorno ai 30°. La destinazione è Zanzibar, che in questo periodo è in piena alta stagione, sicuramente più calda che non l’Egitto, dove solo i russi e gli ucraini hanno il coraggio di tuffarsi in acqua. L’impiegata ci assicura che ci farà alloggiare in un posto incantevole, dove è appena stata sua zia che si è trovata benissimo.

Zanzibar è un’isola corallina dell’Oceano Indiano e fa parte della Tanzania. Ha un’amministrazione autonoma e due Presidenti, uno nell’Isola ed un altro che governa in Tanzania. Zanzibar è ricoperta da belle foreste di tek, ha coltivazioni di canne da zucchero, palme da cocco, banani, noce moscata, cannella, risaie e chiodi di garofano, dei quali è il maggior produttore mondiale. La popolazione è in prevalenza di religione musulmana, mentre in Tanzania è cristiana. Infine una curiosità: a Zanzibar nacque il compianto Freddy Mercury, straordinario cantante dei Queen.

Appena sbarcati Zanzibar facciamo una lunga coda per pagare la tassa di 40$ per il visto d’ingresso, indirizzandoci a uno scalcinato ufficio cambio dell’aeroporto, la cui impiegata ci rapina nell’operazione 12€. Poco dopo saliamo sul pulmino per il transfer in hotel, non prima di essere assaliti da questuanti e portatori di valige, che c’irretiscono per le mance, mentre il clima è molto caldo e la terra è bagnata per la pioggia caduta durante la notte.Ci rimettiamo in viaggio con altri turisti, dirigendoci verso la struttura alberghiera Kikanga Lodge, percorrendo per 70 km una strada brutta, con ai lati sterpaglie, foreste e catapecchie. Superato il centro abitato di Stone Town non s’incontra più niente, se non qualche sparuta capanna fatiscente seminascosta tra la vegetazione. Dopo un’ora e mezza di percorso, l’auto svolta in uno stretto sentiero, con buche dossi, pietre sporgenti e quant’altro che, grazie anche all’imperizia dell’autista, ci procurano spiacevoli sobbalzi per oltre un chilometro.

La compagine alberghiera del Kikanga Lodge è situata sulla costa sud orientale di Zanzibar, in una posizione privilegiata e tranquilla. Gli alloggi sono costruiti in legno e foglie di palma intrecciate a mano, con le tipiche architetture a capanna, già viste in Kenia. La reception ubicata all’ingresso è modesta e consiste in due sgabuzzini, seguiti da un’ampia sala ristorante, col tetto altissimo e capriate in sottili tronchi d’alberi ed una scala che porta a un locale superiore dotato di computer. Le camere immerse in un giardino tropicale sono una trentina: si tratta di bungalow esteticamente godibili solo dall’esterno, sollevati dal suolo di circa un metro. Dopo una piccola scalinata d’accesso, si attraversa un ampio terrazzo pavimentato in legno scuro con vista mare e un’invitante amaca, e si entra in un’ampia camera con una spettacolare zanzariera con in alto un ventilatore a pale. Contigua, vi è una piccola stanza da bagno con servizi da dimenticare, e un altro locale con tre mensole di legno per appoggiare gli abiti.

Consigli per le maree. La spiaggia è bellissima, bianca come nei sogni e il mare cristallino ha delle spettacolari strisce verdi e azzurre dalle diverse tonalità, appena dopo la baia corallina. La sabbia finissima è orlata di palme e si allunga per vari chilometri, da entrambi i lati, passando da costoni di rocce avorio dove scende la luce che ingioiella le pietre. La vegetazione lussureggiante crea riposanti zone d’ombre. Bellissime le piante di mangrovie che crescono a ridosso della spiaggia proteggendola dalla sfuriate marine che nel periodo primaverile dei monsoni rischiano di sommergerla. Passeggiando per una trentina di minuti lungo questa spiaggia, si può raggiungere un villaggio vicino, dove è bello osservare la vita quotidiana della gente, sobbarcandosi l’onere e il fastidio dei soliti venditori di ciarpame. Non bisogna però dimenticare che il percorso è praticabile solo al mattino, quando c’è la bassa marea. Per bagnarsi le caviglie o raggiungere l’acqua alta, invece, bisogna camminare per alcune centinaia di metri, facendo molta attenzione ai fastidiosi ricci che si conficcano nei piedi anche calzando le apposite ciabatte. Alla luce di ciò, è consigliabile premunirsi portando dall’Italia dei pesanti stivali come quelli in dotazione dei vigili del fuoco. Nel pomeriggio c’è l’alta marea e le cose cambiano in meglio: l’acqua diventa caldissima e talvolta può raggiungere una temperatura di circa 30°. Intorno alle 16,30 ci si può bagnare in qualche pozza più grande, ma l’acqua non è limpida a causa dei movimenti della sabbia che porta in superficie un’enorme quantità d’alghe.Il completamento del ciclo dell’alta marea avviene intorno alle 18, sempre con le alghe, ma con l’assenza del sole che talvolta riesce a forare le nuvole.

E’ incredibile che in un posto del genere il mare sia impraticabile e si debba perciò ricorrere alla piscina. A tal proposito suggeriamo al turista che intende visitare Zanzibar, prima di prenotare un viaggio di piacere, di scegliere il periodo giusto, evitando di credere alle fandonie di chi vende il pacchetto di viaggio. Va poi considerato che le maree possono variare da una località all’altra. Ad esempio, a nord di Zanzibar sono diverse rispetto al sud. Nella parte settentrionale dell’isola le capricciose maree danno meno problemi, inoltre gli alberghi più belli sono provvisti di comodi pontili che si allungano sull’acqua per centinaia di metri, salvando i bagnanti dagli aculei dei ricci e dai ciottoli appuntiti.

Piscina e pioggia. La piscina – di forma ovoidale - è situata nella parte alta della struttura alberghiera. È di modeste dimensioni, 5 metri per 2, ma è un toccasana per i turisti quando il tempo è incerto oppure al mattino per salvarsi dai ricci di mare. Un giorno ci muoviamo dalla zona della piscina per riprendere il telo appoggiato sulla staccionata della bella terrazza nello stesso istante che l’estremità di un palo orizzontale marcio che la sorregge si stacca e vola via, e solo per un pelo non siamo trascinati nel vuoto. La struttura di quest’albergo ‘fa acqua’ da tutte le parti, servirebbero un’accurata ristrutturazione e del disinfettante per salvare i turisti dall’ingresso dei topi in camera e al ristorante, per non parlare dei grossi volatili che s’intrufolano nelle stanze. Molti italiani sono scontenti perché le agenzie dove hanno prenotato il viaggio hanno disatteso le loro aspettative, ma anche della pioggia che ci ha fatto compagnia quasi tutti i giorni. Una sera dopo cena, mentre ci rilassavamo sulle comode poltrone situate nella veranda del ristorante, abbiamo dovuto sloggiare in tutta fretta per via di un diluvio improvviso. Siamo poi rientrati in camera con l’ombrello e con la lanterna di Diogene, a causa di un persistente blackout. Il tempo pessimo che abbiamo trovato ci induce a ritenere che questo periodo dell’anno non si possa considerare d’alta stagione. Pertanto i tour operator dovrebbero abbassare le tariffe o magari accettare di pagare una penale ai turisti se il tempo è brutto. Tra l’altro il complesso alberghiero è isolato e taluni ospiti si considerano reclusi. Nessun rappresentante locale del tour operator è presente nella struttura. Di buono c’è la cucina, affidata a un cuoco del Mali che è stato allievo di uno chef italiano: accettabile la pasta che prepara, mentre i secondi sono a base di pesce fresco e carne, con granchi giganti e sugo d’aragosta sul riso.

Una gita. Ci svegliamo presto col cielo coperto da nuvole minacciose, ma ci avventuriamo lo stesso con altri italiani per una programmata escursione. Per strada ci fermiamo ad ammirare stupendi alberi di baobab, sotto i quali – narra un’antica leggenda – una principessa sotterrava i suoi amanti onde evitare che costoro rivelassero i loro incontri. Attraversiamo senza fermarci una piccola foresta e osserviamo le scorribande di un particolare tipo di scimmie rosse che vivono libere sugli alberi, e dopo un’ora e mezza di viaggio ritorniamo a Stone Town. Ci prepariamo a salire su una barca, ma le nostre speranze si spengono quando scoppia un improvviso temporale che dura almeno un’ora e siamo costretti a ripararci in un bar del porto. All’esterno, un folto nugolo di venditori di roba d’ogni genere ci aspetta al varco. Alle 11 riusciamo a salire sulla scialuppa e a raggiungere una lingua di sabbia, lunga qualche centinaio di metri e larga la metà, accessibile soltanto al mattino con la bassa marea, mentre di pomeriggio è completamente sommersa dalle acque. Ma per fortuna arriva anche il sole amico in questo bellissimo posto, e ci godiamo finalmente uno splendido bagno di mare, mentre la nostra guida e due marinai preparano per noi le aragoste alla brace seguite da abbondante frutta fresca. Ripartiamo nel primo pomeriggio per l’isola delle grandi tartarughe, dove un tempo sorgeva un carcere, ora trasformato in albergo, ammirando una porta indiana del 1700 e un gigantesco albero di tamarindo. Dopo il traghetto giriamo a piedi per il centro dell’isola, percorrendo viuzze affollate e negozi, passando per l’ex mercato degli schiavi, seguito dal palazzo di un sultano, e da tante altre bruttezze. In questa città abbiamo ripreso varie scene con la Minolta, tra le quali una che riprendeva centinaia di mosche fameliche all’assalto di malcapitati pesci in vendita sulle bancarelle.

Lampi e tuoni. Alle 5 del mattino siamo svegliati da un frastuono incredibile, che ci allarma, mentre piove dal soffitto sul baldacchino.Ci alziamo dal letto per capirci qualcosa, ma siamo nuovamente al buio per un blackout, così inciampiamo sul tavolino basso di legno massellato che ci procura danni a un ginocchio. Non ci resta che uscire sul terrazzo investito da fragorosi lampi, tuoni e saette e da una pioggia incessante, mentre sul pavimento giace una cagna che guaisce ed è coperta di ferite. La vegliano un faraone con la bara aperta, tre scimmie rosse piangenti arrivate dalla vicina foresta, alcuni serpenti e grandi insetti portatori di malaria. La scena di disperazione delle bestie sembra quasi un quadro giottesco: “Compianto sul Cristo morto”, con l’aggiunta di due corvi neri che gracchiano appollaiati sulla balaustra. Ma non c’è tempo per fantasticare e fermarsi, per via dei possibili fulmini che annienterebbero anche lo scrivente.

Masai. Tutta la struttura turistica è difesa da folclorici masai, che sembrano finti e travestiti, e forse sono qui per dare colore al complesso. I masai sono equipaggiati con lunghe lance di bambù e da una spada metallica, ridono e scherzano con tutti, ma sono anche moderni col loro cellulare, giocano a calcio, e taluni sono galanti con le donne. L’ultimo giorno della nostra permanenza qui, il capo masai ci raggiunge sulla spiaggia e ci comunica che di sera, prima della danza di saluto, sarà allestita un’esposizione delle loro cianfrusaglie artigianali, collanine e quant’altro confezionate dalla madre in Tanzania, mentre noi malignamente pensiamo che le abbia importate se non dalla Campania, da Cinisello Balsamo o dalla Cina. Il capo è anche molto interessato al nostro orologio, che vorrebbe scambiare con la sua merce, ma c’inventiamo una scusa per non darglielo.

Foto e multa. All’alba partiamo dal Kikanga Lodge per raggiungere l’aeroporto di Zanzibar, ritrovando l’umanità dolente dei facchini e dei questuanti, compresi i poliziotti che però chiedono la mancia a bassa voce. Facciamo un insolito check-in en plein air fuori l’aeroporto, con la sorpresa che, per il visto d’uscita occorrono 38$ (anziché 30, come pattuito), poiché gli otto dollari in più sono un’ulteriore tassa sull’inquinamento, facendoci riflettere che non ritorneremo più in questo paese perché stanchi di una vacanza che ci ha creato non pochi disagi. Intanto, ci frulla in testa un’ipotesi geniale che solleverebbe gli organizzatori del viaggio da tutte le responsabilità: e se i disagi subiti a Zanzibar fossero frutto della vendetta di Tutankamen?

Ma ora siamo tornati a casa, e del faraone non c’importa nulla perchè desideriamo riprendere la nostra tranquillità a Milano. Con somma sorpresa, quando apriamo la Minolta per estrarre la pellicola, ci accorgiamo che questa non c’è. Questa volta le maledizioni di Tutakamen non c’entrano nulla perché la colpa è di Giuseppe, nostro assistente di studio che dimenticò di caricare la macchina ed è stato punito col licenziamento. Purtroppo il giorno dopo arriva un’altra sorpresina, un avviso relativo ad una multa di 140€ per aver superato i limiti di velocità di 10 chilometri lo scorso agosto in città, accompagnata da una penalizzazione di 5 punti sulla patente.Questa volta l’autore del misfatto è Berlusconi che, abolendo l’ICI, ha indotto i comuni ad aguzzare l’ingegno per cercare fonti di entrata alternative. Amen.

Milano 15 dicembre 2008.                                                                     Antonio Fomez

Eolo a Capo Verde

 

Sul bus che ci porta alla Malpensa siamo euforici, perché ogni partenza ha il fascino della prima volta,

entusiasti di conoscere una nuova località balneare nel periodo di carnevale, dopo il rigido ed inaspettato inverno.L’isola di Sal, è stata una seconda scelta perchè non abbiamo trovato posto sui voli diretti a Luxor per una Crociera sul Nilo, dove nella Valle dei Re abbiamo un appuntamento col nostro dispettoso amico Tutankamen.Ma, tant’è.Anche col cambio di destinazione decolliamo contenti perché, chi ci ha venduto il pacchetto l’ha consigliato giacché c’è stata a Sal, trovando una spiaggia bianca ventilata riscaldata dal sole che brucia la pelle.

L’arcipelago di Capo Verde con le sue dieci isole è stato scoperto nel 1460 da un navigatore italiano e da un portoghese, che lavorando sotto la corona portoghese, danno il primato al Portogallo nella scoperta di queste isole.Queste furono utilizzate per la tratta degli schiavi e come scalo per le merci provenienti dal

sud dell’america.Le isole sono state colonia portoghese fino al 5 luglio del 1975, giorno della nascita della Repubblica Democratica a Capo Verde.L’arcipelago con 400.0000 abitanti dista circa 450 chilometri dal Senegal.Le isole sono divise in sopravento e sottovento e sono colpite dagli Alisei, venti caldi provenienti dal deserto.Sal, isola del sale, è desertica per via dell’influenza di questi venti e di una percentuale di salinità superiore al 10% che non permette alla vegetazione di emergere.A Sal, non producono né esportano niente, perché la terra è arida: il cibo, la carne e gli altri fabbisogni arrivano dall’Italia, dalla Spagna e dal Portogallo.Nel 1939, per via di un’iniziativa italiana, è costruito l’aeroporto internazionale di Sal, il cui sviluppo ha reso possibile lo sfruttamento di moderni complessi turistici e un porto di scalo verso l’america meridionale. Nel centro dell’isola c’è S. Maria, provvista di un’enorme spiaggia (ocra gialla ma non bianca) ottima per tutti gli sport acquatici.La lingua ufficiale è il portoghese e quella corrente è il creolo, mentre l’italiano è molto diffuso per via delle tante strutture alberghiere nostrane. I creoli capoverdesi vivono di turismo e sono persone educate ed affabili, mentre la religione è cattolica.

L’hotel che ci ospita ha 500 camere ed è piuttosto confortevole, anche se esteticamente è alquanto bruttino. La gestione è tutta italiana e al ristorante si mangia un ottimo pesce fresco e quant’altro, mentre in camera c’è la televisione satellitare con Raiuno. Proprietaria dell’albergo è un’immobiliare italiana, che promuove su una Tv commerciale nostrana la vendita di case ubicate in Lombardia, ma anche quelle che costruisce a Sal. Qui propone monoblocchi e residence immersi in uno squallido deserto pietroso, con l’unico ‘verde’ costituito da girasoli e margherite di plastica.Trascorriamo la prima notte in albergo dormendo con due coperte (c’è l’aria condizionata ma sarebbe stato meglio accendere i caloriferi), mentre di mattino facciamo il primo ingresso sulla spiaggia. Questa è molto ampia e si estende per chilometri tra piccole dune dove affiorano sterpaglie di piante grasse nane, mentre a sinistra si spinge fino a S. Maria, la principale zona turistica dell’isola provvista di negozi, banche e ristoranti, a due chilometri dall’albergo. Sulla spiaggia troviamo un vento terribile e una temperatura gelida col cielo grigio, che ci accompagnerà quasi sempre, ma per fortuna indossiamo un prezioso k-way. Nel pomeriggio in cinquanta facciamo un’escursione a S. Maria col trenino. Non appena scesi dal mezzo, siamo circondati da bambini. I più petulanti sono indubbiamente i venditori senegalesi che spesso gironzolano sulla spiaggia con catenine, bracciali e maschere di legno, dribblando i vigilantes. Questo primo impatto con la realtà capoverdese ci delude perché non rileviamo tracce del suo passato coloniale. Ma forse ciò si spiega col fatto che l'isola all’epoca era quasi disabitata ed equipaggiata solo per la pesca e la tratta degli schiavi. Alla luce di tutto questo, di sicuro tra un centinaio d’anni il turista che si avventurerà qui ritroverà più di un’impronta culturale del passato. Quelli che oggi sono scheletri d’alberghi incompleti per mancanza di soldi, esploderanno nella loro bellezza, completati dalle immobiliari europee con l’aggiunta di meravigliosi grattacieli nel deserto. Intanto, visitiamo il paesino e ci fermiamo sulla ventosissima battigia di Ponta Preta, un vero paradiso per chi pratica il kitesurf. Questa spiaggia è però consigliabile solo agli atleti esperti perché le onde sono altissime. Infatti, qui è stato appena disputato il campionato mondiale di kitesurf al quale ha partecipato il campioncino locale Fober, figlio di una capoverdese e di un veneziano, maestro della specialità.

 

Rientrati in albergo, scartiamo un tuffo nell’Oceano Atlantico o nella piscina per non beccarci una bronchite, e decidiamo di emigrare su una spiaggia più lontana ma più ventosa, in compagnia di tre turisti udinesi che praticano il kite surf. Questo sport ci incuriosisce molto. Arrivati sul posto, si avverte una gran fibrillazione di sportivi raggianti per via del forte vento; molti spacchettano dalle custodie l’ingombrante attrezzatura, per prepararsi all’ingresso in acqua, mentre lo scrivente trova per la prima volta un’oasi di pace nella baracca-bar sulla spiaggia, che funge anche da noleggio e riparazione dei kitesurf. Anche noi siamo felici di aver trovato un riparo sicuro in questa catapecchia, dove il vento è assente: occupiamo posto davanti ad un tavolo grezzo con la nostra scacchierina pieghevole-magnetica per ricostruire da un libro qualche partita giocata dal celebre campione di scacchi americano Fisher, da poco scomparso. Subito dopo mettiamo il naso fuori al sole pallido togliendoci la maglietta e osserviamo incuriositi i preparativi minuziosi dei turisti sportivi, alle prese con una tavola e di un aquilone (kite) di 10 metri, che gonfiano, manovrato mediante una barra di controllo legata alla vita, collegata ad essa grazie a quattro o più fili (linee) lunghi una ventina di metri. Uno sportivo udinese ci assicura che per iniziare a praticare il kitesurf è necessario munirsi di casco e di un coltellino per tagliare le linee in caso di pericolo, ma soprattutto bisogna frequentare un corso. Occorre acquisire cognizioni sui venti e sulla teoria del volo, tenendo conto d’alcuni sistemi di sicurezza, per poi imparare il decollo e l’atterraggio in acqua. Ci avviciniamo al tredicenne Fober, mentre indossa un giubbotto-muta da uomo ragno. Gli chiediamo se per un istante ci farà manovrare la barra di controllo non ancora allacciata alla cintura, ottenendo a stento il suo consenso. Fober afferra la barra, mentre le nostre mani sono accanto alle sue . Comincia a insegnarci le prime manovre nello stesso istante in cui arriva una folata di vento che libera le piccole mani dell’esperto. Noi perdiamo il controllo dell’aggeggio saltellando sulla sabbia come un canguro, per poi spiccare il volo, tra urla, bestemmie e i richiami del padre che ci manda in mona. Siamo disperati e a un bivio: finire sfracellati sul cemento dell’hotel, a piedi nudi e in costume da bagno oppure dirigerci verso l’alto? Scegliamo la seconda possibilità perché in cielo non ci sono ostacoli, mentre è impensabile liberarsi dell’aquilone o provare un tuffo nell’oceano spezzando i fili con i denti, per via degli squali che forse ci attendono. Sveniamo.

 

Al risveglio siamo su una nuvola tranquilla e senza vento, con la vela al parcheggio e ci riposiamo con calma. Ma non siamo soli in questo cielo perché sulla nuvola di fianco c’è un set televisivo che gira uno spot per l’Egitto, con Bonolis e il suo degno compare, che non ci hanno mai fatto sorridere, intenti a offrire una tazza di caffè Lavazza oro a Tutankamen cosparso d’oro. Appena ci vede il faraone sorpreso rigetta il caffè e fa esplodere la sua rabbia con un gran cazziatone, perché a suo tempo una sua maledizione ci impose di vacanzare solo in Egitto per aiutare la bilancia dei pagamenti del suo paese che veste di rosso.Purtroppo il sovrano non vuole ascoltare le nostre argomentazioni sul perché ci troviamo qui. A quel punto, con un brusca manovra lo piantiamo in asso, volando più alto. Allo stremo delle forze e con le dita sanguinanti nelle pieghe interfalangee, occupiamo posto sulla prima nuvola che incontriamo, che ha lo svantaggio di una circolazione di vento a dir poco esagerata, mentre l'aquilone è allegro e arzillo per l’inatteso rinforzo. Mentre armeggiamo a fatica sulla barra, alla ricerca disperata del comando che blocca l’aquilone, siamo disturbati da una fragorosa risata che ci arriva da uno che gioca con le foglie per farle danzare, nello stesso istante in cui il muscolo buccinatore della sua guancia si gonfia e il vento si placa. Si presenta a noi come Eolo, affermando che è lui il gestore delle nuvole e che se vogliamo restare quassù, per girare uno spot possiamo parlarne per stabilire il prezzo in dracme, ma è meglio in euro, perché in questo periodo di crisi mondiale, con due figlie disoccupate, ha particolare bisogno di denaro. Esterrefatti da tale richiesta, avremmo voluto afferrarlo per il collo e strozzarlo, ma per prudenza non ci muoviamo perché abbiamo i piedi che a stento tengono fermo l’aquilone. Eolo intanto, fissa intensamente lo sguardo sulla nostra parte bassa e ci rivolge ridendo la domanda che fece Alibech al fratocchio di Boccaccio: “Quella che cosa è che io ti veggio, che così sì pigne in fuori, e non l’ho io? Eolo per fortuna allude al lembo della scacchierina che fuoriesce dal nostro costume da bagno. Infatti, con non chalance infila le mani nel nostro costume, estrae la scacchiera e disputiamo una partita a scacchi dove perde in tre mosse col nero, facendosi dare lo scacco matto del barbiere o dell’imbecille, ma è felice per aver appreso questo famoso trucco. Ora il suo umore è cambiato: è disposto a dialogare con noi con simpatia ed anche a ridimensionare i costi per lo spot, mentre nel frattempo gli assicuriamo che siamo qui per caso e vogliamo da lui un aiuto per anticipare il rientro a Milano dopo cinque giorni di freddo e di tempo uggioso.Il Dio e domatore dei venti allora si commuove e si dice disposto ad aiutarci per un felice volo sulla terra, ma all’hotel, non più lontano, perché per rientrare in Italia ci vuole l’otre in cuoio che donò ad Ulisse che conteneva il vento per ritornare ad Itaca, che ora per tre giorni è impegnato sul set del caffè. Ma tutto quanto afferma è una mera bugia perché da Tutankamen in sogno abbiamo saputo che Eolo riceve dai costruttori e speculatori italiani un lauto stipendio per soffiare sulle strutture alberghiere, evitando il pericolo che i surfisti di tutto il mondo, in mancanza di vento a Sal, la disertino, preferendole le Hawai. Eolo vuole anche la promessa che per l‘anno prossimo dobbiamo ritornare a Sal e di portare con noi a Milano le sue figlie Posidone e Melanippa, trovar loro un lavoro come veline con relativo permesso di soggiorno, indicando alle signorine la strada migliore o una circonvallazione adeguata alla loro bellezza. L’ultima condizione è che gli insegniamo nel 2010 il gioco degli scacchi, perché a lui scoccia perdere sempre col Faraone. Eolo ci promette una sorpresa supplementare prima di spiccare il volo per Milano. Per festeggiare il contratto siglato in due copie, e per vendicarsi della sconfitta appena patita, ci saluta come Lucifero nel canto dantesco “ed elli avea del cul fatto trombetta” facendoci agghiacciare.

 

Rientrati alla base piuttosto provati, di sera decidiamo di restare in albergo per seguire uno spettacolo all’aperto, scartando la possibilità di andare a passeggio nel deserto pietroso oppure in qualche discoteca indigena, per evitare di coprirci con giacca a vento, sciarpa, berretto e guanti in questo disgraziato paese freddo come Cortina in gennaio. Per fortuna occupiamo posto, anche se intitizziti, in una zona riparata dal vento, assistendo ad un bellissimo spettacolo di danze folk piuttosto complesso, che richiedono da parte dei protagonisti una preparazione atletica non indifferente. Si comincia con una Capoeira lenta, una danza lotta, che nasce in Angola e nelle stive delle navi nel periodo della schiavitù. La capoeira lenta è la più antica, si può notare soprattutto la tecnica e la precisione di questa danza, che nasce dalla fusione d’elasticità e forza fisica. Segue la Capoeira veloce dove la rapidità e la precisione di salti e piroette sono gli elementi fondamentali. Questa danza è sempre eseguita in coppia ed è stata concepita inizialmente come tecnica di difesa personale. Qui i ballerini atleti a suon di musica si tirano calci velocemente in maniera alternata e contemporanea, senza colpirsi, ma con la bravura di schivarli. Dopo l’esibizione si danno la mano. Trascorriamo l'ultimo giorno della nostra permanenza con una stupenda giornata di sole. Per la prima volta ammiriamo il cielo terso e azzurro senza nuvole e con vento tollerabile, sicuro regalo di Eolo che è stato di parola. L’occasione è ghiotta per prenotare un’escursione di mezza giornata al Vulcano di Sal, con un tour guidato in minibus diretto nei luoghi più interessanti dell’isola. Si passa di mattino dal capoluogo Espargos, quindi una tappa a Palmeira, unico porto dell’isola, ed una seconda sosta in una borgata poco interessante. Finalmente, dopo tre pause inutili in altrettanti negozi di paccottiglie inguardabili, arriviamo nel posto più bello dell’isola, dove osserviamo il vulcano di Pedra del Luma e le Saline, con uno spettacolare paesaggio, confortati da un sole forte e vigoroso.

Rientriamo di sera a Milano abbronzati, con ossa permeate da dolori articolari, come altri viaggiatori, alcuni dei quali sofferenti perché meteoropatici, accusando disturbi provocati dal clima. Sotto il portone di casa troviamo Posidone e Melanippa con i tacchi a spillo che ci aspettano. Con le due sorelle saliamo in casa, ritrovando in salute le nostre amate piante. Dopo una salutare doccia, ci accorgiamo che non possiamo mangiare in casa perché il frigorifero è vuoto: così decidiamo di defilarci per cenar fuori. Prima però ritiriamo la pellicola dalla macchina fotografica che, a causa di un guasto meccanico alla telina dell’otturatore, fa fatica ad uscire, prende luce e diventa inservibile. Con l’umore pessimo, imputabile a quell’inconveniente, scendiamo nella zona box per prendere l’auto, che ritroviamo con la batteria a terra. Non ci resta altro da fare che chiudere la saracinesca e andare a piedi, ma purtroppo il cicaleccio delle due ragazze ci distrae e dimentichiamo sul sedile le chiavi di casa. Scoppiamo a piangere. Posidone e Melanippa ci confortano con moine portandoci vicino al Naviglio dove c’è un hotel con pub e ristorante che conoscono, avendoci già lavorato come lap dancer. Arrivati sul posto piantiamo però le due ragazze e cerchiamo un albergo più tranquillo, incavolati come siamo per la seconda maledizione che ci becchiamo dal malefico sciovinista Tukankamen.

 

Milano 18 marzo 2009                                                                         Antonio Fomez

Agenzie beduine

 

Alla fine d’aprile, mentre in Italia è brutto tempo, siamo vieppiù afflitti da una fastidiosa congiuntivite che non vuol guarire, neanche dopo le visite di tre oculisti che ci hanno prescritto altrettanti colliri. Prendiamo una rabbiosa decisione, buttando via i medicinali e provando un’altra via verso la guarigione, emigrando in un paese africano dove il tempo è bello in tutte le stagioni e l’acqua del mare e il cloro delle piscine non potranno che debellare i fastidi di un occhio che piange da un mese. A complicare la nostra scelta del posto vacanziero-terapeutico, c’è un impegno che non vogliamo perderci fissato nel tardo pomeriggio del 10 maggio a Milano al Teatro alla Scala, dove proiettano un documentario riguardante Gillo Dorfles (1) e pertanto prenotiamo un pacchetto di viaggio rivolgendoci, come sempre, alla nostra agenzia della Bluvacanze. Qui l’impiegata è brava a scovarci una destinazione che prevede un rientro a Milano  proprio per il 10 maggio, anche se a denti stretti accettiamo di trascorrere una settimana a Sharm e non altrove perché non si trovano altri voli che possano soddisfare le nostre esigenze. In realtà Sharm non ci è mai piaciuta perché troppo turistica; non sembra neanche una cittadina egiziana, sebbene sia considerata la più bella della penisola sinaica col suo mare fantastico, la stupenda baia corallina ed il sole perenne in tutte le stagioni. Ma, tant’è.

Con un comodo volo mattiniero dalla Malpensa, atterriamo all’aeroporto di Sharm e, dopo una ventina di minuti di pullman, siamo all’Hotel Helnam di Naama Bay trovando un alloggio confortevole in una camera con terrazzo vista mare. La dolente nota è un condizionatore d’aria (la temperatura non è regolata con i gradi centigradi, ma con quelli Fahrenheit che ci confondono) che ci fa decidere di cambiare stanza da letto.

Dopo uno scialbo pranzo e dopo tanti passaggi sul suolo egiziano, per la prima volta il cielo è insolitamente coperto e nuvoloso mentre la temperatura è accettabile. Purtroppo il tempo in questa settimana sarà sempre così, escluso l’ultimo giorno che ci saluterà con un gran sole. Decidiamo di prenotare subito un giro turistico per il paesino mollando solo 10€ al rappresentante della Going, tour operator del viaggio, in pianta stabile in albergo per le escursioni e quant’altro.

Alle 15 ci prelevano dall’albergo e ci fanno salire su un grande pullman che ci scarrozza in giro con la guida Alì, un egiziano che parla perfettamente italiano, avendo sposato una ragazza napoletana. Il ragazzo è simpatico ma è fin troppo infervorato dalla sua religione, propinandoci spesso castronerie inimmaginabili, come quella dei 2500 morti nell’attacco kamikaze avvenuto a Sharm nel 2005 (forse si confonde con quello delle Torri Gemelle americane…).  La guida c’informa che Sharm el Sheikh vuol dire sceicco del deserto e per i musulmani è un termine di riguardo riservato ai religiosi anziani. Beduino nel mondo arabo è il nomade delle steppe e dei deserti mentre nella lingua italiana il termine indica una persona rozza e sommaria nei comportamenti. Lo sceicco è il capo di una tribù e di una confraternita religiosa, mentre i beduini sono i padroni di Sharm e considerano gli egiziani che lavorano qui con le famiglie al Cairo o in altre città come stranieri, anche se poi si rivolgono a costoro per usarli come prestanome per costruire villaggi e alberghi. A Sharm non c’è un Comune per l’anagrafe perché i beduini non desiderano avere egiziani residenti qui. Alì descrive altezzosamente i beduini come persone ricche e rozze con abitudini e tradizioni antiche che mettono al mondo molti figli, cosicché i bimbi, dai due anni in su, possano elemosinare euro o dollari ai turisti che visitano il loro deserto per le escursioni, compresa quella tanto ambita dagli stranieri, la cosiddetta “Cammellata nel deserto” (costo: 50€ per persona, mentre il prezzo scende alla metà se si sceglie la stessa gita in un’agenzia locale e quindi beduina). Circa i matrimoni che celebrano i beduini, lo sposo deve regalare alla prescelta 40 cammelli dal costo di 1000€ ciascuno, per essere poi rimborsato col doppio nel caso la sposa non si rivelasse illibata. Alì ci comunica una notizia emozionante: oggi è arrivato a Sharm Berlusconi per un vertice bilaterale italo egiziano dove Mubarak gli ha regalato una casa a Sharm per le vacanze e Silvio ha fatto altrettanto offrendogli una casa in Italia.

La prima sosta che realizziamo è davanti ad una moschea che si presenta con un portone semi aperto in modo da poterne intravedere l’interno, mentre all’esterno troviamo una quantità di scarpe e sandali lasciati lì per scenografia, giacché dentro non vi è anima viva. Alì ci porta in una bella località di mare, a noi già nota, per invogliarci a consumare qualcosa, quindi spicchiamo un salto a Sharm vecchia che lo è solo di nome perché è stata costruita circa trent'anni fa e ricostruita dopo gli attentati del 2005. Prima di tale data il centro di Sharm era carino, rinchiuso in una piazza con un solo ingresso mentre ora, giustamente dopo quei massacri, la pianta è stata modificata per motivi di sicurezza e lo spazio è longitudinale. Alì ci porta in due negozi convenzionati con la Going, uno che vende  pessimi papiri stampati ed un altro abbigliamento. Di buono c’è che i prezzi praticati sono di molto inferiori rispetto a quelli di Naama Baj. Rientriamo in albergo con gli altri 15 turisti italiani con sotto braccio fantastici papiri per arredare le loro case, mentre la maggior parte degli ospiti è russa, buoni per lo scrivente che potrà pensare di  proporre loro qualche partita a scacchi.

Il giorno dopo, col tempo sempre uggioso ed il cielo scurino, usciamo dall’albergo per cercare un medicinale richiestoci da una turista febbricitante notando che qui a Naama, centro fondamentale di Sharm, rispetto al nostro ultimo soggiorno nel 2004 la situazione è molto migliorata: non ci sono zone sterrate né alberghi in costruzione che producono polvere, mentre i negozi sono più ordinati ed i loro venditori meno invadenti. Siamo nel centro commerciale di Naama (qui c’è di tutto, dal market alla banca), ubicato nella mitica piazzetta (un turista italiano l’ha definita la Piazzetta dei Fetenti perché qui ha ricevuto proposte oscene), sotto il livello della strada principale. La zona è zeppa di negozi, ristoranti e bar dove fumano hascisc da un narghilè dal quale si aspira un liquido mieloso. Al centro della piazzetta c’è una farmacia molto luminosa con le sue grandi vetrate di cristallo, sprovvista di saracinesche ed affiancata da negozi di cianfrusaglie e d’abbigliamento taroccato. Di fianco alla farmacia c'è la cucina di un ristorante con le porte aperte per via del caldo che favoriscono l'uscita dei suoi dubbi profumi che assalgono i passanti. Nelle ore di punta, sebbene qui si mangi tutti i momenti, c’è un gran via vai di cuochi, alcuni dei quali fanno anche i camerieri, che portano pizze e piatti ai clienti del ristorante sulla strada, superando una scala. Nella piazzetta c’è anche lo spazio riservato all'Arte, tramite un ritrattista a pagamento che espone disegni di volti realizzati a carboncino che sono pietosi. Segue un altro presunto artista, con una postazione accanto al disegnatore, che è alle prese con un'ampolla nella quale fa precipitare una sabbia colorata attraverso minuscoli imbuti. Entriamo in farmacia e troviamo il dottore  che dorme con la testa sul tavolo, vestito senza il camice bianco mentre calza un paio di ciabatte che lasciano intravedere i piedi sporchi. L’uomo, un trentenne di bell’aspetto, al nostro  ingresso alza la testa e si presenta a noi. Il suo nome è Amhed ed è cordiale come tutti quegli egiziani che hanno simpatia per gli italiani, un tempo numerosi in questo paese. Amhed, come gli altri esercenti, tiene aperta la sua farmacia fino alle tre del mattino e ciò spiega il motivo del suo appisolamento. Tra l’altro, questo pomeriggio è ancora più stanco perché a suo dire, per via dei prolungati rapporti notturni con una donna, non ha in sostanza dormito.

Amhed ci consegna la medicina richiesta assicurandoci che fra tre giorni la nostra amica guarirà. Ci fa sedere davanti a lui tenendoci un’ora nel negozio per informarci, tra clienti che vanno e vengono, della sua vita privata, della sua potenza sessuale, delle quattro fidanzate arabe che preferisce grasse col sedere grande e  che vivono al Cairo e con le quali, come del resto gli altri uomini che lavorano in questa penisola sinaica, si ricongiunge sporadicamente. In fondo alla sala della farmacia c’è un tappeto sporco davanti ad un ripostiglio dove ogni tanto qualcuno, senza chiedere il permesso, si apparta per pregare, dopo essersi tolto le scarpe, incurante degli altri che conversano d’argomenti piccanti. Alla domanda se quelle donne in futuro troveranno marito, Amhed risponde che lui, quando si stufa di loro e le lascia, le spedisce a Luxor per “farle ricucire”. Molliamo questo strano individuo e ci rifugiamo in un piccolo bar italiano dall’altra parte della piazza, che prepara panini al prosciutto e dell’ottimo caffè, oltre a trasmettere le partite di calcio in diretta.

Le rimanenti giornate trascorrono a far niente tutto il giorno per via del brutto tempo, mentre il sole si vede poco ed il cibo è deludente. Per sopravvivere consumiamo pizze a pranzo ed a cena, mentre la frutta si vede col binocolo. Gli unici frutti presenti al buffet sono i piccoli meloni tagliati a fette e buoni per i maiali o per i conigli, mentre le angurie sono di colore rosa ed acerbe, con tante scorze. L’animazione in albergo è molto scarsa e non riguarda gli sparuti ospiti italiani; infatti il karaoke è in lingua russa.

Finalmente arriva il giorno della partenza con la sorpresa che questa è spostata in avanti di 16 ore, il che comporta disagi e proteste da parte di tutti, mentre siamo quasi certi che tali spostamenti dei piani di volo siano noti  già all’origine.  .

Alle 21 siamo all’aeroporto di Sharm senza cenare: al bar ci propongono un ottavo di pizza al costo di 6€, un caffè dilavato a 3€, mentre per una minerale piccola pretendono 3,5€. Reclamiamo tutti su tali costi, sentendoci rispondere dall’addetto all’esercizio che Sharm è un posto turistico come Venezia. A parte che forse solo in Piazza S. Marco potrebbero praticare tali prezzi, sbottiamo dicendo al giovane: “Guarda che Venezia è una delle più belle città del mondo mentre Sharm è un ce… governato dai beduini!”. Per protesta non consumiamo nulla al bar, sebbene la cena sull’aereo non sia prevista. Ma non sarà così perché sull’aereo italiano ci servono una lasagna alle 24 che è da dimenticare, così come tutto quest’infelice viaggio.

Arriviamo alla Malpensa alle 3 del mattino e saliamo su un salato taxi per la modica cifra di 90€ che ci porta a casa. Decidiamo di escludere per sempre la nostra solita agenzia dalle nostre liste e di aggiungerla a quella delle altre quattro da tempo espunte (una di questa per fortuna sta per fallire), mentre ci ripromettiamo nell’immediato futuro di comprare pacchetti di viaggio solo dalle agenzie serie che usano voli di linea e che propongono alberghi a 5 stelle. Infine due cose liete: l’ultimo giorno di permanenza a Naama Bay siamo stati baciati dalla fortuna godendoci una bellissima giornata di sole, mentre l’occhio sinistro, senza cloro o colliri, non piange più.

 

1) Domenica 10 maggio 2009, al Workshop della Scala di Milano, proiezione del documentario di Francesco Leprino: Un secolo con Gillo Dorfles 2006/2007 in cui compare un breve filmato nel quale lo studioso e critico d’arte triestino  parla dello scrivente mostrando una sua scultura.

 

Milano 18 maggio 2009.                                                                  Antonio Fomez.

 

 

Premessa al volume “Un kiebitz racconta”

 

Nel 1994 usciva il volume “Articoli saggi”, arte e fatti dal 1957 al 1963, nel quale sono pubblicati due cospicui saggi su Brueghel e Rosso, seguiti da appunti di viaggio, presentazioni in cataloghi, articoli apparsi su giornali e riviste e la Pagella dei critici del 1985 (gli artisti che danno il voto ai critici). Mentre scrivo questa premessa al nuovo libro, mi accorgo che la motivazione per la quale presentai “Articoli saggi” è tuttora attuale. Con l’avanzare dell’età, visto che i miei articoli sull’arte creavano qualche scompiglio e che comunque non mi giovavano, dopo il 1994 ho deciso di evitare quegli argomenti, e di affrontarli soltanto di sfuggita. In questo secondo volume di “Un kiebitz racconta ho raccolto i testi su svariati temi scritti tra il 1994 e il 2009, nonché le pseudo poesie, spaziando a ruota libera su argomenti contemporanei, affrontati giocosamente, sebbene con un pizzico di veleno che spero non guasti. In taluni flash mi sono soffermato su argomenti seri, come i conflitti bellici, o più frivoli e disimpegnati, come i racconti di viaggi personali su voli charter, prediligendo le situazioni più sgangherate e improbabili. Specie negli ultimi tempi i miei viaggi sono stati davvero deludenti, come quelli alle Mauritius, a Zanzibar e a Sharm. In tutte queste occasioni i vari tour operator e le agenzie turistiche, gioie e dolori dei vacanzieri, hanno fatto a gara nel vendermi i pacchetti di viaggio più brutti e insignificanti. Nella mia personale classifica dei disagi sono inclusi i piani di voli che cambiano senza ritegno, quando l’hotel è lontano da un qualsiasi centro abitato e mi considero un prigioniero della struttura, oppure quando nella località prescelta il clima è assai diverso da quanto appare nelle fotografie, quando il mare è giallo anziché azzurro e quando i cuochi dell’albergo preparano pietanze inadatte agli esseri umani. Una buona notizia però voglio darla a chi ama viaggiare: alcune note società turistiche sono fallite e pertanto in futuro nessun malcapitato avrà più problemi con questi soggetti. In “Un kiebitz racconta”, ho tralasciato la narrazione dell’ultimo viaggio a Rodi perché sono rimasto molto soddisfatto del pacchetto turistico, anche se non è mancata la sorpresina finale: l’arrivo del volo a Malpensa è stato ritardato alle tre del mattino, causandomi l’esborso imprevisto di 100 € a favore del tassista che mi ha riportato a casa sbacalito e sbiellato.
“Un kiebitz racconta” è dedicato a tutti quelli che in futuro vorranno prestare attenzione al mio lavoro artistico, e in special modo alle giovani generazioni, come quella studentessa dell’Università di Salerno che alla fine di questo mese discuterà una tesi monografica che mi riguarda.”
AntonioFomez. Sett. 2009

1) Il “kiebitz” è un termine scacchistico in lingua tedesca che indica un osservatore inopportuno e ficcanaso che guarda dall’esterno o sbircia una partita di scacchi o di carte, per poi commentarla a modo suo.

 

                                             Treno notturno Napoli –Milano

 

Il viaggio in treno Napoli-Milano durante il periodo natalizio è il peggiore tra quelli effettuati per via di una signora seduta di fronte a noi nello scompartimento assieme con le due figlie, una delle quali, di 5 anni, piuttosto insopportabile. A Caserta salgono marito e moglie che ci passano davanti per andarsi a sistemare negli ultimi due posti liberi. La grassa donna striscia il suo ingombrante bagaglio sui nostri pantaloni e, al mugugno che segue, afferma che avremmo dovuto alzarci per farla passare. Nel frattempo la bimba non vuole dormire e gironzola nel corridoio; dopo aver divorato un enorme panino, finalmente s’addormenta tirando calci per tutta la notte con le sue lunghe gambe che ci arrivano alla pancia. L’artéteca (dal napoletano: irrequietezza) della bambina si esprime anche durante il sonno così come quella della madre che, nel cuore della notte, riceve due telefonate da persone che dovrebbero prelevarla a Parma. Durante una di queste conversazioni, sostenute ad alta voce, apprendiamo che il marito le sta chiedendo se ha portato con sé la figlia minore. La maleducata, a fine conversazione, borbotta: “Secondo lui addò cacchio dovevo lasciare Marika?”. Riusciamo a dormire una mezz’ora ma siamo presto svegliati dal controllore che impartisce una multa di una ventina d’euro alla donna perché la figlia è senza biglietto. Lei assicura che all’andata non aveva pagato niente ma il ferroviere risponde che dai tre ai dodici anni i bambini pagano metà della tariffa ordinaria. Non riuscendo a spuntarla, la donna augura al controllore di utilizzare quell’importo per l’acquisto di medicine. Intanto usciamo dallo scompartimento per avere un attimo di pace e chiacchieriamo con un uomo salito a Napoli che ha trovato posto per terra insieme con altri. L’uomo ci confida d’essere parente della signora del nostro scompartimento e che, sia lei sia la figlia, sono due seccatrici che si sono comportate male anche durante il viaggio di andata. In quell’istante la donna ci raggiunge e arringa a voce alta le persone sdraiate sul pavimento (tra cui un signore che dorme con un enorme cane lupo): “Che puzza di piedi!”, esclama. Non ricevendo alcun riscontro, incalza con rabbia: “Ma perché non vi lavate i piedi?”. A dir la verità noi non sentiamo alcuna puzza ma, in compenso, poco dopo avvertiremo un forte profumo di deodorante spruzzato di nascosto - immaginiamo - da qualcuno dei passeggeri. Per fortuna, a una cert’ora della notte, arriviamo a Parma; la madre, nello spostarsi con i bagagli, ci calpesta un alluce (valgo) e noi le confermiamo che la bella nottata non poteva che finire così mentre, con i due posti liberati, assaporiamo il piacere del sonno fino alla stazione di Milano Centrale.

 

Milano 11 marzo 2010.                                                                               Antonio Fomez

 

 

 

 Vestaglia giapponese

 

Dopo il trasloco nella casa nuova, non vedo l’ora di sballare i pacchi e collocare gli indumenti e i quadri al posto giusto. Per tale progetto chiedo alla mia giovane brasiliana, collaboratrice domestica, di fermarsi per la notte per aiutarmi a riordinare le cose disseminate dappertutto. La ragazza accetta e ci chiede in prestito la mia amata vestaglia giapponese che, a malincuore, le concedo. Alle sei del mattino siamo svegliati da un urlo terribile: Cida, discesa dal letto per andare in bagno, è scivolata sul pavimento allagato procurandosi una slogatura a causa dell’acqua oleosa che scende abbondante dal rubinetto della vecchia caldaia. Presto le prime cure alla ragazza ma in realtà mi preme di più verificare che la vestaglia è in condizioni pietose ed è ormai da buttare, insozzata com’è dall’olio e dall’unto dell’acqua oleosa e sporca, insieme al materiale cartaceo sparso sul pavimento.

Nel frattempo, mentre piangiamo in coro, faccio un flashback sulla provenienza della vestaglia e i miei pensieri arrivano a una mia mostra personale a Tokio d’alcuni anni fa, in occasione della quale il gallerista Kino mi ospitò in un albergo della sua città. Ogni sera cenavamo insieme e dopo lui mi accompagnava fin sotto l’hotel perché, con le scritte delle vie in lingua giapponese, per me sarebbe stato impossibile orientarmi. Sul letto della camera trovavo tutti i giorni una bellissima vestaglia bianca e blu ben piegata che m’ingolosiva non poco e a fianco un paio di ciabatte. Poiché non ne trovai un’altra simile in un grande magazzino, ne comprai una di un tessuto più pesante che, però, non mi soddisfò pienamente. Quando arrivò il giorno della partenza, dopo otto notti trascorse male per via del fuso orario, decisi di appropriarmi dell’indumento desiderato, ponendolo in valigia. Arrivato in Italia, il primo pensiero fu di scrivere una lettera al buon Kino, comunicandogli dell’appropriazione della vestaglia, la cui sottrazione non era però da considerarsi un furto ma una mia sbadataggine dovuta alla confusione procurata dal fuso orario. Chiusi la missiva con una postilla nella quale gli specificai che, nel caso in cui la direzione dell’albergo gli avesse addebitato il costo dell’indumento, gli avrei restituito la somma non appena fosse arrivato in Italia di lì a due mesi. Una settimana dopo il mio rientro a Milano, da uno dei tanti artisti giapponesi che lavoravano nella città lombarda e facevano la spola col Giappone, appresi che Kino, alla ricezione della lettera, aveva riso come un matto.

Ritornando invece al disastro della valvola del bruciatore, c’è poco da stare allegri: alle sei e trenta mi bussa la proprietaria dell’appartamento sottostante al mio che ci fa entrare in casa sua per constatare che, dal lampadario e dalle pareti del suo soggiorno, scende acqua sporca che danneggia la sua orribile tappezzeria.

 

Milano 5 maggio 2010                                                                                                Antonio Fomez

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di ritorno da Rodi

L’sola di Rodi rappresenta la meta ideale per quei vacanzieri che prediligono il binomio mare e cultura essendo stata nell'antichità una terra molto rinomata nel Mediterraneo, culla avanzata d’arte e di civiltà.

Alla Malpensa c’imbarchiamo su un volo ceco che ci offre una parsimoniosa pseudo cena a base di un unico tramezzino e così, quando arriviamo all’una di notte a Rodi, abbiamo una fame da lupi. Altra ospitalità ci riserverà l’Hotel Lippia, una struttura lontana dal centro di Rodi, con un’ottima cucina e un generoso all inclusive al bar, per non parlare del bellissimo mare su cui si affaccia.

Dal primo giorno di permanenza simpatizziamo con cinque giovani, lombardi e genovesi, che fanno vita comune: girano con un’auto a noleggio e bevono al bar esageratamente. I ragazzi escono tutte le sere per andare in discoteca e rientrano in camera alle sette del mattino per dormire senza mai andare al mare.

Un giorno visitiamo il Museo Archeologico di Rodi che ha un discreto patrimonio di sculture arcaiche greche ed è situato nel centro storico della città, circondato da mura medioevali e vie bellissime. Una sera ci dirigiamo verso un palco all’aperto adiacente al bar, sempre affollato d’ubriaconi incalliti,  per guardare un fachiro gay che si esibisce col fuoco e una spada, ma non reggiamo alla visione di uno spettacolo simile e ce ne andiamo a dormire nell’accogliente camera. Una mattina facciamo un’escursione nella bella cittadina di Lindos dove, per raggiungere la taroccata Acropoli di cemento con lavori in corso e gru in azione, si salgono molti gradini e sentieri ripidi che, volendo, si potrebbero raggiungere anche in sella a un asino per cinque euro. Qui il cantiere è sempre aperto: gli operai continuano a ricostruire pezzi d’antichità alla presenza di migliaia di visitatori giornalieri che contribuiscono a tenere in piedi il carrozzone turistico. Una sera, giacchè in albergo è di scena uno spettacolino organizzato dalla pessima animazione italiana, ci rechiamo in taxi a Rodi con una coppia di napoletani: a quest’ora il centro storico è ancora più bello, col suo pavimento a ciottoli e una bella chiesa della metà del ‘300 senza tetto.

L’ultimo giorno di permanenza nell’isola trascorre con vari sussulti perché la partenza da Rodi, dopo tre rinvii consecutivi, è stabilita infine per l’una di notte e l’operatore turistico “Carambola” fissa il transfer dall’hotel alle 22,30. Ce ne andiamo da questi luoghi alquanto soddisfatti per la vacanza, anche se non è mancato l’imprevisto finale: poiché l’atterraggio alla Malpensa è avvenuto alle tre del mattino, abbiamo dovuto sborsare cento euro a favore del tassista che ci ha riportati a casa sbracalati e sbiellati.

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Milano 10 giugno 2010.

Polpette all’AGA.

 

L’AGA (Associazione Genitori Antidroga) è una bella struttura immersa nel verde di Pontirolo, fra Treviglio e Bergamo, che ospita una quarantina di persone con progetti di riabilitazione e reinserimento a favore di soggetti tossicodipendenti. Il complesso comunitario si articola su due edifici principali ricavati da un cascinale di campagna, con ampi spazi di verde per attività ricreative e sportive, un campo da calcio, una piscina, un laboratorio di pittura (che, tra l’altro, ha dato vita a sei grandissimi murales) e un altro per il restauro di mobili. Pare che la Comunità di Pontirolo sia una delle più efficienti della Lombardia perché vi lavorano psicologi, medici e operatori di qualità a stretto contatto con le famiglie degli utenti, molti dei quali, dopo circa un anno di permanenza in questo luogo, riescono ad andarsene completamente guariti dalla dipendenza e a inserirsi nella normale vita lavorativa. Da non dimenticare, poi, l’ampia e confortevole cucina, con cuochi designati a turno tra i giovani, ove si fa a gara nella preparazione di fantastici piatti o creative grigliate, innaffiati d’acqua o bibite fresche, evitando il vino perchè c’è qualcuno con problemi d’alcolismo.

Durante l’estate la Comunità AGA, proprio per l’alta qualità dei suoi servizi, è stata visitata da una delegazione italoamericana che vorrebbe creare una simile realtà nel quartiere malfamato del Bronx. All’interno di tale rappresentanza si è distinta una coppia di chef: un tal Ciro con la moglie Beata. Questi due, mentre i loro compaesani curiosavano in giro, per riconoscenza nei confronti del personale dell’Aga e del Direttore allertati per fornire loro le informazioni richieste, si sono prodigati in cucina per preparare la cena alla quale prendere parte essi stessi. Purtroppo però, a causa della notizia appresa telefonicamente circa l’anticipo di alcune ore del volo di ritorno diretto negli Stati Uniti, il gruppo ha salutato tutti e si è defilato poco prima di sedere a tavola.

A una cert’ora i giovani della Comunità sono volati a occupare i posti nel salone apparecchiato, ansiosi di gustare le leccornie d’oltre oceano. L’aspettativa però si è rivelata deludente già alla prima portata costituita da tre polpette di patate infarcite di tonno: un vero disastro per l’accoppiamento degli insensati ingredienti, inadeguati e disgustosi. La seconda portata non è stata da meno: due mezze melanzane cotte al forno, guarnite con dadini crudi di pomodoro ricoperti di formaggio grattugiato: un vero scempio anche per il palato più grezzo. Alla degustazione di tali ignobili pietanze alcuni commensali si sono fortemente indignati affermando che simili preparazioni erano inadatte a dei palati umani, per giunta innaffiate con l’acqua tiepida delle brocche preparate da Ciro. L’atmosfera si è scaldata ulteriormente allorquando un energico ospite, desideroso di raggiungere con la sua auto i due cuochi per commentare di persona i loro piatti, è stato trattenuto a fatica dai compagni mentre un altro affermava che gli americani, volendo costituire una nuova Comunità nel Bronx intendendo rimanere indenni in un posto simile, avrebbero fatto bene a liberarsi definitivamente dalla coppia di cuochi.

Antonio Fomez

Milano 2/8/2010

Di ritorno da Rodi

L’sola di Rodi rappresenta la meta ideale per quei vacanzieri che prediligono il binomio mare e cultura essendo stata nell'antichità una terra molto rinomata nel Mediterraneo, culla avanzata d’arte e di civiltà.

Alla Malpensa c’imbarchiamo su un volo ceco che ci offre una parsimoniosa pseudo cena a base di un unico tramezzino e così, quando arriviamo all’una di notte a Rodi, abbiamo una fame da lupi. Altra ospitalità ci riserverà l’Hotel Lippia, una struttura lontana dal centro di Rodi, con un’ottima cucina e un generoso all inclusive al bar, per non parlare del bellissimo mare su cui si affaccia.

Dal primo giorno di permanenza simpatizziamo con cinque giovani, lombardi e genovesi, che fanno vita comune: girano con un’auto a noleggio e bevono al bar esageratamente. I ragazzi escono tutte le sere per andare in discoteca e rientrano in camera alle sette del mattino per dormire senza mai andare al mare.

Un giorno visitiamo il Museo Archeologico di Rodi che ha un discreto patrimonio di sculture arcaiche greche ed è situato nel centro storico della città, circondato da mura medioevali e vie bellissime. Una sera ci dirigiamo verso un palco all’aperto adiacente al bar, sempre affollato d’ubriaconi incalliti,  per guardare un fachiro gay che si esibisce col fuoco e una spada, ma non reggiamo alla visione di uno spettacolo simile e ce ne andiamo a dormire nell’accogliente camera. Una mattina facciamo un’escursione nella bella cittadina di Lindos dove, per raggiungere la taroccata Acropoli di cemento con lavori in corso e gru in azione, si salgono molti gradini e sentieri ripidi che, volendo, si potrebbero raggiungere anche in sella a un asino per cinque euro. Qui il cantiere è sempre aperto: gli operai continuano a ricostruire pezzi d’antichità alla presenza di migliaia di visitatori giornalieri che contribuiscono a tenere in piedi il carrozzone turistico. Una sera, giacchè in albergo è di scena uno spettacolino organizzato dalla pessima animazione italiana, ci rechiamo in taxi a Rodi con una coppia di napoletani: a quest’ora il centro storico è ancora più bello, col suo pavimento a ciottoli e una bella chiesa della metà del ‘300 senza tetto.

L’ultimo giorno di permanenza nell’isola trascorre con vari sussulti perché la partenza da Rodi, dopo tre rinvii consecutivi, è stabilita infine per l’una di notte e l’operatore turistico “Carambola” fissa il transfer dall’hotel alle 22,30. Ce ne andiamo da questi luoghi alquanto soddisfatti per la vacanza, anche se non è mancato l’imprevisto finale: poiché l’atterraggio alla Malpensa è avvenuto alle tre del mattino, abbiamo dovuto sborsare cento euro a favore del tassista che ci ha riportati a casa sbracalati e sbiellati.

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Milano 10 giugno 2010.

 

Blucariati

Cariati è un comune di 10.000 abitanti che si anima d’estate all’arrivo dei turisti, per lo più campani, che circa trent’anni orsono hanno comprato a buon mercato un appartamento per le vacanze. Questa cittadina della Calabria si trova a metà strada fra le località di Sibari e Crotone e, pur godendo di bellissimi paesaggi, della limpidezza del mare e di un godibile centro storico, ha problemi nei collegamenti ferroviari a causa di un tratto non elettrificato, cosa che non ha mai favorito il suo sviluppo. Colpa della politica? Forse. Certo è che in Italia, anziché dare avvio ai lavori per il megagalattico ponte sullo stretto di Messina, sarebbe stato meglio indirizzare le risorse economiche al sostegno e alla salvaguardia dei nostri tesori naturali e artistici con una politica nazionale basata sulla prevenzione che aiuti a evitare, ad esempio, crolli come quello della Casa del Gladiatore a Pompei.Ciononostante Cariati, Bandiera Blu 2009 e 2010 per il mare, si difende dalla concorrenza delle più attrezzate località della vicina costiera offrendo ospitalità nelle sue strutture alberghiere a prezzi modici e garantendo cibi genuini. Tra questi ultimi abbiamo molto apprezzato il pesce azzurro cucinato nella Pensione “U Stritt” da Catello e Wanda” che qui  preparano

“scattiato”, in altre parole lo friggono con pepe rosso sciolto che ne modifica il gusto naturale.

Cariati non sempre è in sintonia con i suoi turisti che invadono la quiete estiva e contribuiscono alla lievitazione dei  prezzi. Sembra quasi che i cariatesi se ne freghino dell’afflusso turistico che porta loro più ricchezza e la Vigilanza Urbana è molto fiscale nello scoprire e multare quegli automobilisti che sostano al parcheggio solo qualche minuto di troppo. Alla luce di ciò, sembra quasi che la vita dei cariatesi scorra lentamente, oppure sia ferma ad alcuni decenni passati: in giro ci sono molti perdigiorno che trascorrono la giornata fuori dai bar della strada statale, chiacchierando con gli amici fino a tarda sera. Passiamo un giorno da queste parti ed  entriamo nel negozio di un parrucchiere: il giovane ci chiede cosa desideriamo e noi, frenandoci dal replicare che vorremmo un cappuccino con brioche, gli rispondiamo che desidereremmo che ci  accorciasse i capelli. E lui: “Guardi che qui li tagliamo su appuntamento.” E noi: “Ma non c’è nessuno!”. E  lui: “C’è fuori una persona che aspetta”. Mi dica piuttosto quando vuole tagliarli.” E noi: “Grazie, no.” e usciamo stupiti. Entriamo più avanti in un altro negozio di  parrucchiere, arredato a mo’ di club  juventino, il cui gestore ci fa accomodare subito perché in quel momento non ha clienti. Mentre l’uomo ci rapa, ci racconta che tra non molto andrà in vacanza in Sicilia in auto, trasportato da un nipote. Terminato il taglio ci alziamo nello stesso istante in cui entra il suo parente che andrà a occupare il nostro posto. Al giovane diciamo: “Suo zio è molto bravo ma ha un piccolo difetto: dopo averci tagliato i capelli, pretende di essere pagato.” Il barbiere incalza: “Non è vero, lei può darmi quello che vuole oppure andarsene senza pagare!”. Imbarazzati, insistiamo per conoscere la cifra che non vuole dirci. Stressati dall’insolito siparietto, gli consegniamo 10 euro e ce ne andiamo in tutta fretta.

 

Milano 12 Novembre 2010                                                                                             Antonio Fomez

 

 

 

Umanità e scippatore su rotaie( con egiziano)

 

Facciamo una gran fatica a procurarci un posto sul treno Napoli-Milano che arriva da Salerno, zeppo d’extracomunitari variegati e pendolari campani. Ci sistemiamo in uno scompartimento accanto a una grassoccia nigeriana con la bella sorella, verosimilmente prostituta, che ha trovato posto nel settore di fianco e che scrutiamo intenta a limare le sue unghie. Tra gli altri compagni di viaggio c’è un anziano cretino di Sarno, grossolano disturbatore della quiete notturna, che di notte scoccia tutti rosicchiando il pane, bevendo, parlando al telefono e quant’altro. Costui si dichiara subito uomo di destra, amante di cani ma non di esseri umani. Ha due figli che ha mandato giovanissimi fuori di casa a lavorare, in armonia con le sue teorie. Di valido quest’uomo, rozzo ed ignorante, ha la perfetta conoscenza della lingua inglese in quanto dice di recarsi spesso in America ma non ce ne racconta il motivo. Così gli chiediamo di farci da interprete per poter scambiare al meglio due chiacchiere con la nostra vicina abbronzata per alcune informazioni che la ragazza vuole e che non siamo riusciti a trasmetterle precedentemente. L’uomo ci risponde che lui, con gli stranieri di colore e con quelli che arrivano in Italia senza conoscere la nostra lingua, non ha intenzione di parlare. Poi, su nostra insistenza, chiede stupidamente alla ragazza il motivo per cui si trova in Italia. Costei risponde che è arrivata per turismo… Intanto cala la notte e, non riuscendo a dormire a causa dell’ingombrante presenza del Sarnese seduto proprio di fronte a noi, approfittiamo della sosta in una stazione scendendo dal treno per fumare una sigaretta in compagnia di un giovane viaggiatore. Costui è un ficcanaso che c’incalza con domande sciocche. Guardando il nostro pollice destro, dalla nascita più largo dell’altro, ci chiede: “Lei fa il muratore?”.  Noi gli rispondiamo: ”No, il mariuolo”. E lui molto interessato: “Fa anche scippi?” “Certo”, rispondiamo, “ma soltanto in gioventù”, mentre risaliamo sulla vettura addormentata.Nel corridoio ritroviamo un egiziano trentenne che ha appena terminato una conversazione telefonica a voce altissima e che ha voglia di parlare con noi. Ci racconta che lavora saltuariamente a Treviglio come muratore e come parrucchiere il sabato e la domenica allo scopo di inviare più soldi alla moglie ed ai quattro figli che vivono al Cairo. Ci confida che da cinque anni vive a Milano con una ricca quarantenne italiana, innamorata pazza di lui ma non corrisposta, che è ignara della sua situazione familiare e che pertanto vorrebbe sposarlo. Il ragazzo ci assicura che non riesce più a gestire una tale relazione e ha deciso che tra qualche giorno le rivelerà tutta la verità per troncare il rapporto anche perchè, per questo tradimento, il giovane non ha pace col suo Allah e si sente fortemente in colpa. Gli consigliamo di non svelare nulla della sua vita privata ma di allontanarsi dalla convivente in modo meno traumatico, inventandosi magari proposte di lavoro piovute dall’altro capo del mondo.

 

Milano 22 dic.2010                                                                                         Antonio Fomez

 

Bufera e libertà magrebina

 

E’ appena passata la bufera Rai su vari fronti: sulla seconda Rete c’è stata la sospensione di dieci giorni di Michele Santoro a causa di una grave offesa al suo direttore. Il capace – seppur saccente - conduttore di “Annozero” (a questa trasmissione preferiamo “Ballarò”, condotta dal garbato Floris) ha concluso la trasmissione del 7 ottobre scorso esortando i suoi telespettatori a protestare verso la Rai che impedisce loro di assistere alla trasmissione. (L’azione di Santoro, in tutta onestà, ci è parsa uno sputato scimmiottare una scena del film “Quinto Potere” del 1976 di Sidney Lumet quando il protagonista, in diretta TV, chiede ai suoi telespettatori di spalancare le finestre e gridare: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!”).

Un’altra questione è scoppiata su Rai 3 per la trasmissione “Vieni via con me” condotta da Fabio Fazio e Roberto Saviano a causa degli alti compensi dovuti agli ospiti. D'altra parte non è semplice capire cos’è oggi la TV; se, in altre parole,  sia ancora il caso di definirla pubblica oppure se sia al servizio della politica dei partiti.

Scandaloso è quanto stanno trasmettendo tutte le emittenti, dall’agosto scorso, sull’omicidio di una quindicenne ad Avetrana, vicenda che ci rimanda allo sciacallaggio sulla disgrazia di Alfredino avvenuta a Vermicino nei pressi di Roma nel 1981, su cui già scrivemmo. Ma, mentre quella tragedia fu trasmessa in TV a reti unificate tenendo incollata la gente giorno e notte davanti al televisore, Rai 3 ha fatto di peggio nel programma “Chi l’ha visto”, quando la conduttrice ha comunicato in diretta alla madre presente in studio la notizia del ritrovamento senza vita della figlia, ottenendo il boom di ascolti.

Degna d’attenzione è quella TV che ha ripreso la folla di milioni di persone scese in piazza in Tunisia ed Egitto, con centinaia di morti e migliaia di feriti, sacrificati con la speranza di un cambiamento a favore della democrazia e della libertà finora sconosciute. I due popoli ce l’hanno fatta e i loro rais se ne sono andati. Di sicuro nessun Paese arabo sarà più lo stesso perché queste proteste alimenteranno quelle di altri Paesi. Ma è anche vero che il loro futuro è tutto da costruire e non sarà facile: per quanto riguarda l’Egitto, che conosciamo meglio, occorrerà verificare se è pronto per la democrazia e se saranno rispettati i diritti delle donne e di tutti coloro che aderiscono a religioni diverse da quella musulmana. Non ci interessa invece quella TV che subiremo nei prossimi mesi, quando intervisteranno i parenti dei martiri di queste rivoluzioni e i giornalisti europei maltrattati dalla polizia che esibiranno i loro libri… L’immagine TV che ci piacerà ricordare sarà quella della folla egiziana che alza le mani con le scarpe in mano in segno di disprezzo nei confronti di un Mubarak, su maxi schermo, caparbiamente attaccato al potere.

 

Milano15 feb.2011.                                                                                   Antonio Fomez

 

                                             Treno notturno Napoli –Milano

 

Il viaggio in treno Napoli-Milano durante il periodo natalizio è il peggiore tra quelli effettuati per via di una signora seduta di fronte a noi nello scompartimento assieme con le due figlie, una delle quali, di 5 anni, piuttosto insopportabile. A Caserta salgono marito e moglie che ci passano davanti per andarsi a sistemare negli ultimi due posti liberi. La grassa donna striscia il suo ingombrante bagaglio sui nostri pantaloni e, al mugugno che segue, afferma che avremmo dovuto alzarci per farla passare. Nel frattempo la bimba non vuole dormire e gironzola nel corridoio; dopo aver divorato un enorme panino, finalmente s’addormenta tirando calci per tutta la notte con le sue lunghe gambe che ci arrivano alla pancia. L’artéteca (dal napoletano: irrequietezza) della bambina si esprime anche durante il sonno così come quella della madre che, nel cuore della notte, riceve due telefonate da persone che dovrebbero prelevarla a Parma. Durante una di queste conversazioni, sostenute ad alta voce, apprendiamo che il marito le sta chiedendo se ha portato con sé la figlia minore. La maleducata, a fine conversazione, borbotta: “Secondo lui addò cacchio dovevo lasciare Marika?”. Riusciamo a dormire una mezz’ora ma siamo presto svegliati dal controllore che impartisce una multa di una ventina d’euro alla donna perché la figlia è senza biglietto. Lei assicura che all’andata non aveva pagato niente ma il ferroviere risponde che dai tre ai dodici anni i bambini pagano metà della tariffa ordinaria. Non riuscendo a spuntarla, la donna augura al controllore di utilizzare quell’importo per l’acquisto di medicine. Intanto usciamo dallo scompartimento per avere un attimo di pace e chiacchieriamo con un uomo salito a Napoli che ha trovato posto per terra insieme con altri. L’uomo ci confida d’essere parente della signora del nostro scompartimento e che, sia lei sia la figlia, sono due seccatrici che si sono comportate male anche durante il viaggio di andata. In quell’istante la donna ci raggiunge e arringa a voce alta le persone sdraiate sul pavimento (tra cui un signore che dorme con un enorme cane lupo): “Che puzza di piedi!”, esclama. Non ricevendo alcun riscontro, incalza con rabbia: “Ma perché non vi lavate i piedi?”. A dir la verità noi non sentiamo alcuna puzza ma, in compenso, poco dopo avvertiremo un forte profumo di deodorante spruzzato di nascosto - immaginiamo - da qualcuno dei passeggeri. Per fortuna, a una cert’ora della notte, arriviamo a Parma; la madre, nello spostarsi con i bagagli, ci calpesta un alluce (valgo) e noi le confermiamo che la bella nottata non poteva che finire così mentre, con i due posti liberati, assaporiamo il piacere del sonno fino alla stazione di Milano Centrale.

 

Milano 11 marzo 2010.                                                                               Antonio Fomez

 

 

 

Sogni e proteste arabe

 

A discapito dei sognatori, c’è una bella parabola dello scrittore brasiliano Paulo Coelho che narra del giovane spaccapietre Humi che, scontento del suo lavoro e sapendo che a Natale i desideri dell’umanità venivano esauditi, chiese a un angelo di farlo diventare un nobile. Detto fatto, si ritrovò in un gran castello attorniato da enormi appezzamenti di terreno con tanta gente al suo servizio, compresi gli spaccapietre che lo guardavano con rispetto. In un giorno particolarmente caldo, mentre era fuori col suo corteo di servitù, sudò molto a causa dell’afa e capì che più potente di lui era il sole. Pertanto chiese all’angelo di trasformarlo in sole e poi, ancora scontento, volle essere tramutato in nuvola e successivamente in roccia. Finché, in tale veste, sentì un giorno stilettate nelle sue viscere di pietra seguite da un dolore intenso, quindi alcuni colpi sordi e poi ancora dolori. Humi chiese all’angelo di intervenire nuovamente: ”Angelo, qualcuno sta cercando di ammazzarmi; ha più potere di me e io voglio essere come lui”! “E lo sarai!”esclamò l’angelo. Fu così che Humi tornò a spaccare le pietre. Questa è una parabola dedicata a chi insegue i propri sogni con scarsi risultati.

Talvolta però accade che i sogni si realizzino, com’è avvenuto, nella maggior parte dei casi, ai giovani sognatori ribelli nordafricani e d’altri Paesi, scesi in piazza per reclamare democrazia e libertà. Tutto questo ha però prodotto migliaia di vittime tra gli insorti e in alcuni Paesi, nonostante questo grosso sacrificio umano, i rais siedono ancora al loro posto. Le prime proteste sono arrivate da Tunisi per poi propagarsi in Egitto, in Libia, in Siria, nello Yemen e nel Barhein. Non bisogna però trascurare che le popolazioni di questi territori non sono abituate alla democrazia, tant’è vero che, a rivoluzione in corso, decine di cristiani coopti sono stati uccisi per motivi religiosi ad Alessandria e al Cairo. Essere democratici non significa forse saper rispettare tutte le ideologie, comprese quelle religiose? Le elezioni presidenziali in Egitto, dopo l’arresto di Mubarak e dei due figli per violenza sulla folla e per corruzione, si terranno dopo quelle legislative fissate per settembre, secondo un annuncio del Consiglio delle Forze Armate, ora al potere. La costituzione provvisoria, approvata il 19 marzo 2011 con un referendum, resterà in vigore fino alle elezioni. Il testo prevede che la sharia, la legge coranica, debba continuare a essere la fonte principale del diritto egiziano e ciò per noi costituisce un inadeguato presupposto al delicato processo di costruzione della pace.

 

Milano 20 aprile 2011                                                                       Antonio Fomez

La festa di San Ciro

San Ciro, patrono di Portici, è uno dei santi più venerati in Campania e rappresenta, nell’ambito dei comuni vesuviani, l’icona più gettonata dopo la Madonna di Pompei e quella dell’Arco. San Ciro, martire della persecuzione cristiana di Diocleziano, fu un famoso medico chirurgo e oggi i fedeli lo invocano quando hanno problemi di salute. Tra i fedeli porticesi si scherza molto sul fatto che si tratti di uno dei pochi santi che viene festeggiato due volte nel corso dell’anno: il 31 gennaio e la prima domenica di maggio. Il 31 gennaio 303, data della sua morte, ricorre la festa patronale del comune di Portici. In quell’occasione il paese viene addobbato con luminarie nella piazza centrale che porta il suo nome mentre, sul corso che porta al mare, sono allestite le classiche bancarelle delle feste paesane con noccioline tostate, pop corn e palloncini. In chiesa la statua viene trasferita dalla sua teca a una sorta di altare/piedistallo nella navata centrale, in modo che i devoti giunti in chiesa possano adorare da vicino il Santo. Ovviamente l’aspetto sacro viaggia di pari passo con quello profano:’o magnà; e, giacché il 31 gennaio ricade sempre nel periodo grasso, il porticese medio ne approfitta per pranzare con lasagna, braciola o salsicce al sugo rigorosamente accompagnate dai friarielli (cime di rapa) e, a completamento del pasto, non devono mai mancare le tipiche sfogliatelle. La prima domenica di maggio è il momento più solenne di tutto l’anno, quando il Santo esce in processione: la statua viene trasportata dai rappresentanti di ciascuna zona che si pongono in prima fila per poi cedere la postazione ad altri che provengono dalle zone successive. La statua avanza sempre a suon di musica e la bravura di questi portantini, personaggi spesso di dubbio spessore etico-morale, è quella di destreggiarsi in mezzo alla folla e di ricevere i messaggi che i devoti rivolgono al Santo. Tra i loro compiti vi è quello di consegnare le buste vuote ai commercianti indigeni invitandoli a riempirle di danaro, anche se quest’ultimo aspetto è a tutt’oggi coperto da un certo mistero. La processione effettua varie soste e quelle più lunghe avvengono proprio di fronte ai negozi dove si dà agio ai commercianti di inserire la propria busta (questa volta piena) in mezzo ai tanti fiori che San Ciro calpesta. Alla fine della lunga giornata (che non si sa mai con esattezza quando terminerà), c’è il rituale rientro della statua in chiesa. I portantini, effettuando una  virata di 180°, fanno compiere alla statua un mezzo giro della piazza in modo che la folla possa salutare il Santo. Nel frattempo esplodono gli ultimi fuochi d’artificio e la porta della navata centrale della chiesa si chiude con i portantini all’interno. A questo punto non si sa bene cosa accada nel tempio ma, secondo fonte popolare, la devozione, il sacrificio e la fatica si trasformano in una lotta a mazzate per una spartizione, per nulla equa, delle buste che nella giornata sono state raccolte…

Milano 30 maggio 2011                        Antonio Fomez

 

Per un suicidio a Kos

Non si contano i viaggi col Tour operator Carambola, del gruppo Alpitur e Francorosso, una vera garanzia per i turisti, per la qualità del prodotto offerto. Così come continuiamo a prestare fiducia alla stessa Agenzia turistica di Milano, prenotando un viaggio a Kos in Grecia, in luglio ed un altro in agosto, sul Mar Rosso, ancora con Carambola.La ragazza insistente che ci riserva il pacchetto si premura di leggerci dal famigerato catalogo specchietto per le allodole per turisti ingenui, che l’hotel che ci ospiterà ”… gode di una posizione tranquilla lontano dal rumore e dal trambusto della vita quotidiana a pochi metri dalla lunga e bella spiaggia di sabbiaristorante con servizio buffet… Nelle vicinanze possibilità di noleggiare biciclette”. Fantasie!

Infatti, arrivati a Kos, riscontriamo alcuni disagi tra i quali l’isolamento dell’albergo, a 3 km dal centro di Kardamena, dove, tra l’altro, fino a tarda notte circolano inglesi adulti e minorenni scollacciate, completamente ubriachi.Da questo centro confortevole, si arriva alla destinazione prevista, attraversando una landa desolata e buia, con una vegetazione di sterpaglie bruciate e circondata da una catena di montagne basse, sulle cui cime svettano pale eoliche.Questo posto, così particolare nella sua profonda disperazione, più che riservarlo ai turisti, sarebbe ottimo per il soggiorno obbligato di quei politici corrotti nell’attesa di togliersi la vita, oppure disponibili alla produzione d’energie alternative per il bene delle comunità, fissati alle pale eoliche quando non c’è vento, per roteare con l’aiuto di una manovella manovrata da un gagliardo africano.

Il giorno dopo il nostro arrivo a Kos, non è stato un caso, che la riunione con la ragazza del Tour Operator, che ha dato il benvenuto agli ospiti italiani per proporre le sue fantastiche escursioni sull’isola, sia stata interrotta da sette turisti.Questi, infatti, hanno chiesto di cambiare destinazione alberghiera, producendo un documento di protesta firmato, che la giovane ha inoltrato via fax ai suoi funzionari.Ma, ci sembra anche doveroso riconoscere che qui il mare è bellissimo: bagna una mini spiaggia spettacolare ma lurida, con rifiuti in evidenza e ombrelloni che utilizzano, come copertura, fatiscenti rami secchi di palme.

Girare l’isola in bici sarebbe una vera follia, per via dei saliscendi e delle strade interne sdrucciolevoli, che portano a magnifiche spiagge: meglio noleggiare un’auto, ma non una moto, perché nell’isola, specie al nord, tira un forte vento e gli ospedali della zona sono zeppi di turisti infortunati dopo i capitomboli. Un giorno, con l’auto di un turista napoletano che vive ad Ivrea con la sua prole, siamo stati nel centro di Kos, dove è in bella mostra il famoso “Platano d’Ippocrate”. L'albero ha un'età di circa 500 anni, ma può essere un discendente del platano originale che cresceva sullo stesso luogo ai tempi d’Ippocrate (Kos, 450 a.C, Larissa 377 a.C.), dove il padre della medicina passava il suo tempo a studiare. Col passare degli anni l'albero è sciaguratamente allo stremo: è cavo e molti rami sono ora sostenuti da inguardabili impalcature metalliche, che quasi lo nascondono.

Kos è un’isola greca appartenente all’arcipelago del Dodecanneso, sita di fronte alla località turca di Bodrum, l’antica Alicarnasso, a circa 4 km dalla costa. Esiste un’escursione per andare a Bodrum a soli 47 €, dove si possono acquistare a prezzi imbattibili prodotti taroccati d’abbigliamento e quant’altro di grandi firme italiane contraffatte, ma non ci andiamo perché tali ciarpami da noi si possono trovare dai venditori cinesi, marocchini e campani.

L’albergo dove alloggiamo, piuttosto buono e intimo, è a conduzione famigliare, mentre il simpatico proprietario, presunto chitarrista, oltre a deliziarci in occasione di magre grigliate due volte la settimana con la nota e sciocca canzone di Cotugno, di mattino ci offre persino fichi freschi ed un grappolino di micro uva appena raccolta. Per buonismo sorvoliamo su altri lievi problemi, come quelli della pulizia nelle camere ed il cambio di biancheria, che raramente avviene, o sul cibo.Tra l’altro, nel citato catalogo, è scritto che l’albergo è tranquillo e che il mangiatorio è a buffet; in realtà, è un piatto unico che ci portano a tavola selvaggiamente e senza scelta, sufficiente solo per chi è interessato alla cura dimagrante. Quanto alla tranquillità dell’albergo, non vogliamo infierire citando un episodio di schiamazzi russi avvenuti alle 3,30 del mattino che provenivano dal terrazzo adiacente alla nostra camera, che ci hanno svegliato: inviperiti abbiamo picchiato fortemente il pugno sulla porta dei maleducati ospiti, col risultato che ritorniamo a letto col polso della mano destra slogato. Né possiamo dimenticare altre piccole singolarità che si riscontrano nel regolamento della struttura: in bagno ci sono due fili scoperti per attaccarci un phon che non c’è. Infatti, uno di questi è disponibile presso la reception e si può usare per poi passarlo ad altre persone. Il vantaggio di questo via vai è considerevole, perché gli utenti prima sconosciuti, socializzano allegramente. Ciò nondimeno c’è anche la querelle dei costi extra, come l’aria condizionata, la cassetta di sicurezza e l’ombrellone, ai quali va aggiunta una cauzione. Il lettino sulla spiaggia è gratis come il telo, ma per tenere quest’ultimo bisogna lasciare la cauzione, forse perché ora in Grecia la situazione economica è allo stremo più che da noi. Infine, considerato che sono malcontenti anche i turisti stranieri, non sarebbe meglio che il Tour italiano tolga di mezzo questa struttura dai suoi cataloghi oppure paghi di più il proprietario del complesso affinchè migliori i servizi?

 

Milano 13 agosto 2011                                                                                             Antonio Fomez

 

Il cimitero di Valdichiana (testo del 92 modificato)

Qualche tempo fa, a bordo di una Fiat  Uno nuova fiammante, percorriamo l’Autostrada del Sole diretti verso nord e decidiamo di fermarci per qualche ora nella zona etrusca della Toscana per rivedere il bellissimo “Canopo di Chiusi” e la sua necropoli. Altri cimiteri etruschi si trovano a Orvieto, Tarquinia e Cerveteri; qui, in particolare, troviamo le tombe “a tumulo”, cioè ricoperte da mucchi di terra che sono somiglianti a collinette. Più avanti ci concediamo un’altra sosta per un doveroso obbligo nei confronti di una “creatura” che si trova in un cimitero toscano, situato tra Bettolle e Sinalunga. Usciamo pertanto a Valdichiana diretti al sito della tomba, con in mano un mazzo di fiori. Con emozione ce la ritroviamo d'improvviso davanti, come “Il Cristo morto” del Mantegna, scheletrita e arieggiata nella sua essenzialità; sul piazzale unto d’olio, denso di rottami e privo d’alberi, di fianco a un distributore automatico di benzina, finalmente scopriamo i resti dell’amata Fiat 128 defunta alcuni anni prima, fusa, senza gomme e portiere ma con un paio di cataloghi di mostre piazzati ancora al loro posto sulla mensola del parabrezza. Dopo aver deposto i fiori ammosciati sul tetto della creatura, riguadagniamo l’ingresso dell’autostrada ancora provati dalla commozione mentre, dopo Firenze, comincia a farsi buio e il tempo è freddo e nebbioso.

Si accende la spia rossa del liquido dei freni e, terrorizzati, chiediamo lumi a un benzinaio il quale afferma che questo tipo d’auto soffre molto il freddo e pertanto bisogna proteggerla, ponendo sopra al paraurti anteriore una striscia di cartone… Infatti, dopo un’altra ora di viaggio, la spia si accende ancora per poi spegnersi definitivamente. Arriviamo a Milano che diluvia mentre, davanti al nostro studio, per via di uno sciopero, ci aspettano, ordinatamente ammucchiati ma anche sparsi, numerosi cumuli d’immondizia che hanno la stessa conformazione delle “tombe a tumulo” etrusche. Per giunta, sul passo carraio si sono formate alcune pozzanghere che non favoriscono certo lo scarico del materiale dalla macchina. Purtroppo anche l’interno dell’auto è allagato con alcune cose  che galleggiano, tra cui alcune tempere: dipinte su carta, per fortuna recuoerabili,  ma non il golfino di cachemire che avevamo utilizzato per proteggerle e che ora è  così grondante d’acqua sporca e di olio e , che finisce subito sul tumulo. Pare che la causa di questo problema della vettura, è  la rottura del rubinetto che porta l’aria calda all’interno dell’abitacolo. Quest’auto in ogni caso ci ha fatto diventare matti anche perché i meccanici, quando l’hanno visionata, ritenendo che l’inconveniente fosse dovuto all’ingresso dell’acqua piovana dall’esterno, hanno applicato in modo visibile a tutte le guarnizioni del parabrezza, un mastice nero che non asciuga mai. Che sia giunto il momento di comprare una vettura straniera?

 

Milano 22 ottobre 2011.                                                                  Antonio Fomez

Nuova politica egiziana e bidet faraonico

 

Per capire se in Egitto si respira o meno un’aria nuova, voliamo a Hurgada e, mentre al Cairo, nell’attesa delle imminenti elezioni, non si sono placati gli animi per gli irrisolti problemi con la giunta militare, sul Mar Rosso è rimasto tutto immutato, come se la popolazione fosse composta di tanti pachidermi addormentati. Un giovane musulmano ci erudisce sul fatto che ora sono state istituite nuove tasse -  sulle sigarette, sulle confezioni di patatine e quant’altro - che saranno girate alle scuole, agli ospedali e alle famiglie povere. Al minimarket però la musica è diversa: una bottiglietta d’acqua o un pacchetto di sigarette cambiano il loro prezzo di ora in ora non appena subentra un altro cassiere perché qui non ci sono né scontrini fiscali né regole, se non quelle che impongono di ingannare il turista (quelle religiose, invece, anche se di facciata, si rispettano rigorosamente). Sempre dall’indigeno apprendiamo che in questo Paese si può comprare di tutto, dalla patente a un titolo di studio; il servizio sanitario è a pagamento e chi entra in un ospedale per un intervento chirurgico non sa se ritornerà a casa vivo o morto. Alla luce di ciò, noi confidiamo che un futuro migliore sia nelle mani dei giovani ribelli della “Facebook Generation”o di quei laici che sognano un Paese libero ma, in una comunità così conservatrice, chissà quanti decenni saranno ancora necessari per raggiungere la democrazia! Le nuove energie intellettuali dovranno lottare contro l’analfabetismo e gli interessi privati per porre fine alle ingiustizie, alla povertà e alla corruzione che da trent’anni opprimono queste terre. Nell’immediato futuro, per avere più entrate nelle casse dello Stato e nelle buste paga dei lavoratori (ricordiamo che i camerieri che lavorano negli alberghi guadagnano 50€ al mese), gli egiziani dovranno valorizzare di più le loro risorse turistiche lavorando in proprio senza dover dipendere dai tour operator stranieri che li dissanguano. Nel frattempo, poiché qui esistono taluni mestieri che da noi sono pressoché scomparsi, si potrebbero creare in città delle speciali aree folcloristiche per valorizzarli, come quella riservata agli artigiani che riparano gli orologi, quella dei lustrascarpe e così via. Infine, urge che qui sia brevettato un ingegnoso oggetto che elimina l’ingombrante bidet e che porterebbe nelle casse dello Stato milioni di dollari, utilizzabili per completare finalmente le strade con strisce pedonali e riassettare le vie interne sterrate. Il bidet nasce in Francia alla fine del XVII secolo ed è curioso che, pur essendo un'invenzione francese, non sia usato in Francia così come in nessun altro Paese del Nord-Europa. Anche nei bagni degli alberghi egiziani non esiste alcun bidet o meglio, c’è un particolare aggeggio che lo sostituisce. Trattasi di una scoperta faraonica sensazionale che poco ha da invidiare a quella delle mummie: un flessibile di circa un metro piantato nel muro, munito di un piccolo rubinetto alla sua estremità e semplicissimo da utilizzare: quando ci si siede sulla tazza, si sgancia il flessibile dal supporto murale spostandolo nel water e, all’apertura del rubinetto, inizia la magia…

 

Milano 15 sett.2011                                                                                      Antonio Fomez

 

Intervista ad Antonio Fomez

a cura di Maurizio Vitiello

Milano 28 ott.2011

 

1) M.V. Puoi raccontare il tuo esordio?

 

A.F. Dopo aver conseguito il diploma di Maestro d’Arte, ho frequentato l’Accademia di Belle Arti di Napoli, conseguendo il Diploma nel 1961,sono stato allievo del post futurista Emilio Notte e di Ferdinando Bologna, docente di Storia dell’Arte. Nel 1957 ho scritto e disegnato “La parabola dei ciechi” di Brueghel, mentre dal 1958 al 1961 ho completato) un lungo saggio sul “Ritratto di giovane” del Rosso, corredato da disegni acquerellati. Nello stesso periodo ho seguito con interesse la pittura futurista e in seguito ho elaborato i primi quadri informali e la pittura nucleare con gli sgocciolamenti.  Questo tipo di pittura nacque a Napoli su iniziativa di Mario Colucci e di Guido Biasi, che fondarono con altri il gruppo 58, collegandosi con il Movimento Nucleare del milanese Enrico Baj.

 

2) M.V. I tuoi primi passi sono stati difficili, problematici?

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A.F. Non solo i primi passi lo sono stati, ma anche quelli successivi. Pensa che in una mostra personale del 2008 a Milano alla galleria Annunciata, che tu hai visto, il titolare dello spazio incaricò Walter Guadagnini di scrivere il testo nel catalogo che fu pubblicato. Il bravo critico bolognese, specialista della pop art e curatore di varie ed importanti mostre di livello mondiale, quando vide i miei lavori degli anni ’60 in studio, asserì imbarazzato che non li conosceva, ma che in futuro, in occasione di altre mostre sulla pop-art, se ne sarebbe ricordato. Ma, torniamo all’esordio dei primi passi, che avvenne nel 1956 in una collettiva alla Galleria Blu di Prussia, con un testo in catalogo di Raffaele Mormone e dove incontrai il critico napoletano Carlo Barbieri, tra i primi ad apprezzare il mio lavoro ed a diffonderlo  su “Il Mattino”e nel Gazzettino campano della RAI. All’inaugurazione della mostra alla Blu con altri giovani espositori, come Giuseppe Desiato e Sergio Brancaccio, colleghi all’Istituto d’Arte, intervenne l’attrice Paola Borboni, la quale mi puntò gli occhi con maliziosa simpatia ed affermò che i miei quadri erano stupendi. Il critico a bassa voce mi disse: “Questa recita anche quando guarda i quadri”.  Nel 1960 ottenni il primo riconoscimento nazionale a Roma nel 1960, vincendo il primo premio in una mostra riservata agli studenti italiani e stranieri delle Accademie di Belle Arti e delle Università italiane. Grazie alla stima del critico napoletano, esponevo i miei lavori per invito o per accettazione in importanti mostre nazionali come il Premio Spoleto, il Premio Michetti, il Premio Termoli, il Premio Marche, la “Biennale di Pontedera” e altre, vincendo talvolta qualche premio

In quelle giurie oltre a Barbieri c’erano l’onnipresente Luigi Carluccio, Marco Valsecchi, Giorgio Marchiori, .La mia prima mostra personale  risale al 1961 presso la Galleria S. Carlo di Napoli, dove, oltre  ai quadri, esposi una ventina di pastelli a cera .Durante il periodo della mostra ricevetti, due visite interessanti; la prima è quella di Lea Vergine, che recensì la mostra su “Il Popolo” e sulla “Fiera Letteraria”. La seconda, più sorprendente fu quella di Ferdinando Bologna, il quale, dopo aver apprezzato i miei lavori, mi portò a pranzo in un ristorante a Port’Alba, e mi offrì un posto come assistente di Storia dell’Arte all’Accademia di B.A. Napoli.  Sorpreso, gli risposi: “Sono onorato e La ringrazio per l’invito, che non posso accettare, perché, se aderissi, dovrei abbandonare la pittura che è la mia passione primaria” Terminata la mostra, ritirai i quadri, ma non i pastelli a cera, eseguiti in Spagna, in occasione di un viaggio premio offerto dall’Accademia di Napoli.  Purtroppo, di quei disegni, me ne ricorderò in seguito e solo nel 1980 il gallerista me ne restituirà quattro…ma non quelli più belli.

 

3) M.V. Mi puoi raccontare il tuo passaggio a Milano. 

A.F. Nel 1961 partecipai o ad alcune collettive a Milano nella giovane Galleria Prisma di Via Brera, che mi vendette alcune tempere, ma non ne ricavai una lira, ebbi tuttavia l’opportunità di conoscere un collezionista milanese che mi  chiese di inviargli un quadro, allora esposto al Premio “Autostrada del Sole” nel palazzo della Quadriennale di Roma, con un contrassegno di L. 30.000. Incoraggiato da tali piccoli risultati, nel 1963, mi trasferii a Milano, entrando in contatto con i critici d’arte Luciano Budigna, che in Rai curava il bellissimo programma d’arte“L’Approdo”con Garibaldo Marussi, tra l’altro direttore della rivista Le Arti che ai tempi era molto diffusa in edicola. Dopo l’Approdo, non c’è stata in Tv alcun’altra trasmissione informativa di livello come quella.

 

 

4) M.V. Qual è stato il primo contatto con Milano e quali personaggi hai conosciuto?

A.F. Già utilizzato in Casuale nascita di un quadro del 2017)AAll’inizio del soggiorno milanese rimasi stordito e stupefatto perché chi cambia città, muta anche le sue abitudini e talora non pare più lo stesso, ma un altro. Il primo impatto fu pertanto traumatico, perché con un incarico di insegnante, facevo tutti i giorni il pendolare da Milano a S.Angelo Lodigiano, dal nomignolo non certo beneaugurato di “Santangiulin lader e asasin”, passando ogni mattina dalle gelide brume della campagna lombarda, per poi ritornare nel pomeriggio nelle arterie suburbane della città.  Proveniente da Napoli, dove la maggior parte dei pittori cura il pigmento pittorico, la flagranza del colore e la luce, nel capoluogo lombardo artisti come Scanavino e Peverelli usavano colori scuri, mentre la pittura dei giovani Romagnoni, Vaglieri e Ceretti, mi appariva brutta e trascurata, ma con nuovi spunti narrativi: non interessava la bella superficie dipinta, ma l’ideazione e la progettazione dell’opera. Nel 1963 Milano era una città viva e di respiro internazionale, dove erano di casa importanti personaggi, che non era un problema conoscere come il critico Giorgio Kaisserlian, membro in tutte le Giurie del Premio S. Fedele con Carlo Munari, il collezionista Pansa di Biumo ed il gesuita Bruno. Né bisogna trascurare che i personaggi celebri, come Carrà o De Chirico, s’incontravano nelle gallerie durante le loro mostre. Da non dimenticare che il posto giusto per incontrare questi personaggi era il Bar Giamaica ( ora è un inguardabile locale di lusso) e le trattorie di Via Brera, dove gli artisti lasciavano qualche tela in cambio di un pranzo. In questi posti arrivano Giacomo Manzù, Roberto Crippa, Gianni Dova, Piero Manzoni, Giuseppe Minguzzi, Bruno Cassinari, registi, musicisti, collezionisti, e tante altre persone interessanti.

 

5) M.V. Puoi delineare tutti i tuoi vari periodi o cicli con le relative serie?

A.F. Cicli

I          "Informale e materico", dal 1956 al 1963. Dal 1957 al 1958 esegue alcuni disegni da Brueghel, e nel 1959 dal Rosso Fiorentino e da altri grandi Maestri.

II         "Pop-art", dal 1963/64 al 1966.

III        "Di ritorno da Venezia" (con rilievi e     balconcini), 1966/67.

IV        "Madonne e altarini", 1967.

V         "Quadri bianchi a rilievo con scalette",dal 1967 al 1969.

VI        "Pseudomultipli,acqua e pesci rossi",1967.

VII      "Oggetti,sculture,monumenti alla guerra",1968/69.

VIII     "Spruzzi colorati su quadri bianchi",1972.

IX        "Gioconde",impronte colorate",1974.

X         "Omaggio a P.della Francesca"e altre citazioni, 1974.

XI        "Poeti",1974/76.

XII      "Fantasmi", 1976/78.

XIII     "I ciechi a Marechiaro"(da Brueghel),1979/80.

XIV     "Mors naturae(da Ruoppolo a me)", 1981/83.

XV      "Sostituzioni dal Rosso e da altri",1983/85.Pagella dei critici

XVI     "Tavole imbandite con Santini",1985/86.

XVII    “Made in Japan", 1987.

XVIII "Scenografia in Piazza della Scala,Carnevale Ambrosiano Milano,1988.

XIX    "Courbez" (Courbet+Velazquez),1988.

XX     "Serpenti &Parenti", 1996/97(ceramiche policrome,terracotte,bronzi e fontane).

XXI    “Teatrini &  Nature”, 2000.

XXII   “Fino all’ultimo bambino” 2003,tele rovesciate e collages.

XXIII  “Turismo e giochi proibilti” 2007

 

6) M.V. Quale serie ha raccolto il maggior successo critico o mercantile?

A.F. Non è facile rispondere ad una tale domanda, perché la mia attenzione, più che sulla critica o sul mercato, è stata sempre rivolta al lavoro ed alla ricerca e, come si evince dai cicli, ho spesso realizzato opere nuove. Per tale esigenza, nel corso degli anni, per taluni, io sarei uno sprecone di idee, perché mai mi sono soffermato su un solo tema, utile a livello di diffusione nel mercato, anche se non l’ho mai inseguito e, per essere più libero nella ricerca, ho insegnato nelle scuole statali.  A Milano suscitai però maggiore interesse negli anni 1963/64 quando, dopo l’informale-materico passai ad un nuovo tipo di figurazione, essendo tra i primissimi non solo in Italia, ad utilizzare il linguaggio della pop-art. A differenza di Liechtenstein, che ingrandiva fortemente l’immagine e per tutta la vita lo ha fatto, come tantissimi altri artisti ripetitivi, ho sempre cercato nuove idee da sviluppare. Da parte mia, l’utilizzo del fumetto e delle icone consumistiche, ha lo scopo di rimandare al produttore tali immagini, con un gioco ironico. Alla messa in scena di tali forme, assiste una sorta di omino ribelle, oppure integrato, che talvolta diventa un uomo politico che arringa le folle e promette case e lavoro. Ho riscontrato recentemente, che le opere pop di quel periodo, rappresentano per il pubblico di oggi un’autentica novità, prima perché i giovani non le conoscono, ma anche perché sono state esposte soltanto tra il 1964 e il 1966, e dopo in qualche mostra antologica. A Milano partecipai a varie edizioni del “Premio San Fedele”, un duro e interessante banco di prova riservato ai giovani sotto i trent’anni, ottenendo un secondo premio nel 1968 con la pseudo scultura “Monumento al soldato bianco”.  Negli anni 1966/67, quando furoreggiava la moda dell’op-art (nel 1966 aveva vinto alla Biennale di Venezia Le Parc), sono alle prese con un ciclo di opere ispirato al tema “Di ritorno da Venezia”, nelle quali, oltre alla paccottiglia kitsch, uso il collage, rilievi di balconcini e bamboline. Sicuramente, dopo il periodo “Fumettistico”che esaurii nel 1966, il ciclo che ottenne più consensi, è quello dei quadri monocromi bianchi che iniziarono nel 1967, in una mostra alla Galleria Agrifoglio a Milano, dal titolo”Quadri lavabili in serie”, dove appaiono le prime scalette; su tali quadri, qualche anno dopo Umberto Eco mi dedica un lungo saggio sui quadri bianchi. Nel clima della contestazione studentesca del 1968, quando taluni artisti promotori teorizzarono che l’arte era diventata una merce, mentre gli stessi producevano gioielli che esponevano in Via Montenapoleone, fui forse  il primo ad utilizzare singolari rilievi immersi in sacchetti trasparenti contenenti acqua, oltre che contenitori, multipli e oggetti assolutamente comuni e invendibili. Sempre tra il 1967/68, esposi alcune vasche contenenti pesci rossi e acqua, che presentai in una collettiva alla Galleria Artecentro di Milano, alla Galleria Toselli di Milano (allora Galleria Nieubourg) e subito dopo in una personale alla Galleria Zunini a Parigi e alla Galleria Carabaga di Genova, dove esposi un canotto con acqua e pesci.

 

7) MV. M i racconti qualche episodio curioso che riguarda il tuo lavoro negli anni ’60?

  1. Mi voglio rovinare e te ne racconto tre, sicuramente mettendoti in crisi col tuo giornale per gli spazi…e col dilemma amletico: tagliare o non tagliare? Nel 1966 al Premio Ramazzotti allestito al Palazzo Reale di Milano, presentai il quadro “Monumento al Buon Ramazzotti”, dove, da un fondo nero appariva una bottiglia del famoso amaro, circondata da Diabolix, Nembo Kid, Braccobaldo, scatole di detersivi, ed altre icone consumistiche coeve, oltre al solito omino ribelle. Il quadro riscosse interesse da parte del direttore di Diabolik che avendo saputo di questa presenza, mi mandò un fotografo in mostra per un servizio fotografico da pubblicare sulla sua rivista, trattandomi da divo; quando però vide le foto, restò deluso, perché credeva che io avessi costruito delle storie sul suo orribile personaggio, e non se ne fece più nulla. Taluni pittori e visitatori ignoranti, invece mi accusarono di furbizia, perché con quest’opera, volevo entrare nelle grazie del produttore dell’amaro.  In realtà ciò in qualche modo avvenne, in quanto la figlia di Ramazzotti, mi scrisse una lettera nella quale mi chiese il quadro in cambio di amari e sambuche + 50.000, dal momento “…che pensiamo che il Suo quadro non potrà essere utilizzato per altre mostre né Le sarà facile vendere ad altro acquirente.

 

Il secondo episodio curioso avvenne due anni dopo nel 1968, all’inaugurazione della Biennale di Venezia, dove fui accreditato dall’Ente quale critico d’arte, per scrivere un pezzo che pubblicai sulla rivista”Formaluce”di Milano. Venezia in quei giorni era tappezzata sui muri di tanti manifesti, tra i quali ce n’era uno enorme, ma molto segnaletico di Remo Bianco, che esponeva nel padiglione dell’Italia. Al centro dello spazio bianco del manifesto, il pittore aveva collocato un bel gruppo di bambolotti come i miei, insanguinati dal rosso, sicuramente di forte impatto visivo.  Perdonami la vanità: dal traghetto alle sale, tutti si complimentarono perché pensarono che il quadro fosse mio…e mi assicurarono che sarebbero passati dalla sala dove c’era la mia personale, che non c’era. Nel pomeriggio mi concessi un attimo di relax, passando dall’affollato bar dei Giardini e sedendomi ad un tavolo per gustare un caffé come tanti altri miei conoscenti.  Molti di questi hanno in mano L’Espresso”, in quei tempi in formato gigante, e taluni si complimentano con me .Mi chiesero se fossi amico di Bruno Zevi o di Renato De Fusco, in quanto sull’Espresso appena uscito, c'era una recensione del primo, con due grandi quadri riprodotti, uno era il mio ed un altro di Brueghel, ripresi dal libro di Renato De Fusco “Architettura come mass medium”. Cascai dalle nuvole e risposi che li conoscevo di nome, ma non li avevo mai visti né ci avevo mai parlato.

 

Infine il terzo episodio. Filiberto e Bianca Menna mi ricevettero di buon mattino nella loro abitazione romana. Il marito in pigiama, rise moltissimo per quanto c’era capitato e ci disse: “È tutta colpa dei tuoi Ciechi a Marechiaro”. Cos’era successo?

Nel 1982, Filiberto Menna, dopo aver presentato con Antonio Del Guercio al “Lavatoio Contumaciale “di Roma, il mio volume (“Mors naturae, 1982 (tavolata post-moderna), mi offrì generosamente il pernottamento in un suo monolocale, sito alla periferia di Roma.  Dopo la manifestazione, finita oltre la mezzanotte, una cognata di Filiberto mi accompagnò al monolocale e se n’andò, lasciandomi le chiavi. Entrai al pianterreno di una camera molto bella, tinteggiata di bianco, arredata con molto gusto e di suppellettili essenziali, con poche opere d'arte presenti, tutte di qualità. Appena messo piede in quell’ambiente piuttosto asettico, venni  assalito da un forte senso di disagio. Così decidetti , per non intaccare l’ordine e la pulizia dello spazio, di non usare il bagno e forse dormire per terra sulla moquette blu, e che il mattino successivo non avrei preparato il caffè.

Ma, per ovviare a quest’ultima dolorosa rinuncia, mentre tiravo indietro la porta, uscii in mutande per riprendere dalla Giulietta Alfa Romeo alcune arance napoletane, dono affettuoso della mia povera mamma. Purtroppo la capatina per quelle buonissime arance mi portò una sfiga bestiale, perché non riuscii più a rientrare nel locale, giacché la porta, con la chiave nella toppa all’interno, non poteva più aprirsi dall’esterno. Che fare? Alberghi in quella zona per me sconosciuta non ce n’erano, né d’altra parte, l’ipotesi di andare in giro seminudo a cercare una stanza, o piombare alle due di notte in casa di Menna, così conciato, non era neanche il caso di pensarlo. Così mi rifugiai nell’auto, dormendo cinque ore, in pieno inverno, coperto solo da un telo di plastica, usato per avvolgere i quadri.

Per M.V.Questo terzo episodio potrebbe essere eliminato se credi opportuno, facendo attenzione, alla mia risposta alla domanda 7 di correggere: mi voglio rovinare e te ne racconto due.

 

8) M.V. Quali le opere più importanti che hai eseguito dopo?

A.F. Nel 1972 e nel 1974 preparai sei mini opere che saranno riprodotte sulle “Bustine di Minerva”, per conto dalla Saffa di Magenta (Milano). Nello stesso periodo (giugno 1974) partecipai ad un programma televisivo della Rai: “Non tocchiamo quel tasto”, condotto da Enrico Simonetti e Valeria Fabrizi, durante il quale improvvisai in diretta la dissacrazione della Gioconda di Leonardo; nel 1980  dipinsi il quadro di grandi dimensioni “I Ciechi a Marechiaro”, ispirato ai “Ciechi” di Brueghel che si trova al Museo di Capodimonte di Napoli. Segue nel 1981 il ciclo”Mors Naturae”(da Ruoppolo a me) , che esposi a Napoli alla Galleria numero 7, con molte presenze napoletane, compresa la tua e quella di Franco Girosi.

Nel 1985, in occasione della Fiera d’Arte di Bologna, pubblicai “La Pagella dei critici” col Giudizio Finale, sulla quale gli artisti (Baj, A. Pomodoro, Cavaliere, Del Pezzo, Dorazio e altri) assegnavano i voti ai maggiori critici italiani. Nel 1988, in occasione del Carnevale Ambrosiano di Milano, realizzo una scenografia in Piazza della Scala, mascherando il monumento a Leonardo con un telo piramidale e apponendo sul capo del Maestro di Vinci una gran cesta con la frutta colorata. Seguono altri cicli tra cui particolari rivisitazioni, nature morte e tavole imbandite, ispirati a celebri opere di Courbet e Velasquez.  Negli anni 1996/97, ispirato da una situazione complessa, presento il ciclo scultorio “Serpenti & Parenti”, con ceramiche e bronzi, che sono trasmessi da Tele più nel 1998, in occasione del programma Blu, curato da Gillo Dorfles.  Nello stesso anno C. Ruju su Tele A di Napoli, mi dedica un ampio servizio.

 

Per M.V:Questa domanda 8 potrebbe essere eliminata se lo credi opportuno.Dà più scorrevolezza all’intervista e quanto scritto è sintetizzato nei cicli della domanda 5.

 

9)M.V. La mostra più importante realizzata?

A.F. elenco le tre mostre che ritengo tra le più rappresentative. La prima è un’Antologica al Museo di Gallarate (ora Maga), nel 1985 (testi di Barletta, Del Guercio, Di Genova, Zanella, Fomez, Dorfles, Eco, Fagone, Gualdoni, Menna, Sanguineti e Vergine ); segue un’altra Antologia al Museo di Pietrarsa di Portici “Benvenuti a Portici”, nel 1997( testi di testi di Gillo Dorfles, Umberto Eco e Vincenzo Trione), in uno spazio fantastico, dove presento per la prima volta le sculture” Serpenti & Parenti”la terza è la mostra “Tavole imbandite con Santini”del 1986, al Sagrato del Duomo di Milano (testi di Dorfles e Eco).

 

10)MV.  Come si può definire la tua ricerca attuale? Forse citazionista o, meglio ancora, post- moderna?

A.F. In calo le rappresentazioni pittoriche di autori sponsorizzati dai partiti( oggi sostituiti dai critici mercanti), stanno scemando l’interesse per le gigantesche carte fotografiche, dal forte impatto scenografico che, nonostante la palese vacuità, sono ugualmente vendute a prezzi salati agli ingenui collezionisti dell’ultima ora. Nel campo della pittura la sciagura maggiore è quella di operare, oltre che su certi  temi, se non nel sogno utopico di una nuova godibilità della materia cromatica, sulla trasformazione del paesaggio naturalistico e della figura umana e, nel peggiore dei casi, della sua geometrizzazione. Negli ultimi lavori il mio interesse è rivolto al già fatto, rinunciando all’invenzione, ma, un’altra via percorribile potrebbe essere quella di non creare niente e magari pescare idee dall’immondizia. Probabilmente anch’io non conosco la risposta alla tua domanda: se non è facile per gli altri etichettarmi, figurati se sono in grado di farlo io. Quanto al citazionismo, ti suggerisco di consultare la pagina che Umberto Eco mi ha dedicato nel suo libro “Il secondo diario minimo” del 1992, che troverai, divertente e, a suo modo, informativa.

 

 

11)M.V. E sugli artisti contemporanei ed il mercato?

   A.F. Anzitutto è bene precisare che l’arte e il mercato non procedono parallelamente perché hanno intenzionalità e percorsi differenti.  Scrive Panza di Biumo, collezionista di fama mondiale da poco scomparso. Non si può creare una buona collezione di arte contemporanea con l’idea di investimento. Anche perché questo tipo di arte è soggetto più di altre alle fluttuazioni e alle mode.  È un’arte proiettata al futuro.  E per capirla bisogna abbandonare i vecchi schemi”. 

Io credo nel divenire di quell’arte che sa emanciparsi alla lezione del passato senza abbandonarsi ad un futuro illusorio. Alla luce di ciò, oggi il mercato dell’Arte non può essere ostaggio di pochi e  influenti addetti ai lavori che decidono quali pseudo artisti sponsorizzeranno inventandosi quotazioni taroccate. Insomma, si tratta di fenomeni mediatici che rappresentano aspetti modesti dell'arte contemporanea che trovo assolutamente poco interessanti, se non obsoleti, come performance, happenning, allestimenti e quant’altro, rivolti all'effimero, alla spettacolarizzazione e, in definitiva, a “fare soldi” e non cultura, cosa che invece tentano di fare gli artisti che, nel frattempo succhiano i chiodi. Insomma, un fenomeno costruito a tavolino in conformità a efficaci strategie di marketing che si alimenta sul terreno di quelle mode culturali che periodicamente attraversano i nostri cieli.

 

12) M.V. Quale prossima mostra prevedi?

A.F. In questo periodo ho molti quadri già realizzati in mente ed aspetto l’occasione per lavorarli, per poi riunirli in uno spazio pubblico con altri di grandi dimensioni, malgrado oggi, per via dei tagli alla cultura, attraversiamo momenti di gran difficoltà.  Infine, ti ringrazio per quest’altra disponibilità nei miei confronti, mentre scopro che hai un record che mi riguarda: nel giro di trent’anni hai scritto tanto per me.

 

Milano 28 ott.2011

 

Appunti sulla pop art.

L’anno scorso, in occasione della presentazione di un mio libro alla Permanente, Dorfles si stupì del fatto che gli argomenti trattati nello stesso si riferissero per lo più alle guerre in Kosovo e in Iraq invece che all’arte. In realtà, visto che i miei articoli sull’arte avevano creato in passato una serie di scompigli che, con l’avanzare dell’età, non mi sentivo più di affrontare, dopo il 1994 ho deciso di evitare quegli argomenti e di trattarli soltanto di sfuggita. Detto fatto: nel volume “Un kiebitz racconta” ho raccolto i testi su svariati temi scritti tra il 1994 e il 2009 e le pseudo-poesie, spaziando a ruota libera su argomenti contemporanei affrontati giocosamente, sebbene con un pizzico di veleno che spero non guasti. In taluni flash mi sono soffermato su argomenti seri, come i conflitti bellici, o più frivoli e disimpegnati, come i racconti di viaggio personali su voli charter, prediligendo le situazioni più sgangherate e improbabili.

In una recente intervista di Maurizio Vitiello, il critico d’arte mi domandò se i miei primi passi nel campo dell’arte fossero stati difficili. La mia risposta fu che non solo i primi passi lo furono, ma anche quelli successivi. Gli ricordai che in una mostra personale del 2008 a Milano presso la galleria Annunciata, il titolare dello spazio incaricò Walter Guadagnini di scrivere il testo nel catalogo che fu pubblicato. Il bravo critico bolognese, specialista della pop art e curatore di varie e importanti mostre di livello mondiale, quando vide i miei lavori degli anni ’60 in studio, asserì imbarazzato di non conoscerli ma che in futuro, in occasione di altre mostre sulla pop-art, se ne sarebbe ricordato.

Già, la pop art… Purtroppo tanti ignorano questo ciclo importante del mio percorso che iniziò intorno agli anni 1963/64 e si esaurì due anni dopo con un episodio curioso. Accadde che  nel 1966, al Premio Ramazzotti allestito al Palazzo Reale di Milano, presentai il quadro “Monumento al Buon Ramazzotti” in cui compariva, su sfondo nero, una bottiglia del famoso amaro circondata da Diabolik, Nembo Kid, Braccobaldo, scatole di detersivi e altre icone consumistiche coeve, oltre al mio solito omino ribelle. Il quadro riscosse interesse da parte del direttore di Diabolik che, avendo saputo di questa presenza, mi contattò trattandomi da divo e mandò un fotografo in mostra per un servizio che sarebbe stato pubblicato sulla sua rivista. Quando però vide le foto restò deluso perché aveva creduto che io avessi costruito delle storie sul suo orribile personaggio e pertanto interrompemmo ogni rapporto. D’altro canto, taluni pittori e visitatori ignoranti mi accusarono di furbizia perché ritennero che l’opera fosse stata creata solo per entrare nelle grazie del produttore dell’amaro. In realtà ciò in qualche modo avvenne in quanto la figlia di Ramazzotti mi scrisse una lettera nella quale mi chiese di cederle il quadro ” in cambio merce (del nostro prodotto) dal momento che pensiamo che il Suo quadro non potrà essere utilizzato per altre mostre né Le sarà facile venderlo ad altro acquirente.” Amen.

 

Milano 24 nov 2011.                                                         Antonio Fomez

Bambole rosse alla Biennale

 

 

Visto l’interesse sia per la musica degli anni 60 che per l’arte figurativa di quel decennio, riteniamo opportuno suggerire in questa nota un altro frammento dell’intervista rilasciata a Maurizio Vitiello, pubblicata a pagina intera sull’Avanti del 15 novembre del 2011, che è anche possibile consultare integralmente su un sito web. Alla domanda del giornalista: “Mi racconti qualche episodio curioso che riguarda il tuo lavoro negli anni ’60? “, risposi.

Il secondo episodio curioso ( il primo è stato riportato nel numero scorso di questa testata) avvenne due anni dopo nel 1968, all’inaugurazione della Biennale di Venezia, dove fui accreditato dall’Ente quale critico d’arte, per scrivere un articolo che pubblicai sulla rivista”Formaluce” di Milano. Venezia in quei giorni era tappezzata di tanti manifesti, tra i quali ce n’era uno enorme e  molto segnaletico di Remo Bianco, che esponeva nel padiglione dell’Italia. Al centro dello spazio bianco del manifesto il pittore aveva collocato un bel gruppo di bambolotti come i miei, insanguinati dal rosso, sicuramente di forte impatto visivo. Perdonami la vanità: dal traghetto alle sale, tutti si complimentarono perché pensarono che il quadro fosse mio … e mi assicurarono che sarebbero passati dal Padiglione dell’Italia dove c’era la mia personale, che in realtà non esisteva.

 Nel pomeriggio, come tutti i comuni mortali, mi concessi un attimo di relax, passando dall’affollato bar dei Giardini e sedendomi a un tavolo per gustare un caffé come tanti altri miei conoscenti o amici, come Vittorio Fagone, Alberto Prina e Gianni Bertini. Molti di questi hanno in mano L’Espresso”, in quei tempi in formato gigante, e taluni si complimentarono con me. Mi chiesero se fossi amico di Bruno Zevi o di Renato De Fusco, in quanto sul numero appena uscito della rivista c'era una recensione del primo, con due grandi quadri riprodotti,di cui uno era mio del 1964, con un omino ribelle che sbraita dalla scatola di un noto detersivo ed un altro di Bruegel,  entrambi ripresi dal libro di Renato De Fusco “Architettura come mass medium”(Dedalo Libri, Bari, 1967). Cascai dalle nuvole e risposi che li conoscevo solo di nome perchè non mi erano mai stati presentati ne li avevo mai visti di persona.

 

Milano 20 dicembre 2011.                                                                Antonio Fomez

Per un suicidio a Kos (ridotto per Artecultura)

Non si contano i viaggi col Tour operator Carambola, del gruppo Alpitur- Francorosso, una vera garanzia per i turisti che la scelgono, per via della qualità del prodotto offerto.Purtroppo, in occasione dell’ultimo viaggio a Kos, proposto dalla ragazza di un’agenzia turistica milanese, siamo rimasti delusi dal pacchetto consigliato.Tra i disagi maggiori, l’isolamento dell’albergo, a 3 km dal centro di Kardamena, dove, tra l’altro, fino a tarda notte circolano inglesi adulti e minorenni scollate, completamente ubriachi.Da questo centro confortevole,si arriva alla destinazione prevista, attraversando una landa desolata e buia di notte, con una vegetazione di sterpaglie bruciate e circondata da una catena di montagne basse, sulle cui cime svettano pale eoliche.Questo posto, così particolare nella sua profonda tristezza, più che riservarlo ai turisti, sarebbe ottimo per il soggiorno obbligato di quei politici corrotti nell’attesa di togliersi la vita, oppure disponibili alla produzione d’energie alternative per il bene delle comunità, fissati alle pale eoliche quando non c’è vento, per roteare con l’aiuto di una manovella manovrata da un gagliardo africano.Il giorno dopo il nostro arrivo a Kos, non è stato un caso, che la riunione con la ragazza del Tour Operator, che ha proposto le sue fantastiche escursioni sull’isola, sia stata interrotta da sette turisti.Questi, infatti, hanno chiesto di cambiare destinazione alberghiera, producendo un documento di protesta firmato, che la giovane ha inoltrato via fax ai suoi funzionari.Ma, ci sembra anche doveroso riconoscere che qui il mare è bellissimo: bagna una mini spiaggia spettacolare ma lurida, con rifiuti in evidenza e ombrelloni che utilizzano come copertura, fatiscenti rami secchi di palme.L’albergo a conduzione famigliare, è piuttosto discreto e intimo; per buonismo sorvoliamo su altri lievi problemi, come quelli della pulizia nelle camere ed il cambio di biancheria, che raramente avviene, o sul cibo.Nel catalogo è segnato che il mangiatorio è a buffet, ma in realtà, è un piatto unico che ci portano a tavola senza scelta, sufficiente solo per chi è interessato alla cura dimagrante.Nè bisogna dimenticare le altre piccole singolarità che si riscontrano nel regolamento della struttura: in camera ci sono due fili scoperti per attaccarci un phon che non c’è.Infatti, uno è disponibile presso la reception e si può usare per passarlo ad un’altra persona.Il vantaggio è considerevole perché gli utenti prima sconosciuti, socializzano.Ma c’è anche la querelle dei costi extra, come l’aria condizionata, la cassetta di sicurezza e l’ombrellone, ai quali va aggiunta una cauzione.Il lettino sulla spiaggia è gratis come il telo, ma per tenere quest’ultimo bisogna lasciare la cauzione, forse perché ora in Grecia la situazione economica è allo stremo più che da noi.Infine, considerato che sono scontenti anche i turisti stranieri, non sarebbe meglio che il Tour italiano rimuova questa struttura dai suoi cataloghi oppure paghi di più il proprietario del complesso affinchè migliori i servizi?

 

Milano 13 ag.2011                                                            Antonio Fomez

Premessa al Maschio Angioino  

Nel momento in cui la crisi economica, la sfiducia nella politica e nei politici, le tangenti, le tirannie e i

massacri nel mondo arabo che imperversano sulla stampa, stacchiamo un attimo la spina da questi tristi accadimenti,  per proporre un evento culturale al pubblico, come questo progetto “Fomez, tra pop e

Kitsch”, con un gruppo di opere medio grandi, eseguite tra il 1963/64 e il 2012. L’idea è quella di

mostrare per la prima volta insieme, le opere realizzate nei primi anni ’60 quando l’autore, passando ad

un nuovo tipo di figurazione è stato tra i primissimi, non solo  in Italia, ad utilizzare il linguaggio della

pop art.Per realizzare questa complessa mostra, ho chiesto in prestito le opere più vecchie ai collezionisti e in special modo, ad un editore di Milano che ne ha parecchie mai esposte.Alcune di queste

le ho riviste dopo 48 anni e francamente l’impatto non mi ha causato alcun trauma, perché la vista

dell’omino  arrabbiato che talvolta si trasforma in un  politico che da un palco  promette case e lavoro,

mi è sembrato piuttosto attuale.

La parte più corposa della mostra riguarda le opere degli anni 60; ci sono anche tre opere del 1991 e 1992

con l’inserimento di alcune finestrelle che richiamano al pop, un  quadro di grande formato del 1985 ed  uno del 2012  con altri due di medio formato eseguiti nello stesso anno, ed  una scultura in bronzo con l’acqua, del 1997.

A completamento del testo scritto da Renato De Fusco, vorrei infine citare uno stralcio dell’intervista concessa a Maurizio Vitiello il 15 novembre del 2011, sulle pagine dell’Avanti. MV. M i racconti qualche episodio curioso che riguarda il tuo lavoro negli anni ’60? “… Il secondo episodio curioso avvenne due anni dopo nel 1968, all’inaugurazione della Biennale di Venezia dove fui accreditato dall’Ente quale critico d’arte, per scrivere un pezzo che pubblicai sulla rivista”Formaluce”di Milano. Venezia in quei giorni era tappezzata sui muri di tanti manifesti, tra i quali ce n’era uno enorme, ma molto segnaletico di Remo Bianco, che esponeva nel padiglione dell’Italia. Al centro dello spazio bianco del manifesto, il

pittore aveva collocato un bel gruppo di bambolotti come i miei, insanguinati dal rosso, sicuramente di forte impatto visivo.  Perdonami la vanità: dal traghetto alle sale, tutti si complimentarono perché pensarono che il quadro fosse mio…e mi assicurarono che sarebbero passati dalla sala dove c’era la mia

personale, che non c’era. Nel pomeriggio mi concessi un attimo di relax, passando dall’affollato bar dei Giardini e sedendomi ad un tavolo per gustare un caffé come tanti altri miei conoscenti.  Molti di questi

hanno in mano L’Espresso”, in quei tempi in formato gigante, e taluni si complimentano con me .Mi chiesero se fossi amico di Bruno Zevi o di Renato De Fusco, in quanto sull’Espresso appena uscito, c'era una recensione del primo, con due grandi quadri riprodotti, uno era il mio ed un altro di Brueghel, ripresi dal libro di Renato De Fusco “Architettura come mass medium”. Cascai dalle nuvole e risposi che li conoscevo di nome, ma non li avevo mai visti né ci avevo mai parlato”.

 

A.f  2012

 

Guerre civili, guida e vecchietta.

 

 

Nel momento in cui la crisi economica, la sfiducia nella politica e nei politici, le tangenti, le tirannie e i massacri in Siria ed in Egitto, imperversano sulla stampa, stacchiamo un attimo la spina su questi tristi

accadimenti,  per annotare tre argomenti indipendenti, magari più curiosi e forse divertenti.

 

PITBULL.Ai giardini di Via Sthendhal a Milano, salutiamo una bella ragazza trentenne, con al  

guinzaglio un tranquillo pastore sardo. Sebbene l’argomento non è di quelli che preferiamo, per gentilezza parliamo con lei di cani apprendendo per fortuna cose interessanti che ci erudiscono vieppiù sulla neurologia dell’essere umano, considerato l’amico degli animali. La donna ci racconta che un suo corteggiatore, non va a spasso col suo pit-bull, un cane di notevole taglia ed una  forza straordinaria, con il muso corto e largo, perché non vuole  che gli altri o tocchino, anzi, per incattivirlo lo tiene spesso

legato, con la scodella del cibo davanti, alla quale non può arrivare. L’ovvia morale è che qualsiasi cane può diventare feroce se viene educato in questo modo.

 

GUIDA.La guida a sinistra, nata nel XVIII secolo e  tuttora in uso in Inghilterra era dovuta ad una necessità: quando due nobili (gli unici a girare a cavallo) si incontravano per  strada, era consuetudine stringersi la mano. Per avere l’altra persona alla propria destra, necessaria per stringergli la mano senza inopportune torsioni del busto, era necessario cavalcare tenendo la sinistra della strada. Ci è sconosciuto il motivo per il quale nel resto del mondo è stata scelta una diversa consuetudine. Tra l’altro, la circolazione a sinistra dei pedoni, dava la possibilità di appoggiarsi al muro con la spalla sinistra e difendersi spada in pugno con la destra, cosa impossibile se si sta appoggiati a destra. Questo in tempi in cui la gente incontrandosi per strada, invece di levarsi il cappello, sfoderava la spada.

RAPINA .Nello stesso Regno Unito,un’ arzilla vecchietta di Northampton, dotata di superpoteri incredibili, interviene durante una violenta rapina in pieno giorno. Un anno fa, un gruppo di sei giovani malintenzionati, sono scesi dalle moto e hanno cominciato  a prendere a sprangate la vetrina di una gioielleria, con i passanti fermi a guardare. Ad un certo punto un’anziana signora ha preso a borsettate i giovani, che se la sono svignata. Due di questi però nella fretta sono caduti dalla moto e sono stati bloccati  da alcuni cittadini. Anche gli altri protagonisti del colpo mancato, sono stati arrestati.

 

Milano 14 febbraio 2012                                                                           Antonio Fomez

 

Strage, politici e ladrerie.

Salgo a Napoli sul Frecciarossa che mi porta a Milano, con il solito tran tran: c’è chi non trova il suo posto chi sbaglia vettura, chi blocca il passaggio delle persone per sistemare i bagagli, mentre dietro si forma una coda, con gli ambulanti irregolari che vendono panini e che pressano, come gli elemosinanti, oltre ai soliti accompagnatori dei passeggeri, che scendono dal treno solo dopo l’ultimo avviso dello speaker di bordo. Mentre leggo il giornale, con l’ennesima strage di civili in Siria e notizie di tangenti da parte di politici corrotti, si avvicina a me un anziano signore dall’accento emiliano, alto e grosso, il quale mi chiede se abbiamo lo stesso numero di posto. Io casco dalle nuvole perché il suo posto prenotato è accanto al mio e lui risponde : con tutti questi posti liberi non potevano darmene uno più comodo?Gli rispondo: la prossima volta le conviene prenotarne due..L’uomo si accomoda altrove bofonchiando.

Ma anch’io ho il mio da fare e mi alzo, in quanto sono disturbato dal mio insopportabile dirimpettaio che parla al telefono ad alta voce. Poco più avanti incrocio un giovane marocchino ben vestito, che non riuscendo a  trovare il suo posto, mi chiede di aiutarlo mostrandomi il biglietto con la sua prenotazione. Così l’accompagno al suo posto e mi siedo davanti a lui, con alla sinistra del corridoio due operai, uno di origini albanesi e ed uno rumeno che si stanno rifocillando. Nel frattempo il magrebino si lamenta del suo pessimo  panino con una sola fetta di formaggio, alta  come un’ostia, ma non è migliore il mio, con prosciutto crudo e mozzarella (in realtà sono trucioli di formaggio, che si depositano tutti sul fondo del sacchetto di carta) comprato al Mc Donald’s della Stazione di Napoli (dove invece è consigliabile comprare un trancio di pizza).

Intanto il marocchino sistema meglio negli appositi alloggiamenti le sue borse , che contengono jeans ed altra merce acquistata a Napoli per 1500€ per rivenderla a Como ad un prezzo doppio. Enuncia anche di aver  subito un furto quando ha comprato un cellulare, perché poco dopo nel contenitore dello stesso ha trovato un sasso, ma non più il venditore sparito dal suo punto vendita. Credo che per il furfante napoletano, rapinare un marocchino sia stato il massimo del godimento! Il ragazzo, completato

il racconto, tra l’arrabbiato e il divertito, vuole sapere da me come abbia fatto il delinquente a sostituire il suo cellulare con una pietra. A questo punto interviene l’albanese, che ha ascoltato la nostra conversazione e ci  riferisce che a loro due era andata anche peggio, perché quali operai di una ditta milanese specializzata in montaggi di stands in Italia e all’estero, erano stati due giorni a Napoli alla Mostra d’Oltremare e gli avevano rubato tutte le attrezzature, fari, materiali e quant’altro, lasciate in deposito all’Ente Fiera. Si erano rivolti a questo organismo e costoro li avevano consigliati di denunciare il furto alla Polizia, che però non ha accettato la querela, sostenendo che il ladro poteva anche essere uno di loro, pretendendo di ricevere dalla ditta di  Milano un fax col dettaglio di tutta la roba trafugata.

Costernato ritorno al mio posto per tirar fuori dalla borsa un foglio e scrivere questa nota.

 

Milano 20 febbraio 2012.                                                           Antonio Fomez

C’era una volta un arab lover

Sul treno Treviglio- mi ritrovo seduto di fronte ad Alì, un giovane muratore magrebino proveniente da Lignano, dove vive e lavora. Il trentenne, dall’aspetto europeo per la sua carnagione chiara, è vestito elegantemente, mentre il suo viso spiccano bruttissimi denti ingialliti ed un’appariscente ciste che gli copre quasi completamente l’orecchio sinistro. Dopo aver ricevuto un paio di telefonate sul cellulare, decide di spegnerlo e mi chiede una penna per annotare su un foglietto la scritta vogera, la sua meta dove afferma che l’aspettano due donne marocchine. Gli faci notare che ha omesso la acca dopo la g e lui mi ringrazia col suo improbabile italiano. Comincia così una conversazione che durerà una quindicina di minuti, dalla quale  apprendo che ho davanti un chiacchierone erotomane, sebbene ignori, cosa sia l’amore come tanti suoi connazionali. Alì mi racconta che a Lignano frequenta una ragazza italiana che vorrebbe lasciare, ma lei lo implora piangendo e supplicandolo di non farlo, tormentandolo con insistenti telefonate. A Como ha in lista di attesa una brasiliana molto tranquilla, che si accontenta di fare con lui solo sesso,; questa sera dormirà a Voghera con una trentacinquenne marocchina e la sorella più giovane, precisando, spavaldamente, che le donne che vanno a letto con lui non dormono mai di notte, perché le tiene deste, con svariate prestazioni. Per gentilezza e fingendo di essere strabiliato delle sue prodezze, gli chiedo come sia possibile che abbia, un tale ascendente con le donne, sentendomi rispondere, che ai bambini arabi è praticata la circoncisione, e fin da piccoli si alimentano con cibi appetitosi e piccanti;: in virtù di tali accortezze potranno sostenere  e da adulti frequenti rapporti sessuali, impensabili da noi europei.

Questo tipo mi ricorda un farmacista di nome Abdul, conosciuto a Turgida che era sempre assatanato di giovani donne illibate, che poi spediva a  Luxor da un suo amico medico per farle ricucire…Intanto comincio ad essere stufo di ascoltare i racconti delle conquiste che mi elenca a mitraglia, l’araba-lover, parlandomi di una ragazza spagnola che afferma di amare molto, ma con la quale non c’è alcuna storia. Mi saluta frettolosamente alla Stazione Centrale di Milano, in quanto deve cercare la coincidenza col treno che lo porterà a Voghera, dove sicuramente troverà le due ragazze ai fornelli, pronte e in vestaglia per la cena, ed ovviamente per il dopo cena…

 

Milano 14 aprile 2012                                                                                  Antonio Fomez

                                                  Rumena, stalting, topi e russa.

 

In treno sulla Milano –Napoli ho di fronte a me una bella ragazza rumena di 23 anni che vive e lavora ad Acerra(Napoli), come cameriera in un ristorante, e che conntinua a ricevere telefonate a raffica sul suo cellulare.In una delle poche pause che gli sono concesse, rivela, su mia specifica richiesta, che le telefonate provengono per lo più dai suoi amici di Acerra e dai parenti che vivono a Bucarest.Tutti sono ansiosi di sapere cm’è andata la sua sortita a Cinisello Balsamo (Milano), dove ha denunciatoun suo ex fidanzato che la tormentava.Olga racconta che ha avuto una relazione ad Acerra con un muratore, suo connazionale,che ora vive a Cinisello e la importuna tutti i giorni al telefono, perché vuole riprendere il rapporto con lei.Non potendone più, la ragazza lo ha denunciato ai carabinieri di Acerra, i quali però a scaricabarile, le hanno consigliato di rivolgersi ai loro colleghi di Cinisello…Ieri pertanto la rgazza è partita da Acetta per recarsi a Cinisello per la denuncia.I carabinieri si sono recati a casa dell’uomo e lo hanno denunciato per stalting, quindi hanno trovato alla ragazza un alloggio di fortuna, presso un convento di suore , ove trascorrere la notte.

Lascio Olga al telefono e occupo un posto più avanti, dove scorgo un uomo che legge un libro sui topi.Mi accomodo accanto a questo lettore chiedendogli come mai sia interessato a taee argomento.La sua risposta, anche se logica, mi stupisce non poco.Apprendo, infatti,che si tratta di un impresario trevigiano titolare di un’azienda di derattizzazione operante in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti e in particolare New York, dove il problema è piuttosto dilagante.Lui propone di risolverlo vendendo agli americani un certo alimento per topi.Termina le sue disquisizioni, mentre stiamo arrivando a Napoli, affermando: se vedo un topo per strada, con la mia auto, mi fermo per lasciarlo passare e non lo uccido. Amo i topi e non voglio perdere un cliente.

Sceso dal treno,trovo posto su una delle panchine all’ingresso della stazione ferroviaria di Napoli, edaspetto una coincidenza per Salerno.Mentre leggo il giornale, si siede accanto a me un robustosettantenne napoletano, piuttosto malmesso d’aspetto, sdendato ma simpatico.Il suo interesse principale è quello di passare spesso dalla stazione ferroviaria di Napoli per  l’adescamento di donne dell’Est di mezza età, specialmente quelle di nazionalità russa o ucraina, Me ne mostra qualcuna che ci gira intorno in quel momento, insieme a qualche suo conoscente napoletano che è qui per il suo stesso scopo. L’idea è quella di corteggiare una donna straniera e prtarsela a casa per fare l’amore:quando trova quella giusta, la ospita qualche giorno, per poi cambiarla..Essendo scapolo e vivendo da solo in un appartamento ubicato nei dintorni, ha pensato bene di poter scegliere persone del gentil sesso che gli preparino da mangiare e si prendano cura della casa.

 

 

Milano 20 Maggio 2012

 

 

 

 

 

 

 

“Oggi il Kitsch”,fortuna ed efficienza

 

Nel giugno scorso, tre giorni prima dell’inaugurazione della mostra “Oggi il Kitsch” curata da Gillo Dorfles e ospitata nelle sale della Triennale di Milano, un amico, navigando su Internet, mi comunicò che in quell’esposizione ci sarebbero stati alcuni miei lavori degli anni ’60. Non essendo al corrente di tale circostanza, cascai dalle nuvole ma in seguito venni a sapere che l’organizzatore, non conoscendo il mio indirizzo, aveva chiesto in prestito tre mie opere alla Fondazione Mazzotta.

Pur non ritenendomi una persona generalmente favorita dalla sorte, ogni tanto mi capitano episodi fortunati, come quella mattina di qualche anno fa in cui uscii di casa alle nove diretto all’aeroporto di Bergamo per imbarcarmi verso il Cairo. Trascinavo la mia valigia con una certa fatica a causa del gomito del tennista e portavo con me anche una borsa contenente i documenti di viaggio, il passaporto, le chiavi di casa e una pesante macchina fotografica. Sotto casa salii sul bus semivuoto della linea 79, occupando lo spazio di quattro posti a sedere (la valigia per terra e la borsa su uno dei tre sedili), talmente stretto e scomodo da non sapere dove mettere le gambe. Scesi alla fermata della Centrale del Latte  per prendere un altro mezzo diretto alla Stazione Centrale; da lì avrei dovuto utilizzare una navetta diretta all’aeroporto di Orio al Serio. Mentre mi avviavo verso quest’ultima fermata, venni assalito dal panico perché mi resi conto di avere dimenticato la borsa sull’autobus precedente! Terrorizzato dall’ipotesi di essere arrivato al termine del mio viaggio, prima ancora di averlo cominciato, ero sicuro che qualcuno avrebbe rubato la mia borsa o, nella migliore delle ipotesi, l’avrebbe consegnata all’Ufficio Oggetti smarriti dell’ATM e chissà quando avrei potuto recuperarla. Per fortuna, sulla circonvallazione esterna, incrociai una pattuglia composta da tre vigili urbani ai quali chiesi soccorso spiegando loro il mio intoppo. Uno di questi suggerì a un altro d’inforcare la bici e raggiungere il bus, mentre io consigliai di pescare il numero del cellulare dell’autista, tramite la sua Azienda. Il vigile seguì il mio consiglio e subito dopo m’avvisò che era riuscito a contattare  una sua collega che aveva ritrovato la mia borsa e me l’avrebbe consegnata al capolinea della linea 79, poco distante da dove mi trovavo. Detto fatto:  nel giro di quindici minuti, rientrai in possesso della preziosa borsa. Felice, regalai un bacio con le mani alla donna efficiente e assicurai la borsa al collo con una catena proponendomi di non mollarla più per tutto il viaggio.

Mi chiedo: se un giorno mi dovesse capitare lo stesso inconveniente in altre città italiane o estere, potrei contare sullo stesso epilogo?

 

Milano 22 giugno 2012.                                                                     Antonio Fomez

 

 

Clausura alle Baleari, Ibiza e Formentera

Siamo grati all’agente di viaggi, che ci ha fatto girare e conoscere nuovi paesi, perché le località che ci consiglia, specie quelle più sgangherate, ci stimolano alla scrittura. Non è un caso che alcuni nostri scritti, come quello “Per un suicidio a Kos”del 2011, pubblicati su una rivista milanese e sul sito dell’autore, hanno suscitato qualche curiosità da parte dei lettori. Ma, non anticipiamo.

Dopo lo sventurato viaggio nell’isola greca di Kos, da buon samaritano ripassiamo dalla nostra Agenzia di Viaggi per prenotare una vacanza ad Ibiza. Francamente, sebbene rassicurati dall’agente che nell’isola spagnola, in località Cala Tarida, avremmo trovato tutto il benessere che si spera di trovare in vacanza, approdati in loco le sorprese sono arrivate a grappoli, a cominciare dalla struttura alberghiera, mal collegata al mare ed ubicata in un luogo desolato. Potremmo anche perdonare la classe inferiore trovata, a due anziché a tre stelle, perché alla fine la sistemazione alberghiera è stata dignitosa, ma non l’accesso disagevole alla spiaggia, per raggiungere la quale bisognava scendere un centinaio di gradini. Il complesso è tuttavia circondato da una collina rigogliosa di verde, dalla quale si può raggiungere una deliziosa caletta con una piccola spiaggia tranquilla, dopo una scomoda discesa, tenendosi ad una fune ancorata ad un cespuglio alla sperindio.

La principale negatività di quest’avventura alle Baleari è per noi, come per gli altri ospiti, è quello di essere finito in una prigione, in quanto tutt’intorno non c’è vita, se non montagnole, un minimarket, un bar ristorante mentre, il centro d’Ibiza dista ben venti chilometri, e si può raggiungere solo con un salato taxi. Affermano che di sera Ibiza sia molto animata ed interessante, perché nel centro dell’isola esplode tutta la libertà e la trasgressione possibile, che non accende le nostre fantasie, né c’interessa osservare quei turisti che fotografano la varia fauna che circola per le strade, per lo più composta di gruppetti d’inglesi ubriachi e stravaganti che ne combinano di tutti i colori. Secondo il racconto di alcuni giovani, ad Ibiza le discoteche sono tra le più belle al mondo, con un costo d’ingresso che si aggira intorno ai 100€ e con una consumazione che parte da circa 18€. Un’altra cittadina vicina è quella di S.Antonio, più piccola d’Ibiza e lontana circa 10 chilometri dal nostro villaggio, raggiungibile con un bus di linea, che termina le sue poche corse alle 19; cosi per rientrare di sera nel nostro reclusorio, bisogna prendere un taxi. A S.Antonio, preferiamo recarci di mattina con la comoda corriera, rinunciando alle lusinghe intriganti della movida catalana, quando i numerosi turisti stranieri, in maggioranza sudditi d’Elisabetta, circolano per la brutta cittadina con altre persone eccentriche, disinibite e senza freni, che ingurgitano birre e liquori dalla sera alla mattina, vomitando tutto, prima di andare a dormire.

C’è di buono che in tutta l’isola, le spiagge sono libere e non si paga nulla se non il noleggio degli ombrelloni e dei lettini. Il primo giorno dal nostro arrivo, siamo scesi subito nella spiaggia più vicina al nostro villaggio, per assaporare le bellezze ed i profumi del mare, per rinfrescare le ossa dopo la lunga bolla di calura africana che ha avvolto l’estate milanese. Iniziamo la discesa dei famigerati scalini: sulla sinistra di questi c’è un invadente complesso d’appartamenti recenti, incassati nella collina, che arriva fin sulla spiaggia affollatissima, somigliante ai nostri peggiori lidi adriatici, con un mare giallo con le alghe (nelle prime ore del mattino il mare è però limpido). Tratteniamo a stento le lacrime ed il primo pensiero è stato quello di interrompere il viaggio e ritornarcene nell’Italia meridionale, per immergerci finalmente nelle nostre acque azzurre, uniche al mondo. Così, alla ricerca di un mare spettacolare, prenotiamo un’escursione nell’isola di Formentera, per 77€, escluso il pranzo, imbarcandoci ad Ibiza sull’aliscafo, che ci porta a destinazione dopo una navigazione di trenta minuti. Il primo impatto con Formentera è incoraggiante: apprezziamo subito la bellezza dei suoi muri bianchi, come quelli della chiesetta di S.Francesco costruita nel 1700 ad una sola navata (la guida spagnola che noi correggiamo afferma che la chiesa ha una sola nave). Ritorniamo poi sul pulman per raggiungere il Belvedere della Mola, dove dall’alto si ammira un bel paesaggio, con una striscia di verde al centro tra due mari. Subito dopo ci fermiamo all’estremità dell’isola sopra un suggestivo strapiombo mozzafiato, dove tra le pietre ci sono tante lucertole di un appariscente colore verde smeraldo, che per istinto accorrono numerose, se qualcuno offre loro prosciutto o pomodori. La guida afferma che molte persone sono morte precipitando casualmente da questa stupenda veduta, così come non si contano il numero dei turisti suicidi. Nel primo pomeriggio, il nostro autista ci lascia nei pressi di un litorale, fissandoci un appuntamento per le 17. Sull’arenile di questo lido infelice, troviamo un forte vento che fa volare gli ombrelloni, le sterpaglie ed i rovi dai boschetti, la rena è risucchiata dalle folate ventose continue, scoperchiando nudi lastroni di pietre taglienti, che danneggiano i piedi dei fuggitivi, compresi quelli dei nudisti scacciati dall’Eden, ma senza le foglie che coprono i corpi d’Adamo ed Eva, come nel celebre affresco di Masaccio. Sul mare marrone per via delle alghe è impossibile bagnarsi, per via delle forti onde, buone per gli sportivi del kitesurf, mentre nel frattempo il sole è sparito ed il cielo si è imbronciato. Non ci resta che recarci in anticipo al luogo dell’appuntamento fissato dall’autista del pulman e, mentre piove leggermente, ci rifugiamo in un bar per gustare un costoso gelato.

Rientriamo al villaggio nel pomeriggio e scendiamo al mare giallo, alla ricerca di un posto più lontano che non troviamo: abbiamo, però la fortuna di assistere ad una scenetta gustosa, che ricordiamo con simpatia. Tra la spiaggia e la battigia due ragazze bionde e carine, improvvisano una performance che somiglia ad una sfilata di moda, indossando e volteggiando in alto colorati parei, a ritmo di danza, che scopre le loro tette abbronzate. Abbiamo impiegato qualche minuto a capire che era tutta una messinscena per attirare l’attenzione dei bagnanti, per vendere una mappata di parei appoggiati sulla rena al prezzo di 22€.

Nel frattempo al villaggio ci sono nuovi arrivi di turisti italiani; taluni di questi, con bambini e carrozzine, si lamentano per la scomodità con cui si ha accesso al mare. Per tali disagi, come già detto in altre occasioni, ci sarebbe bisogno che gli operatori del settore turistico prestassero maggiore attenzione prima di vendere il pacchetto di un soggiorno senza pensare esclusivamente al guadagno, ma anche alle necessità del turista. Tra l’altro verifichiamo che per lo stesso viaggio altre agenzie sparse in Italia praticano prezzi molto diversi. Ma qui ci sono anche persone contente, perché confrontando il nostro prezzo da single, ammontante a 1140€, per una settimana di vacanza, ci siamo accorti che altre hanno speso la metà della nostra cifra, prenotando voli normali di linea e trasferimenti, tramite Internet. Considerando la crisi galoppante in Italia, che ha visto chiudere stabilimenti, fabbriche e quant’altro, è facile prevedere, pur senza essere Nostradamus, che tra pochi anni, le agenzie turistiche non esisteranno più perché falliranno, in quanto i clienti non potranno più sopportare spese così alte per una vacanza, alle quali si aggiungono costi aggiuntivi poco credibili, (tassa d’iscrizione, adeguamento carburante, tasse, ecc).I Tour operator, magari in futuro continueranno a durare, ma si libereranno delle agenzie che lavorano male, vendendo invece i loro viaggi direttamente al cliente informatizzato. Il personale delle agenzie, composto comunemente da ragazze bugiarde che non conoscono nulla delle località che propongono alla clientela, non morirà di fame dopo la chiusura dei loro negozi, perché potrà lavorare, scaricando merci e bagagli negli scali aerei e marittimi di tutto il mondo, da Ibiza, al Congo se non in Nigeria, dove tra l’altro potranno favorire l’espatrio di ragazze professioniste. I numerosi dipendenti del settore turistico, dopo la spending review dei Tour Operator più seri, potranno più modestamente continuare il proprio lavoro, allestendo una piccola bancarella nelle piazze delle loro città, provvista di un p.c. dal quale attingere tutte le informazioni e prenotazioni turistiche, da fornire ai turisti anziani digiuni d’informatica, al giusto costo di 10€ per ogni operazione richiesta. Ovviamente potranno anche esercitare il mestiere di badante turistico, in concorrenza con gli extracomunitari.

La settimana di vacanza trascorsa ad Ibiza, termina il 12 agosto, come le Olimpiadi di Londra, nelle quali l’Italia si è classificata all’ottavo posto per numero di medaglie. Anche nel nostro villaggio taluni turisti si sono misurati in alcune prove sportive proposte dall’animazione, la gara di braccio di ferro, il torneo di calcetto, quello di freccette e quant'altro, tutti vinti da un tale di nome Nino con gli occhialini alla Lennon, che ha onorato la frase di Warrol: ogni persona ha diritto a cinque minuti di celebrità! Ci piace anche segnalare altri personaggi incontrati qui, con i quali abbiamo più volte conversato. Tra questi un ingegnere salernitano, appena arrivato in albergo con moglie e due bimbi grassocci, ci racconta che ha inviato alla sua agenzia di viaggi, un fax di protesta perché la sera precedente il suo aereo è partito da Napoli con un’ora e trenta di ritardo e poiché è arrivato qua dopo le ore 22 e gli hanno fatto saltare la cena. Ma, andiamo avanti con i flash, segnalando Beppe del Lago Maggiore, funzionario di una ditta che si occupa dello smaltimento dei rifiuti ed è interessato all’arte, una bella coppia di giovani della Val d’Aosta, una pallavolista molto carina con il fidanzato, un ecologista impegnato nella lotta anti-TAV, per la nota questione del traforo del Monte Bianco che molti valligiani non vogliono. Curiosa poi la coppia anziana siberiana, che vive a 2.000 chilometri da Mosca, che è qui con un delizioso bambino di 10 anni, ma non si capisce se è un loro nipote oppure è un bimbo adottato, in quanto la nostra conversazione in inglese con l’uomo che lo parla peggio di noi, non l’ha svelato. Nè si può trascurare, tra i gitanti di Formentera, una coppia di veronesi con un bambino più piccolo del siberiano, il quale s’è preso ad ogni piè sospinto, una serie di ceffoni e tirate d’orecchie dai suoi genitori, perché a loro dire non obbediva. Nell’ultimo flash, citiamo un single trentaduenne, proveniente da quel ramo del Lago di Como che, essendo timido con le donne ci chiede com’è meglio rapportarsi con queste. Il giorno dopo lo ritroviamo molto pimpante, perché la sera prima si è fatto massaggiare dall’esperta massaggiatrice dell’albergo, al costo di 20€, e che la cosa gli è piaciuta.

Infine, ci sembra doveroso accennare ad alcune positività riscontrate in questo soggiorno spagnolo. La prima riguarda l’animazione italiana nel villaggio: sebbene sia stata dilettantesca con improbabili scene di cabaret obsoleti e volgari, ha però contribuito a distrarci dalla monotonia della nostra prigione. La seconda è che aver trovato il brutto tempo a Formentera è stato solo un caso sporadico, in quando da queste parti non piove quasi mai. Infatti, altri turisti che ci sono andati dopo di noi, realizzando un Tour diverso dal nostro in catamarano, sono rientrati soddisfatti, esclusi quelli che hanno vomitato anche l’anima durante le traversate o con le carni lacerate dalle meduse. La terza positività la incassiamo la notte prima della partenza per la Malpensa sognando Eolo travestito da Caruso, che ci ammonisce: se il vento ti da fastidio, non venire più da queste parti, piuttosto ti regalo un consiglio, “Torna a Surriento”.

 

Milano Ag.2012                                                                                          Antonio Fomez

Una pseudo fidanzata chiatta.

 Alla stazione del metro di Famagosta, mi fermo dal giornalaio ed incontro una donna originale e simpatica, alta un metro e mezzo e poco meno larga, la quale scambia con me delle parole spiritose ed audaci. Con tale sconosciuto personaggio mi lamento scherzosamente perché mi prende in giro, minacciandola che se continua su tale registro, sarò costretto a chiamare Telefono Azzurro. La donna ride e afferma che non è il caso, perché mi ritiene sano di mente e lucido, e mi fa persino i complimenti; da parte mia, visto che la signora si dimostra subito intraprendente, affermo ridendo che potremmo anche fidanzarci in casa. Lei risponde che fidanzarsi le va bene, ma che oggi non si usa più. La saluto e mi avvio alla barriera del metro, ma la mia la tessera elettronica segnala rosso e pertanto mi ricordo che non ho rinnovato l’abbonamento.Non mi resta che ritornare dal giornalaio e qui ritrovo la donna, che mi accoglie con uno smagliante sorriso, illudendosi che lo scrivente è tornato indietro con una scusa per rivederla. Finita la mia operazione, la donna mi chiede di accompagnarla al treno e di aiutarla a portare una delle tre ingombranti borse che ha, cosa che faccio, sebbene con poco entusiasmo. Saliamo insieme sulla vettura più vicina, mentre la donna afferma che non è anziana perchè ha solo 65 anni, che viva sola a Rozzano e che ha una figlia soprano di 42 anni che canta alla Scala. Ci sediamo di fronte: io sono accanto a due giovani donne arabe col capo coperto da un fazzoletto, mentre la vedova, con le sue borse ha occupato tre dei quattro posti disponibili accanto a lei. La conversazione  continua e la signora, approfittando che una delle sue borse è caduta sul pavimento ed io l’ho raccolta, m’invita a sedere accanto a lei, liberando un posto. Ad un certo punto afferma che vuole rivedermi e mi scrive su un foglietto il suo numero telefonico per poterci incontrare; seguono la scena una ragazza filippina e le due arabe, che sorridono. La donna mi porge il suo numero telefonico, ma vuole a tutti i costi che le prometti che le telefonerò. Dice anche che il 31 dicembre scorso è stata in una discoteca milanese, dove si è molto divertita a ballare, previo un biglietto d’invito gratis di Berlusconi, all inclusive con il consumo di un’ottima cena. Lei afferma che ha la musica nel sangue…Alla fermata del metro a Romolo, salgono due musicisti sud americani, un fisarmonicista ed una cantante strappalacrime. La mia aspirante fidanzata, chiede alla solista se può cantare “Besame mucho”, ottenendo il suo consenso, al suono di tale motivo, la donna appesantita balla e piroetta con la cantante, mentre mi rivolgo alle due maghrebine ed in arabo esclamo: questa donna è pazza, ottenendo in cambio una sonora risata dalle due giovani. Per fortuna la mia signora d’origini siciliane, scende alla fermata di Lanza….

 

Milano 29 sett.2012.                                          Antonio Fomez

                                                           Mariuoli

 

 

A Milano, dopo aver pagato 130€ per il cambio di una pulsantiera di plastica e di un condensatore di una piccola lavatrice (entrambi dal costo presunto di non più di 10€ ), ci piacerebbe  conoscere se anche in altre città italiane si raggiungano tali vergognosi eccessi.

Così come vorremmo sapere, ora che  ci  ritroviamo nel vortice di una fase terribile di recessione, come si possano giustificare certi sprechi e se, ad esempio, sia giusto che un automobilista che abbia la sventura di “schiattare” una gomma, per sostituirla,oggi, come afferma il gommista , ne debba comprare forzatamente due.

Questi due modesti casi sono però inezie al confronto delle ruberie di una società di consulenza fiscale, operativa a Chiavari (Genova), che per anni ha riscosso l'Ici in nome e per conto di almeno 400 Comuni italiani. Solo che, invece di versarla nelle casse dei propri clienti, l'ha fatta sparire con artifici contabili, appropriandosi indebitamente di fondi pari a circa 20 milioni di euro.

Il “mariuolo” del titolo è vocabolo napoletano che ebbe un grande diffusione nel 1992, all’epoca di Mani Pulite, quando il presidente del Pio Albergo Trivulzio venne colto in flagrante mentre accettava una tangente di sette milioni di lire da un imprenditore, proprietario di una piccola società che voleva assicurarsi la vittoria nell'appalto per le pulizie dell'ospizio.

Anche quest’ultima somma oggi assume una valenza ridicola di fronte alle quantità di denaro pubblico che molti amministratori di vari partiti politici hanno usato, a fini privati , per acquistare ville, barche, lingotti d’oro e godersi la vita con viaggi di lusso.

Nel contempo, mentre la nostra economia è allo stremo, c’è un gran parlare delle prossime elezioni politiche  che,però, interessano poco,perché, anche se subentreranno in Parlamento nomi nuovi, la gente è sfiduciata e teme che altri politici, eletti  “democraticamente” come l’ assessore  che ha pagato 400.000€ ad un’organizzazione malavitosa per avere in cambio 4.000 voti, si comportino esattamente come i loro predecessori.

Per tentare di mettere a posto i conti pubblici, si è dovuto optare per un Governo tecnico presieduto da Monti che, sebbene abbia tartassato solo le classi più deboli, qualcosa di buono l’ha pure fatto. Oggi molte persone, specie quelle non legate  ai carrozzoni politici, sono propense a non andare a votare nel 2013 e sperano, contemporaneamente, in un Monti bis, sganciato,però, dai partiti e con le mani più libere.

E’ chiaro a tutti ,ormai, che la politica italiana è fallita e i tentativi di rigenerazione di un Renzi, con la sua “Rottamazione” o di una Santanchè, con il suo “Azzeramento dei vertici”,risultano vani ed inutili palliativi, perché il rinnovamento politico è possibile solo attraverso una trasformazione  etica della società italiana.

 

Milano 20 ott.2012.                                                               Antonio Fomez.

La poltrona del dentista

 

Dall’aeroporto di Trapani mi accompagnano in auto nell’albergo di un paesino sperduto a 5 km dal mare, dove trascorro una vacanza di una decina di giorni. L’albergo, di recente costruzione, è situato nel tranquillo entroterra siciliano ed è provvisto tra l’altro di un comodo servizio navetta del quale possono fruire gli ospiti dell’hotel per recarsi alla spiaggia più vicina. L’autista del pulmino è Pippo, un giovane medico dentista, comproprietario dell’albergo, impegnato con un lavoro che non è il suo, per economizzare sulle spese di gestione. Tra l’altro, in questo periodo Pippo deve controllare anche il lavoro dei muratori che stanno innalzando una casa dove abiterà con la moglie al primo piano, mentre al pianterreno nascerà il primo studio dentistico del paese. La sua aspirazione è quella di creare uno studio all'avanguardia, con attrezzature professionali moderne, come ad esempio l’apparecchio per le radiografie della bocca da osservare in tempo reale anche da parte del cliente sdraiato sulla poltrona, tramite uno schermo a colori; e altri strumenti per l'odontoiatria per creare dentiere, d'oro o di porcellana, in modo da poter soddisfare qualsiasi cliente, anche quello più ricercato, che può aspettare il proprio turno in una confortevole sala d'attesa, arredata con poltroncine dal design d’autore.

Nell’attesa che si avveri questo sogno, mi porta in un appartamento di proprietà della zia, dove nella gran cucina ( che spero nessuno usi come tale) si trova la poltrona da dentista, dalla quale esce un tubo collegato al rubinetto del lavandino per lavare i piatti, mentre è a vista un filo elettrico volante, che oltrepassa un bidone per i rifiuti tossici. In questo periodo è proprio qui che Pippo riceve i suoi pseudo clienti ed opera le estrazioni e quant'altro, senza percepire un euro, in quanto parenti o amici...

Un’altra volta, di ritorno dal mare, Pippo ferma il suo furgone alla periferia del paese per mostrarmi in un deposito le piastrelle che ha ordinato ad una ditta di Iesolo per il suo studio in costruzione. La piastrella (dal costo di 80€ al metro quadro) di colore rossastro è di cm 40x40 e presenta un curioso disegno con chiazzature blu e filamenti che hanno l'aspetto di dipinti informali, con superfici scavate e solchi smerigliati che sembrano bruciature. A tal proposito gli faccio notare che queste piastrelle sono belle, ma non consone al suo studio dentistico, in quanto antigieniche (se in quei solchi cade qualche goccia di sangue o altro come le ripulirà? ). Pippo non è però d’accordo sulla mia riflessione, ma forse non s’arrabbia con me perché è interessato ai miei quadri visti sul sito e spesso mi ricorda che prima di ritornare a Milano vuole un mio quadro ( ovviamente non mi parla di soldi per comprarlo), da appendere alle pareti del suo studio.

 

Milano 19 novembre 2012                                                                      Antonio Fomez

 

 

 

 

Dall’Italia all’Egitto

 

Dall’Italia…Nel clima pre-elettorale del dicembre 2012, segnaliamo l’annuncio di Silvio che non si candiderà al Parlamento nel 2013 e lascerà il posto al suo vice Alfano dopo le primarie. Qualche giorno dopo l’uomo d’Arcore, dopo aver fatto cadere il Governo Monti, pubblica la notizia che si candiderà per la carica di premier, rendendo felice mezzo mondo, perché tale decisione potrebbe contribuire alla sconfitta del suo partito e a spazzarlo via dalla scena politica. Neanche il tempo per far gongolare i suoi avversari, che l’ incredibile ex Premier, qualche giorno dopo, smentisce la precedente dichiarazione, affermando che farà un passo indietro se si candida Monti in una lista di centro destra con una coalizione di moderati, compresa la Lega ma con lui coordinatore.

Contemporaneamente, la politica s’infiamma con nuove liste elettorali e vecchi volti. D’altro canto, Grillo da profeta diventa dittatore, espellendo alcuni suoi colleghi del movimento 5 stelle, candidati alle elezioni politiche, perché non sono d’accordo con i suoi atteggiamenti narcisisti

…all’Egitto 2012 C’è anche qui un annuncio di Morsi che, solo dopo i morti e i feriti tra gli oppositori durante l’assedio al suo palazzo presidenziale al grido:”l’Egitto non è tuo, vattene”, si è deciso ad annullare quel decreto presidenziale del 22 novembre nel quale ampliava i suoi poteri. L’opposizione al regime è guidata da El Baradei, premio Nobel per la Pace nel 2005, anima di quella rivoluzione che, nel 2011, ha spodestato lo zio di Ruby. In questo periodo il coordinatore del Fronte di Salvezza Nazionale che comprende molti partiti dell’opposizione, ha affermato che Morsi ha chiuso la porta al dialogo e che le parole del nuovo capo dello Stato sono identiche a quelle che profferiva Mubarak.Tra l’altro, il 15 dicembre, Morsi ha indetto un referendum sulle modifiche alla Costituzione, da lui stesso introdotte, tramite un’assemblea di dubbia costituzionalità, perché i suoi componenti sono solo  partiti d’ispirazione islamica. Una gran parte degli egiziani considera illegale questa consultazione, sostenendo  che prima del referendum occorra attendere le decisioni della Corte Costituzionale che si dovrà pronunciare sulla legittimità delle trasformazioni introdotte da Morsi. Secondo i rappresentanti dei gruppi liberali, laici e cristiani, il testo della nuova Costituzione è troppo improntato ai principi della sharia, la legge basata sulla religione islamica.

Forse c’è una leggera affinità tra la protesta araba che vuole una democrazia laica al di fuori del fanatismo religioso e quell’italiana che aspira al rinnovamento della classe politica (alle recenti elezioni regionali siciliane ha vinto l’astensionismo al voto !). Solo attraverso una trasformazione etica della nostra società, come abbiamo già scritto su queste pagine, nel pezzullo “Mariuoli” dell’ottobre 2012, si potrà uscir fuori dai nostri problemi e dalle nostre contraddizioni.

 

Milano 22 dicembre 2012                                         Antonio Fomez

 

 

                                                     Zanzibar(ridotto di Faraone a Zanzibar del 2008)

 

Zanzibar è un’isola corallina dell’Oceano Indiano che ha un’amministrazione autonoma e due Presidenti, uno nell’isola ed un altro che governa in Tanzania.Zanzibar è ricoperta da belle foreste di tek, ha coltivazioni di canne da zucchero, palme da cocco, banani, noce moscata, cannella, risaie e chiodi di garofano, dei quali è il maggior produttore mondiale. La popolazione è in prevalenza di religione musulmana, mentre in Tanzania è cristiana. Ci rimettiamo in viaggio con altri turisti in bus dirigendoci verso la struttura alberghiera Kikanga Lodge, percorrendo per 70 km una strada brutta, con ai lati sterpaglie, foreste e catapecchie. Superato il centro abitato di Stone Town non s’incontra più niente, se non qualche sparuta capanna fatiscente seminascosta tra la vegetazione. Dopo un’ora e mezza di percorso, l’auto svolta in uno stretto sentiero, con buche, dossi, pietre sporgenti e quant’altro che, grazie anche all’imperizia dell’autista, ci procurano spiacevoli sobbalzi per oltre un chilometro.La spiaggia è bellissima, bianca come nei sogni e il mare cristallino ha delle spettacolari strisce verdi e azzurre dalle diverse tonalità, appena dopo la baia corallina. La sabbia  è orlata di palme e si allunga per vari chilometri, da entrambi i lati, passando da costoni di rocce avorio dove 0scende la luce che ingioiella le pietre.Nel mare, per bagnarsi le caviglie o raggiungere l’acqua alta, bisogna camminare per alcune centinaia di metri, facendo molta attenzione ai fastidiosi ricci che si conficcano nei piedi anche calzando le apposite ciabatte. Nel pomeriggio c’è l’alta marea e le cose cambiano in meglio: l’acqua diventa caldissima e talvolta può raggiungere una temperatura di circa 30°. Intorno alle 16, 30 ci si può bagnare in qualche pozza più grande, ma l’acqua non è limpida a causa dei movimenti della sabbia che porta in superficie un’enorme quantità d’alghe. Il completamento del ciclo dell’alta marea avviene intorno alle 18, sempre con le alghe, ma con l’assenza del sole.È incredibile che in un posto del genere il mare sia impraticabile e si debba perciò ricorrere alla piscina.Tutta la struttura turistica è difesa da folclorici Masai, che sembrano finti e travestiti, e forse sono qui per dare colore al complesso. I Masai sono equipaggiati con lunghe lance di bambù e da una spada metallica, ridono e scherzano con tutti, ma sono anche moderni col loro cellulare, giocano a calcio, e taluni sono galanti con le donne.All’alba partiamo in bus per raggiungere l’aeroporto di Zanzibar, ritrovando l’umanità dolente dei facchini e dei questuanti, compresi i poliziotti che però chiedono la mancia a bassa voce. Facciamo un insolito check-in en plein air fuori l’aeroporto, con la sorpresa che, per il visto d’uscita occorrono 38$ anziché 30, come stabilito ( all’arrivo pagammo 40$ per il visto d’ingresso) poiché gli otto dollari in più sono un’ulteriore tassa sull’inquinamento, facendoci riflettere che non ritorneremo più in questo Paese perché stanchi di una vacanza che ci ha creato non pochi disagi.

 

Milano 27 gennaio 2012                                                                  Antonio Fomez

Clausura alle Baleari (testo ridotto per Artecultura).

Francamente, sebbene rassicurati dall’agente che nell’isola d’Ibiza, avremmo trovato tutte le comodità che si spera di trovare in vacanza, approdati in loco le sorprese sono arrivate a grappoli, a cominciare dalla struttura alberghiera, mal collegata al mare ed ubicata in un luogo desolato. Lo sviluppo negativo di questa nostra avventura alle Baleari è per noi, come per gli altri ospiti in maggioranza italiani, quello di essere in una prigione, in quanto tutt’intorno non c’è nulla, se non montagnole, un minimarket, un bar ristorante, mentre il centro d’Ibiza dista ben venti chilometri, e si può raggiungere solo con un salato taxi. In ogni caso siamo grati alla nostra agente di viaggio, perché le località che ci consiglia, specie quelle più sgangherate, ci stimolano alla scrittura. Per tali disagi, come già detto in altre occasioni, ci sarebbe bisogno che gli operatori del settore turistico prestassero maggiore attenzione prima di vendere il pacchetto di un soggiorno senza pensare esclusivamente al guadagno, ma anche alle necessità del turista. Tra l’altro verifichiamo che per lo stesso viaggio altre agenzie sparse in Italia praticano prezzi molto diversi. Infatti, confrontando il nostro prezzo da single, per una settimana di vacanza, ci siamo accorti che altri hanno speso la metà della nostra cifra, prenotando voli normali di linea e trasferimenti, tramite Internet. Considerando la crisi galoppante in Italia, che ha visto chiudere stabilimenti, fabbriche e quant’altro, è facile prevedere, che tra pochi anni, le agenzie turistiche non esisteranno più perché falliranno, in quanto i clienti non potranno più sopportare spese così alte per una vacanza, alle quali si aggiungono costi aggiuntivi poco credibili, (tassa d’iscrizione, adeguamento carburante, tasse, ecc).I Tour operator, magari in futuro continueranno ad esistere, ma si libereranno delle agenzie che lavorano male, vendendo invece i loro viaggi direttamente al cliente informatizzato.

Il personale delle agenzie, composto comunemente da ragazze bugiarde che non conoscono nulla delle località che propongono alla clientela, non morirà di fame dopo la chiusura dei loro negozi, perché potrà lavorare, scaricando merci e bagagli negli scali aerei e marittimi di tutto il mondo, da Ibiza, al Congo se non in Nigeria, dove tra l’altro si potrà favorire l’espatrio di belle ragazze professioniste. I numerosi dipendenti del settore turistico, dopo la spending review dei Tour Operator più seri, potranno più modestamente continuare il proprio lavoro, allestendo una piccola bancarella nelle piazze delle loro città, provvista di un p.c. dal quale attingere tutte le informazioni e prenotazioni turistiche, da fornire ai turisti anziani digiuni d’informatica, al giusto costo di 10€ per ogni operazione richiesta.

 

Milano sett.2012                                                                                                   Antonio Fomez

 

Patate con riso

 

Talvolta mi piace cucinare piatti gustosi, ispirati a quelli appetitosi del Sud, che non trovo nelle cucine o nei ristoranti del Nord d’Italia. In realtà, posso cimentarmi nella creazione di qualche piatto, quando la cucina è in ordine, altrimenti, se procedo alla preparazione senza alcun aiutante, dopo pochi minuti la cucina si trasforma in un set cinematografico, con pentole, stoviglie, coperchi e posate che occupano tutti i piani d’appoggio dell’ambiente. Meno male che ho un capiente forno nel quale imbosco piatti e padelle che lascio alla mia collaboratrice domestica,  quando arriverà per i suoi lavori settimanali.

Sfaticato e pigro come sono, soprattutto per quanto riguarda la pulizia delle cose che uso durante la creazione di un piatto, mi vien voglia di cucinare sempre il giorno prima che arrivi la mia governante. In genere, quando mi accingo a fare il cuoco,non sono frenato da  un fornello con vari tipi di incrostazioni: caffè fuoruscito dalla macchinetta , residui della frittura della sera prima, croste di zucchero o altri liquidi rappresi. Raramente ,con due “mappinelle” merlettate ad uncinetto, ricordo della mia mamma, cerco di pulire le superfici sporche ma più spesso questi “preziosi merletti” mi servono per sollevare dalle piastre del fornello la caffettiera da cui il caffé bollente spesso deborda sul piano laccato bianco. Confesso  che ,qualche volta, la caffettiera,addirittura, l’ho dimenticata sul fuoco, ritrovandola quasi liquefatta e scheletrita.

Oggi ho preparato una pietanza che,di solito, mi riesce bene : patate con verdure, riso ed altri ingredienti. Questa volta non ho aggiunto i pomodori, per creare un piatto monocromo di colore chiaro. Lascio il riso in cottura e penso al progetto di un nuovo quadro con un pupazzo di zebra della serie Madagascar, rinchiuso dietro le sbarre, inglobato in una scatola di legno dietro la tela. Ad un certo punto suona l’orologio del forno, mi alzo, chiudo la manopola e lascio raffreddare la delizia. Nell’attesa che ciò avvenga, butto lo sguardo sul p.c. dove, in diretta live, arrivano le mosse di una partita di scacchi tra due grandi campioni, uno dei quali è il nostro ventenne, G.M. Fabiano Caruana, numero 5 nel rating mondiale. La mia mossa successiva, con la fame che mi ritrovo, è quella di scoperchiare,finalmente, la pentola, per assaggiare la bontà del contenuto. Temo,però, che questa volta non sarà così: l’aspetto di questo pseudo minestrone non è bello! Un disgustoso “pastruglio” di colore marrone si presenta ai miei occhi e, quando mescolo tutto , vedo galleggiare, tra riso e verdure varie, una presina lordata d’acuminati residui ittici. Butto via tutto e, disgustato,  calmo la mia fame con un più sano panino al prosciutto di Parma.

 

Milano 23 gen.2013                                                                                  Antonio Fomez

 

Ruggito col Perseo.

Dall’antichità ad oggi gli artisti, scartando quei pochi nati benestanti o quelli entrati nelle grazie dei vari “Papi”o di politici importanti,, hanno trascorso un’esistnza spesso difficile, magari a succhiare chiodi, se non a spremere sangue dalle pietre.In ogni caso credo che tutti abbiano avuti problemi nella realizzazionedelle loro opere, specialmente di quelle,tecnicamente più complesse. Grandi furono le difficoltà incontrate da Cellini durante la creazione del Perseo .Una per tutte: nel momenro della fusione, un terribile incendio consumò anzitempo lalega di rame e stagno e, per ottenere il bronzo, il grande artista fu costretto a scaraventare nella fornace tutti i piatti e le scodelle di stagno della sua cucina.

Alla luce di queste diffficoltà, alla fine del 2012,ho deciso di progettare nuove opere, utilizzando le tecniche della stampa digitale,con svariate prove fotografiche,consapevole che occorreranno mesi per portare a compimento il tutto.Sto progettando alcune opere oggettuali, tra le quali due piuttosto complesse che prevedono sulla tela, un gran buco comunicante con una profonda scatola di legno, fissata sul retro del quadro e nella quale saranno ospitati pupazzi pupazzi di animali. Per tale progetto faccio riferimento al solito barvo Giuseppe, un artigiano che da tempo provvede a montare su telai i miei dipinti. Sarà lui a realizzare, su mie indicazioni, le scatole. Finalmente, dopo 45 giorni, dopoaver aspettato più del previsto, passo da Giuseppe per ritirare i manufatti. Lesorprese sono molte!!La tela non appoggia sul telaio ma su un compensato di mezzo centimetro di spessore e mancano i binari su cui dovrebbero scorrre quelle cassette in cui, attraverso una grata preceduta da un vetro, si dovrebbe . Vado via deluso con i manufatti, dopo aver detto a Giuseppe, con un tono di voce forse troppo risentito,che avrebbe dovuto avvertirmi nel caso non fosse stato in grado di soddisfare le mie richieste. A Casa comincio a lavorare sul primo quadro, cerco di fissarwe meglio la scatola e inserisco al suo interno il pupazzo di un leone. Purtroppo però, di notte, sono svegliato si soprassalto da uno “spaventoso ruggito”.La gabbia col leone si agita, non ha retto alla pressione e, scollandosi dal sostegno su cui è stata fissata in malo modo, con due chiodini piccoli appena puntati di traverso, è caduta  miseramete a terra.Il giorno dopo, a lacrime asciugate, con l’anziano giardiniere del condominio in cui abito,dopo aver provato invano a cercare un falegname o un artigiano che avrebbe potuto risolvere i problemi tecnici, mi viene l’idea giusta e, con l’improvvisato assistentee, fisso la scatola, ancorandola a due robuste traverse di legno sul piano del compensato retrostante , bloccandola con le viti al largo listello che contorna il quadro.

Tutto a posto, finalmente!. Come il mio “collega” Cellini , anch’io sono riuscito a portare a termine la mia opera, malgrado le avversità.

Milano 27 febb. 2013                                              Antonio Fomez.

 

La stanza delle lacrime per il nuovo Papa

 

Dopo le dimissioni di Benedetto XVI, mentre navigavo in rete per cercare notizie sull’argomento per i miei studenti dell’Aga, scopro con gioia che un cardinale italiano, membro del Conclave, uno dei favoriti al soglio pontificio, è una mia vecchia conoscenza.

Questo porporato, prima di ricevere la nomina cardinalizia, non disdegnava i media, tant’è vero che aveva un programma culturale su un’emittente TV e scriveva su importanti testate giornalistiche, dove ha recensito alcune mie mostre.

Tra queste recensioni ricordo con piacere quella relativa all’esposizione alla Galleria Annunciata di Milano sul ciclo “I ciechi a Marechiaro”,apparsa sul Corriere d’Informazione del 21/5/1981 e quella della “Mostra antologica” alla galleria d’arte Moderna di Gallarate, pubblicata sul Corriere della Sera del 20/11/1985.

Però,al di là del ricordo di questa personale e gradita conoscenza,la mia riflessione si rivolge ad un altro elemento che mi viene offerto dall’argomento “Elezione papale” : La stanza delle lacrime.

Sulla sinistra dell’altare della Cappella Sistina si trova un ambiente chiamato : “Stanza delle lacrime”. Qui i pontefici appena eletti sfogano la grande emozione con un pianto liberatorio. In questa piccola stanza dai muri bianchi si trova un attaccapanni e una panca, come se fosse lo  spogliatoio di un magazzino d’abbigliamento e dove il nuovo Papa lascia gli abiti da cardinale per vestire i paramenti bianchi e rossi.

La visione di tale desolante ambiente dalle pareti bianche e spoglie ha scatenato la mia fantasia : mi piacerebbe migliorare l’aspetto di questa stanza e renderla meno triste .

Tra l’altro, non avendo ancora raggiunta un’età centenaria, posso aspettare un Papa moderno e coraggioso disposto ad affidarmi il compito di affrescare quelle pareti e quella volta dal colore desolantemente bianco.Sostituirei il bianco, in parte, con evocativi e gioiosi colori celesti, per  attenuare l’ondata di lacrime dei prossimi Vescovi di Roma, evitando la rappresentazione di personaggi tormentati, come appaiono nelle plastiche scene michelangiolesche.

Non invaderei gli spazi dipinti dagli altri colleghi della Cappella Sistina, né sarei tanto megalomane da chiedere di abbattere muri,  come fece il Capitano di ventura Bartolomeo Colleoni che ordinò,addirittura, di demolire la sacrestia della romanica chiesa di Santa Maria Maggiore a Bergamo per far posto ad una Cappella a lui dedicata.

Mi auguro che il mio progetto,per il quale non pretenderei un euro, vada in porto, con la speranza di operare senza tormentose ingerenze esterne quali quelle che dovette subire il grande Buonarroti per la costruzione della tomba di Giulio II in S.Pietro in Vincoli.

A quest'opera Michelangelo lavorò per quasi quarant'anni, dal 1505 al 1543 con continui dissapori con la committenza, ripensamenti e ridimensionamenti dell'opera (si contano almeno sei progetti), accuse e diffamazioni, minacce di processi e di restituzione del denaro anticipato dagli eredi, arrivando a diventare una delle vicende più tormentate e sofferte della sua esistenza. Lui stesso non esitò a riferirsi a questo progetto come la "tragedia della sepoltura", un autentico calvario che fino agli ultimi giorni della sua vita fu fonte di inesauribili accuse, tormenti e rimorsi.

Io vorrei solo che i futuri papi, circondati dai miei colori, e dagli ingabbiati animali della serie “Madagascar”, piangessero di meno e i turisti fossero invasi da un senso di giocosità.

 

Milano 25 mar.2013.                                                        Antonio Fomez

 

 

 

 

 

Anni ’40, Suor Grazia

 

Nei pressi del settecentesco Palazzo Reale di Portici si trova il Vico Ritiro dove un tempo si ergeva il Convento delle Suore del Preziosissimo Sangue, con annessa la scuola elementare gestita dalle religiose stesse. Negli anni 40 su questo piccolo vicolo cieco, si affacciavano parecchie abitazioni fatiscenti, alcune delle quali situate al piano terra, buie e dai muri spessi come quelli del convento. In uno di questi monolocali, nel periodo della seconda guerra mondiale, abitava l’anziana Ciretta che, a tarda sera, trasformava il suo “vascio” in un luogo di godimento, con un andirivieni di donne e di militari alleati che in quel periodo erano accampati nella Villa Comunale di Portici.

In quegli anni abitavo in questo vicolo e passavo il mio tempo giocando a pallone con una palla di pezza o duellando con altri bambini utilizzando spade di legno fissate con un chiodo. Mi piaceva abitare qui, anche perché ero a pochi passi dalla scuola e da un provvidenziale

rifugio che ci proteggeva dai bombardamenti aerei.

In prima elementare, a 5 anni, mi assegnarono una maestra ventenne di una bellezza devastante tanto quanto il suo nome: Suor Grazia. La ricordo tuttora. Un giorno in classe, anziché scrivere una pagina di "o" sul quaderno a nove righe, utilizzai quello a quadretti. Ciò fece arrabbiare l’insegnante che mi sgridò rimandandomi al posto in malo modo. Mentre, con un nodo in gola, cambiavo il quaderno, Suor Grazia mi lanciò dalla cattedra la sua malefica bacchetta di legno - solitamente utilizzata per picchiarci sulle mani e sul sedere - che finì appena sotto l’arcata del mio occhio destro, col rischio di accecarmi. Dolorante per la ferita, scattai come una molla dalla lunga panca per gettarmi sulla suora e, strattonando dal basso la sua veste nera, esclamai tra le lacrime: “Sei una zoccola!”. In seguito, dopo che la mamma si fu rivolta alla Madre Superiora per segnalarle l’accaduto, cambiai scuola. Negli anni seguenti, con la crisi delle vocazioni, il convento del Vico Ritiro, lasciato libero dalle “cape ‘e pezz’”, fu trasformato in una scuola media statale e poi in un istituto magistrale. In ogni caso, a parte quell’episodio, conservo un buon ricordo della scuola, delle sue luminose aule che si affacciavano sul gran chiostro e della piccola cappella dove, ogni domenica, arrivava un certo prete dalla chiesa di S. Ciro per celebrare la Messa. Venni poi a sapere che questo sacerdote ebbe una lunga relazione con Suor Grazia e, se ricordo bene, la sposò. Oggi la grande struttura conventuale è disabitata e taluni affermano che quegli spazi saranno presto occupati da un Bed & Breakfast. E,  così sia.

 

Milano 24 apr.2013                                  Antonio Fomez

 

 

Tammurriata amara nella seconda guerra mondiale

  

   Nella prima domenica di maggio si celebra, a Portici, la festa del patrono, San Ciro. L’evento richiama sempre migliaia di fedeli che arrivano anche dai comuni limitrofi 1). Purtroppo quest’anno, durante la solennità, è avvenuto un grave incidente. Mentre la processione percorreva il Corso principale ed era quasi tornata nei pressi della Basilica, una lastra in pietra lavica si è staccata con un forte tonfo da un balcone, causando la morte di quattro persone e una quindicina di feriti. Un episodio analogo, pur senza provocare morti ma solo feriti, avvenne a Catania il 4 febbraio 2009, durante la festa patronale di Sant'Agata. In quell’occasione dal balcone caddero dei calcinacci, per un cedimento provocato dall'eccessivo peso delle persone che, affacciate, stavano seguendo la cerimonia. Guardando in Tv le immagini del balcone che fa parte di un edificio del’700, la mia mente opera un flashback su un palazzo della stessa epoca, ubicato a pochi metri dal luogo del disastro, dove un tempo c’era la scuola elementare che frequentai da bambino, negli anni 40, uno dei periodi più brutti della mia esistenza per via della guerra.

 

 

Schiena al muro

 

Ho ricordi tremendi di quell’epoca, per la fame che pativamo e lo stress procurato dalle sirene notturne che ci buttavano giù dal letto costringendoci a rifugiarci in tutta fretta nei ricoveri antiaerei, col dilemma, poco interessante, se saremmo stati uccisi dalle bombe tedesche o da quelle americane. La nostra vita non era però tranquilla neanche di giorno, perchè le truppe naziste in fuga verso il nord attraverso la via chiamata “Miglio d’oro”, operavano rastrellamenti per deportare prigionieri in Germania. In uno di  quei momenti pericolosi, spiando tra le persiane chiuse nel vicolo dove abitavo, vidi un giorno due tedeschi col mitra in mano che si aggiravano a pochi metri da noi per tentare di stanare i giovani dai loro nascondigli. Non ebbi pace neanche nel periodo successivo alla ritirata dell’esercito nazista, quando una divisione alleata si era accampata nella Villa Comunale di Portici. Durante il tragitto da casa a scuola m’imbattevo spesso in scene raccapriccianti, dure da rimuovere nel tempo: soldati americani di colore assassinati, per terra o a testa in giù nei bidoni dell’immondizia, o un ragazzo schiacciato sul muro da un carro armato sono immagini tremende che non si allontanano dalla mia mente dopo tanti anni. Quest’ultimo episodio suscitò in mia madre tanta preoccupazione che, tutte le mattine, prima di uscire da casa per recarmi a scuola, mi raccomandava di strisciare con la schiena sul muro al passaggio dei cingolati, dicendomi che al ritorno avrebbe verificato sui miei vestiti se avessi ottemperato o no a tale sua richiesta. Un giorno, sulla via del ritorno a casa, passando per Piazza S.Ciro, dove allora stazionavano i tram e non esisteva Via Libertà, trovai per terra vaste macchie di sangue. Due giovani porticesi, come in una scena di un film western, erano stati uccisi poco prima da un uomo accecato dalla gelosia per una donna.

 

La scuola del Cuore

 

    In questo clima di guerra, di vendette, di incertezze, di mercato nero e di malcostume, frequentai la scuola elementare privata gestita dell’anziana zitella Romito e dal “fascistone” fratello Federico. I due “insegnanti”, ma sarebbe meglio dire carnefici, sottoponevano gli scolari ad una dura disciplina, senza disdegnare l’uso di punizioni corporali come tremende bacchettate sulle mani. La donna era bassa di statura con due gambe fortemente arcuate, i capelli raccolti in un grande “tuppo” di cui andava molta fiera: quei capelli, quando erano sciolti, arrivavano fino alle scarpe, come si vedeva in una sua foto in mostra nella bacheca dell’atrio. Per tale motivo era soprannominata dagli scolari “la tuppessa”, termine che, se ben ricordo, era stato coniato da me o da mia madre. La scuola si trovava in un appartamento di due ampie stanze più i servizi igienici: il primo locale era occupato dai bambini che frequentavano la prima e la seconda classe, mentre nell’altra stanza, comunicante e divisa da una porta, c’erano gli scolari che frequentavano la terza, la quarta e la quinta classe. Dopo la perdita improvvisa del fratello, la signorina Romito, per alleggerire il suo ruolo di direttrice e maestra, assunse due brave insegnanti, Norina e Margherita. Ogni sabato apriva la porta comunicante e, disponendosi sull’uscio dei due locali, minacciando “mazzate”, pretendeva da tutti il massimo silenzio al fine di leggere alcune pagine strappalacrime del libro "Cuore" di De Amicis, non prima di averci invitato a ricordare il fratello morto e a pregare per lui: il risultato era un pianto generale.

La signorina Romito adorava le poesie di De Amicis ed ancora oggi ricordo a memoria  i versi di una sua poesia che recita : “ Non sempre il tempo la beltà cancella | O la sfioran le lacrime e gli affanni; | Mia madre ha sessant'anni, | E più la guardo e più mi sembra bella.”  Non ricordo invece se l’espressione che ci ripeteva spesso era sua o dello stesso poeta: La mamma è sempre mamma, povera o gran signora sempre la stessa mamma”

 Tra l’altro, non dimentico che nelle due aule, eravamo ammucchiati seduti in quattro, non tutti della stessa età, davanti a logori e traballanti banchi con i calamai estraibili dalle cavità. Un giorno una

bambina di nove anni si alzò in piedi e sollecitò l’attenzione della maestra Norina sulla propria compagna, esclamando: “Signurì, Russo ha vomitato!” Tutti a ridere, anche perché l’accusante ed io avevamo spruzzi di vomito sui vestiti: allora, purtroppo, nessuno poteva permettersi il lusso di indossare un grembiule. Bisogna dire, però, che questi disagi erano poca cosa rispetto a quelli subiti dai bambini di altre parti della città. A Poggiomarino, per esempio, come seppi in seguito, i bambini, nello stesso periodo, erano rimasti senza la scuola,  distrutta dai bombardamenti tedeschi, ed erano costretti a recarsi negli uffici del Comune portandosi ognuno  una seggiolina dalla propria casa, sulla quale inginocchiati appoggiavano i quaderni per scrivere.

 

La Torre di Babele

 

L’armistizio dell’8 settembre 1943 fu annunciato alla radio, diffondendo le note della canzone “La strada del bosco”, che indusse però la gente nell’equivoco di credere che la guerra fosse finita con l’arrivo degli Alleati. Negli ultimi giorni del settembre 1943, poco prima che gli Alleati entrassero a Napoli, ci fu la insurrezione popolare delle Quattro Giornate che affrettò la fuga delle truppe tedesche.Via i germanici dal sud, giunsero le truppe alleate, composte di soldati americani, inglesi, scozzesi con le cornamuse, nepalesi, francesi e marocchini, che trovarono una popolazione stremata dalla paura e dalla fame. In questo periodo gli americani, dopo lo sbarco in Sicilia avvenuto nella notte tra il 9 e 10 luglio del 1943, misero in circolazione  L'Am-lira ovvero Allied Military Currency. Il valore era di 100 "am-lire" per un dollaro degli Stati Uniti, totalmente intercambiabile con la normale lira italiana per decisione militare, contribuì alla pesante inflazione che  colpì l'Italia verso la fine della Seconda Guerra Mondiale.

L’immagine più significativa di quel momento è quella delle lunghe code fuori dalle panetterie, per ritirare con la tessera un pessimo pane. La pacifica invasione degli alleati fu accolta trionfalmente dappertutto, perché costoro portarono un po’ di benessere: via la pessima farina di piselli dalle tavole ed ecco buone scatolette di carne, biscotti e grandi pezzi di pane a forma di parallelepipedo, che più bianco non si può. Ma ci fu anche un costo da pagare. Al di là degli stupri dei Goumiers 2) (Moravia, su uno di questi episodi, ha composto un gran romanzo: La Ciociara), molte ragazze, in cambio di pochi soldi, si prostituivano, mentre molte altre si fidanzavano o si sposavano con i soldati americani con la promessa di una vita migliore negli Stati Uniti. Molti di costoro, specie i marinai americani, furono però anche vittime della delinquenza locale che, dopo averli fatti ubriacare li vendevano agli “spogliatori” che caricavano il malcapitato su un camioncino e lo portavano, sempre incosciente, nei vicoli di Toledo, dove veniva spogliato di tutto: al mattino sarebbe stato trovato, nudo ma vivo, dalla Militar Police, se non gli capitava di peggio.

 

Ingegno partenopeo

 

Napoli e dintorni, nell’immediato dopoguerra, dopo i bombardamenti ed i palazzi distrutti, dovette anche fare i conti con l’inflazione.

Vi fu in quegli anni una considerevole introduzione di Am-Lire (la valuta militare alleata, l’unica in corso giuridico), ma anche la difficoltà degli approvvigionamenti di alimentari e medicinali, la borsa nera, la prostituzione in aumento, in quanto in città c’erano 100.000 soldati alleati.

Oggi, le persone giovani non possono  neanche immaginare quale fosse quell’Italia appena uscita dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e subito avviata alla guerra civile di Liberazione del 1943-45, conclusasi con successo grazie all’aiuto degli alleati e dei partigiani. In quel periodo la gente era disposta a fare qualsiasi tipo  di lavoro, pur di contribuire a sfamare la famiglia, ma c’era anche chi con l’immaginazione riusciva a guadagnare qualche lira onestamente. E’ il caso di una mia parente che utilizzò  il suo scantinato come laboratorio ed affisse un cartello: “Incredibile ma vero, un barattolo diventa un bicchiere per sole 9 lire”. In effetti la donna, munita di un lungo ferro infuocato che all’apice diventava un cappio, lo appoggiava sul collo della bottiglia o di un barattolo provocandone un taglio netto trasformando così l’oggetto in un bicchiere. Angelina, una donna anziana che viveva in un basso con la sua famiglia, invece vendeva “grattate di ghiaccio” con sopra uno sciroppo, mentre suo marito commerciava con le sigarette di contrabbando.

 

Metti giù la pistola

 

  A guerra finita, gli americani non sempre rispettarono le promesse fatte alle giovani donne e quasi tutti tornarono al loro paese lasciandole tristi come un albero senza foglie e con le panze “annanze” come scandiscono i versi della celebre canzone: ”Tammurriata nera”, scritta nel 1947 da Eduardo Nicolardi. Questa composizione, su musica di E.A.Mario, racconta lo stupore della gente per un fatto di cronaca insolito: la nascita, da una donna napoletana in un ospedale della città, di un bambino nero cui è dato il nome di Ciro. In realtà questo caso non fu certo unico: vi furono molte ragazze che partorirono bambini frutto di relazioni con soldati afro americani. Un momento significativo della canzone di Nicolardi è quello in cui un ortolano sostiene che: “Addò pastina ‘o ggrano ‘, ’o ggrano cresce. Riesce o nun riesce, sempe è ggrano chello ch’esce!” Il valore dell’uomo non dipende dal colore della pelle! La saggezza napoletana rifugge da ogni razzismo. Nella nuova versione del 1974, con gli arrangiamenti di Roberto De Simone, “Tammurriata nera” è stata cantata dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare. Il musicista napoletano, tra le altre variazioni rispetto al testo di Nicolardi, ha inserito questa misteriosa strofetta: “ E levate 'a pistuldà uè / e levate 'a pistuldà, / e pisti pakin mama / e levate 'a pistuldà”. Si tratta della napoletanizzazione del ritornello della canzone: “Pistol Packin’Mama”del 1942,   cantata da Al Dexter (e poi dopo la guerra da Bing Crosby), portata in Italia dalle truppe di occupazione alleata. Le parole, “Lay that pistol down, / babe, Lay that pistol down / Pistol packin’mama, / Lay that pistol down”, tradotte in italiano, significano: "Metti giu' quella pistola, rimettila a posto". De Simone allude ai tenutari dei bordelli napoletani dell’epoca che, per chiedere ai militari di lasciare fuori della stanza l’arma personale prima di accoppiarsi con una prostituta, utilizzavano proprio il ritornello di quella canzone assai in voga tra le truppe americane, storpiandone, ovviamente, le parole con la buffa pronuncia napoletana.

 

Natale nel dopoguerra

 

Scrivere queste riflessioni e testimonianze così lontane sicuramente fa volare il tempo troppo in fretta e, tra le altre difficoltà, c’è anche quella non semplice di pretendere un grande sforzo dalla propria memoria, affidandosi magari a vecchie foto o  a notizie su quegli anni chieste a parenti più anziani; e a volte si ha la fortuna di ritrovare qualche appunto su foglietti  volanti. Su uno di questi ho scovato una nota che riguarda le sorbe, comprate un lustro fa ad un mercato rionale di Milano: le delizie erano piuttosto piccole, ma saporite e mature. Tale flashback, mi rimanda alle grosse sorbe,  che mia madre comprava acerbe, riunite in lunghe ceppe (grappoli) chiuse in alto con un occhiello di spago per poterle appender da qualche parte, per farle maturare in casa nel giro di alcuni mesi. Il problema però è che mia madre non riusciva quasi mai a coglierne qualcuna matura, perché a questo pensavo io, con la fame arretrata che avevo, mentre a lei lasciavo solo gli struppuni (i rami restanti) e le foglie.

Nell’atmosfera pre-natalizia della fine degli anni ’40, fatta di profumi e di allegrie, di capitoni vivi nell’acqua prima di friggerli, di casatielli, di pigne, di roccocò inzuppati di anice per ammorbidirli, di pastiere impregnate di acqua di millefiori, di cedro e di cannella, che oggi i napoletani hanno in buona parte perduta, preparai un grande presepe; prima rimisi a posto le teste o le gambe spezzate di Benito e qualcuno dei cavalli dei Re Magi o degli altri pastori, con la cera lacca. Dopo aver ultimata la struttura scenografica, passai quindi alla tinteggiatura del presepe, utilizzando i colori in polvere, con la prevalenza del blu oltremare. Purtroppo, nessuno m’insegnò che nel colore oltre all’acqua ci voleva un collante per ancorare la tinta sulle superfici e sui rilievi realizzati con carta di giornale, tenuta insieme da una miscela di acqua e farina. Col risultato che quella bellissima tinta che amo tuttora, oltre a sporcarmi le mani ed i vestiti, impataccava qualsiasi cosa toccassi, compresi i mobili di casa, il letto e quant’altro. Non ricordo più chi fece volare il mio capolavoro dalle scale del nostro alloggio, ma resta il fatto che ne rimasi traumatizzato.

 

Poliglotta in erba

 

Non è un caso che un biografo, quando si accinge e  narrare la vita e le  opere di un  personaggio significativo nel campo dell’arte e della cultura o in quello della politica, parta dall’infanzia per capire se il suo talento è sbocciato fin dalla nascita oppure no. Lavorando sul soggetto, lo studioso magari scoprirà che Caravaggio da bambino dipingeva tutto il giorno, che Schumacher giocava nella culla solo con le automobiline di latta, Ligresti alla stessa età costruiva castelli in aria o che un tal politico rubava il latte da tutti i biberon a portata di mano. Per quanto mi riguarda, giacché sono un buonista, vorrei comunicare all’ipotetico novello Vasari che magari scriverà le “Le vite de' più eccellenti pittori, scultori, e architettori da Picasso a oggi”, che lo scrivente da piccolo non era assolutamente un talentuoso. Oddio, a 10 anni e poi da ragazzino, nel campo della poesia e della pittura, ho tentato di produrre qualcosa di artistico, ma non fui fortunato. Ricordo infatti che all’epoca, era viva la consuetudine che i bambini recitassero una poesia a Natale. Sopraffatto dall’emozione prima di dare il via alla recitazione, fui tuttavia rinfrancato dagli applausi

d’incoraggiamento dei presenti, che mi persuasero ad alzarmi con le scarpe sulla sedia per declamare la poesia. Iniziai così: “Noël! Le ciel est noir, la terre est blanche. Cloches, carillonnez gaîment!  Jésus est né;  la Vierge penche…”3)  Qui interruppi la mia performance , dopo che i miei familiari, colti alla sprovvista dal fatto che recitassi la poesia in francese, scoppiarono fragorosamente a ridere. Sparii immediatamente dalla tavolata per andare a piangere sul grande terrazzo soprastante, in compagnia di conigli e galline.4)

 

 

  • F. La festa di S.Ciro, Artecultura n° 7/2011

 

2)I goumiers sono soldati marocchini,arruolati e addestrati sulle montagne dell’Atlante in Marocco, che prestarono servizio nelle unità ausiliarie allegata all’esercito francese. I goumiers dettero inizio ad un saccheggio senza precedenti: i goumiers devastano, rubano, uccidono, violentano. Donne, bambini, ma anche uomini, sono il loro "bottino di guerra" Lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun li descrive così: "Era soprattutto gente che viveva sulle montagne, i francesi li rastrellarono, li caricarono sui camion con un’azione violenta, di sopraffazione e  li portarono a migliaia di chilometri da casa a compiere altre violenze. Le loro azioni brutali vanno inquadrate in questo contesto”.

 

3)L’autore di “Noël!” è Pierre Jules Théophile Gautier (1811- 1872).

 

4) Durante il periodo natalizio di quei tempi, il gradevole odore della  resina che cosparge le pigne era caratteristico avvertirlo fuori e dentro le case napoletane, perché quelle golosità  venivano appoggiate sul fuoco,  per estrarre poi dalle sue cavità i pinoli. Uno di questi però, mentre annusavo voluttuosamente la pigna, fu risucchiato dentro la narice destra del naso, tra l’incredulità dei miei familiari. Due o tre anni dopo, mentre soffiavo il naso, il pinolo si liberò dalla schiavitù,  finì nel fazzoletto e lo mostrai ai miei genitori basiti.

 

Milano 25 maggio 2013                                           Antonio Fomez

 

Banana boat tra i faraoni

 

 

La “banana boat” è una divertente imbarcazione gonfiabile a forma di siluro, trainata da un gommone per mezzo di una cima metallica e munita di una maniglia di plastica a cui i passeggeri debbono aggrapparsi per non cadere in acqua.

In occasione di una recente vacanza sul Mar Rosso, simpatizzo con i ventenni Matteo e Iacopo, miei vicini di camera, che m’invitano a occupare un posto su una di quelle banane, mentre il quarto lo conquista un ragazzino arabo del diving. Il motivo dell’invito è intuibile: vogliono ridere alle mie spalle quando cadrò in acqua, dopo aver sballottato il mezzo per farlo rovesciare. Trascorso il primo momento di titubanza, accetto il regalo; quindi scendiamo in spiaggia, ci equipaggiamo col giubbotto salvagente legato al corpo, ma senza orologi ai polsi né catenine al collo, e ci accomodiamo sul bananone, mentre le ragazze dei due giovani montano sul gommone che ci traina. Tutto procede bene per qualche minuto ed è divertente scivolare veloci con quel mezzo, ma, d’improvviso, il pilota che ci trascina comincia a compiere delle rapide evoluzioni; aumentando la velocità su richiesta dei miei compagni, si avverano le mie previsioni: i due ragazzi, tenendosi alle maniglie, si alzano e fanno saltellare il bananone che ci rovescia in acqua tra sonore risate, mentre ricevo una ginocchiata sulla schiena dall’egiziano che mi sta alle spalle. Il conducente del gommone spegne il motore e aspetta che noi risaliamo sul natante per ricominciare un nuovo giro pazzesco; durante la corsa, i due ragazzi si alzano in piedi spostando il loro corpo a sinistra, ma non basta il mio tentativo di controbilanciare verso destra perché i due dannati riescono lo stesso a far rovesciare il mezzo, finendo tutti in acqua, mentre ricevo, non so da chi, una pedata sul sedere. Mentre il gommone si avvicina per riprenderci, decido di tornarmene a riva un tantino preoccupato di ricevere altri colpi in caso di caduta e incurante dell’implorazione dei giovani a risalire sulla banana, mentre rammento a me stesso che ho una certa età… Il problema però è che adesso mi trovo piuttosto distante dalla riva e il mio giubbotto mi impedisce di nuotare per raggiungerla. Finalmente riesco a proseguire e ad arrivare nei pressi della battigia, toccando il fondo con i piedi, ma devo procedere con cautela perché, negli ultimi 150 metri che restano, ci sono coralli taglienti a grappoli che mettono a dura prova il plantare dei miei piedi. Non mi resta che andare sott’acqua in apnea e procedere lentamente verso la spiaggia, prestando attenzione a non toccare i coralli per non farmi male. Ricongiuntomi al gruppetto, i ragazzi mi esprimono rammarico per la mia decisione di ritornare a riva e si giustificano per non essermi venuti a riprendere col gommone a causa del basso fondale che rischiava di fare schiattare il mezzo. Non so perché, ma provo indifferenza per l’escoriazione di Matteo sul palmo della mano destra, subita dopo un volo in acqua…

 

Milano 13 giugno 2013                                                 Antonio Fomez

Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi

che fanno le persone. (John Steinbeck)

Rivoluzione in Egitto                                       

Sono tornato a Hurgada nella seconda settimana di luglio. Nel mondo arabo c’è il digiuno del Ramadan e dal Cairo arrivano notizie dei primi morti per via delle proteste; il clima che si respira è pesante, la gente non ha gran voglia di parlare della rivoluzione e sembra minimizzare la questione per motivi “turistici”. In realtà anche in questa cittadina ci sono i favorevoli al Presidente deposto Morsi, capitanati dai Fratelli Musulmani, e i suoi avversari, i Tamarod, giovani laici che nel 2011 contribuirono a rovesciare il vecchio regime di Mubarak. 1)

Rientrato in Italia, mentre dai nostri scali i voli vacanzieri verso il territorio egiziano sono annullati, la rivoluzione al Cairo ed in altre città del paese si trasforma in guerra civile. I Fratelli Musulmani occupano Piazza Tharir, chiedono che Morsi sia liberato  e riprenda il posto di Presidente, mentre molti manifestanti ricorrono alla violenza. L'esercito del Presidente ad interim, Mansour, risponde al fuoco, prima con i lacrimogeni, poi con le armi. I morti sono tanti, forse mille, e tantissimi i feriti.

Per quanto mi riguarda, pur non essendo un politologo, un egittologo o un antropologo, mi ritengo un affascinato viaggiatore che conosce questa terra e la sua gente abbastanza da poter comunicare agli altri qualche sua riflessione reale. Le persone che vivono in Egitto sono volenterose e coraggiose al punto da avventurarsi, con l’esborso di una cospicua cifra, su malfermi barconi, che spesso naufragano nel Mediterraneo, sperando di trovare lavoro ed aiuto in Europa, dove, senza alcuna professionalità, si adattano ai mestieri più duri e umili pur di guadagnare qualcosa da inviare ai propri parenti. Quelli invece che non hanno il coraggio di emigrare preferiscono andare a Hurgada, a Sharm o a Mar Salam, sul Mar Rosso, per lavorare nel settore alberghiero, adattandosi però a vivere affollati in camere fatiscenti, se non en plein air, favoriti dal clima sempre bello. Hurgada offre però una bella strada asfaltata sul lungomare, senza semafori e strisce pedonali, con una lunga teoria di alberghi di lusso. Ma all’interno le vie sono sterrate e piene di polvere laddove il turista, interessato alle cianfrusaglie ed ai dubbi papiri, non si addentra, ignorando così come vive la gente che quando si ammala non può permettersi il lusso di farsi curare in un ospedale a pagamento. Queste cose le ho già scritte dal 1999 ad oggi, comprese tre note del 2011 ed una del 2012 sui nuovi fermenti della rivoluzione egiziana, iniziata con la protesta contro Mubarak, nelle quali mi auguravo che i nuovi governanti, per accompagnare il paese verso la democrazia, staccassero la politica dalla religione e rispettassero tra l’altro la libertà delle donne 3).Alla luce di ciò riporto alcune valutazioni sulla querelle egiziana, da parte di esperti arabi, sicuramente più deputati di me nelle loro saggezze.

“I musulmani usano l’Islam per arrivare al potere, anche a costo di spargere sangue”. Lo ha detto l’Imam della Moschea del Cairo di Piazza Tharir, Omar Makram.Un altro Imam sunnita ha condannato con forza gli attacchi alle chiese cristiane e la persecuzione contro i coopti, accusati dai Fratelli Musulmani di essere stati in prima fila nelle proteste contro Morsi.

"L'intera vicenda egiziana è di lezione per tutti gli altri Paesi dell'area, Tunisia in testa: l'Islam politico è fallito, non può funzionare. Politica e religione devono essere separate, nessun partito può parlare in nome di Dio. E soprattutto, la gente ora ha capito che loro lavorano non per Allah, ma per il potere". Così si esprime sul futuro dell'Egitto lo scrittore Alaa Al-Aswani, che ha pubblicato presso l’editore Feltrinelli il libro "Rivoluzione egiziana" nel quale si dichiara totalmente ottimista. La giornalista di “Repubblica”  Alessandra Baduel ha chiesto allo scrittore quale sia secondo lui la strada per arrivare a una pacificazione dell'Egitto.  La sua risposta è: "Quella intrapresa con questa terza ondata della rivoluzione. L'Islam politico ha provato a realizzare il fascismo e restare al potere per sempre, ma non c’è riuscito. La rivoluzione è un cambiamento umano, che poi ha un effetto politico. Così è successo da noi: le persone ormai sono diverse, non hanno più paura del "presidente- padre", lo considerano una figura che deve lavorare per il popolo. E ne abbiamo messi già due in prigione. Per fortuna l'esercito ci ha aiutato. Né c'era altro modo di procedere. Con il parlamento cancellato dall'Alta Corte, si poteva solo andare in piazza. Con alle palle, però, 22 milioni di firme per le quali abbiamo chiesto la certificazione dell'Onu.” L'Islam politico al potere è stato a lungo un mito, ma quando poi è riuscito ad arrivarci, si è rivelato incapace. È per questo che diventano violenti: hanno capito che non hanno niente da offrire e si riducono a uccidere gli avversari. Ma quel che ora accade in Egitto avrà una grande influenza su tutta l'area.” E a proposito della possibilità di nuove elezioni: "Servono la riforma della Costituzione, che è stata cambiata, e chiarezza sulle precedenti elezioni. Il Comitato apposito ricevette subito contestazioni del voto, ma ha annunciato che avrebbe investigato solo un anno dopo. È uno dei tanti dettagli che in Occidente sfuggono. Come quello dell'uso degli analfabeti: uno su quattro, in Egitto. Per i Fratelli musulmani è facile dire loro che se credono nell'Islam, devono seguirli". Alla giornalista che gli chiede cosa sta succedendo in Tunisia, con il nuovo omicidio di uno dei principali oppositori, lo scrittore risponde:"La Tunisia è un buon esempio per capire quanto abbia ragione l'esercito in Egitto. Mohamed Brahmi stava raccogliendo firme come da noi i Tamarod. Qui, adesso, con il Ramadan in corso, le chiese cristiane suonano le campane al tramonto invitando i musulmani ad andare a mangiare da loro. E milioni di persone di ogni fede pregano insieme, contro i Fratelli Musulmani". 4)

In questo periodo il governo gestito dai militari ha istituito un comitato per progettare gli emendamenti alla costituzione; sono previsti il bando dei partiti religiosi e la cancellazione dell’art. 219 sull’interpretazione della Sharia, la legge islamica. Dopo ci sarà un referendum. Dubito però che riescano a trovare un accordo su certi punti, dato che gli egiziani, forse per via delle varie culture religiose presenti nel Paese, e per il carattere, in genere molto testardo degli arabi, faticano a prendere qualsiasi decisione. Cito un banale esempio: su un campo sportivo libero di Safaga qualche anno fa, una decina di giovani lavoratori, tra urla e grida spaventose, impiegò una quindicina di minuti per decidere la composizione delle squadre ed iniziare la partitella. Alla stessa lagna mi è capitato di assistere tempo fa a Milano nei giardini di Piazzale Abbiategrasso, dove si ebbero gli stessi problemi di “formazione”. In conclusione spero che nell’immediato futuro l’Egitto possa riunire in un Governo la parte laica e quella musulmana, mentre mi auguro che le religioni in qualsiasi parte del mondo, non debbano più diventare strumento di potere.

 

1). Tamarod (ribelli), inizialmente creato da gruppi rivoluzionari quali Khefaya e' stato poi appoggiato anche dai gruppi politici dell'opposizione come quello di Salvezza nazionale capitanato dal trio El Baradei-Mousa-Sabbahi.Lo scopo di Tamarod e' stato quello di raccogliere firme anti Morsi in giro per l'Egitto, per l'esattezza 15 milioni di firme, 2 milioni in piu' delle persone che al ballottaggio presindenziale hanno votato Morsi.Da Aprile ad oggi, i "volontari" di Tamarod sono stati dappertutto a raccogliere firme, sia in quartieri inn che in zone popolari, sia tra i poliziotti che tra gli studenti

2) A.Fomez, Un Kiebitz racconta (articoli dal 1994 al 2009), Eupalino, Milano 2010.

3) Le donne hanno avuto un ruolo importante nei giorni delle massicce proteste contro il presidente Morsi, esponendosi     al Cairo, in piazza Tahrir e dintorni, sottoposte ad  un centinaio di aggressioni sessuali dagli esponenti degli opposti schieramenti, per scoraggiarle a  partecipare alla ribellione in atto. Lo riferisce l'Ong internazionale Human Rights Watch (HRW).In un suo report l'Organizzazione parla di almeno 91 casi di aggressione dal 28 giugno, alcuni dei quali finiti in stupro, sulla base di informazioni raccolte dalle associazioni locali che lottano contro questo fenomeno ormai ricorrente nel paese durante le manifestazioni.Lo scenario spesso descritto dalle vittime è quello di un gruppo di giovani uomini "che identifica una donna, la circonda e la separa dai suoi amici" prima di aggredirla, per poi strapparle i vestiti o violentarla.In alcuni casi, la vittima viene trascinata via per essere aggredita in un altro luogo. In molti casi, questi attacchi, alcuni dei quali durati quasi un'ora, hanno portato le donne che li hanno subiti al ricovero in ospedale

4) Stralcio di un’intervista di Alessandra Baduel, La Repubblica, 27/7/2013

Milano 14 settembre 2013   Antonio Fomez

 

 

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A proposito dell’arte falsa.

 

Giorgio Seveso dalle pagine del suo blog afferma: Riprendiamoci il contemporaneo “perchè nella nostra cultura il senso comune ormai prevalente non considera arte contemporanea ciò che viene esplorato e realizzato oggi, bensì solo un particolare gruppo di linguaggi, di modalità e di tendenze rispondenti a caratteristiche tecniche e linguistiche date: quelle, non altre.”

Contemporaneo può significare simultaneo oppure indicare chi vive negli stessi anni di un altro, come ad esempio nel caso di Boccaccio che fu contemporaneo di Petrarca. Parlando di storia contemporanea ci si riferisce ad un lasso di tempo compreso tra la II guerra mondiale e i nostri giorni. Dopo l’arte moderna (che va dagli anni sessanta del XIX secolo agli anni settanta del secolo scorso), si colloca l’arte contemporanea, definita anche arte postmoderna.

Per quanto la querelle possa riguardarci, crediamo che la catalogazione di un periodo storico o di un movimento artistico dal punto di vista temporale sia piuttosto  limitante, perché l’arte è stata sempre in divenire e, più che gli stili o i gruppi, contano le personalità creative ed autonome, che magari ai loro tempi sono andate controcorrente. Importanti  sono stati sicuramente i tre  Padri  rinascimentali più famosi al mondo, ma non si può trascurare l’originalità di  taluni artisti del Manierismo che esasperarono le forme dei primi in modo più dinamico e libero, anticipando l’arte moderna.

Quanto all’ articolo “L’Arte è un falso”di Jean Clair , che ha soddisfatto Seveso poichè alcune idee del critico francese coincidono con quelle sue e dei lettori della rivista- blog che dirige, l’ho trovato condivisibile nei vari passaggi. In uno di questi afferma:”Come il mercato dell'arte, fondato da sempre sul lungo termine, abbia potuto incrociare il mercato della finanza fondato sul brevissimo termine, al punto da fondersi con esso, qui sta l'enigma dell'arte contemporanea.” 1)

Più che di enigma io parlerei di un nugolo di impostori e giocolieri, che imperversano nel mercato dell’arte, coadiuvati dall’editoria compiacente, dai collezionisti , dalle gallerie d’arte e dalle banche, che hanno in mano le redini della subdola negoziazione, proponendo presunti artisti di arte contemporanea a prezzi salati. Bene dice Clair: “Che cos'è allora un falso nell'arte se non un credito riposto in un oggetto detto "opera d'arte" e che si è riusciti, nonostante si tratti di un'opera miserabile o addirittura - come per le opere concettuali - inesistente, a far passare come dotato di valore?”

Sulla scia di tale concetto, non è difficile dimostrare che quei profeti  che vendono i loro manufatti a prezzi sbalorditivi, pur non essendo Padri del contemporaneo perché non hanno creato nulla, trasferiscono le loro energie alla  ricerca del successo, passando dalla ricchezza alla truffa, come da più parti si sente dire. Senza però dimenticare che il loro ingresso nell’arte contemporanea è annunciato con squilli di tromba e di pifferi dai media e dal loro seguito, come fautori del nuovo,  nel panorama variegato dell’arte d’oggi; niente di più falso perché il loro lavoro è semplicemente obsoleto. Si pensi al clamoroso ”Orinatoio”  di Duchamp del 1917,  alla “Merda d’artista” di Manzoni degli anni ’60,  al laboratorio di serialità di Warhol e ai tagli infiniti di Fontana, commercializzati in seguito con multipli e repliche vendute a peso d’oro. Dei primi due non credo che si tratti di grandi artisti ma di geniali intellettuali, mentre i secondi sono diventati una fabbrica di denari.

 

  • Jean Clair “L’Arte è un falso”- L’opera contemporanea tra tecniche seriali e mercato impazzito”,

Repubblica, 23 ottobre 2013).

 

Milano 19 dicembre 2013                                                                              Antonio Fomez

 

 

Anni’40 col lamento di Federico.                    “ed elli avea del cul fatto trombetta”

Dante, Inferno, Canto XXI

 

Giochi di bimbi

 

Nell’osservare la maggior parte dei  bambini di età inferiore ai 10 anni  che giocano tutto il giorno da soli con lo smartphone o con  le altre diavolerie sfornate dal mercato informatico, la mia mente percorre un film antico degli anni 40, quando le condizioni di vita della popolazione italiana erano a dir poco critiche. In quel periodo non avevo mai visto un cioccolatino, né una banana, mentre lo zucchero negli spacci alimentari, dove si prendeva da mangiare con la tessera, era sempre finito: bisognava procurarselo alla borsa nera, così come il pane o la farina, ma non avevamo soldi.

Oggi mi ritengo un testimone di quel periodo drammatico, anche se i miei ricordi di fanciullo su quel  passato sono  lampi senza una sequenza logica, stampati nella mente per le istantanee sensazioni che suscitarono. Mi riferisco alla stagione di quella  Italia appena uscita dai martellamenti della seconda guerra mondiale del 1940-43 e subito avviata alle mitragliate di un’appendice bellica sanguinosa e lacerante: la guerra civile di Liberazione del 1943-45.

In quegli anni sicuramente i  bambini ed i ragazzini  socializzavano di più, e non avevano bisogno come oggi di un animatore esterno che per qualche centinaio di euro organizza le loro feste, tant’è vero che il loro gioco preferito si chiamava “A semmana”. Dopo avere formato un gruppetto, i piccoli tracciavano col gesso bianco per terra, nei cortili o sui più comodi terrazzi, un grande rettangolo diviso in più parti con i numeri della settimana, da uno a sette, in modo da formare una griglia con tante caselle, che si concludeva con una lunetta sul lato corto in alto. A chi vinceva la conta toccava iniziare il gioco, lanciando sul tabulato disegnato una moneta o una buccia, che però non doveva cadere su alcuna riga, ma nello spazio della casella, altrimenti il bambino era fuori gioco e il lancio della moneta spettava  ad un altro. Se quest’ultimo eseguiva il lancio giusto entrava in gioco saltellando con una sola gamba e percorreva da quel punto i  rettangoli fino alla lunetta, dove si fermava e tornava indietro per completare il giro delle caselle, finché goffamente o perchè stanco di saltellare non finiva su una delle righe e doveva uscire dal gioco, perchè il coro dei giocatori in attesa stabiliva con perfida gioia: Winkel. 1) Talvolta il perdente s’arrabbiava e negava l'infrazione, scatenando litigi e pianti a non finire.

 

Supermercati all’aperto

 

Senza alcuna punta d’invidia verso i bimbi odierni, bisogna riconoscere che la maggior parte di questi sono capricciosi ed i loro genitori, oltre a riempire le loro camerette di giocattoli, li nutrono e li vestono al meglio: tutto questo ben di Dio non hanno dovuto però bramarlo come noi alla loro età, perché oggi sono nati nel benessere trovato già nella culla. Negli anni 40 invece, gran parte della popolazione italiana si nutriva con polveri d’uovo per fare frittatine e omelette, dubbie se non disgustose polveri di piselli o quelle più saporite di fave, di ceci o di fagioli. A colazione e magari a pranzo, invece della Nutella, mangiavamo il pane cotto nell’acqua e olio, con l’aggiunta di un aglio e di una foglia di lauro, per dare al piatto più sapore. La fame era tanta, e cominciammo ad avere un tantino di sollievo solo, quando arrivarono gli alleati, con le salsicce affumicate e le miracolose lattine di carne in scatola, munite di chiavetta e banda per l’apertura senza apriscatole e tanto sapore: ne andavo ghiotto. Ricordo anche il mio stupore quando mi trovavo di fronte non al semplice pane, così come l’avevo sempre visto, scuro che rimaneva attaccato al coltello, ma addirittura al pane bianchissimo di cui non avevo la minima idea. Nè bisogna dimenticare che nel 1943 nella bombardata Portici,  quando le truppe fasciste e tedesche in ritirata abbandonavano le caserme lasciando incustoditi gli stabilimenti alimentari, la popolazione, con tutti i mezzi, cominciò ad asportare ogni tipo di materiale: dalle coperte alle selle dei cavalli, dai pellami alle fruste, alle ruote di auto, alle divise militari, alle confezioni di marmellata o di pesche sciroppate. 2)

Indimenticabile il giorno in cui vidi per la prima volta un carroarmato, così pesante e potente, con quei cingoli che trituravano il selciato ed il cannone minacciosamente proteso in avanti, con i soldati alleati multietnici allungati in cima sui copricingoli per lanciare ai ragazzini manciate di caramelle, biscotti, tavolette di cioccolata e pacchetti di sigarette o di chewing-gum. I ragazzi ventenni erano invece molto attratti dalle cravatte  e dalle vistose giacche hawaiane,  in vendita nei grandi mercati di stracci di quarta mano inviati dal buon cuore Usa, al Ponte di Casanova a Napoli o a Resina,  paese vesuviano al confine di Portici, che diventò presto la Mecca dell’american fashion dei poveri, dove si trovava la camicia a scacchi come quella di Gregory Peck o la giacca a smoking come quella di Clark Gable.

 

Sorpresa mattutina

 

Ma tant’è! Una mattina ritornai a casa prima dell’ora solita, perché la scuola elementare della signorina Romito fu chiusa per lutto per via della morte del fratello, e mandarono a casa tutti i bambini. Arrivato nell’alloggio di Vico del Ritiro, trovai le mie sorelle maggiori, sole in casa, che stavano riassettando. Le ragazze, appena mi videro, improvvisamente arrossirono e non capivo perché non erano contente di vedermi. A domanda risposi che il motivo del mio anticipato rientro a casa era dovuto alla morte di Federico, direttore della scuola elementare. Quasi in coro risposero:

“poverino, quanto ci dispiace”, parlando a fatica, perché avevano la bocca piena. In realtà, moltissimi anni dopo confessarono che in quel momento, stavano mangiando furtivamente qualcosa (in casa c’erano scarsissime provviste) ed avevano timore che raccontassi questa loro trasgressione alla mamma. Pertanto, nascosero il  pane che stavano addentando in uno dei due comodini del letto dei nostri genitori. Quei mobili che già custodivano i loro lavori a maglia, ivi compresi i costumini da bagno realizzati in casa dalle mie sorelle, con spezzoni di lana lavorata con i ferri e tenuti da un elastico, che non reggeva quando doveva sopportare il peso della sabbia che vi finiva dentro, e spesso cadeva giù quando mi buttavo in acqua.

 

Una giornata al mare

 

Quando poteva, infatti, mia madre portava al mare tutta la sua troupe di figli piccoli, al bagno Aurora, o al Bagno del Lido Dorato. Per accedere a quest’ultima spiaggia, bisognava superare l’androne e il cortile di Villa Menna (1741), si proseguiva prima attraverso un bellissimo parco, poi distrutto e lottizzato per civili abitazioni, poi si percorreva un lungo viale coperto da meravigliose bouganville, dove sulla sinistra, prima di scendere verso lo stabilimento balneare, tra i giardini con alberi pieni di frutta e agrumi, c’era un grande pavone che al passaggio delle persone apriva la coda per mostrare le sue favolose piume multicolori. L’accesso alle due spiagge era a pagamento, ma mia madre, per risparmiare qualche lira, cercava un espediente per distrarre il cassiere mentre staccava i biglietti di ingresso ed intrufolare così nella struttura un paio dei più piccoli a sbafo. Noi bambini ci ricongiungevamo sulla spiaggia, dove potevamo liberarci del peso delle borse e delle mazze: piantavamo nella sabbia quattro bastoni di scope, sui quali  avvolgevamo con lo spago  i lembi di una lenzuolo, allestendo una capanna per proteggerci dal sole. Una volta, una bambina della mia età, figlia della proprietaria della casa dove abitavamo e che era scesa con noi al mare, perse il costume di lana nell’acqua e piangeva perché non sapeva come risalire. Fu aiutata da mia madre che le passò un asciugamano, dal momento che la bimba non aveva portato altro cambio di costume, come del resto tutti noi. Dopo un buon pranzo sulla spiaggia, a base di frittatine di pasta avanzata la sera prima, di mezze melanzane farcite e di prugne “che sputano in faccia” 3), la bambina, non resistendo alla vista degli altri ragazzini che giocavano in acqua con lei spettatrice,  pregò mia madre di anticipare il rientro a casa. Arrivati nel viale, imbracciai un bastone della capanna e sollevai il vestito della bambina, lasciando scoperto il suo deretano per poco, perché la furbetta, veloce e senza bagagli, filò via da sola in lacrime verso la casa inseguita da me per un pezzo di strada..

 

Un colpo d’aria

 

 

La palazzina dove ho abitato una decina d’anni a  Portici, oltre alle grandi camere, era provvista  di tre ampi terrazzi degradanti,  che affacciavano sul Vesuvio.Noi usavamo quegli spazi, non solo per feste e per il lavaggio a mano della biancheria, ma  anche per l’allevamento di galline e conigli, ai quali nel periodo prepasquale, si aggiungeva un agnello, che crescevamo con amore ( io, da Buon Pastore,  lo portavo spesso in spalla a brucare l’erba del vicinoVesuvio), prima che finisse nelle pance altrui. 4)

Un altro episodio che ricordo di quest’ultimo periodo, lo vissi una sera dopo cena, nella grande anticamera –soggiorno, arredata con un grandissimo tavolo al centro, due buffet , una cassa panca zeppa di biancheria nuova come dote per le sorelle, un lettino, la macchina per cucire Singer ed un mobile sul quale era posizionata una radio Magnadyne con sotto uno spazio per i dischi a 78 giri, di fianco ad un vaso con i fiori. Mentre con i miei fratelli eravamo riuniti in circolo davanti ad un braciere, ad ascoltare la musica, sbucò alle nostre spalle l’agnello e si diresse tranquillamente verso i fiori, divorandoli in un baleno. Neanche il tempo di essere sorpresi, che dal corpo di qualcuno dei presenti uscì un suono flebile, ma discreto e prolungato, mentre dalla radio lo speaker annunciò “Avete ascoltato il lamento di Federico tratto dall’opera  L' Arlesienne di Francesco Cilea”.Tutti scoppiammo a ridere e, nel corso degli anni i miei fratelli mi hanno spesso ricordato che quel suono

è partito dal mio corpo, mentre continuo a credere che l’autore della flatulenza sia stato l’agnello.

 

  • Il termine “Winkel” forse deriva dalla lingua tedesca (“angolo”) mescolata con la lingua americana, o  forse dal nome di una moneta di mezza lira in uso in quel periodo.Il gioco della “semmana” si pratica ancora in Italia e nel mondo ed è anche denominato “Gioco della Campana o della Riga o della Settimana.”

 

  • La memoria ci riporta ad episodi più recenti, avvenuti a Bagdad  e riportati nell’articolo,”Riflessioni e saccheggi”del 2003 (c.f.r..A.Fomez, “Un kiebitz  racconta”, Edizioni Eupalino, Milano 2010).

 

  • Quest’espressione è stata inventata da una mia sorellina , per indicare una qualità di prugne, più grandi di una pallina di ping pong, di un colore giallino e completamente sferica, ma con una buccia dura. Queste prugne hanno un buon sapore, ma quando le addenti spruzzano il loro succo da tutte le parti del corpo e la sorella, come del resto un fratello più grande, che amava le pesche mature e succulente, affermavano che questo tipo di frutta era meglio gustarla in spiaggia, in costume da bagno e non in casa, per non insozzarsi i vestiti.

 

  • La raffigurazione di un pastore con un agnello sulle spalle, così come di scene genericamente pastorali, era assai diffusa nell'arte antica, riferita ad una pluralità di temi positivi, fra i quali il più significativo appare quello della filantropia (humanitas, in latino): il dio Mercurio, infatti, ma anche l'eroe Ercole, conducevano pietosamente le anime dei defunti nell'aldilà, caricandosele sulle spalle come appunto un pastore porta un agnello

 

Milano 21 ott.2013                                                                                                        Antonio Fomez